mercoledì, 15 luglio 2009

Carlo Gambescia, Complottismo e anticomplottismo

da carlogambesciametapolitics

MERCOLEDÌ, LUGLIO 15, 2009
carlo.jpg
"Complottismo", "anticomplottismo" e uso dell’ombrello

E’ possibile prevedere le azioni sociali? Sì e no. E spieghiamo perché.
Ad esempio, un’azione sociale come quella di aprire l’ombrello in caso di pioggia è sempre possibile, ma non probabile. Ma procediamo per gradi.
In una società, dove solo 5 individui su 10 possono permettersi di acquistare un ombrello, resta certo possibile tutti lo aprano, mentre in realtà è poco probabile che lo aprano tutti (per non parlare della contemporaneità dell’apertura dell’ombrello…). Probabilmente lo apriranno 5 su 10. Ma è altrettanto probabile che tra quei 5, 1 lo abbia dimenticato a casa, 1 venduto per ragioni di bisogno, 1 in riparazione. Il che significa che a fronte della possibilità che tutti in caso di pioggia aprano l'ombrello, resta la probabilità che lo aprano solo 2 su 10… Ma anche questo non è del tutto probabile. Per quale ragione?
Perché i dati di sui sopra, possono mutare in relazione alla crescita o meno della diffusione degli ombrelli, legata non solo alle condizioni economiche (il poter permettersi o meno un ombrello), ma anche alle condizioni climatiche ( continuità o meno del regime delle piogge), alle condizioni culturali (veti o meno all’uso dell' ombrello). E queste sono soltanto alcune delle numerose, se non addirittura infinite, variabili da applicare a una elaborazione di tipo statistico, circa il probabile verificarsi, di una azione sociale ritenuta possibile .
Certo possono essere utilizzati dei coefficienti capaci di calcolare le eventuali distorsioni… Ma il punto è che anche facendo così, si resta sempre nel campo del probabilistico.
E ci siamo riferiti solo all’aspetto esteriore, oggettivo, quello che riguarda l’osservatore, colui che formula la previsione.
Quanto a quello interiore, soggettivo, dell’attore in situazione, resta difficilissimo risalire alle ragioni individuali: cosa i singoli abbiano esattamente in testa, circa l’uso o meno dell’ombrello. Perché è vero che una parte della psiche umana è regolata socialmente, ma un’altra no. O comunque si tratta di una sfera che resta regolata, per contrasto, dalle relazioni e reazioni individuali (caratteriali e temperamentali) alle regole sociali. Ad esempio si può accettare o rifiutare l’ uso dell’ombrello in termini utilitaristici (difendersi dalla pioggia), per ragioni individuali non utilitaristiche: paura, imitazione, convincimento, consuetudine, decoro, eccetera.
Ora, se è così difficile, dal punto della previsione statistica dell’azione sociale, prevedere l’esatta percentuale di persone che in caso di pioggia aprirà l’ombrello (per non parlare della predizione tipo: martedì 16 luglio alle ore 14.00 pioverà, e alle ore 14.01, Mario Rossi, di Roma, abitante, eccetera, aprirà l’ombrello), figurarsi il prevedere, come, quando e perché, un ridottissimo gruppo di signori incappucciati, si riunirà, per decidere i destini del mondo. O addirittura predirne i comportamenti ( nomi cognomi, data e luogo della riunione, eccetera)
Attenzione, abbiamo data per scontata l’esistenza di un gruppo di signori incappucciati. Cosa che non è perché il “complottismo” rinvia a un giudizio di valore sul mondo o se si preferisce a una visione, sempre “mirata” della storia umana. Ovviamente la stessa cosa può valere per l’”anticomplottismo”. Dal momento che dal punto di vista della teoria dell’azione sociale e della sua previsione, in tutti e due i casi è in gioco un determinante fattore soggettivo.
Il che significa che lo studioso serio - se non vuole essere retrocesso al rango inferiore dell’ ideologo - deve sempre assumere una posizione oggettiva, al di sopra delle parti. E pertanto considerare la posizione “complottista” come quella “anticomplottista” per ciò che sono: due forme di manipolazione ideologica della storia.
Dal momento che la storia non esiste di per sé, ma è sempre una elaborazione culturale legata all’interpretazione ideologica degli eventi. Stesso discorso per la politica attiva, che non è altro che una interpretazione “storica”, a uso ideologico, della contemporaneità.
Esistono però “regolarità” psicosociali con effetti di ricaduta in ambito sociologico, che ci permettono di andare oltre il puro uso ideologico della storia. E una di queste regolarità, o costanti, è quella che Pareto, chiamava “istinto delle combinazioni”: il voler spiegare i fatti associandoli a derivazioni (ideologie giustificative). E dunque di "razionalizzarli" a scopo ideologico.
Le ideologie (come contenuti) passano mentre le manipolazioni culturali della storia (come forma) permangono. E la sociologia deve occuparsi di ciò che permane in senso trans-storico, e dunque principalmente della “forma”, o altrimenti detto: della manipolazione culturale, in quanto tale ("complottista" e "anticomplottista"), come costante o "regolarità" trans-storica e sociologica.
Si spera di aver spiegato con sufficiente chiarezza quanto sia difficile, a partire dall’uso dell’ombrello, prevedere - per non parlare del predire… - in modo corretto i “fatti sociali”.
Perciò cari lettori, un piccolo consiglio, diffidate dei complottisti come degli anticomplottisti. Soprattutto di quelli a buon mercato.


MARTEDÌ, LUGLIO 14, 2009

La crisi del Partito democratico e lo sciacallaggio politico di Beppe Grillo
.
Se dovessimo indicare un nostro candidato alle primarie per la segreteria del Partito democratico sceglieremmo Bersani. Non tanto per la qualità del personaggio o per quel dice, ma perché dietro di lui c’è D’Alema, l’ultimo dei Mohicani della vecchia guardia, che nel 2005-2006 puntò sull’emancipazione finanziaria dei diessini, e in prospettiva del centrosinistra, dalla stesso establishment bancario-inprenditoriale-mediatico che era ed è contro Berlusconi, ma scegliendo il cavallo sbagliato: Consorte. E così D’Alema e Fassino vennero massacrati con le solite intercettazioni a orologeria di Repubblica e Corriere della Sera.
Ovviamente, si tratterebbe di una scelta di istintiva simpatia per un politico, che non si è mai piegato (alcuni aggiungono "del tutto"...) davanti a Israele. Ma questa è un’altra storia.
Purtroppo la crisi del Pd è molto più profonda. E consiste nel fatto che il Partito democratico non ha alcuna precisa identità politica. Non è un partito di sinistra ma non è neppure un partito di centro... Non è un partito socialdemocratico, né post-socialdemocratico, né democratico-cristiano o post-democratico-cristiano... Non è laico, non è confessionale... In economia non è favore del mercato ma non è neppure contro... E’ un partito indecisionista.
Pertanto, anche la ricerca di autonomia finanziaria dai poteri forti, perseguita da D’Alema (e all’epoca, ad esempio, osteggiata da Rutelli), sarebbe finita "politicamente" in un nulla di fatto, anche in assenza delle intercettazioni a orologeria. Quando non ci sono idee e programmi, i soldi da soli non possono bastare. Come del resto non può bastare il realismo politico, nudo e crudo, di cui D'Alema resta però maestro indiscusso. Ma anche questa è un'altra storia.
Sulla crisi del Pd, che poi non è solo la crisi di un partito, perché si riverbera quotidianamente su un elettore di sinistra, democratico e riformista ma depresso perché privo di una casa-madre, si è abbattuto l’atto di sciacallaggio politico di Beppe Grillo. Che candidandosi alla segreteria Pd, non ha fatto altro che gettare benzina sul fuoco non solo di un partito ormai allo sbando, ma anche di un elettorato democratico, ancora consistente, che avrebbe bisogno di tutto, eccetto che del qualunquismo di un comico in disarmo.
Complimenti. Berlusconi ringrazia.

Ritanna Armeni, Verso la fine dei quotidiani ?


Prodotto di nicchia. È questo il destino dei quotidiani?
di Ritanna Armeni - 15/07/2009

Fonte: Liberazione
ritanna.jpg
Con la brutalità, ma anche con la chiarezza dei quindicenni, Matthew Robson (foto), in una sconvolgente ricerca sul rapporto fra media e gli adolescenti per la Stanley Morgan, ha detto a proposito della stampa quotidiana che i suoi coetanei «non perdono tempo a sfogliare tante pagine quando possono trovare titoli o sintesi on line». Suscitano scandalo parole che affermano ciò che in molti già sappiamo ma che fatichiamo a pronunciare. In questo caso quelle sulla crisi dei giornali, sulle loro perdite nelle vendite, nella pubblicità e, talvolta, nella credibilità. Su quello che sembra il progressivo, ma inesorabile restringimento della capacità di penetrazione nell'opinione pubblica della stampa quotidiana e settimanale. Matthew Robinson ne ha denunciato lo scarso appeal presso gli adolescenti, ma i dati europei e internazionali parlano di calo delle vendite in generale anche presso gli adulti. Del resto chiunque può fare un'indagine personale. Mentre va al lavoro, prende il bus o la metropolitana, entra nel bar a prendere un caffè, provi a contare quanti hanno in mano un quotidiano. Di quelli che si comprano in edicola, naturalmente, non di quelli distribuiti gratis. Potrà fare una sua personale e veritiera statistica dei lettori della carta stampata.
La crisi è talmente grave che già qualche anno fa l'Economist prevedeva la scomparsa dell'ultimo quotidiano nel 2043. Mentre la situazione dei giornali Usa e la vendita, per far fronte al calo delle vendite e degli introiti, da parte del New York Times della sede, il grattacielo progettato da Renzo Piano, ha reso plasticamente la disfatta della stampa mondiale. Oggi - ci racconta Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera - solo due gruppi editoriali uno inglese, The Economist e l'altro tedesco, quello di Axel Springer l'editore di Bild Zeitung e Die Welt sono in attivo, hanno aumentato il numero delle copie vendute e i ricavi on line. Esiste allora una ricetta per evitare la pronosticata fine della carta stampata? Lo stesso Mucchetti fa notare che le due eccezioni, quella inglese e quella tedesca, hanno conseguito l'obiettivo con due ricette diverse: qualità ed autorevolezza nel caso inglese, giornali popolari e territoriali con concorrenza diretta alla tv nel caso tedesco.
E l'Italia? In Italia non ci si interroga pubblicamente sulla crisi dei quotidiani. Nel momento in cui giornali piccoli e grandi parlano della situazione economica e finanziaria, analizzano nei minimi particolari e senza pietà la crisi dei partiti, discutono sui mali della scuola e dell'università evitano di esprimersi sulle loro difficoltà e di analizzarle come se queste non facessero parte della difficile situazione del Paese.
Pure qualche riflessione sulla stampa italiana e su come la crisi ha già influito su di essa si può cominciare a fare.
I quotidiani in Italia non hanno mai avuto la straordinaria diffusione che c'è stata negli altri Paesi (leggiamo poco) e si sono distinti per essere molto politicizzati e poco popolari. Queste loro caratteristiche unite all'attuale declino hanno già provocato o accentuato un cambiamento. Oggi nessuno osa dirlo ma non esistono grandi giornali nazionali. Esistono solo giornali di nicchia. Nicchie più o meno piccole o più o meno grandi. Una nicchia piccola significa un bacino di 2.000 lettori o meno, una grande di 200mila o poco più, ma questa è già la realtà.
Quali le conseguenze? In questa realtà acquistano paradossalmente un peso maggiore i piccoli giornali il cui ruolo nella formazione dell'opinione pubblica e nella battaglia delle idee ha un peso specifico superiore rispetto ai giornali che sono ritenuti grandi, ma che non hanno poi veramente i numeri per influenzare più di tanto l'opinione pubblica. È, inoltre, già abbastanza evidente che anche quelli che sono ritenuti importanti quotidiani nazionali, proprio perché di nicchia e con una tradizione di politicizzazione, si sono già trasformati. Sono tutti divenuti "secondi giornali" (rispetto all'informazione tv) o giornali-partito. Tutti rappresentano solo una parte ben delimitata della società e dell'opinione pubblica: il centro moderato, la borghesia progressista, il riformismo pluralista, l'intransigenza valoriale, la sinistra, la propaganda berlusconiana, il mondo cattolico più osservante. Tutti per mantenere e non restringere la propria nicchia abbandonano le illusioni dell'obiettività e dell'imparzialità e innalzano una loro bandiera. Tutti dichiarano nei fatti la propria inclinazione a formare oltre che informare. Ecco, la risposta italiana alla crisi non può che partire da qui.
Queste trasformazioni, se riconosciute, vissute e valorizzate, possono non essere del tutto negative. Possono persino aiutare il Paese a uscire da una sorta di apatia intellettuale nella quale è caduto, a ricostruire punti di vista, a condurre battaglie di idee. Possono portare la carta stampata a ben radicarsi nella società seppure in modo diverso da come siamo abituati a pensare. E a dare - nel ridimensionamento - una soluzione alla sua crisi. Non in termini di copie vendute - questo mi pare impossibile - ma di credibilità e di ruolo, di nuova indipendenza. Il coraggio di riconoscere i propri limiti e di giocare su un altro terreno è la condizione indispensabile perché la stampa quotidiana non perda il confronto con l'altra faccia dell'informazione, quella televisiva, che dilaga con notizie e immagini e occupa spazi che la prima non può più coprire. Un' informazione televisiva la cui impronta in Italia è oggi decisamente governativa e berlusconiana. Si tratta di costruire e raccontare dove l'altra spesso nega, distrugge e disgrega, fornire nuovi modi di pensare che forse qualche volta possono apparire minoritari, poi influiscono sull'opinione pubblica. Non so se ci riuscirà o se continuerà a seguire strade ormai superate, ma questa è la nuova sfida.

Antonio Rossiello, il fuoco fatuo di Louis Malle

Le feu follet” (il fuoco fatuo)
di Antonio Rossiello - 15/07/2009
antonio.jpeg
Fonte: Rinascita

L’opera cinematografica “Fuoco fatuo” (Le fou follet) del francese Louis Malle del 1963, è stata tratta dall’omonimo romanzo di Pierre Drieu La Rochelle, e ha rappresentato la combinazione tra una regia classica e la trattazione di argomenti tabù. Si trattò di una co-produzione franco-italiana, il film, di genere drammatico era in bianco e nero e durava 110 minuti. Il cast era formato dal protagonista Maurice Ronet (Alain Leroy), Jeanne Moreau (Eva), Lena Skerla (Lydia), Yvonne Clech (M.lle Farnoux), Jean-Paul Moulinot (dottor La Barbinais), Bernard Noel (Dubourg). Ottenne il premio speciale Leone d’Argento dalla giuria alla XXIII Mostra del Cinema di Venezia del 1963. Nonché il premio critica italiana per miglior film straniero sempre per l’anno 1963 e la “nomination” all’Oscar per il miglior film straniero del 1964.
Emozionante, disperato e lucido. Il film, intimista ed pseudoermetico, racconta gli ultimi due giorni di vita di Alain, un borghese disperato che, distrutto dall’alcool e da una vita in cui non si riconosce più, programma il proprio suicidio. L’azione del romanzo da cui era stato tratto il film si svolgeva alla fine degli anni Trenta, mentre quella del regista era stata trasferita nella Parigi del 1963, come chiosa alla guerra di Algeria. Ronet si è saputo ben identificare con l’infelice protagonista. Alain, trentenne borghese parigino, si risveglia all’alba in un alberghetto di Versailles, dopo aver trascorso la notte con Lydia, un’amica americana della moglie Dorothy da cui è separato. Lydia sta partendo per gli Usa, ma Alain non può accompagnarla all’aeroporto: deve rientrare alla casa di cura del dr. La Barbinais dove sta terminando un trattamento di disintossicazione dall’alcool. Il medico ritiene che la cura è stata efficace e lo incoraggia ad avere un atteggiamento positivo verso la vita. Ma Alain è in piena depressione e in cuor suo medita di farla finita. Assecondando il suggerimento del dr. La Barbinais, si concede un’ultima prova d’appello, il giorno dopo Alain esce dalla clinica e in un bistrot incontra due camionisti dai quali ottiene un passaggio per Parigi. Alain si dà ancora una possibilità, la ricerca di un motivo per andare avanti, un percorso che compie negli ultimi due intensi giorni, cercando nei ricordi, nelle vecchie amicizie che non ritrova, in uno stile di vita che non gli appartiene più, superato dal tempo e dal peso di un’esistenza ormai inadeguata.
Inizia un percorso di ricerca dei vecchi amici con cui ha vissuto importanti esperienze della sua giovinezza. Prima cerca un amico al bar dell’Hotel Quai Voltaire, dove il barman e due cameriere lo salutano festosamente, ma non possono evitare di notarne il degrado fisico. Si reca a casa di Dubourg, il compagno degli anni più intensi, che ha due figlie, una moglie silenziosa e simpatica ed un’attività di ricercatore in Egittologia che lo appaga; Dubourg intuisce il travaglio di Alain, ma, quando questi gli espone la sua decisione estrema, lo prega di accettarsi così come è. Alain vaga per la città. In una galleria d’arte incontra Jeanne, una vecchia amica con cui condivide la critica verso la società borghese e con cui trascorre ore di fittizio sollievo. Jeanne lo porta ad una riunione di suoi amici intellettuali fumatori di droga: uno di questi litiga con Alain e l’incanto si rompe.
Incontra altri vecchi amici, ex camerati della guerra di Algeria, che sono divenuti militanti dell’OAS. Leroy non li condanna né simpatizza con loro: si accorge che il tempo è passato e che anche da loro non può ricevere conforto, li bolla come dei boyscout avventurieri. La giornata si chiude con una cena a casa di altri amici, Cyrille e Solange Lavaux. Momenti di fraterna comprensione si alternano ad altri in cui prevale il cinismo e la vacuità dei discorsi dei commensali. Dopo essersi abbandonato ad uno sfogo lirico in cui esterna il suo insanabile disagio, Alain rientra in clinica. La mattina dopo chiede di non essere disturbato. Termina il romanzo di Francis Scott Fitzgerald che stava leggendo e si spara un colpo di pistola al cuore.
Pur irrompendo nella vita quotidiana, come gli accenni alla guerra di Algeria o la processione dei volti dei passanti davanti al bar all’Odeon, che evoca un mal di vivere esistenzialista, la regia di Malle è rigorosamente classica ed autonoma verso i modelli narrativi della Nouvelle Vague, caratterizzati da fratture e discontinuità. Il suicidio finale, soggetto difficilmente trattato sugli schermi negli anni sessanta, è preventivato dall’inizio nelle intenzioni del regista e del suo soggetto cinematografico, con il protagonista, uno splendido Maurice Ronet, un dandy nella vita, come nel film, che armeggia con la sua pistola di ex-ufficiale mentre, nella sua camera della clinica per alcoolisti, lunghi piani sequenza raccontano, con oggetti e fotografie, della sua storia. Le conversazioni coi vecchi amici, i racconti delle follie giovanili, il commento di una compagnia di omosessuali non lasciano intravvedere altra soluzione a questo disperato viaggio nel passato.
Nel 1924 Drieu aveva pubblicato la sua prima raccolta di racconti, “Plainte contre inconnue”, mentre praticava il gruppo dei surrealisti, divenendo amico dell’artista comunista Louis Aragon, cui aveva dedicato “L’homme couvert de femmes” del 1925, nonché di Jacques Rigaut, il Gonzague personaggio principale di “La Valise vide”, uno dei racconti tratti da “Plainte”.
L’idillio letterario e l’amicizia con i surrealisti finì nell’agosto 1926 con una lettera ad Aragon e ai suoi amici. Se nel 1917 Drieu era stato attratto dal comunismo, ora si mostrava favorevole ad un’Europa forte. Nel 1927 pubblicò due libri, “La suite dans le idees” e “Le jeune europèen” cui fece seguito “Gèneve ou Moscou” e “Bleche”, entrambi del 1928. Saggi in cui fu denunciata la decadenza materialista della democrazia, pur criticando la dottrina hitleriana in “L’Europe contre les patries”.
In seguito al suicidio dell’amico e scrittore surrealista Rigaut, avvenuto il 5 novembre 1929, Drieu scrisse “Adieu a Gonzague” e “Le feu follet” (Fuoco fatuo), stampato nel 1931. “Le feu follet” di Drieu è un breve romanzo di gran spessore emotivo e di grande riuscita letteraria, un romanzo - testimonianza ispirato a quella tragica fine, ma è anche l’affresco di un’epoca tormentata che ebbe in Drieu uno dei suoi più grandi cantori. Il protagonista del romanzo è Alain, il prodotto di una società in abbandono, alla deriva e al tempo stesso un uomo in rivolta, che rifiuta il mondo degradato, svilito e privo di valori “eroici” che lo circonda. Lo scrittore francese analizza scientificamente, con spietatezza e sottigliezza di osservazione, gli ultimi giorni di un uomo che, già sconfitto dagli eventi e dalla droga, ha deciso di compiere l’unico gesto individuale ormai possibile per sfuggire alla menzogna dell’irrealtà quotidiana e per aderire alle cose. Un uomo lacerato, spento e conscio di essersi perduto, trascina la propria quotidianità, perduto negli eventi, nella droga. La sua delicatezza riflessiva e i suoi dinieghi alla sensibilità altrui tesa a redimerlo dal niente. Non vi è rivolta, ultimo atto di volontà è l’incontro con le cose, che spera di rinviare ad un altro incontro con qualcuno che si prenda cura di lui, ma lui stesso lo diserterà.
Drieu inserì molto di se stesso nel protagonista. La frenetica ricerca delle donne e del sesso, la tendenza a farsi mantenere da loro per vivere nella pigrizia e acquisire altre donne, l’osservazione analitica della società che lo circonda e dalla quale non riesce a ricavare nulla se non disgusto per la mancanza di ideali forti. Una triplice orazione funebre, affresco di epoca tormentata, dell’amico, di se stesso, della generazione sopravvissuta, della società francese parigina, dell’alta borghesia, con una pesante eredità di sofferenza, alla Prima Guerra Mondiale. Con Rigaut condivideva il culto di una morte volontaria “Cercate, se ci riuscite, di fermare un uomo che viaggia col suicidio all’occhiello”, “Il mio libro di capezzale è un revolver”. Rigaut si era ucciso a 30 anni con un colpo di pistola, dopo un’accurata toilette, in una stanza dove ogni cosa era stata messa in ordine. Nel romanzo c’è Alain, cioè Rigaut, un personaggio dallo stato ambiguo: personaggio reale (Rigaut), o proiezione di Drieu. Frutto dei caratteri comuni a Rigaut e Drieu, mantenuto da ricche ereditiere americane, Alain disprezza gli amici integrati nella vita borghese e l’ottusa energia dei parvenus. Coltiva una lucida pericolosità tagliente e difficile da maneggiare come una lama senza impugnatura. Non è abbagliato dalla studiata vanità degli intellettuali alla moda, che lo deprimono, come le altre vittime del conformismo. Ama i bei gesti che non producono nulla. Versione nera del dandy di Baudelaire che Drieu aggiorna allo spaesamento di generazionale del dopo Prima Guerra Mondiale. Ogni suo gesto è ribellione al mito del lavoro e della produttività. In questo il fascista rosso Drieu La Rochelle anticipava di cinquant’anni gli slogan della sinistra radicale degli anni di piombo: “Siamo come la gramigna, non lavoreremo mai”. Gioca col fuoco, non vuole aver nulla da perdere e rivendica la libertà di scegliere da solo il momento di uscire di scena. Alain è padrone nel vuoto dell’esistenza della sua pelle, suicidandosi. “La vita non andava abbastanza in fretta per me, io l’acceleravo”. Il suicidio è un paradossale ritorno alla realtà, un atto volontario e libero. In una società ferita e lacerata dalla Prima Guerra Mondiale, incapace di risollevarsi dall’orrore e dal degrado, Alain, ribelle ed anticonformista rifiuta ogni convenzione e non trova più pace né salvezza in niente. Alain è negazione del sistema. Inquietudine, isolamento e claustrofobia pura. Alain e Lydia sono una “bella coppia in rovina”. Lei, americana, sta partendo per Parigi, dopo tre giorni di permanenza, in cui Alain l’ha fissata intensamente, quasi cercando una rivelazione. Lydia vuole sposarlo, sta per ottenere il suo secondo divorzio, è decisa a tentare l’impresa. Alain attende il divorzio da Dorothy, non era abbastanza ricca per mantenerlo. La narrazione è decadente. Alain è definito il corpo di un fantasma; il volto è una bella maschera di cera. I seni di Lydia sono “emblemi dimenticati”; il suo viso sembra “anonimo per via di un eccessivo pallore”. La coppia è sul punto di separarsi: il dialogo frammentato, soggiogato dal silenzio. Alain guarda nel vuoto, senza vederla, è ipnotizzato dal niente. Sedotto dalla morte. Lydia se ne va. Alain è turbato dalla sua partenza ed estenuato dall’assenza di Dorothy. Come Gilles, protagonista de “L’uomo coperto di donne”, cerca una risposta alla sua sofferenza ed al dolore nella vita sentimentale: presente a differenza del suo antecedente edonista, una disperata autocoscienza della vacuità delle sue illusioni. Torna a pensare a sconfiggersi, ad annullarsi con la droga, a ritirarsi in sé stesso, calamitato dal torpore del niente. Si dissolve l’irritazione. L’alterità viene osservata, senza curiosità e senza livore. Un disprezzo impressionante nello sguardo di Alain, disprezzo per sé stesso e per la propria specie. Nella casa di salute del dr. La Barbinais, irride l’intento del medico di appellarsi alla sua volontà per combattere la dipendenza dalla droga: è il consiglio dato da un uomo che è figlio di una scienza che nega la volontà per esaltare i condizionamenti del sistema. “Una razza logorata dalla Civiltà”, non può credere alla volontà, “mito di un’altra epoca”. Parla all’amico Dubourg. Alain si avvicina al suo precipizio, prima che la determinazione pretenda azioni e risoluzione del problema: il male si affronta e si estirpa, a costo di cancellare sé stessi. Dubourg e Alain discutono sulla natura della sua tossicodipendenza. Dirà che non si perde perché si droga, ma che si droga perché si perde; o perché è perduto. E’ una conversazione memorabile, che non risparmia cinismo e spietata franchezza, e manifesta una lucidità corrosiva. La disperazione di Alain annienta. Alain rifiuta il vivere, ha orrore della mediocrità e percepisce la sua vita come inevitabilmente mediocre, non riesce ad accettare le ripetizioni. Alain ricerca disperatamente un motivo di sopravvivenza: liberarsi dalla dipendenza della droga appare un pretesto e non l’obiettivo. Sa già che questo non sarà possibile, la lotta ha in sé un motivo di sconfitta ed un atto di ribellione estremo. L’ultima richiesta di aiuto alla moglie americana separata, Dorothy, è fatta perché questa non risponda all’appello, è volutamente ambigua ed anodina se paragonata alla situazione. La cena, l’ultima, in una ricca casa si trasforma nella rappresentazione del disagio sociale e morale di Alain. Esisto, sono tra di voi ma non mi vedete e non mi accettate perché sono diverso e non posso, non potrò mai essere come voi, sembra dire Alain. La visita all’amico Dubourg, compagno di vizio ora sposato ed avviato verso una tranquilla vita dedicata agli studi di egittologia, alla moglie insignificante e alla due figlie, presso cui non trova alcun conforto e vede solo la mediocrità di un’esistenza incentrata su inutili presunzioni come la scrittura. L’ultimo peregrinare per le vie di una Parigi deserta con un amico e poi la decisione.
Il furore introspettivo è la cifra di Drieu narratore elegante, atto a spiarsi e tormentarsi fino all’agonia. Drieu eccentrico, ai margini dei movimenti. Dadaismo e surrealismo (Breton, Eluard, Aragon, Artaud, Bataille) erano le teorie che affascinavano. Drieu non usò tecniche di avanguardia radicale. Non ruppe con la tradizione, ma restò dietro rispetto al punto di rottura: diversamente da Celine e Artaud, viceversa esprimeva un’opera/azione. Drieu si suicidò non per la sconfitta politica, ma per l’insopportabilità di una condizione vertiginosa di decadenza, di una domanda che lo soverchiava, come un avvicinarsi alla morte, vista in una dimensione non certo cristiana, ma profondamente religiosa. In un mondo in cui non si sa essere fedeli neanche alla propria donna amata, a ciò che si ama, perché si è impotenti, miseri, deboli. Il suo pessimismo ormai travalicava gli eventi, alla decadenza borghese e dell’uomo moderno non c’era rimedio, anche la sua ammirazione per il fascismo come per il comunismo scaturiva dall’interrelazione tra due ideologie intercambiabili. “I comunisti sono sempre stati attratti dal fascismo, hanno sempre favorito il suo trionfo sulla democrazia. Il comunismo in Europa è un fratello maggiore del fascismo, un fratello meno fortunato”, (14 marzo 1940). “Il conservatorismo borghese ha corrotto il fascismo dall’interno. I marxisti avevano ragione: il fascismo in fondo non è stato che una difesa borghese. L’amara, cruenta consolazione di uomini come me consiste nel pensare che, senza il fascismo, la borghesia perirà. Adesso (e questo è vero da un anno) tutti i miei voti sono per il comunismo. Qualsiasi cosa purché la borghesia perisca” in “Diario 1939-1945”, 27 luglio 1943. Il suo nemico è il liberal-liberismo.
L’azione del romanzo copre l’arco di un giorno e di una notte e rappresenta la ricerca affannosa del senso nella vita, è la confessione di Drieu, che nel ‘45 attuerà il suicidio. Alain si uccide, col disprezzo per il mondo, dal sapore nietzschiano del “Così parlò Zarathustra’’. Perché nella vita solo la passione è una cosa bella, e si esprime con l’omicidio degli altri e di se stessi.
Drieu aveva affascinato Malle che aveva rinunciato sviluppato una sceneggiatura basata su questo meccanismo: usare il romanzo di Drieu come paravento per parlare della propria motivazione drammatica, mentre lo stesso Drieu lo aveva usato quale “schermo” del proprio travaglio unito al legame con Jacques Rigaut anche lui suicida.
La trasposizione di Malle è colta, commossa senza ricorsi al pietismo e senza essere letteraria, è tenera senza indulgenze. La fatica di adattare la vicenda ed il personaggio, non attuali, al 1963, la vicina guerra d’Algeria. Il rapporto tra Alain e la realtà fa intravvedere la riposta moralità di un’opera e di un suo autore; in una visione disperata, ma non di un mondo senza valori, ma di un uomo che non riesce, per una malformazione a scoprirli, pur sentendone la presenza e sapendo che quei valori rendono degna la vita di un uomo. L’insicurezza e la mediocrità del tempo di Malle, nel ritratto del protagonista, elaborazione che attualizza l’esperienza di Alain, in una Francia gaullista e conservatrice, chiamando in causa altri temi dell’angoscia del suo tempo, dall’incomunicabilità alla noia, il tedium vitae, decadente e paradannunziano, di Drieu La Rochelle ed i viaggi in fondo alla notte di Scott Fitzgerald o le nevrosi disperate ed impotenti di Marilyn Monroe. Noi spettatori assistiamo, identificandoci con il protagonista, alla lenta decomposizione di un uomo-ombra che, guarito solo in apparenza dal vizio dell’alcool ma non dal male di non riuscire a maturare, errabonda per un giorno da un incontro deludente all’altro, alla ricerca di uno stimolo per non uccidersi. Oltre ad essere un capolavoro del cinema mondiale, “Le feu follet”, fa parte di quelle rare opere esistenziali, sconvolgenti e necessarie che ci aiutano a capire dal di dentro il male di vivere; sarebbe piaciuto all’anima sensibile del suicida Cesare Pavese, che aveva scritto “Il mestiere di vivere”, ed aveva militato sia nel fascismo che nell’antifascismo.

Eutanasia per Downes e signora

I FIGLI: HANNO DECISO DI PORRE FINE ALLA LORO VITA E NON LOTTARE CON SERI PROBLEMI DI SALUTE

Svizzera: eutanasia per Downes , celebre direttore d'orchestra, e per sua moglie
L'uomo 85 anni era diventato quasi cieco e sordo, ma la donna, 74 anni, forse non era neanche malata
eutanasia .jpeg
ZURIGO - Una decisione che farà discutere e riaprirà il dibattito sulla necessità di regolamentare (o proibire) l'eutanasia almeno a livello europeo. Il direttore d’orchestra inglese Edward Downes e sua moglie Joan hanno scelto di morire con il suicidio assistito nella clinica di Zurigo gestita dall’associazione Dignitas. Secondo un comunicato oggi diramato dalla famiglia, il musicista 85enne e la moglie di 74 anni sono morti «pacificamente e in circostanze da loro scelte». Downes, secondo la famiglia, era ormai quasi cieco e sempre più sordo; la moglie, ex ballerina, coreografa e producer televisiva, lo assisteva da anni. «Dopo 54 felici anni insieme, hanno deciso di porre fine alla loro vita piuttosto che lottare con seri problemi di salute» scrive la famiglia. L’associazione Dignitas rifiuta di commentare.


SUICIDIO ASSISTITO - Il suicidio assistito è illegale come l’eutanasia in Gran Bretagna, ma i tribunali britannici generalmente non condannano i parenti che aiutano i familiari malati a compiere l’ultimo viaggio all’estero. Downes, nato nel 1924, lavorò per oltre 50 anni alla Royal Opera House e per la BBC Philharmonic Orchestra. Fu direttore musicale della Australian Opera, inaugurò il teatro dell’Opera di Sydney nel 1973. Nel 1991 fu insignito del titolo di baronetto dalla regina Elisabetta II. Non è chiaro ancora se la moglie, di diversi anni più giovane, soffrisse di qualche infermità. La famiglia - i figli Caractacus e Boudicca - annunciano che non vi sarà funerale


14 luglio 2009

Pier Francesco Borgia, Milo Manara e gli Etruschi

da IL GIORNALE , 15 LUGLIO 2009

Gli Etruschi diventano "moderni" grazie ai fumetti di Milo Manara
di Pier Francesco Borgia
pier francesco.jpeg
Se ancora resistono molti interrogativi circa la provenienza e la formazione della cultura etrusca, è innegabile l'influenza esercitata sulla civiltà romana e sulla cultura latina. E siccome l'immaginario si nutre di miti, leggende e - in tempi a noi vicini - di forme d'arte popolare come il fumetto, appare quasi naturale il matrionio tra archeologia e disegni animati che si celebra in questi giorni al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma. Fino al 25 ottobre, il museo ospita la mostra «Etruscomix, l'Etruria in fumetto», realizzato con la partecipazione della Regione Lazio, organizzato da Civita e Comicon (Salone Internazionale del Fumetto).
Sei celebri fumettisti sono stati coinvolti in un'operazione affatto nuova. Sono stati invitati a soggiornare per un certo periodo in tre dei luoghi simbolo della civiltà etrusca per ammirarne i tesori e per sviluppare quindi una serie di storie a fumetti che proprio da questa forte suggestione prendessero l'avvio.
Le loro tavole inedite che intendono celebrare le bellezze di un territorio ricco di storia e suggestioni dialogano armoniosamente con i reperti archeologici del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Manifesto simbolo della mostra è la tavola realizzata dal grande Milo Manara, illustratore e autore di storie a fumetti noto in tutto il mondo per il fascino sensuale delle sue tavole.
I sei artisti, Francesco Cattani, Marino Neri, Paolo Parisi, Michele Petrucci, Alessandro Rak, Claudio Stassi, hanno concentrato la loro attenzione su tre luoghi, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, la Necropoli e il Museo di Cerveteri e la Necropoli e il Museo di Tarquinia. Gli autori invitati, due per ogni sede scelta, si sono così immersi per una settimana, fisicamente e metaforicamente, nella cultura e nei luoghi dell'Etruria; il periodo di residenza e lo studio delle sedi hanno suscitato in loro la scintilla creativa per ideare fumetti inediti, ispirati dall'enorme bagaglio storico e culturale col quale sono stati in contatto.
Nelle sedi di Cerveteri e Tarquinia, le stesse immagini in mostra a Roma, saranno riprodotte su pannelli ed inserite nei rispettivi Musei, contaminando in maniera artistica il percorso di visita, che in alcuni punti chiave mirerebbe a far rivivere ai visitatori le stesse sensazioni provate dall'autore.

Francesco Alberoni, La rivoluzione del creare

da IL CORRIERE DELLA SERA

Dalla gioventù alla maturità creare resta una rivoluzione
alberoni 4.jpeg
Sono i giovani che producono il cam biamento nel campo del gusto e del costume. Lo producono giocando, facen do quello che gli piace, che li diverte, sen za domandarsi che conseguenze avrà su loro stessi, sugli altri e nel futuro. Non si può nemmeno dire che rischiano per ché non hanno ancora posizioni costitui te da difendere, relazioni istituzionali da infrangere. Nel secolo scorso sono stati i giovani ad animare i movimenti nazionalisti, comunisti, fascisti e nazi sti. E negli ultimi cinquant’anni a deter minare le mode musicali, dell’abbiglia mento e molte tendenze del gusto e della morale.

Ma altre trasformazioni non possono farle loro perché richiedono un sapere che si acquista con gli anni. Nella scien za, nella filosofia, nella letteratura, nel cinema i contributi più significativi, più rivoluzionari, vengono dati nella matu rità. Un’età in cui siamo più autocritici, temiamo di sbagliare. Pensiamo che Vir­gilio ad un certo punto voleva addirittu ra distruggere la sua «Eneide». Galileo ha riflettuto a lungo prima di pubblica re il «Dialogo sui massimi sistemi» non solo perché prevedeva reazioni negative da parte della Chiesa, ma anche perché, come scienziato, voleva avere prima pro ve inoppugnabili. Ma l’adulto ha anche dei dubbi morali perché si domanda qua le effetto può avere la sua opera sugli al tri. Freud è stato a lungo indeciso se pubblicare «Mosè e il monoteismo» per ché si rendeva conto che il libro poteva ferire gli ebrei in un periodo in cui subi vano una spaventosa persecuzione. Per ciò lo ha pubblicato solo nel 1938, appe na prima di morire.


Nel campo scientifico lo studioso è fe lice quando sa che la sua opera ha effet ti benefici, come è accaduto a Fleming con la scoperta della penicillina. Ma quando ha effetti negativi o devastanti se ne sente responsabile. Oppenheimer, dopo aver diretto il progetto Manhattan che ha creato la bomba atomica, ha avu to una gravissima crisi morale. Nel cam po filosofico e letterario un autore che scrive un’opera rivoluzionaria la pubbli ca solo quando si è convinto che vale e non appartiene più a lui stesso, ma al mondo. Nabokov non sapeva decidersi a dare alle stampe il suo capolavoro «Lo lita ». Lawrence era incerto se pubblica re «L’amante di Lady Chatterley», che gli avrebbe procurato critiche di ogni ti po. In sostanza l’autore adulto, a diffe renza del giovane, esercita un autocon trollo e talvolta una autocensura che in certi casi è opportuna, ma che può an che inibirlo nei momenti più creativi.

Francesco Alberoni
14 luglio 2009

1 2 3 4 5 6 7 8 Prossimo