venerdì, 27 gennaio 2012
Gigi Roggero, La forza e la paura
- Venerdì 27 Gennaio 2012
La forza e la paura
In primo piano
di Gigi Roggero
Il rancore, si sa, è una passione triste. C’è chi ci costruisce sopra una carriera da magistrato, chi una carriera da politico: negli ultimi quarant’anni in Italia le due cose hanno iniziato ad andare insieme e a confondersi. Lasciare la bandiera della lotta alla magistratura a Berlusconi è uno dei crimini dell’anti-berlusconismo. E così rieccoci: riavvolto il nastro, la canzone è sempre la stessa, perché è l’unica musica che conoscono. Servi della propria impotenza, il Partito dei Caselli usa il solo linguaggio che possiede, quello del rancore appunto, della passione triste che si è fatta Stato. Chi è interessato a trovare i motivi dell’ingloriosa fine della sinistra nella provincia italiana, li cerchi innanzitutto qui dentro.
Gli articoli dei giornali erano già pronti, pochi minuti dopo il blitz contro il movimento no-Tav i siti sono già pieni di nomi e dettagli. Il Partito di Repubblica, amico fraterno e integrato con quello dei Caselli, parla di film e piani, di attori e registi occulti. Un paio di settimane fa uno striscione di una curva recitava: “Acab: peccato per la trama, il titolo era simpatico”. In questo caso, invece, trama e titoli sono entrambi scontati. Era nell’aria, si è subito commentato, proprio perché il Partito dei Caselli non sa fare altro. Una quota di un’“area”, una quota di un’altra, qualche figura da dare in pasto ai media, e il teorema è fatto. Che cosa vi lamentate, dice il procuratore di partito, non è un’operazione contro la Valle perché solo tre sono di là. Come se il movimento no-Tav fosse un’entità geografica e non un processo politico. Da un lato, lo si accusa di essere Nimby, emblema dell’egoismo del proprio cortile; dall’altro, lo si accusa dell’esatto contrario, cioè di essersi generalizzato. Dalla Valle rispondono subito e senza esitazioni: il movimento no-Tav non ha confini, non bisogna avere la carta d’identità per parteciparvi, perché è un movimento che ha unificato metropoli e montagna parlando il linguaggio del comune.
Non solo: proprio per questo, dicono i no-Tav, il periodo degli arresti non è casuale. La crisi si approfondisce, insorgenze e movimenti occupano le piazze globali, in Italia differenti pezzi del lavoro danno vita a lotte, eterogenee e complesse, spesso di difficile lettura, che però certamente mettono a nudo la paura di chi non riesce più a governare una composizione sociale tendenzialmente unificata da un processo di impoverimento complessivo. E non è casuale nemmeno la natura dell’attuale governo: coperto dalla supposta neutralità del suo ruolo “tecnico”, estraneo alla necessità di guadagnare voti, dispensato dal problema del consenso dalla santa alleanza con partiti, rappresentanze delle mediazioni sociali e delle corporazioni, l’esecutivo Napolitano-Monti ha mano libera. Così, la ministra dell’interno Cancellieri mette in guardia dal sottovalutare i pericoli che le proteste nascondono in grembo, i pescatori vengono manganellati, a catalogare i forconi come fascisti e mafiosi ci pensa direttamente la sinistra. Anche la repressione delle lotte deve diventare una questione tecnica da affidare a chi ha le competenze e il merito per farlo. E il Partito dei Caselli fa il suo solito, sporco e ripetitivo lavoro.
Il movimento no-Tav, come altri movimenti, esemplifica questa composizione sociale, la accoglie e ne è espressione. Per questo fa paura. Come arrestarlo? La divisione tra buoni e cattivi, tra valligiani e cittadini, è come abbiamo visto subito fallita. E allora ecco l’altra arma retorica: sono stati colpiti i leader. Ai nomi ci pensa l’apparato del Partito dei Caselli: qui si agitano e schiamazzano mezze figure – non facciamo, in questa sede, i loro nomi affamati di notorietà – che, nonostante i loro servigi alla questura, non riescono a diventare famosi. Uno stipendio sì lo hanno, alla faccia degli sprechi che vogliono tagliare sulla pelle dei lavoratori, un posto da onorevole non si nega a nessuno in cambio dell’adeguato servilismo, e oggi esultano: “un’operazione eccellente, finalmente lo Stato ha risposto in modo forte e chiaro, troppo si è tollerato, perfino che si proclamasse una repubblica autonoma!”. Ma, poveracci, facciano tutti i nomi che vogliono, anche questo proprio non funziona. Imprigionati nel culto dello Stato, pensano che le forme di organizzazione moltitudinaria si specchino nelle strutture della rappresentanza e della sovranità: decapitandone la testa, si bloccherà il corpo. Non si rendono conto che davanti e tutto intorno c’è un’idra che non si fa trovare dove la cercano e colpisce quando meno se lo aspettano. “Siamo tutti leader”, gridano da Occupy Wall Street alla Val di Susa, ma loro sono strutturalmente incapaci di sentire.
Se la sinistra vuole avere ancora qualcosa da dire, dovrebbe innanzitutto fare piazza pulita di questi cadaveri. Guardare dove c’è la vita delle repubbliche autonome, non la puzza di putrefazione. E invece silenzio di chi dovrebbe prendere parola contro gli arresti, mentre parlano coloro che dovrebbero essere messi definitivamente a tacere. La verità è che chi da ieri all’alba si trova in carcere è libero, chi ce lo ha messo è prigioniero. Prigioniero del proprio passato, della propria servitù, della propria impotenza. Questa è la retata della paura di fronte alla forza: non gli resterà in mano nulla, se non la loro miseria. A noi, invece, resta quel sorriso di Giorgio portato via in manette. Più di tante parole, con tranquillità, ecco la certezza che ci accompagna: non ci prenderete mai.
Pubblicato in NO TAV&BENI COMUNI
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16:22
Scritto da: mangano1
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ALL'OMBRA DEL DIO MAMMONA, UNA BENEDETTA CORRUZIONE
Sul Vaticano, in Piazza san Pietro, il "Logo" del Grande Mercante!!! Il teologo Ratzinger scrive da papa l’enciclica "Deus caritas est" (2006) e, ancora oggi, nessuno ne sollecita la correzione del titolo. Che lapsus!!! O, meglio, che progetto!!!
ALL'OMBRA DEL DIO MAMMONA, UNA BENEDETTA CORRUZIONE. Una nota di Marco Lillo e la lettera di denuncia di Mons. Carlo Maria Viganò - con alcuni appunti
Furti nelle ville pontificie coperti dal direttore dei Musei Vaticani, monsignor Paolo Nicolini. E poi fatture contraffatte all’Università Lateranense a conoscenza addirittura dell’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per l’evangelizzazione. E ancora: interessi del monsignore in una società che fa affari con il Vaticano ed è inadempiente per 2,2 milioni di euro. Ammanchi per centinaia di migliaia di euro all’Apsa - rivelati dal suo stesso presidente - e frodi all’Osservatore, rivelate da don Elio Torregiani, ex direttore generale del giornale. C’è tutto questo nella lettera (...)
a c. di Federico La Sala
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Benedetta corruzione
di Marco Lillo (il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2012)
Furti nelle ville pontificie coperti dal direttore dei Musei Vaticani, monsignor Paolo Nicolini. E poi fatture contraffatte all’Università Lateranense a conoscenza addirittura dell’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per l’evangelizzazione. E ancora: interessi del monsignore in una società che fa affari con il Vaticano ed è inadempiente per 2,2 milioni di euro. Ammanchi per centinaia di migliaia di euro all’Apsa - rivelati dal suo stesso presidente - e frodi all’Osservatore, rivelate da don Elio Torregiani, ex direttore generale del giornale.
C’è tutto questo nella lettera che Il Fatto pubblica oggi. I toni e i contenuti sono sconvolgenti per i credenti che hanno apprezzato gli appelli del Papa. “Maria ci dia il coraggio di dire no alla corruzione, ai guadagni disonesti e all’egoismo” aveva detto nel giorno dell’Immacolata del 2006 Ratzinger. Eppure il Papa non ha esitato a sacrificare l’uomo che aveva preso alla lettera quelle parole: Carlo Maria Viganò, l’arcivescovo ingenuo ma onesto, approdato alla guida dell’ente che controlla le gare e gli appalti del Vaticano. La lettera di Viganò è diretta a “Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato della Città del Vaticano”, praticamente al primo ministro del Vaticano.
Quando scrive a Bertone l’8 maggio del 2011, Viganò è ancora il segretario generale del Governatorato. Ed è proprio dopo questa lettera inedita, e non dopo quella del 27 marzo già mostrata in tv da Gli intoccabili, che Viganò viene fatto fuori. La7 si è occupata mercoledì scorso della lotta di potere che ha portato alla promozione-rimozione di Viganò a Nunzio apostolico negli Usa.
L’arcivescovo-rinnovatore aveva trovato nel 2009 una perdita di 8 milioni di euro e aveva lasciato al Governatorato nel 2010 un guadagno di 22 milioni (34 milioni secondo altri calcoli). Nonostante ciò è stato fatto fuori da Bertone grazie all’appoggio del Papa e del Giornale di Berlusconi.
A questa faida vaticana è stata dedicata buona parte della trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi che, nonostante lo scoop, si è fermata al 3,4% di ascolto. In due ore sono sfilati anche il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, un uomo del Vaticano in Rai, Marco Simeon e il vice di Viganò al Governatorato, monsignor Corbellini. Sono state poste molte domande sulle lettere scritte prima e dopo ma non su quella dell’8 maggio che è sfuggita agli Intoccabili. Peccato perché proprio in questa lettera si trovano storie inedite che coinvolgono nella parte di testimoni o vittime di accuse anche diffamanti, gli ospiti di Nuzzi.
E peccato anche perché nella lettera ci sono molte risposte (di Viganò ovviamente) ai quesiti posti da Nuzzi. Tipo: chi è la fonte del Giornale che ha scatenato la polemica tra Viganò e i suoi detrattori? Oppure: perché Viganò è stato cacciato? Probabilmente dopo la lettera che pubblichiamo sotto era impossibile per il Papa mantenere Viganò al suo posto.
Il segretario del Governatorato non scriveva solo di false fatture e ammanchi milionari. Non lanciava solo accuse diffamatorie sulle tendenze sessuali dei suoi nemici ma soprattutto metteva nero su bianco i risultati di una vera e propria inchiesta di controspionaggio dentro le mura leonine. E non solo spiattellava i risultati, (tipo: la fonte del Giornale è monsignore Nicolini che vuole prendere il mio posto. O peggio: Monsignor Nicolini ha contraffatto fatture e defraudato il Vaticano) ma sosteneva che le sue fonti erano personaggi di primissimo livello come don Torregiani, monsignor Fisichella e monsignor Calcagno.
Infine minacciava : “I comportamenti di Nicolini oltre a rappresentare una grave violazione della giustizia e della carità sono perseguibili come reati, sia nell’ordinamento canonico che civile, qualora nei suoi confronti non si dovesse procedere per via amministrativa, riterrò mio dovere procedere per via giudiziale”. Una minaccia ancora valida nonostante l’oceano separi l’arcivescovo dalla Procura. Anche perché il telefonino di Viganò continua a squillare a vuoto.
Carte di credito, fatture false, traffici e complotti
di Carlo Maria Viganò (il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2012)
Domenica, 8 maggio 2011
Sua Eminenza Reverendissima
Il Sig. Card. Tarcisio Bertone,
Segretario di Stato Città del Vaticano.
Nella lettera riservata che Le avevo indirizzato il 27 marzo 2011, che affidai personalmente al Santo Padre attesa la delicatezza del suo contenuto, affermavo di ritenere che il cambiamento cosi radicale di giudizio sulla mia persona che Vostra Eminenza mi aveva mostrato nell’Udienza del 22 marzo scorso non poteva essere frutto se non di gravi calunnie contro di me ed il mio operato (....) ed ora, dopo le informazioni di cui sono venuto in possesso, anche in sincero e fedele sostegno all’opera di Vostra Eminenza, a Cui è affidato un incarico così oneroso ed esposto a pressioni di persone non necessariamente ben intenzionate (....) con tale spirito di lealtà e fedeltà che reputo mio dovere riferire a Vostra Eminenza fatti e iniziative di cui sono totalmente certo, emerse in queste ultime settimane, ordite espressamente al fine di indurre Vostra Eminenza a cambiare radicalmente giudizio sul mio conto, con l’intento di impedire che il sottoscritto subentrasse al Card. Lajolo come Presidente del Governatorato, cosa in Curia da tempo a tutti ben nota. Persone degne di fede hanno infatti spontaneamente offerto a me e S.E. Mons. Corbellini, Vice Segretario Generale del Governatorato, prove e testimonianze dei fatti seguenti:
1. Con l’avvicinarsi della scadenza di detto passaggio di incarichi al Governatorato, nella strategia messa in atto per distruggermi agli occhi di Vostra Eminenza, vi è stata anche la pubblicazione di alcuni articoli, pubblicati su Il Giornale, contenenti calunniosi giudizi e malevole insinuazioni contro di me. Già nel marzo scorso, fonti indipendenti, tutte particolarmente qualificate - il Dott. Giani (Domenico Giani, ex finanziere ed ex agente dei servizi segreti italiani nel Sisde poi nominato direttore dei servizi di sicurezza e Ispettore Capo della Gendarmeria del Vaticano Ndr) il Prof. Gotti Tedeschi (Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello IOR, l’istituto finanziario del Vaticano, Ndr) il Prof. Vian (Gian Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano Ndr) e il Dott. Andrea Tornielli, all’epoca Vaticanista di Il Giornale, - avevano accertato con evidenza uno stretto rapporto della pubblicazione di detti articoli con il Dott. Marco Simeon, almeno come tramite di veline provenienti dall’interno del Vaticano. A conferma, ma soprattutto a complemento di tale notizia, è giunta a S.E. Mons. Corbellini e a me la testimonianza, verbale e scritta, del Dott. Egidio Maggioni (ex presidente della società pubblicitaria SRI, Socially Responsible Italia Spa in rapporti di affari con il Vaticano Ndr), persona ben introdotta nel mondo dei media, ben conosciuta e stimata in Curia, fra gli altri, dal Dott. Gasbarri (direttore amministrativo di Radio Vaticana, Ndr), da S.E. Mons. Corbellini e da Mons. Zagnoli, già responsabile del Museo Etnologico-Missionario dei Musei Vaticani. Il Dott. Maggioni ha testimoniato che autore delle veline provenienti dall’interno del Vaticano è Mons. Paolo Nicolini, Delegato per i Settori amministrativo-gestionali dei Musei Vaticani. La testimonianza del Dott. Maggioni assume un valore determinante in quanto egli ha ricevuto detta informazione dallo stesso Direttore de Il Giornale, Sig. Alessandro Sallusti, con il quale il Maggioni ha una stretta amicizia da lunga data. 2. L’implicazione di Mons. Nicolini, particolarmente deplorevole in quanto sacerdote e dipendente dei Musei Vaticani, è confermata dal fatto che il medesimo Monsignore, il 31 marzo scorso, in occasione di un pranzo, ha confidato al Dott. Sabatino Napolitano, Direttore dei Servizi Economici del Governatorato, nel contesto di una conversazione fra appassionati di calcio, che prossimamente oltre che per la vittoria del campionato da parte dell’lnter (previsione errata purtroppo, Ndr), si sarebbe festeggiata una cosa ben più importante, cioè la mia rimozione dal Governatorato. (...)
3. Sul medesimo Mons. Nicolini sono poi emersi comportamenti gravemente riprovevoli per quantosi riferisce alla correttezza della sua amministrazione, a partire dal periodo presso la Pontificia Università Lateranense, dove, a testimonianza di S.E. Mons. Rino Fisichella (presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione Ndr) furono riscontrate a suo carico: contraffazioni di fatture e un ammanco di almeno settantamila euro. Cosi pure risulta una partecipazione di interessi del medesimo Monsignore nella Società SRI Group, del Dott. Giulio Gallazzi, società questa attualmente inadempiente verso il Governatorato per almeno due milioni duecentomila euro e che, antecedentemente aveva già defraudato L’Osservatore Romano, come confermatomi da Don Elio Torreggiani (direttore generale della Tipografia Vaticana Ndr) per oltre novantasettemila Euro e I’A.P.S.A., per altri ottantacinquemila, come assicuratomi da S.E. Mons. Calcagno (presidente dell’Apsa, l’Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede, Ndr). Tabulati e documenti in mio possesso dimostrano tali affermazioni e il fatto che Mons. Nicolini è risultato titolare di una carta di credito a carico della suddetta SRI Group, per un massimale di duemila e cinquecento euro al mese.
4. Altro capitolo che riguarderebbe sempre Mons. Nicolini concerne la sua gestione ai Musei Vaticani. (...) volgarità di comportamenti e di linguaggio, arroganza e prepotenza nei confronti dei collaboratori che non mostrano servilismo assoluto nei suoi confronti, preferenze, promozioni e assunzioni arbitrarie fatte a fini personali; innumerevoli sono le lamentele pervenute ai Superiori del Governatorato da parte dei dipendenti dei Musei (...).
5. Poiché i comportamenti sopra descritti di Mons. Nicolini, oltre a rappresentare una grave violazione della giustizia e della carità, sono perseguibili come reati, sia nell’ordinamento canonico che civile, qualora nei suoi confronti non si dovesse procedere per via amministrativa, riterrò mio dovere procedere per via giudiziale.
6. Per quanto riguarda il Dott. Simeon, pur essendo per me più delicato parlarne atteso che dai media risulta essere persona particolarmente vicina a Vostra Eminenza, non posso tuttavia esimermi dal testimoniare che, da quanto personalmente sono venuto a conoscenza in qualità di Delegato per le Rappresentanze Pontificie, il Dott. Simeon risulta essere un calunniatore (nel caso a mia precisa conoscenza, di un sacerdote) e che lui stesso è OMISSIS Ndr. Tale sua OMISSIS, Ndr mi è stata confermata da Prelati di Curia e del Servizio Diplomatico. Su questa grave affermazione che faccio nei confronti del Dott. Simeon sono in grado di fornire i nomi di chi è a conoscenza di questo fatto, compresi Vescovi e sacerdoti.
7. A tale azione di denigrazione e di calunnie nei miei confronti ha contribuito anche il Dott. Saverio Petrillo, che si è sentito ferito nel suo orgoglio per un’inchiesta condotta dalla Gendarmeria Pontificia - atto questo dovuto a seguito di un furto avvenuto l’anno scorso nelle Ville Pontificie di cui il medesimo Dott. Petrillo non aveva informato né i Superiori del Governatorato né la Gendarmeria. A provocare poi una sua ulteriore reazione contro di me, è stata la decisione presa dal Presidente Cardinale Lajolo (e non da me), di affidare la gestione delle serre delle Ville al Sig. Luciano Cecchetti, Responsabile dei Giardini Vaticani, con l’intento di creare una sinergia fra le esigenze di questi ultimi e lerisorsedisponibilinelleVillePontificie, il cui debito di gestione annuale raggiunge i 3 milioni e mezzo di euro.
8. Non stupirebbe poi nessuno se anche qualche altro Direttore del Governatorato avesse voluto formulare delle critiche nei miei confronti, attesa l’azione incisiva di ristrutturazione, di contenimento degli sprechi e delle spese, da me operata secondo i criteri di una buona amministrazione, le indicazioni datemi dal Cardinale Presidente e i consigli gestionali della società consulente McKinsey. Non ho tuttavia prove in tale senso (...) Ritengo quanto sopra esposto sufficiente per dissipare le menzogne di quanti hanno inteso capovolgere il giudizio di Vostra Eminenza sulla mia persona, sull’idoneità a che abbia a continuare la mia opera al Governatorato (....) Ho ritenuto mio dovere farlo, animato dallo stesso sentimento di fedeltà che nutro verso il Santo Padre.
Venerdì 27 Gennaio,2012 Ore: 10:56
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Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 27/1/2012 12.27
Titolo:Veleni sulla finanza vaticana e la Santa Sede attacca La7
Veleni sulla finanza vaticana e la Santa Sede attacca La7
di Marco Ansaldo (la Repubblica, 27 gennaio 2012)
C'è chi parla di legittima difesa, e chi invece di autogol mediatico. Quel che è certo, ora, è che la minaccia di azioni legali partita dal Vaticano contro il programma "Gli intoccabili", de La7, trasmesso mercoledì sera sui misteri della finanza nella Santa Sede, finirà per portarsi dietro una serie di contraccolpi a tutti i livelli.
Ieri il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha diffuso
una nota ufficiale e dichiarato che su «alcune accuse anche molto gravi» fatte in diretta «nei confronti dei membri del Comitato finanza e gestione del Governatorato e della Segreteria di Stato», la stessa Segreteria di Stato e il Governatorato sono impegnati «a perseguire tutte le vie legali per garantire l'onorabilità di persone moralmente integre».
Che cosa è successo? "Gli intoccabili" ha mostrato una lettera inviata il 27 marzo 2011 al Papa da monsignor Carlo Maria Viganò, allora segretario generale del Governatorato, cioè l'ente che si
occupa della gestione economica della Città del Vaticano. Nella missiva l'alto prelato, un anno e mezzo prima chiamato dallo stesso Benedetto XVI a rimettere in sesto le finanze dello Stato, avvertiva il Pontefice di una manovra di corridoio per rimuoverlo. «Un mio trasferimento - scriveva Viganò a Joseph Ratzinger - provocherebbe smarrimento in quanti hanno creduto fosse possibile risanare tante situazioni di corruzione e prevaricazione». Il monsignore, sfrondando le spese, era riuscito a dimezzare le perdite, giunte nel 2009 a 8 milioni di euro, arrivando a 34,4 di avanzo.
Sotto accusa un «comitato finanza e gestione composto da alcuni grandi banchieri, i quali sono risultati fare più il loro interesse che i nostri». Nel mirino 4 pezzi da novanta: Pellegrino Capaldo, Carlo Fratta Pasini, Ettore Gotti Tedeschi e Massimo Ponzellini.
L'epilogo è noto: lo scorso 18 ottobre Viganò fu nominato dal segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, quale nuovo nunzio apostolico a Washington, una destinazione in ogni caso di grande prestigio. Ma l'incarico - apparso ad alcuni in realtà come una
rimozione ("promoveatur ut amoveatur") - venne accompagnato nelle Segrete stanze da malumori, sfociati in una lettera di minacce anonime indirizzata a Bertone.
Missiva finita sui giornali e attribuita a un misterioso "Corvo".
Nella trasmissione alcuni intervistati, comparsi senza nome, hanno parlato di attacchi a Viganò provenuti da fornitori che avevano visto dimezzati o cancellati i propri contratti in Vaticano. Contratti e appalti in cui, secondo il monsignore, lavoravano sempre le stesse ditte, a costi raddoppiati.
A difendere la Santa Sede, in diretta, era il direttore dell'Osservatore Romano, lo storico della Chiesa Giovanni Maria Vian, in quello che è risultato un botta-e-risposta non privo di asprezze,
durante il quale il responsabile dell'organo ufficiale del Papa ha minacciato di alzarsi e lasciare il programma.
Ieri è stata la volta del portavoce della Santa Sede a reagire. Padre Lombardi ha spiegato che «l'avvicendamento alla guida del Governatorato non intende certamente essere un passo indietro rispetto alla trasparenza e al rigore, ma un ulteriore passo avanti». «Noi abbiamo fatto il nostro dovere di cronisti di individuare documenti - è la replica del conduttore del programma, Gianluigi Nuzzi, autore qualche anno fa del bestseller "Vaticano Spa" (Chiarelettere) -
verificarne l'autenticità e renderli pubblici». E ha proposto di ospitare alla prossima puntata padre Lombardi. Che non ha contestato la lettera incriminata («amarezza per la diffusione di documenti
riservati»), quanto piuttosto lo «stile di informazione faziosa nei confronti del Vaticano e della Chiesa cattolica».
16:11
Scritto da: mangano1
in la critica,il punto | Link permanente | Commenti (0)
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Poliscritture, Un dibattito sul revisionismo storico
Felice Accame introduce un dibattito sul Revisionismo storico alla libreria Odradek
in occasione della pubblicazione di "Poliscritture" n. 8. Partecipano Ennio Abate e la redazione.
Dall'editoriale
Quando si fanno le revisioni? Quando si prendono batoste e si è nella condizione degli sconfitti. Si fanno, forse, le revisioni quando si è giovani? Ma siamo matti. Allora si fanno le ribellioni. Le revisioni le fan-no, le devono fare i “vecchi”, quelli che hanno macinato letture, incontri, manifestazioni, votazioni, delu-sioni, solitudini, emarginazioni politiche e culturali.
E questo numero 8 di Poliscritture ne presenta un bel po’, assieme ad altri materiali: esplicite o travesti-te, di “io” , di “io-noi” o di “io quasi noi”.
Com’è negli intenti della rivista, il tema centrale si distribuisce in una pluralità di generi: poesie, narra-zioni, saggi letterari, storici, politici. Il tutto fa sinfonia o cacofonia? Decidete voi, leggendo quel che vi attira o pignoleggiando di pagina in pagina. Benvenute critiche e osservazioni: quelle con matita rossa o blu, le fraterne, le maliziose, le aggressive o le distaccate.[...] Forse, come diceva Brecht, passeremo il resto della vita a testimoniare inascoltati insieme a pochi altri “qualcosa” che nessuno più crede sia veramente accaduta, “qualcosa” sempre più intraducibile dalla nostra, che sta diventando inevitabilmente «lingua mortua», nella “lingua americanizzata dei vincito-ri” (e dei loro indigeni servi, purtroppo nostri figli e nipoti). Guarderemo la corrente senza poterci più immergere in essa. Perché a noi fa ribrezzo, mentre essi ci sguazzano dentro svagati o meditabondi. È partendo da questi pensieri che «Poliscritture» dovrà ora decidere un nuovo che fare.
15:53
Scritto da: mangano1
in immaginario politico | Link permanente | Commenti (0)
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CORRUZIONE INIMMAGINABILE. I misteri della finanza in Vaticano: le rivelazioni di monsignor Carlo Maria Viganò ...
CORRUZIONE INIMMAGINABILE. I misteri della finanza in Vaticano: le rivelazioni di monsignor Carlo Maria Viganò ...
http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/Ratzinger/Interventi_1327500584.htm
IL NUOVO VANGELO DELLA GERARCHIA DELLA CHIESA DI ROMA: DIO E' IL NOSTRO "TESORO" ("DEUS CARITAS EST": BENEDETTO XVI, 2006)! Il nuovo Dio è "Mammona" ("caritas") e suo figlio è il "Padrone Gesù" ("Dominus Iesus"). Tutta la Curia applaude ....
QUANTA CORRUZIONE IN VATICANO! Le rivelazioni di monsignor Carlo Maria Viganò: «Non avrei mai pensato di trovarmi davanti a una situazione così disastrosa», «inimmaginabile», e per giunta «a tutti nota in Curia». Sui misteri della finanza in Vaticano, una nota di Sergio Rizzo
«Corruzione». La parola è sinonimo di malaffare e degrado morale. Ma se a pronunciarla è un altissimo prelato vicino al Papa, come rivela questa sera «Gli intoccabili», il programma d’inchiesta del giornalista Gian Luigi Nuzzi che va in onda su La7, allora vengono i brividi. Il suo nome: Carlo Maria Viganò, fino a qualche mese fa segretario generale del governatorato del Vaticano, la struttura che gestisce gli appalti e le forniture del più piccolo e potente Stato della Terra.
a c. di Federico La Sala
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I misteri della finanza in Vaticano: le rivelazioni di monsignor Viganò
di Sergio Rizzo (Corriere della Sera, 25 gennaio 2012)
«Corruzione». La parola è sinonimo di malaffare e degrado morale. Ma se a pronunciarla è un altissimo prelato vicino al Papa, come rivela questa sera «Gli intoccabili», il programma d’inchiesta del giornalista Gian Luigi Nuzzi che va in onda su La7, allora vengono i brividi. Il suo nome: Carlo Maria Viganò, fino a qualche mese fa segretario generale del governatorato del Vaticano, la struttura che gestisce gli appalti e le forniture del più piccolo e potente Stato della Terra.
«Corruzione» è proprio il termine che quel monsignore usa per descrivere in una clamorosa lettera a Benedetto XVI l’incredibile situazione che si è trovato davanti dopo aver assunto nel luglio del 2009 il delicatissimo incarico. Una bomba sganciata nelle stanze del potere vaticano il 27 marzo del 2011, nell’estremo tentativo di sventare una manovra di corridoio che culminerà con la sua rimozione.
«Un mio trasferimento provocherebbe smarrimento in quanti hanno creduto fosse possibile risanare tante situazioni di corruzione e prevaricazione», scrive Viganò al Papa. Facendo capire a Joseph Ratzinger di non essere affatto isolato: «I cardinali Velasio De Paolis, Paolo Sardi e Angelo Comastri conoscono bene la situazione».
La storia ricostruita da «Gli intoccabili» ha tutti gli ingredienti di un noir di prim’ordine. Trame misteriose, colpi di scena, testimonianze sconvolgenti. È un terremoto senza precedenti, che fa tremare i vertici delle gerarchie ecclesiastiche. Tutto comincia nel maggio del 2009, quando il Papa decide di affidare la gestione degli appalti al cardinale Giovanni Layolo e a monsignor Viganò, che sostituiscono rispettivamente il cardinale Edmund Casimir Szoka e monsignor Renato Boccardo nei ruoli di presidente e segretario generale del governatorato. Quella struttura è un buco nero: nel 2009 perde 8 milioni di euro. Cifra apparentemente modesta, ma estremamente significativa se rapportata alle dimensioni dello Stato Vaticano.
«Non avrei mai pensato di trovarmi davanti a una situazione così disastrosa», rivela Viganò in un altro scioccante appunto inviato a Ratzinger nella scorsa primavera. Definendola «inimmaginabile», e per giunta «a tutti nota in Curia». Dal pentolone che ha scoperchiato salta fuori l’inverosimile. I servizi tecnici sono un regno diviso in piccoli feudi. In Vaticano opera una cordata di fornitori che non fanno praticamente gare: dentro le mura dello Stato della Chiesa lavorano sempre le stesse ditte, a costi doppi rispetto all’esterno anche perché non esiste alcuna trasparenza nella gestione degli appalti di edilizia e impiantistica. Insomma, una moderna fabbrica di San Pietro che ingoia denaro a ritmi ingiustificati, come dimostra il conto astronomico che viene presentato per il presepe montato nel Natale 2009 a piazza San Pietro: 550 mila euro.
Non bastasse, c’è una situazione finanziaria allucinante: le casse del governatorato subiscono perdite del 50-60%. Per tamponarla, spiega Viganò, la gestione dei fondi è stata affidata a un «comitato finanza e gestione composto da alcuni grandi banchieri, i quali sono risultati fare più il loro interesse che i nostri». Racconta il monsignore che una sola operazione finanziaria nel dicembre 2009 ha mandato in fumo due milioni e mezzo di dollari.
Ma chi fa parte di questo comitato? Nuzzi fa i nomi di quattro pezzi da novanta della finanza italiana. Quelli di Pellegrino Capaldo, Carlo Fratta Pasini, Ettore Gotti Tedeschi e Massimo Ponzellini. Capaldo è l’ex presidente della Banca di Roma: banchiere cattolico apprezzatissimo anche al di fuori degli ambienti ecclesiastici, è attualmente il proprietario della casa vinicola Feudi di San Gregorio.
Fratta Pasini è il presidente del Banco popolare. Gotti Tedeschi, consigliere di amministrazione della Cassa depositi e prestiti, la banca del Tesoro italiano, nonché consigliere della Fondazione San Raffaele di don Luigi Verzé, è il banchiere poi scelto da Ratzinger per guidare lo Ior. Ponzellini è l’ex presidente della Banca popolare di Milano, ma ha ricoperto in passato anche molti incarichi in società del Tesoro, come il Poligrafico dello Stato.
Viganò prende l’incarico maledettamente sul serio. La sua scure colpisce dappertutto: non risparmianemmeno il conto del famoso presepe, tagliato d’emblée di 200 mila euro, né la gestione dei giardini, uno dei capitoli più problematici. Il risultato è che il bilancio del governatorato passa da un deficit di 8 milioni a un utile di 34,4 milioni nel giro di un anno. Ma tanto rigore non gli vale un encomio. Anzi, per lui cominciano i guai. «Viganò si è fatto un sacco di nemici e quei nemici si stanno muovendo nell’ombra per fargliela pagare», è il commento de «Gli intoccabili».
Fatto sta che sul Giornale escono alcuni articoli non firmati, nei quali è contenuto un segnale preciso: il segretario generale del governatorato ha praticamente le ore contate. Ed è proprio quello che accade. Il segretario di Stato Tarcisio Bertone lo solleva dall’incarico, e la decisione fa saltare anche la nomina a cardinale che gli sarebbe stata promessa. Tanto per cambiare la rimozione avviene con il solito meccanismo del promoveatur ut amoveatur. Viganò viene nominato Nunzio apostolico della Santa sede negli Stati Uniti e spedito a Washington. Incarico prestigiosissimo, anche se a 7.228 chilometri di distanza.
A nulla serve l’appello disperato e diretto a Ratzinger. Che anzi si rivela un errore, perché scavalcando Bertone ottiene semmai l’effetto contrario. Ma Viganò non digerisce affatto la decisione e inizia una corrispondenza infuocata con il segretario di Stato. Lettere nelle quali rivendica il risanamento ottenuto «eliminando la corruzione ampiamente diffusa», e chiede di essere messo a confronto con i suoi accusatori in un processo «ai sensi del canone 220 del codice di diritto canonico».
Senza limitarsi alle generiche affermazioni, riferisce il servizio de «Gli intoccabili», punta pure il dito su un personaggio che ritiene abbia avuto un ruolo nella vicenda che lo riguarda: Marco Simeon. Figlio di un benzinaio di Sanremo, è uno degli animatori della cooperativa sociale «Il Cammino», fornitrice di fiori del Papa. Considerato molto vicino a Bertone, è autore di una carriera fulminea, per gli standard italiani. Prima a Capitalia, la ex Banca di Roma di Cesare Geronzi, banchiere con altissime aderenze vaticane. Quindi a Mediobanca, come capo delle relazioni istituzionali, sempre al seguito di Geronzi. Infine alla Rai, dove a quello stesso incarico aggiunge la direzione di Rai Vaticano. Interpellato da Nuzzi, risponde con una risata: «Non ne so assolutamente niente». E forse questo è solo l’inizio.
Mercoledì 25 Gennaio,2012
15:32
Scritto da: mangano1
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GIORNO DELLA MEMORIA: UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA. Il libro degli schizzi di Auschwitz. In 32 fogli il dramma del lager...

GIORNO DELLA MEMORIA: UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA. Il libro degli schizzi di Auschwitz. In 32 fogli il dramma del lager...
http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/storia/Gmemoria_1327408692.htm
UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA. Trentadue disegni, eccoli qui davanti ai nostri occhi di pronipoti smemorati dell´orrore. Sono stati trovati dai curatori del Museo di Auschwitz, l´istituzione internazionale che cura la memoria là a Auschwitz-Birkenau...
Il libro degli schizzi di Auschwitz, The sketchbook from Auschwitz. In 32 fogli il dramma del lager. L´autore è ignoto, sappiamo solo che si firmava «MM». Note e commento di Andrea Tarquini e Miguel Gotor
Non è solo la coincidenza topografica, ossia la contiguità del campo di Birkenau a quello di Auschwitz che fa pensare a Se questo è un uomo di Primo Levi. Le immagini sembrano le ideali quanto pertinenti illustrazioni di quel libro, e in una prossima edizione andrebbero pubblicate insieme (...)
a c. di Federico La Sala
In 32 fogli il dramma del lager
È l´opera di un internato di Auschwitz che nascose il suo fumetto in una bottiglia perché arrivasse a noi
Sono rimasti nascosti in una bottiglia per oltre sessanta anni. Adesso 32 disegni realizzati da un internato anonimo tornano alla luce, documentando la tragica realtà della fabbrica della morte del campo di concentramento Sono pagine straordinarie, tramandate come un reportage perché il mondo non dimentichi
L´autore misterioso si firmava "MM": si preoccupò di conservare i suoi bozzetti tra le fondamenta di una baracca
Sono le immagini dell´orrore che raccontano la separazione tra gli adulti e i bimbi, la prima selezione all´arrivo dei treni
Il documento ora è nel museo del campo di concentramento e sul web, a disposizione di tutti
di Andrea Tarquini Repubblica 24.1.12
Restarono per oltre sessant´anni nascosti in una bottiglia, come l´ultimo appello d´aiuto d´un naufrago, quei disegni che oggi tornano alla luce e ci documentano l´Olocausto in modo drammatico e straordinario. Trentadue schizzi, Auschwitz tramandato come in un reportage, quasi col genio giornalistico che ebbe al fronte in Spagna, e poi con gli Alleati, Robert Capa, l´ebreo ungherese, esule, inventore del fotogiornalismo, ma tutto tramandato solo con una matita, senza fotocamere Leica o Zeiss con cui scattare istantanee. Trentadue disegni, eccoli qui davanti ai nostri occhi di pronipoti smemorati dell´orrore. Sono stati trovati dai curatori del Museo di Auschwitz, l´istituzione internazionale che cura la memoria là a Auschwitz-Birkenau.
Era la fabbrica della morte costruita dalla Germania per ordine di Hitler nella Polonia che il Reich occupò e sognò di cancellare dal mondo. Un documento eccezionale, narra della Shoah fin nei minimi dettagli. Ci tacciono un solo particolare: chi fu mai il coraggioso che al rischio di essere eliminato nei modi più dolorosi e orrendi prese carta e matita per schizzare quelle immagini e lasciarle a noi posteri, sui semplici fogli d´un quaderno da disegno tenuti insieme da una spirale da cui uno a uno i disegni venivano strappati.
The sketchbook from Auschwitz, il libro degli schizzi di Auschwitz, si chiama questo documento eccezionale che ora il museo ha editato. Lo puoi comprare online oppure ordinandolo per telefono o per posta, basta rivolgerti al Memorial Museum Auschwitz-Birkenau (www. en. auschwitz. org). Riaprire gli occhi costa anche poco: 32 zloty, cioè circa 8 euro, è il prezzo del pamphlet curato da Agnieszka Sieradzka. Vale la pena, e ieri Spiegel online (www. spiegel. de) ha diffuso dieci delle trentadue immagini. Scorriamo i disegni dell´ignoto reporter-artista di Auschwitz, e il loro racconto. Affermare che facciano rabbrividire è poco. Nella prima vedi una folla enorme scendere dal treno merci piombato alla "Judenrampe", la rampa di scarico degli ebrei, quella dove finiva il binario davanti all´ingresso di Auschwitz 2-Birkenau. Quasi senti la locomotiva nazista "tipo 52" sbuffare dopo l´arrivo. Vedevano già la sinistra scritta "Arbeit macht frei", il lavoro rende liberi. Soldati delle SS, il fucile Mauser 9 o il mitra MP 38 in pugno, li spingono nella fabbrica della morte.
Sono ancora ben vestiti, dignitosi da crema della borghesia europea, gli ebrei portati là a morire nei modi più orrendi. Vedi donne in cappotti o vestiti decorosi. Un signore anziano sfoggia baffi ben curati, cappello e giacca da sartorie di qualità. Ancor più elegante è un uomo sulla quarantina, abito impeccabile, fazzolettino elegante sulla tasca della giacca, cappello da passeggio e trenchcoat al braccio. Suo figlio, un bel bimbo sui quattro o sei anni vestito alla marinara, lo tiene per mano. In un disegno successivo, il numero due ben numerato come tutti prima di venir nascosto nella bottiglia della memoria dal disegnatore-cronista sconosciuto, l´idillio apparente finisce.
Arrivano le SS, strappano a forza il bimbo dalle braccia del padre. Invano il bimbo urla e piange, il disegno lo rende a perfezione. Le SS lo portano via, insieme a quel signore anziano dai baffi ben curati. È la prima selezione: vecchi, malati e bambini, inutili, perché incapaci di lavorare come forzati in condizioni disumane per la macchina bellica del Reich, vengono portati subito alle "docce", i locali sigillati dai cui sfoghi sul tetto non si diffondeva acqua, bensì il Zyklone-B, il gas letale prodotto dalla modernissima azienda modello IG Farben gloria della Germania. Nel disegno, il camion per portarli via verso l´ultimo destino è già pronto, l´autocarro d´ordinanza Opel Blitz della Wehrmacht (copia nazista del Dodge americano), sembra avere anche il motore già acceso.
Il racconto dell´orrore prosegue, una pagina schizzata dopo l´altra. Ma chi fu mai il deportato che ricordò il talento ed ebbe il coraggio di narrare tutto con i suoi disegni? Non lo sappiamo, forse non lo sapremo mai, dice Jarek Mensfelt, portavoce del Museo di Auschwitz. Il disegnatore misterioso lasciò solo una fragile traccia, un abbozzo di firma: "MM", scritto su ognuno dei disegni. Le iniziali, forse, ma vai a cercare tra i sei milioni e passa di vittime della Shoah. Il deportato "MM" non dedicò mai disegni a se stesso. Si preoccupò soltanto di nasconderli tutti insieme ben ordinati in una bottiglia, e di sotterrarla tra le fondamenta di una baracca del Lager.
Forse nella sua genialità vitale e disperata ebbe un attimo di tempo per scegliere con cura il luogo del nascondiglio: la bottiglia era sotterrata proprio presso una baracca che sorgeva tra le camere a gas e i forni crematori numero 4 e numero 5. Fu scoperta per caso, nel 1947, da un altro ex deportato, Jozef Odi, che dopo la liberazione la consegnò ai custodi del museo. Odi continuò a lavorare per loro fino alla morte, adesso - tra i milioni di oggetti trovati nel territorio dell´orrore, là ad Auschwitz, o tra tutto quanto i nazisti sequestravano a chi scendeva dai treni - la bottiglia della memoria è stata riscoperta.
Il racconto continua, un disegno dopo l´altro. Vedi le SS caricare i più deboli, già magri oltre lo scheletrico, sui camion speciali dello "Haeftlingskrankenbau", il servizio medico per i deportati: chi non serviva più per produrre veniva finito con un´iniezione letale al cuore. Scorriamo ancora l´almanacco di Auschwitz: ecco chi ha tentato la fuga, e viene impiccato alla meglio con una corda appesa al tetto d´una baracca: efficienza, produttività, taglio ai costi erano il credo della fabbrica della morte. Oppure ecco immortalati i sadici e ben nutriti Kapò che con lo stivale spaccano l´osso del collo ai detenuti. O ancora il crematorio e le camere a gas, con fuori ufficiali SS che si godono la pausa d´una sigaretta mentre i loro sottoposti gettano salme sul pianale di carico di un camion, come fossero sacchi di patate. Fino a dettagli orridi del quotidiano: il timbro a fuoco del numero e del triangolo o di altri simboli sull´avambraccio.
Il documento è adesso online in tutto il mondo, perché ricordi. Mentre in una triste coincidenza uno studio ufficiale reso pubblico ieri dal vicepresidente del Bundestag (il Parlamento tedesco) informa che anche in Germania, tanti decenni dopo, l´antisemitismo «è enormemente diffuso in vasti strati della società, attraverso i ceti e nel cuore della società», non solo nelle violente, marginali frange neonaziste.
L´albo dei disegni di Auschwitz chiama a ricordare vigili, come un altro reperto del museo dell´ex Lager, quelle poche righe scritte e sotterrate vicino alla baracca della bottiglia dal deportato ebreo polacco Salmen Gradowski: «Caro scopritore futuro di queste righe, ti prego, cerca dappertutto, in ogni centimetro di terreno qui dove noi fummo. Qui troverai tanti documenti, ti diranno quanto è accaduto qui, tramanda tracce di noi milioni di morti al mondo che verrà dopo».
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Quello spazio di libertà nell’orrore quotidiano
di Miguel Gotor (la Repubblica 24.1.12)
L´autore è ignoto, sappiamo solo che si firmava «MM». La mano è ferma e il tratto sicuro, attento a cogliere ogni dettaglio e a registrarlo sulla carta ruvida di un taccuino. Lo immaginiamo intento a disegnare nella penombra, nelle ore di riposo tra un turno e l´altro, con il capo chino e la schiena curva, il blocchetto di fogli poggiato sulle ginocchia irrigidite, il mozzicone di matita stretto tra le mani nere e incallite dalla fatica. I suoi schizzi furono ritrovati nel 1947 dentro una bottiglia, occultati nelle fondamenta di una baracca del campo di sterminio polacco di Birkenau, non lontano dai forni crematori IV e V. Il fatto che l´ultimo disegno sia incompleto lascia pensare che quello poteva essere un nascondiglio quotidiano, un anfratto tra i tavolacci di legno, per sfuggire alla sorveglianza dei Kapò.
E riprendere di volta in volta il lavoro, a ogni occasione possibile. Fino all´ultima volta, subito prima di un improvviso trasferimento o, assai più probabilmente, della morte.
Si tratta di un documento eccezionale in cui ogni segno rivela l´ardimento del disegnatore, in grado di infrangere, a rischio della propria vita, il divieto dei suoi custodi. Si scrive per ricordare, si scrive per resistere, si scrive per lasciare una traccia. E si disegna per le stesse ragioni, per sfidare la morte che ti bracca e riempire il tempo che separa da lei, per conservare uno spazio di intangibile libertà anche dentro il terrore, per aggirare il progetto totalitario dei nazisti, quello che angosciò e motivò Primo Levi al racconto: «tanto non vi crederanno». Per vincere l´oblio, la condanna peggiore, quella che rende la tua creaturale sofferenza senza comunicazione e senza testimonianza.
Non è la prima volta che dei disegni sopravvivono all´universo concentrazionario nazista e ce ne raccontano il raccapriccio. Sono celebri, ad esempio, quelli dei bambini rinchiusi nel campo di concentramento cecoslovacco di Terezin, i quali, sotto la direzione di un adulto, ingannavano il tempo che li separava dai forni crematori raffigurando scene della loro infanzia perduta o immagini della prigionia.
La peculiarità dei disegni di Birkenau è che sono certamente l´opera clandestina di un adulto. Sembrano fotografie in bianco e nero con un chiarissimo intento documentario: non c´è il lusso dell´astrazione, ma la necessità di un realismo estremo e angoscioso che raffiguri e informi. L´autore usa una matita e soltanto in alcuni casi aggiunge dei tocchi di colore: per evidenziare di rosso i tetti delle baracche e i mattoni delle costruzioni, per distinguere le fiamme dei forni crematori, per far risaltare la divisa scura di una SS o quella a righe blu di un Kapò.
In alcuni casi un unico foglio è diviso in due riquadri dallo stesso autore per distinguere scene diverse come se fosse un cartone animato dell´orrore. Evidentemente, la carta a disposizione non era molta, ma la voglia di raccontare tanta: l´esperienza della «rampa degli ebrei», ossia il capolinea dove i deportati arrivano in massa per essere subito divisi in sommersi e salvati, i vecchi e i bambini da una parte, gli uomini e le donne abili al lavoro dall´altra; la «casa della morte», ove si raffigurano i cadaveri trasferiti al forno crematorio, mentre una SS, in primo piano, inganna il tempo fumando una sigaretta; la condanna reiterata del comportamento dei Kapò e la brutale dimostrazione del loro dominio. Uno di questi è colto nell´atto di gettare in una pozzanghera un prigioniero e, in un altro riquadro, si vede ricompensato con del cibo speciale, mentre sullo sfondo i detenuti sono in fila per ritirare la zuppa di sempre. E ancora: il momento della selezione che separava i sani dai malati, una scena di tortura in cui un ebreo è legato attorno un palo e frustato sotto lo sguardo vigile delle SS; il vagone piombato, i prigionieri scheletrici avviati ai forni.
Non è solo la coincidenza topografica, ossia la contiguità del campo di Birkenau a quello di Auschwitz che fa pensare a Se questo è un uomo di Primo Levi. Le immagini sembrano le ideali quanto pertinenti illustrazioni di quel libro, e in una prossima edizione andrebbero pubblicate insieme perché riproducono una serie di scene e di momenti della vita quotidiana nei campi di sterminio che abbiamo già potuto leggere nelle pagine dello scrittore torinese.
Questi disegni sono riusciti a oltrepassare il filo spinato da cui hanno avuto origine per giungere misteriosamente sino a noi e sono la testimonianza di una vittoria della vita sulla morte, dell´ingegno umano sull´abisso delle coscienze, pezzi di carta, fragili e ingialliti dal tempo, che hanno saputo sopravvivere alle fiamme dell´inferno dei viventi.
15:14
Scritto da: mangano1
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martedì, 24 gennaio 2012
Salvatore Aprea,Atene e Roma democrazie al tramonto
La felicità spesso si insinua attraverso una porta che non sapevate di aver lasciato aperta - John Barrymore
Diritti e Cittadinanza
17
GEN
2012
ATENE E ROMA DEMOCRAZIE AL TRAMONTO
Scritto da Salvatore Aprea
L'agonia della prima repubblica dura ormai da vent'anni, un tempo in cui in troppi abbiamo accettato di essere progressivamente retrocessi da cittadini al rango di consumatori, ripiegandoci sempre più nella sfera privata. Riacquistare la nostra capacità critica verso ciò che accade intorno a noi è il primo passo per tornare ad essere cittadini. Chi ha lasciato che tutto scorresse come è accaduto nel nostro paese – la Grecia – ora vive una crisi economica e sociale acuta. Proprio Atene, con la sua storia recente, sta fornendo un prototipo sul modo di distruggere progressivamente una democrazia: un modello che ha più punti di contatto con ciò che è accaduto a Roma.
Il "paradigma" nel linguaggio comune è un modello di riferimento, un termine di paragone. La parola deriva dal greco antico paràdeigma, che significa esempio. Proprio la Grecia, con la sua storia recente, sta offrendo un eccellente paradigma sul modo di distruggere progressivamente una democrazia o far sì che non nasca mai, descritto con cura dallo scrittore greco Petros Markaris. Perché ci interessa il modello ellenico? Perché molte degenerazioni somigliano alle nostre e osservare da lontano chi ci somiglia può aiutarci a capire chi siamo diventati. D'altronde, tanto per abusare dei luoghi comuni, "italiani e greci, una faccia e una razza"......
Il paradigma greco
Da decenni il parlamento greco è avvolto da un apparato parallelo di potere composto da due fazioni che Markaris definisce il "partito del Moloch" e il "partito dei profittatori". A quest'ultimo appartengono tutte le aziende che negli ultimi trent'anni hanno beneficiato del sistema clientelare, a incominciare dalle imprese edilizie che si sono arricchite grazie alle Olimpiadi del 2004, aggiudicandosi commesse pubbliche a cifre stellari. Tra i profittatori vi sono anche gli evasori fiscali – soprattutto professionisti con redditi alti, verso i quali le autorità hanno sempre mostrato grande tolleranza – e le aziende che riforniscono gli enti pubblici, come le ditte che vendono farmaci e apparecchiature mediche agli ospedali. Recentemente il ministero della salute di Atene ha costituito un ufficio per l'acquisto di medicinali con aste via internet, mettendo a disposizione per i primi acquisti 9.937.480 euro, pari alla spesa storica del settore. Comprando i farmaci online il ministero ha speso solo 616.505 euro, il 6,2 per cento della somma assegnata, così i greci hanno scoperto quanti soldi ingoiava il vecchio sistema. Il denaro pubblico sperperato finora, ovviamente, non è finito tutto nelle tasche del partito dei profittatori perché i partiti hanno intascato colossali contributi e anche perché le imprese corrotte hanno finanziato le campagne elettorali dei deputati e assicurato ai loro familiari posti di lavoro ben retribuiti. Lo stretto legame dei profittatori con il partito al governo e i suoi ministri – e il suo costo per la collettività – è sempre stato di dominio pubblico negli apparati dello stato, ma coperto da una coltre di silenzio.
L'occupazione dello stato
Il partito del Moloch – nome usato non a caso per designare un'organizzazione che assorbe grandi risorse come se fossero sacrifici ad una divinità – arruola i suoi militanti nell'apparato dello stato e nelle imprese pubbliche ed è diviso in due correnti: i sindacalisti da un lato e gli impiegati e i funzionari pubblici dall'altro. È questa la fazione esterna al parlamento su cui fa affidamento il partito di governo del momento ed è il garante del sistema clientelare, essendo formato per lo più da quadri e funzionari di partito. I dipendenti pubblici del partito del Moloch, ovviamente, non sono tutti uguali. Una parte dei suoi militanti sono, per esempio, funzionari che si sono guadagnati il posto di lavoro con un concorso e non tramite protezioni politiche. Sono gli unici dipendenti pubblici che lavorano, svolgendo anche il lavoro degli altri e quindi diventando loro stessi vittime del sistema. Gli altri, invece, hanno stretto un'alleanza non solo con i partiti al governo, ma anche con il partito dei profittatori.
L'origine di questa fazione risale agli anni cinquanta, dopo la guerra civile, quando i nazionalisti si impadronirono dell'intero apparato statale, collocando ovunque uomini di loro fiducia come premio per la lealtà agli ideali nazionalistici e monarchici. Nel 1981, dopo l'ingresso della Grecia nella CEE, per la prima volta andò al governo il partito socialista, il Pasok, e trasformò il metodo dei nazionalisti in una tradizione politica. Inizialmente la prassi fu giustificata con motivi condivisibili dagli elettori. Per il Pasok, dopo la lunga egemonia delle forze di destra, l'apparato statale era divenuto pregiudizialmente ostile alla sinistra. I socialisti per poter governare, quindi, dovevano mettere uomini di fiducia nei posti chiave dell'amministrazione. Ben presto tutto l'apparato statale fu occupato dagli uomini del Pasok. Quasi la metà degli iscritti al partito fu premiata con un posto nella pubblica amministrazione. Da allora e fino all'ultima crisi tutti i governi greci hanno applicato questo meccanismo. Per trent'anni, grazie ai sussidi europei i soldi non sono stati una preoccupazione e quando non sono più bastati, sono stati presi in prestito.
Il Pasok è anche responsabile della nascita della seconda componente del partito del Moloch, quella dei sindacalisti. Andreas Papandreou, fondatore del Pasok e primo presidente del consiglio socialista, dal 1981 al 1989 governò il paese come un monarca e mantenne il potere affidandosi a un'aristocrazia. Nacque così una specie di nobiltà di corte, composta da ministri e dirigenti di partito. Al suo fianco c'era un'aristocrazia cittadina, formata da funzionari del sindacato e del partito collocati nell'apparato dello stato e nelle sue aziende, affiancata a sua volta da un'aristocrazia nazionale, costituita da funzionari che elargivano agli agricoltori i sussidi stanziati dall'Unione europea. Le istituzioni democratiche, in queste condizioni, in qualche modo funzionavano lo stesso, anche se chi godeva della benevolenza del re poteva ricevere poteri illimitati, mentre il notabile che cadeva disgrazia perdeva il posto con una sola parola del sovrano.
L'accordo con il partito al governo ha enormemente accresciuto il potere e i privilegi dei sindacati della funzione pubblica. I sindacati greci non hanno potere sui lavoratori del settore privato, ma hanno un potere pressoché illimitato nel settore pubblico, che permette loro di proclamare uno sciopero in qualsiasi momento, mobilitando una decina di migliaia di dipendenti pubblici. Le aziende non osano opporsi ai sindacati, temendo la collera dei partiti al governo.
Oggi la Storia sta presentando il conto ad Atene.
Tramonti romani
Il quadro del proprio paese dipinto da Markaris è impietoso. Raffigura il simulacro di una democrazia che dovrebbe farci riflettere. Somiglia, infatti, a ciò che noi siamo diventati negli ultimi 30 anni. In fondo il sistema greco di collocare uomini di fiducia del governo in carica nei posti chiave in cosa differisce, se non nel nome, rispetto allo spoil sistem nostrano? Non basta disporre del diritto di voto per ritenere di vivere in un paese realmente democratico. D'altronde anche nella Russia di Putin viene esercitato il diritto al voto, ma chi definirebbe quella russa una democrazia? Anche durante il ventennio mussoliniano i cittadini furono chiamati alle urne, nel 1929 e nel 1934, ma quei plebisciti di tipo bulgaro non hanno nulla da spartire con la democrazia. I partiti attuali, governati da un leader e dai propri colonnelli, hanno ben poco di democratico al loro interno: se i principi della democrazia non fanno parte del loro dna, come è possibile ritenere che i partiti siano in grado di applicarli al loro esterno? L'agonia della prima repubblica dura ormai da vent'anni, un tempo in cui in troppi abbiamo accettato di essere progressivamente retrocessi da cittadini al rango di consumatori, ripiegandoci sempre più nella sfera privata. Riacquistare la nostra capacità critica verso ciò che accade intorno a noi è il primo passo per tornare ad essere cittadini. Non possiamo più accettare di ascoltare dichiarazioni inutili di sedicenti leader politici che hanno ampiamente dimostrato di non avere nulla da dire e dare ascolto a dei mezzi di comunicazione che troppo spesso si riducono a fare da megafono. Cominciamo a cercare le informazioni da tutte le fonti che possono consentirci di riflettere sul nostro passato e sul futuro che ci attende. Scrive Markaris, rivolto ai propri connazionali: "...saremo vittime della crisi: nel migliore dei casi per due generazioni e nel peggiore per tre. I veri perdenti di oggi sono i giovani. Ma domani sarà tutto il paese a crollare, perché nel giro di pochi anni mancheranno forze nuove". Tutto ciò vale anche per il nostro paese: lasciare che tutto scorra non si può più.
16:30
Scritto da: mangano1
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