venerdì, 18 maggio 2012
ROBERTO CICCARELLI - L'UTOPIA CONCRETA DEL LAVORO INDIPENDENTE
ROBERTO CICCARELLI - L'UTOPIA CONCRETA DEL LAVORO INDIPENDENTE
pubblicata da Vladimir D'Amora il giorno venerdì 18 maggio 2012 alle ore 0.48 ·
A Milano si sta affermando un progetto
che risponde ai bisogni di milioni di lavoratori
autonomi e precari: si chiama «Macao»
e sperimenta il nuovo mutualismo
e il co-working

Macao si è incarnato in un grattacielo di 33 piani dove riunire le arti e le professioni indipendenti, liberali, cognitive e creative, seguendo un modello di auto-governo che include il momento della formazione e della co-progettazione, la creazione di un laboratorio operoso dove il principale obiettivo è la creazione e la socializzazione delle rispettive attività, non la concessione a pagamento di loculi dove la «creative class» si accomoda con il suo computer e finge la normalità di avere un ufficio, riceve i «clienti», simula la comodità di un atelier, quando invece non fa altro che rispecchiarsi nella propria alienazione e pagare il marchio acquistato in franchising dalle multinazionali del co-working.
L'utopia concreta che i lavoratori dell'arte hanno voluto realizzare nella Torre Galfa di Milano, ribattezzata «Macao», risponde ai bisogni di milioni di lavoratori indipendenti che vivono in Italia. Per questa ragione il progetto Macao non è riducibile solo all’occupazione di uno spazio. Lo si può apprezzare sulla lunga distanza, alla luce di un’intuizione importante: quella di rovesciare il presupposto del lavoro professionale della conoscenza, fondato sullo status professionale del lavoratore autonomo che affitta uno studio, un laboratorio, un atelier o uno spazio espositivo, per mostrare «distinzione» e autorevolezza davanti a un cliente o un allievo di un master a pagamento.
Macao ha l’obiettivo di passare dall’esibizione di uno status individuale, o di categoria, alla pratica di una cooperazione tra diversi, imperniata sul riconoscimento di una condizione comune e non sul possesso di un sapere, sulla necessità di posizionarlo sul «mercato» e sull'obbligo di trasmetterlo seguendo la tradizione gerarchica e frontale dell'insegnamento universitario, oppure quello esoterico del maestro artigiano, o del professionista anziano, che centellinano i segreti del mestiere all'apprendista il quale deve inventare stratagemmi per estorcere, nel più breve tempo possibile, la verità che lo renderà, forse un giorno, famoso sul mercato.
Nel progetto Macao emerge inoltre l'esigenza di elaborare una professionalità contro il mercato che la esclude o la sfrutta ricorrendo alle regole della committenza al ribasso, pagata un tozzo di pane in cambio dell'anima. In filigrana, c'è anche l'idea di una nuova socializzazione delle arti e delle professioni a partire dalla condizione del nomade urbano, precario metropolitano, apolide in patria i cui diritti non vengono riconosciuti nell'edificio delle tutele e delle garanzie per il lavoro tradizionale.
Bisogna inoltre considerare che è su queste figure sociali, e professionali, che si rivale la riforma del «mercato» del lavoro che, nel silenzio generale, aumenta l’aliquota previdenziale per gli iscritti alla Gestione separata dell’Inps dal 27 al 33% (entro il 2018). Un salasso che mortificherà redditi già esigui (in molti casi inferiori ai 10 mila euro annui), penalizzando le residue possibilità di restare nello spazio della cittadinanza, oltre che quelle di svolgere un lavoro regolare. Si spiega anche così la straordinaria vitalità politica che attraversa il mondo del lavoro indipendente, della cultura e dello spettacolo, sin dall’occupazione del teatro Valle di Roma, il 14 giugno scorso.
Nello sforzo della creazione di uno spazio polifunzionale, ma non enciclopedico, Macao è però difficilmente riducibile ad un co-working. Questo termine è stato coniato da un programmista informatico, Bernie DeKoven
nel 1999 quando a San Francisco sono nati spazi di coworking, «Hat Factory» e «Work only» dove chiunque poteva crearsi il proprio ufficio, affittare una scrivania, inventare una comunità con persone di diverse professioni e condividere idee e progetti. La rete di coworking come l’ha concepita questo informatico si è estesa negli Stati Uniti, e nel resto del mondo. Numerosi sono gli esempi in Europa, ad esempio in Germania o Spagna, come in Italia. In questi spazi c’è sempre il Wi-Fi, un modo per rispondere alle esigenze di chi non sopporta lavorare da solo in casa, cioè il modello di vita del lavoratore autonomo. Su questo bisogno si sta consolidando un impero.
Macao nasce invece dall'esigenza di non cedere al mercato il prezzo della propria solitudine, bensì di istituire una comunità aperta che abbia l’obiettivo di reinventare o proteggere un lavoro svalorizzato, frammentato in mille mansioni irriconoscibili. Un’aspirazione che contrasta, evidentemente, con la retorica prevalente che insiste sul merito individuale, sul talento «creativo» e guarda con favore alla diffusione orizzontale dei saperi tra gli esperti e i non addetti, tra gli studenti e i docenti, tra i professionisti e i clienti, incidendo sui meccanismi della domanda e dell'offerta di lavoro indipendente.
Questo progetto non intende radunare le «competenze» per esporle all'offerta migliore, né creare un mercato alternativo dove fare shopping di «talenti». Tanto meno si intravvede all’orizzonte l’idea di supplire all'alienazione del lavoratore digitale spingendolo in un falansterio dove può incontrare altre solitudini. Tra le sue righe c’è l’intenzione di creare un lavoro al quale non preparano più le istituzioni (dalle accademie all'università, passando per la scuola o i master); ricreare le filiere distrutte dalla gigantesca concentrazione finanziaria del potere nell'arte, così come dalla burocratizzazione dei ruoli e delle mansioni operata dalle autorità statali (soprintendenze, società dei servizi, musei, ma anche fondazioni); innovare le forme di finanziamento di una struttura così ambiziosa imponendo la trasparenza e la giustizia nella distribuzione dei finanziamenti erogati dagli enti locali e regionali, senza trascurare il microcredito e la partecipazione a bandi europei o delle fondazioni a fini sociali.
Un luogo come Macao potrebbe essere inoltre la sede di un consorzio di lavoratori e cittadini che versano i propri contributi previdenziali (che oggi si perdono nella gestione separata dell'Inps) in una cassa mutualistica. Ciò garantirebbe agli indipendenti (autonomi e precari) la possibilità di costituire un'assicurazione universalistica contro malattie e infortuni.
Macao nasce infine dall'esigenza di valorizzare l'immensa ricchezza sociale e produttiva che esiste in Italia, e di promuovere chi crede che la cooperazione sia la parte attiva, vivente, di questa società. Per affermarla oggi c’è bisogno di atti di disobbedienza civile, l’impegno a creare coalizioni sociali, perché i sindacati, i governi, per non parlare dell’impresa, sono a dir poco disattenti, e da vent’anni ne approfittano per saccheggiare questa ricchezza.
Quella che vediamo emergere in questi giorni a Milano è l'esigenza di riconoscersi in una condizione comune, quella del Quinto Stato, dove la molteplicità pressocchè infinita dei «lavori» e delle specificità professionali troverebbero l'occasione per parlare con una voce unica. L’utopia concreta di Macao parla soprattutto di questo. Ascoltiamola.
16:45 Scritto da: mangano1 in miti riti detriti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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La sottile linea rossa nell’affaire Equitalia
La sottile linea rossa nell’affaire Equitalia
Note per una lettura di classe
In questi giorni l’affaire Equitalia è salito agli onori delle cronache e ha offerto più di qualche spunto e suggestione ai titolisti dei principali media nazionali. Le ragioni principali di questa improvvisa visibilità vanno probabilmente rintracciate in due fattori. Il primo, come appare sempre più lampante, riguarda il disperato tentativo di (ri-)mettere in piedi una strategia della tensione criminalizzando chiunque - movimenti e persino sindacati - sia ritenuto potenzialmente in grado di organizzare ed orientare il dissenso e la rabbia (crescenti, ma allo stesso tempo “disordinati” e privi di “messa a fuoco”) derivati dal violento attacco alle condizioni dei lavoratori, dallo smantellamento del welfare e dei diritti, dalla progressiva proletarizzazione della classe media e dal processo di polarizzazione sociale ed economica che sta cambiando il volto del nostro paese.
Non ci dilungheremo su questo primo aspetto, pure fondamentale, su cui abbiamo già scritto qualche giorno fa. Preferiamo invece concentrarci su un secondo ordine di discorso, che ci pare sia stato poco considerato anche da chi si oppone ad Equitalia, chiedendoci: perché di tale questione se n’è parlato tanto? Perché è così “sentita”? Perché tanti e diversi soggetti invocano la chiusura di Equitalia? Che cosa è e cosa rappresenta, fuori dalla retorica de “l’usura”, dello “strozzinaggio” etc? Senza avere la pretesa di offrire un’analisi esauriente e tantomeno ricette preconfezionate, proveremo in questo documento a smarcarci dai tanti luoghi comuni e a riflettere sulle potenzialità e i modi in cui i movimenti possono affrontare la battaglia contro Equitalia nell’unica prospettiva che, ci sembra, possa essere vincente, quella di classe.
1. Una strana “lotta”
Iniziamo ponendoci una domanda, un po’ provocatoria: perché - al netto delle strumentalizzazioni politiche che si sono fatte fortissime negli ultimi giorni - in tutti questi mesi ogni gesto contro Equitalia, ogni manifestazione di disagio nei confronti dell’ente di riscossione, ha goduto di ampia visibilità sui media? È possibile che sia successo solo perché l’affaire Equitalia riguarda centinaia di migliaia di persone, e che i media abbiano voluto sintonizzarsi con quest’ostilità diffusa? Difficile accontentarsi di questa risposta. Basti pensare che tanti provvedimenti “lacrime e sangue” del Governo Monti – solo per esempio, la riforma delle pensioni – sono state accolti con assoluta ostilità da milioni di persone, eppure a quest’ostilità non è stato dato altrettanto spazio. Contro tutti questi provvedimenti di Monti si sono sviluppate mobilitazioni anche significative: scioperi sindacali, cortei con decine di migliaia di persone, petizioni, dibattiti, assemblee su tutto il territorio italiano... Eppure i media li hanno letteralmente fatti sparire, hanno banalizzato le loro ragioni, non li hanno mai messi nelle prime pagine. La linea più o meno condivisa da tutti i media ogni volta che si evocava Equitalia invece era sempre molto “neutra”: certo, le violenze vanno sempre condannate, però Equitalia pare non piacere proprio a nessuno.
Ma chi è questo “nessuno”? E’ la “gente”, concetto quanto mai vago, o è un nessuno fatto di diversi gruppi e classi sociali, che condividono e dovrebbero condividere ben poco? Risponderemo più avanti a questa domanda, per il momento notiamo un dato di fatto: non sempre (in verità purtroppo sempre più raramente) siamo in grado di imporre la nostra “agenda”, di costringere i giornali e le televisioni a dare risalto alle nostre battaglie: ormai tutti abbiamo provato, e ripetutamente, l’amara sensazione di veder completamente cancellato, rimosso dai mezzi di comunicazione ufficiali, un corteo, un presidio, un’iniziativa per quanto ben riusciti e partecipati. E questo succede ogni volta che la protesta ha una chiara connotazione in difesa dei lavoratori e delle fasce sociali più deboli...
Poniamoci ora un’altra domanda, altrettanto provocatoria. Perché la lotta contro le agenzie di riscossione è stata sempre un cavallo di battaglia della destra, in particolar modo di quella fascista? Perché in questi ultimi mesi a tuonare contro Equitalia si è sentita spessissimo la Lega? Di quale blocco sociale e di quali classi questi gruppi politici hanno sempre difeso gli interessi? Anche qui, porsi questa domanda non vuol dire già trovare una risposta. Però questo fatto dovrebbe essere una “spia”: i gruppi che fanno politica in modo demagogico e populista, difendendo interessi di classe ben precisi, quelli del piccolo padronato e della piccola/media borghesia, hanno da sempre individuato in tale questione il loro terreno d’azione per eccellenza. Questo non vuol dire che riteniamo che la battaglia contro Equitalia sia necessariamente di “destra”, perché qualsiasi contraddizione può essere affrontata e utilizzata per estendere e approfondire la lotta di classe. Ma lo si può fare solo se si hanno le forze sufficienti e si capiscono bene quali siano le peculiarità che distinguono la nostra lettura della questione Equitalia dalla loro. Questo ci pare un aspetto finora poco considerato, e ripetere la retorica “moralistica” e fuorviante dell’“usura” e dello “strozzinaggio” non ci aiuta a sviluppare una posizione politica.
Non è vero infatti che “la questione è quella”, cioè che non ci possono essere modi diversi di affrontare il problema Equitalia. Infatti, in una società divisa in classi, gli stessi temi vengono sempre declinati in modo diverso a seconda di quale siano gli interessi da difendere. In questo si possono fare molteplici esempi in cui le posizioni della sinistra di classe sono sostanzialmente diverse da quelle fasciste. Si pensi alla lotta per la casa, dove i fascisti rivendicano il mutuo sociale e noi edilizia pubblica ed esproprio degli immobili sfitti, o meglio ancora al tema del lavoro, dove noi diciamo “lavorare meno, lavorare tutti” e loro invocano il rimpatrio degli stranieri… Ma soprattutto a distinguerci è il fatto che i comunisti non affrontano mai una questione in maniera slegata dal contesto generale, ma cercano sempre di trasformare ogni vertenza e ogni lotta sociale in un elemento di politicizzazione reale che possa contribuire alla formazione della coscienza di classe. Infatti non approfittare di ogni occasione per fornire ai proletari gli strumenti atti ad una corretta lettura della realtà fa sì che l’apparato ideologico e di propaganda borghese possa strumentalizzare, isolare e infine neutralizzare ogni rivendicazione pur se giusta e sacrosanta. È per questo che vi chiediamo di avere un po’ di pazienza e di seguire tutto il filo del ragionamento…
2. Un po' di storia
Come tutti sanno, Equitalia è una società per azioni fondata nel 2007, di proprietà dell’INPS (49%) e dell’Agenzia Delle Entrate (51%) che ha come mission il recupero crediti per conto degli enti pubblici. In pratica quando l’erario o l’ente previdenziale riscontra un’evasione d’imposta o un ente locale commina una multa, e questa non viene pagata, interviene Equitalia che, avvalendosi degli strumenti previsti dalla legge, procede al recupero delle somme dovute maggiorate dell’interesse e dell’agio. Prima del 2007 l’attività di recupero era affidata ad una moltitudine di agenzie di riscossione per lo più di proprietà di banche che incassavano lauti compensi per il servizio conseguendo però scarsissimi risultati. Invece, da quando esiste Equitalia, secondo i dati della Corte dei Conti, le somme recuperate dallo Stato sono raddoppiate e i costi letteralmente abbattuti – dato che si utilizza personale dello Stato – con un utile netto che ogni anno supera abbondantemente il miliardo di euro...
Il mancato recupero dei crediti non era però dovuto all’incapacità delle banche o alla proverbiale disorganizzazione della pubblica amministrazione, ma ad una precisa volontà politica. Volontà di tutelare, anche una volta “scoperto”, il popolo degli evasori ovvero quella piccola e media borghesia che da sempre costituisce l’ossatura del capitalismo italiano. La peculiarità del nostro paese, come abbiamo sottolineato in altre occasioni, sta proprio nella sua struttura corporativa (introdotta durante il ventennio fascista con la finalità di arginare il movimento operaio e le spinte rivoluzionarie) fondata proprio sulla presenza di una diffusa piccola e media borghesia agevolata e tutelata attraverso una sostanziale esenzione fiscale. Detto modello, pur assolvendo alla sua funzione di governo e contenimento del conflitto sociale, ha determinato un’enorme arretratezza del capitalismo italiano di fatto poco profittevole e quindi scarsamente attrattivo per gli investimenti. Con l’esplodere della crisi nel 2007 questi limiti strutturali si sono manifestati in maniera dirompente ed hanno accelerato alcuni processi già in atto da tempo, tra i quali una riconfigurazione interna alla classe dominante. Semplificando la questione, si potrebbe dire che il grande capitale non si può più permettere di essere appesantito dalla zavorra costituita dalla piccola e media borghesia che, oltre a rappresentare una resistenza alla ricomposizione e all’accentramento dei capitali, rende impossibile all’Italia la competizione a livello internazionale, e produce, a causa del suo particolare regime fiscale, un alto costo del lavoro e un alto debito pubblico.
Negli anni’70, al manifestarsi della crisi, l’Italia, a differenza di altri paesi (uno su tutti l’Inghilterra della Thatcher), non ha operato una revisione radicale del proprio modello produttivo, soprattutto per la presenza di una forte componente rivoluzionaria. I governi italiani hanno preferito adottare una politica tesa al mantenimento della propria struttura corporativa: alla crisi di valorizzazione non si è risposto attaccando frontalmente il “lavoro” e fagocitando la piccola e media borghesia destinata a una progressiva proletarizzazione, ma si è preferito utilizzare gli strumenti della svalutazione monetaria e dell’indebitamento pubblico. Semplificando: non faccio pagare le tasse al bottegaio (ma anche al libero professionista, al piccolo imprenditore, etc.) e i soldi per mandare avanti la baracca li prendo in prestito, magari dallo stesso bottegaio, a tassi fuori mercato e a scadenza e - dato che la situazione non cambia - faccio altri debiti aumentando sempre di più la mia esposizione. Se si analizzano i grafici del debito pubblico italiano e si consultano i dati sull’aumento della ricchezza privata nello stesso arco temporale, la cosa risulta evidente.
Dall’inizio degli anni ’90 questa situazione ha cominciato a diventare chiaramente insostenibile e progressivamente è cambiato l’atteggiamento del grande capitale verso la piccola e media borghesia che, nonostante tutto, ha però continuato, per alcuni anni, a mantenere un peso politico significativo all’interno degli organi di rappresentanza. La crisi del 2007 ha accelerato questa tendenza e, per far ripartire il processo di accumulazione (quella che loro chiamano “ripresa”) si è scelto di abbassare il costo del lavoro e quindi di aumentare lo sfruttamento, tagliare il welfare a tutti i livelli, ma anche – è questa la novità – cominciare a spremere e assimilare le fazioni di capitale più deboli. Ciò avviene principalmente attraverso la lotta all’evasione, che, se pur ancor blanda, ha avuto un costante incremento negli ultimi anni (già col governo Berlusconi, non soltanto con quello Monti) e con il recupero di quelle somme formalmente dovute allo Stato e fino a poco tempo fa ufficiosamente abbonate.
Questa è la cornice in cui, a nostro avviso, va letta la questione Equitalia.
3. Il “succo politico” della storia
Possiamo così provare a rispondere alle domande che ci siamo posti prima. Se la questione sociale di questi ultimi anni è la proletarizzazione di quote non irrilevanti di piccola e media borghesia, non dobbiamo quindi meravigliarci del fatto che leghisti e neofascisti negli ultimi anni abbiano dato centralità al tema di Equitalia,, che a questo punto è di vitale importanza per il loro soggetto sociale di riferimento. Con questo vogliamo forse dire che il problema sia solo della borghesia? No! Non si può infatti negare che anche i lavoratori dipendenti e parasubordinati (pure in percentuali assolutamente minori) sono interessati da Equitalia perché magari hanno qualche multa non pagata o hanno commesso qualche errore nella dichiarazione dei redditi e, soprattutto verso di loro, la società di recupero crediti è “implacabile”. E’ quindi assolutamente sacrosanta la rivendicazione di esenzione dal pagamento per i proletari, per i disoccupati, per i soggetti più deboli ma, per non cadere in facili tranelli, è necessario tracciare una netta linea (rossa), la linea della classe. Proviamo a entrare ancora di più nel merito.
Anche se in materia è difficile reperire dati, il grosso del lavoro di Equitalia è nel recupero dell’evasione. Proviamo a fare un esempio: una parte significativa dei provvedimenti di Equitalia riguarda il recupero dei contributi pensionistici non versati dagli imprenditori. Per essere più chiari: molti padroni non pagano i contributi ai loro dipendenti; quando la magagna si scopre il lavoratore ha comunque diritto alla pensione. Dove si pescano i soldi? Dal fondo cassa INPS, ovvero dai contributi versati altri lavoratori! Allora che dobbiamo dire quando Equitalia va da questi padroni a recuperare implacabilmente queste cifre? Che sbaglia?
Questo è solo un esempio provocatorio per sottolineare come l’argomentazione per la quale i piccoli imprenditori (piccoli evasori) tartassati chiudono baracca e quindi vanno tutelati non può mai essere “nostra”. Tantomeno ci può riguardare il fatto che i “grandi” evasori/imprenditori, minacciando anni di processi, si avvalgano del concordato e trovino infine una mediazione che gli consenta di pagare meno tasse (ma subito), mentre i piccoli vengono strozzati (a questi verrebbe da dire che è la dura legge della libera impresa, niente di più). Noi sosteniamo che padroni grandi e piccoli devono pagare tutto e tutti…e non pretendiamo nemmeno che paghino tanto caro, visti gli sgravi di cui beneficiano, perché quelle tasse non corrisposte non sono solo soldi in più rimasti nelle loro tasche, ma soldi reinvestiti, fatti fruttare (mentre lo Stato ha dovuto recuperare tramite l’implemento del debito pubblico, pagandoci su gli interessi!), e mentre loro hanno guadagnato valuta, a noi sono stati chiesti sacrifici. Gli importi delle tasse evase – che si sono poi decuplicati di cartella esattoriale in cartella esattoriale – ci appartengono, sono stati decurtati dal nostro conto, sono uno scippo fatto ai lavoratori. L’idea di non pagare le tasse appartiene alla galassia di pensiero del liberismo più spinto o, a limite, a quello degli imbroglioni da quattro soldi, degli accattoni.
Qui non si tratta di essere statalisti, ma vedere come la lotta di classe si sviluppi anche sul piano della fiscalità generale, e di non concedere nulla a quel capitalismo italiano che ha usato l’evasione (e lo sfruttamento più becero nelle fabbrichette, nelle aziende, nelle cooperative, nei negozi e nei locali etc) come leva competitiva. Stiamo parlando, secondo le stime più basse, di 120 miliardi di euro annui di evasione: soldi con i quali si potrebbero – contemporaneamente - raddoppiare pensioni e casse integrazioni, distribuire sussidi di disoccupazione e potenziare servizi sociali! Se non si parla prima di tutto questo, se non si pone questa come priorità di lotta, il rischio è accodarsi a quel costume tutto italiano e piccolo borghese che si incazza contro lo Stato salvo poi beneficiare ed appropriarsi di quello che è di tutti.
Per tornare a Equitalia, non è possibile sapere con precisione quanti proletari, in Italia sono tiranneggiati da quest’ente. Ma di certo si può dire che i lavoratori dipendenti le tasse le pagano fino all’ultimo spicciolo. Le cose su cui possono evadere sono poca roba: il canone RAI, la tassa sui rifiuti, qualche multa (anche per questo la questione è sentita con più forza nell’area metropolitana napoletana, dove per diversi motivi, dal culturale al materiale la tendenza a pagare le multe è meno pronunciata). E’ lecito quindi immaginare che, assieme ai commercianti e ai piccoli imprenditori, ci siano anche tanti proletari, tante partite iva che mascherano lavoratori dipendenti, piccoli artigiani e piccolissime società senza dipendenti martoriate da Equitalia. Fasce sociali deboli contro i quali l’agenzia si accanisce, trasformando magari una piccola multa in un’ipoteca, contestando tributi già pagati, infierendo su chi ha dovuto scegliere cosa pagare fra tasse e tributi di ogni tipo perché non ce la fa più a campare.
Questa rabbia noi la dobbiamo interpretare. Ma proprio per questo ci sembra che la questione vada letta con attenzione, per non scivolare nel populismo, per fare proposte ben mirate, che tengano ben presente la linea di demarcazione di cui parlavamo sopra: ad alcuni non si deve e non si può chiedere più niente, da altri invece bisogna pretendere che paghino tutto.
In questo senso una proposta di classe su Equitalia potrebbe essere come quella che alcuni movimenti hanno avanzato sull’IMU (un’altra questione che riguarda una composizione trasversale). Se l’IMU sulla prima casa non la devono pagare i lavoratori dipendenti e i pensionati con un reddito mensile netto inferiore ai 1300 euro, oltre che, naturalmente i disoccupati, anche rispetto ad Equitalia si potrebbe dare un taglio analogo, ponendo al centro la difesa dei lavoratori dipendenti, dei pensionati e dei disoccupati.
4. Parliamo di noi!
Insomma, ancora una volta dobbiamo farci un quadro della situazione quanto più libero possibile dalle mistificazioni proposteci dai giornali nella loro costruzione di un immaginario sulla crisi. Perché se loro parlano di noi – cioè delle iniziative contro Equitalia – è forse perché noi per primi parliamo di loro, del loro soggetto di riferimento, delle loro istanze, e, senza nemmeno accorgercene, potremmo finire a recitare nella loro fiction in dieci puntate sulla morte del cigno della piccola impresa in Italia.
Quando leggiamo sulla prima pagina de “La Repubblica” o vediamo nel programma pomeridiano di Barbara D’Urso il racconto della vicenda di un piccolo imprenditore che si è ammazzato (per giunta, guardando i dati ISTAT, ci sembra che anche l’implemento dei suicidi dei piccoli imprenditori sia presunto più che reale e serva a contribuire a rafforzare l’idea che siano loro le vere vittime della crisi) non ci sentiamo la coscienza sporca a fare presente che i poveri cristi si sono sempre ammazzati e raramente sono finiti sulle prime pagine dei giornali. Perché oggi noi vogliamo parlare di quello che dovrebbe essere scritto a caratteri cubitali nella nostra agenda, della riforma del lavoro e delle pensioni, delle modifiche all’art.18 (anche qui) e del taglio degli ammortizzatori sociali. Perché, se è assolutamente comprensibile che qualche (e sottolineiamo qualche) proletario possa percepire più il danno dei 1000 euro pretesi subito da Equitalia piuttosto che la mancanza della pensione o della cassa integrazione domani, ciò non può valere per le soggettività politiche che (nel loro piccolissimo!) aspirano ad essere avanguardie.
In conclusione: proviamo a sfruttare tutta l’attenzione che si crea per rimettere al centro i nostri temi, proviamo a ricordare a tutte le persone che si avvicinano quali sono le vere priorità, proviamo a trovare sempre, su tutte le questioni, un punto di vista che sia inconciliabile con gli interessi del capitale, piccolo o grande che sia. Questa è l’unica garanzia per non sbagliare mai!
16:31 Scritto da: mangano1 in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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Summer School per il Dialogo tra le Religioni
Summer School per il Dialogo tra le Religioni
La Facoltà di Filosofia dell’Università Pontificia Salesiana, in collaborazione con l’Accademia di Scienze Umane e Sociali istituisce una Summer School dedicata all’approfondimento, alla promozione e allo sviluppo di una cultura del dialogo sia all’interno della Chiesa che tra le religioni.
Summer School per il Dialogo tra le Religioni
La Summer School mira a dare una formazione su tutte e cinque le principali tradizioni religiose del mondo e a fornire delle competenze specifiche che rendano capace di operare in maniera competente nel campo del dialogo interreligioso. Predisporre dei percorsi formativi che diano le competenze utili e necessarie ad affrontare i conflitti interreligiosi che attraversano l’epoca presente, è indubbiamente una delle urgenze del nostro tempo.
http://www.peacelink.it/pace/a/36254.html
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Summer School istituita dalla Facoltà di Filosofia dell'Università Pontificia Salesiana, in collaborazione con l'ASUS, Accademia di Scienze Umane e Sociali
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la Facoltà di Filosofia dell’Università Pontificia Salesiana, in collaborazione con l’Accademia di Scienze Umane e Sociali istituisce una Summer School per il Dialogo tra le Religioni.
Predisporre dei percorsi formativi che diano le competenze utili e necessarie ad affrontare i conflitti interreligiosi che attraversano l’epoca presente, è indubbiamente una delle urgenze del nostro tempo. Pertanto, riconoscendo l’importanza e l’urgenza storica del dialogo interreligioso, la Facoltà di Filosofia dell’Università Pontificia Salesiana, in collaborazione con l’ASUS (Accademia di Scienze Umane e Sociali) istituisce una Summer School dedicata all’approfondimento, alla promozione e allo sviluppo di una cultura del dialogo sia all’interno della Chiesa che tra le religioni. Unica nel suo genere, la Summer School mira a dare una formazione su tutte e cinque le principali tradizioni religiose del mondo e a fornire delle competenze specifiche che rendano capace di operare in maniera competente nel campo del dialogo interreligioso. Ideata a Roma, sede della Chiesa Cattolica, la Summer School intende valorizzare i teologi delle Facoltà Pontificie ed il contributo del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Al tempo stesso, però, considera imprescindibile la conservazione del pluralismo e dell’equidistanza tra le religioni. L’insegnamento delle cinque tradizioni religiose, a tal fine, verrà alternato da un osservante appartenente alle diverse confessioni di fede e da un teologo. Le religioni stesse, inoltre, verranno presentate nell’ottica peculiare del dialogo e facendo parlare il più possibile i rispettivi testi fondativi.
Allegati
Summer School per affrontare i conflitti interreligiosi del nostro tempo (1030 Kb - Formato pdf)
La Summer School mira a dare una formazione su tutte e cinque le principali tradizioni religiose del mondo e a fornire delle competenze specifiche che rendano capace di operare in maniera competente nel campo del dialogo interreligioso. Predisporre dei percorsi formativi che diano le competenze utili e necessarie ad affrontare i conflitti interreligiosi che attraversano l’epoca presente, è indubbiamente una delle urgenze del nostro tempo.
15:54 Scritto da: mangano1 in immaginario politico | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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Alfonso Navarra, Fermiamo chi scherza col fuoco atomico
Da parte di Alfonso Navarra - Fermiamo chi scherza col fuoco atomico
alfonsonavarra@virgilio.it

Noi tiriamo su - ad un anno esatto dalla vittoria referendaria - il 13 giugno 2012, la "Tenda del Sole". Lo abbiamo deciso ieri (16 maggio 2012), nella riunione del CAVRA milanese - Comitato per l'attuazione della volontà del referendum antinucleare. A prescindere dal fatto che il Sindaco Pisapia ci incontri o meno (dopo l'abboccamento con Energia Felice il 9 maggio) e che cominci a dar retta alla nostra proposta di Tavolo di partecipazione energetica.
Dobbiamo ribadire, con una iniziativa pubblica, in piazza, non una tantum, che il popolo è sovrano e che esistono oggi 3 obiettivi da portare avanti per concretizzare la sua, la nostra vittoria:
1– chiudere con i piani nucleari in Italia e dall'Italia (vedi Enel e Fimeccanica);
2– garantire la (relativa) sicurezza del “vecchio” nucleare degli anni ’60 – ’70 e ’80, che costituisce una minaccia tuttora incombente;
3– risolvere in modo alternativo i problemi che l’opzione nucleare pretendeva di affrontare, come, per esempio, il rispetto degli impegni di Kyoto e l'emancipazione del nostro Paese dalla dipendenza dei combustibili fossili. Aggiungiamo pure, cosa non trascurabile in questi momenti di crisi economica, la produzione di energia a costi convenienti e con importanti ricadute occupazionali.
Dobbiamo altresì vigilare su manovre europee che rischiano di fare rientrare dalla finestra quello che si è cacciato dalla porta.
Tutto questo parte da Milano, ma deve coinvolgere i livelli nazionale ed internazionale.
E' altresì essenziale che si colleghino in un discorso ed un'azione coordinata ed unica i movimenti "acqua e sole" perchè la volontà referendaria del popolo italiano, nel combinato disposto di tutti i pronunciamenti, ha individuato un orizzonte condiviso e maggioritario di vero cambiamento: riconoscimento e presa in cura da parte di tutti dei beni comuni naturali, gestione pubblica dei beni pubblici, difesa dello Stato sociale, dei diritti e del Diritto.
Cambiamenti puramente politici rischiano una deriva di contraddizioni insanabili tra narrazione parolaia e cedimento concreto ai progetti dei "poteri forti". Come questa "robaccia" della Multiutility del Nord elaborata da Mc Kinsey per il governo italiano di cui parla l'articolo sotto riportato del Corriere in edizione telenatica (e sulla quale vedremo cosa diranno i vari sindaci implicati, cominciando da Milano) .
16/05/2012
***Energia: al Governo piano multiutility del Nord, si parte da A2A-Iren
Nella newco "Grande Utility Italiana" previsto ingresso Cdp Milano, 16 mag - E' pronto il progetto per la grande multiutility italiana che, facendo perno sulle principali ex municipalizzate e sull'acquisizione delle nove centrali Edipower nel riassetto Edison, diventera' il secondo operatore energetico nazionale dietro Enel. Lo schema dell'operazione, secondo quanto risulta a Radiocor, e' definito nei dettagli da un dossier elaborato da McKinsey per il ministero dello Sviluppo Economico e ora all'esame del ministro Corrado Passera. La maxi aggregazione, come premessa, potra' vedere la fusione tra A2A e Iren e il contestuale ingresso nel capitale del Fondo strategico di Cdp, mentre in una fase successiva si aggiungerebbero anche Hera, Agsm (Verona) e Acegas-Aps (Trieste e Padova). La struttura vera e propria dell'operazione, stando al documento di McKinsey, contempla quattro tappe. In primo luogo, vengono scorporate le reti (gas, elettricita' e acqua) che passano in capo ai Comuni azionisti delle ex municipalizzate. In secondo luogo, si opera una fusione orizzontale delle attivita' industriali delle societa' operative nella newco "Grande Utility Italiana". Poi, quest'ultima, viene ricapitalizzata per circa 1 miliardo col possibile ingresso del Fondo strategico o di altri partner finanziari. Infine, i Comuni escono gradualmente dal capitale della stessa Grande Utility Italiana: ad essa affiderebbero comunque la gestione delle reti in modo da garantirsi, attraverso l'affitto, un flusso di cassa annuo costante equiparabile ai dividendi, sempre piu' risicati, incassati dalle ex municipalizzate.
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martedì, 15 maggio 2012
Piero Fornara, Loretta Napoleoni, dieci anni che hanno cambiato il mondo
il sole 240RE
dieci anni che hanno cambiato il mondo
di Piero Fornara
Una sintetica storia degli avvenimenti mondiali degli ultimi dieci anni, divisa in altrettanti capitoli, che Loretta Napoleoni ha scelto di presentare per temi e nella forma di brevissime frasi, simili a "tweet". Gli attacchi dell'11 settembre 2011, scrive la curatrice del libro, «sono considerati l'evento principale, ma i cambiamenti di quel decennio vanno ben oltre la minaccia del terrorismo e la Guerra al Terrore».
La crisi finanziaria e la recessione, la rivoluzione tecnologica innescata dalla Apple e il diffuso utilizzo del web, l'avvento dei social media e la ricerca sulle cellule staminali sono infatti soltanto alcuni dei fenomeni che influenzeranno il nostro futuro.
Loretta Napoleoni è un'economista esperta di sistemi finanziari legati al terrorismo. Tra i suoi libri : Economia canaglia. Il lato oscuro del nuovo ordine mondiale (Il Saggiatore, 2008); Maonomics. L'amara medicina cinese contro gli scandali della nostra economia (Rizzoli, 2010) e Il contagio. Perché la crisi economica rivoluzionerà le nostre democrazie (Rizzoli, 2011). Scopo di questo agile volume, edito da Bruno Mondadori (pagg. 170, € 14,00) è «mostrare i veri modelli di cambiamento».
Protagonisti del primo decennio del XXI secolo sono i mercati emergenti, soprattutto i paesi "Bric" (Brasile, Russia, India e Cina), che hanno assunto un ruolo importante nell'economia mondiale, mentre si è indebolito il predominio economico degli Stati Uniti (nel 2001, si legge nel libro, gli Usa generavano 10mila miliardi di dollari di Pil, sul totale mondiale di 32mila; dieci anni dopo 15mila su 70mila, in base alle stime del Fmi). Già dal 2010 la Cina è diventata la seconda economia del mondo con quasi 5.900 miliardi di dollari di Pil, dietro agli Usa, ma davanti al Giappone (poco meno di 5.500 miliardi).
Nonostante il previsto rallentamento negli anni a venire, l'economia cinese dovrebbe superare quella degli Stati Uniti entro il 2030. In Cina restano però ancora vaste zone rurali sottosviluppate; anche in epoca maoista il reddito delle città era più alto di quello delle campagne, ma dal 1978 al 2010 il coefficiente Gini – che misura il tasso di uguaglianza (valore "0") o disuguaglianza (valore 1) – da 0,16 è aumentato fin verso quota 0,50, causando tensioni prima ignote in una società quasi egualitaria. Resta da vedere se nel prossimo futuro le autorità di Pechino riusciranno a governare la crescita della classe media urbana, l'aumento delle diseguaglianze regionali, le tensioni etniche e soprattutto come si evolverà il sistema politico.
Nella conclusione del libro Loretta Napoleoni scrive che «all'inizio del nuovo millennio gli Stati Uniti, i vincitori della Guerra Fredda, erano un faro di luce, democrazia e libertà». Oggi il mondo non è più diviso tra Est e Ovest o fra Nord e Sud.: è diventato più «complesso», ma anche più «stimolante» e tutto si può raggiungere con un click. I leader occidentali, «fino a ieri in affari con crudeli dittatori come Gheddafi», hanno esitato ad appoggiare le rivolte popolari del mondo arabo. Ma intanto lo stile di vita digitale è diventato una realtà, aumentando il potere della gente e dando filo da torcere ai politici.
Loretta Napoleoni (a cura di)
10 anni che hanno cambiato il mondo,
16:01 Scritto da: mangano1 in la critica,il punto | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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Patrizia Gioia,Quale rivoluzione se infanzia e maturità danzeranno insieme

"Quale rivoluzione se infanzia e maturità
danzeranno insieme nel nostro esistere?"
22 maggio ore 21
Libreria Nuova Terra
Via Giolitti Giovanni, 14
Legnano (MI) 0331 546343
presentazione del romanzo di
Gianni Vacchelli
Arcobaleni
dialogherà con l'autore Patrizia Gioia, poetessa
Libreria Nuova Terra
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