Tiziana Rinaldi Castro, FEMMINIELLI a Via Toledo

da IL manifesto del 26 Agosto 2008

italia underground
TIZIANA RINALDI CASTRO,Femminielli A VIA TOLEDO
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Alle due svolto a sinistra da via Toledo; il caldo è afoso. La strada finge di dormire ma il brusio della contr’ora attraversa muri e vetri di questi bassi: scorgo con la coda dell’occhio corpi avvinti fra le lenzuola o immobili, madidi di sudore. Mi fermo ad asciugarmi il sudore con un fazzoletto e cerco nella borsa qualcosa con cui raccogliere i capelli sulla testa; trovo unamatita, li fisso alla meglio e riprendo a camminare, Chiara mi aspetta per il caffè. C’è un tornante da costeggiare prima di arrivare a casa sua; potrei evitarlo tagliando per il vico che si apre alla mia destra ma un cancello ne chiude l’accesso.Mi avvicino.
Sedute su seggiole impagliate di fronte ad una casa a due piani ci sono due bellissimi femminielli: una bionda, con i capelli tagliati corti sulla nuca e la frangetta lunga che le cade di lato sul volto largo e schiacciato, in cui gli occhi verdi e la bocca carnosa sembrano dipinti. È seduta a cavalcioni, gambe lunghe e perfettamente depilate nei pantaloncini bianchi. Parla animatamente con l’amica ma a voce bassa, come di chi sta spettegolando. Ogni tanto si guarda le dita dei piedi, anche queste lunghe con le unghie curate, dipinte di rosa chiaro: la stessa gradazione, a ben guardare, dei sandali con il tacco alto. L’altra è seduta con le spalle lievemente ricurve e le mani aperte sulle ginocchia un po’ divaricate, come chi stia per alzarsi; indossa una gonna azzurra corta e attillata che mette in risalto i polpacci grossi mentre i lunghi capelli neri e dritti incorniciano un viso ossuto con la fronte ampia, gli occhi castani, piccoli e vicini, labbra sottili, il mento appena appuntito e il pomo d’adamo quasi invisibile.421580544.jpg
«Mi fate passare? Devo arrivare sopra sopra».
Si voltano a guardarmi entrambe senza rispondere. Sto per sbottare che non può essere legale chiudere un vico con un cancello, ma la bruna domanda: «Sciusciù, ma chi te li aggiusta i capelli?».
«Chi glieli aggiusta?» le fa eco l’altra, guardandola con sussiego, «perché, ti sembra che c’ha messo le mani qualcuno?».
«Non me li fa nessuno, infatti» confermo, tranquilla.
«U Maro’, e che è? Accussì te ne vai accunciata? E o guagliòne tuoje, nun dice niente?»
«Sono sposata».
«Eh, ma accussì o pierd’ o marit’, chill’ s’ truova n’ata nennella».
Si mette per le lunghe, accendo una sigaretta.
«Uè bella, che fumi?» mi chiede la bionda.
«Chesterfield».
«Uh, troppo forti!» ribatte disgustata, «no, no, io solo Kim. O al massimo Merit».
«Mi fate passare, per favore?» ripeto seccata.
«E tu, te li fai aggiustare i capelli?» incalza la bruna.
«Sì, te lo prometto, appena vado a casa me li pettino».
«A casa! Qua, dico, qua, mo’!! Te li fai fare?».
«Scusa, ma da chi?».
«Ma da me, no! Marinella!» e si batte la mano sul piccolo seno, coperto appena dalla camicetta scollata. Le sorrido incredula.
«Sennò non ti apro il cancello».
Ma che diamine! Sono capelli crespi come l’autunno, lasciati liberi come il vento, indomabili come l’amore!
«Mi piacciono così» dico seccamente.
«Ma figurati, non s’è mai vista ‘na capa accussì!».
Non mi aprirà.
«Fa troppo caldo» ritento, senza convinzione
«Mica dobbiamo usare il fon, te li bagno con lo spruzzatore e te li metto a posto con il gel!» risponde con tono di ovvietà, come se debba saperlo, no? che si fa così.
«E allora io ti trucco» fa la bionda.
«Oh Madonna!» sospiro impotente mentre lei si alza per aprire il cancello e mi fa entrare.
«Siediti qua, sciusciù» invita indicandomi una sedia e, levando la testa verso la finestra del primo piano, chiama: «Loredana».
Si affaccia un femminiello piccolo e snello, in sottoveste, con i capelli rossi raccolti in una coda. Il volto pallido e lentigginoso è stanco, tirato, di chi non ha dormito: «Ma che mi urli, Angeli’?».
«Non mi chiamare Angelina che c’è un’ospite» e voltandosi verso di me, sorride timida e spiega: «Preferisco farmi chiamare Rosa Luna». Poi, tornando a Loredana: «Senti, mi scendi il beauty case e ci porti ‘na cosa frésca, ché qua si muore?» e s’informa: «Gradisci la Fanta o l’orzata?».
«L’orzata» rispondo io, inebetita. Marinella afferra il mento con due dita e studia il mio volto con attenzione.
«E sì, abbiamo fatto il bar!» esclama Loredana indispettita e scompare dentro.
«Uh, quante storie! Solo perché quel zelluso non chiama ci devi far venire il fegato tanto a tutte quante?» e a voce più bassa, diretta a me: «L’avvocato non ha chiamato da tre giorni».
«Eh sì, ma chill’ è pecché essa è puparuóla» interviene Marinella, spostandomi la testa a destra e a sinistra, «ogni tanto s’aveva pure fa’ desiderà, invece sempre sì sì sì e lui mo’ la schifa».
Loredana riappare alla finestra e cala giù un secchiello di plastica attaccato ad una fune. Angelina Rosa Luna passa a Marinella lo spruzzatore e fruga con le mani fra tubetti e boccette. Marinella afferra dai miei capelli la matita e la guarda orripilata.
«U’ Maronna, ‘na matita» e voltandosi verso l’amica, ripete: «U-na ma-ti-ta!».
«Cos’e’ pazzi» condivide Angelina Rosa Luna scuotendo la testa.
Marinella si mette alle mie spalle e passa le dita fra i ricci: «Marò, che ‘mbruoglio!» sospira.
Chiudo gli occhi. Mi aspetta il misto di piacere e dolore che conosco fin da quando, piccina, sedevo sulle gambe di mia nonna che prima di passare il pettine maligno e vendicativo fra i capelli, li divideva con le dita. Il loro tocco sul cuoio capelluto era leggero come una piuma: si socchiudevano gli occhi mio malgrado e mi sarei accucciata fra le sue braccia per dormire. Troppo presto invece scavava il pettine nelle ciocche indisciplinate e sembrava che venissi punita, che i capelli scontrosi fossero una mia dimenticanza, ancor peggio un vizio.
Mi sembrava incomprensibile che capelli costretti in due trecce tutto il giorno potessero, una volta sciolti la sera, presentare nodi: quando si erano avvinghiati fra loro? Indispettita come se l’avessi provocata, mia nonna riparava senza dolcezza a quell’impertinenza.
«Chi bella vo’ pare’ tanti ‘ppene adda patì’» sbottava ai miei lamenti. Non si chiese mai se io volessi apparire bella e neppure a Marinella è sorto quel dubbio. Eppure non mi ribello e, come allora, aspetto con rassegnato orrore che il pettine affondi i denti nei miei riccioli.
Velocemente, con movimenti minuti e il moto aritmico del piluccare di un osso, Marinella scioglie i nodi. È partita dalle punte tenendo ben stretta la ciocca fra le dita cosicché, passando fra i nodi, il pettine non tiri i capelli. Non sento alcun dolore! Certo! Che senso ha cominciare dalla cute come faceva mia nonna? Bambina, preda del suo amore selvatico, mi fidavo di lei. Ma ricci come i miei, ereditati da mio padre, lei non ne aveva mai visti.
«Scusate, ma perché un cancello chiude la strada?».
«La chiami strada, questa?» risolve Marinella.
«E po’ qual è o’ problema? Chi deve entrare, entra» conclude Angelina Rosa Luna che sta analizzando il mio volto: «Sei pallida, ci vuole un fondotinta chiaro. Labbra carnose, solo un po’ di lucido. Naso pronunciato, che ci vuoi fare, bella? Lo copriremo con il correttore. Gli occhi un po’ all’ingiù, ecco, un po’ di matita per tirarli ai lati e il rimmel naturalmente… e poi l’ombretto… un bel bronzo. Però, ste sopracciglia! Di’ un po’, ma a te ti fa paura la pinzetta?».
Che dirle? Che per me il perseguimento della bellezza esteriore secondo canoni sanciti in mia assenza è il disagio di non riconoscermi? Che, alle sue dinamiche, mancando il rischio manca anche l’erotismo?
«Non ho tempo, studio molto e poi ho una bambina piccola».
«E che c’entra con la pinzetta?».
Che, dal nulla, le appare in mano.
«Facciamo subito subito. Ma Loredana perché non scende?» E mentre, tra uno sguardo alla finestra e uno a Marinella, mi strappa le sopracciglie, mi rivela: «Loredana è una ragazza difficile, sciusciù, sai? L’amore non lo è però, anzi è semplicissimo. Due si incontrano, uno deve stare sopra e l’altro sotto, però quello che sta sotto non deve farlo sapere a quello che sta sopra chi è l’uno e chi è l’altro, sennò non funziona, hai capito?».
«Non proprio».
«Mi spiego: quello che sta sopra ogni tanto si deve sentire pure che sta sotto, sennò diventa prepotente e poi schifa l’altro».
«Ma» tento io guizzando di continuo, quasi che, irrigidendo corpo e mandibola, possa scansare il dolore, «se chi sta sotto manovra la situazione non sta propriamente sotto. Sta sopra!».
«Brava, per l’appunto, ci siamo spiegate» esclama Angelina Rosa Luna.
«Invece Loredana», commenta Marinella brusca, «sta sotto di nome e di fatto, hai capito? E l’avvocato la schifa!».
«Ma chi è quest’avvocato?» chiedo, preoccupata del fatto che anche Marinella, da quando si parla di Loredana, non sia più così accorta con il pettine e ogni tanto tira i capelli.
«È nu scorfano» sibila lei con astio.
«Ma no, Marinella, che dici? È una brava persona! Le vuole bene ma è sposato con figli, poverino, che ci vuoi fare?».
È un poverino perché è sposato con figli o perché vuole bene a Loredana?
«Tien’ ll’uócchie a pálla», ci riprova Marinella stizzita, con un colpo di pettine.
Angelina Rosa Luna la guarda irritata.
«Ah, pecché so belli i sfaccìmma nuostr’!! Almeno l’avvocato ‘a cucculava a Loredana».
Marinella stringe più forte una ciocca, proprio all’altezza del maledetto cuoio capelluto e decreta in tono minaccioso: «È ‘nu purpo».
«Basta, ragazze!» alzo la voce. Angelina Rosa Luna distoglie gli occhi torvi dall’amica e si concentra su di me: «Ciudi gli occhi che ti devo spalmare il fondo tinta».
Spalmare? Come nutella?
«La settimana scorsa la pazza è andata al suo studio», riprende poi, «noi gliel’abbiamo detto di non andare, ma quella: “No, mi devo chiarire, mi devo chiarire”».
«Altroché!» ribatte Marinella, «è tornata a casa nera e mazzuliata e da allora non esce più».
«Oh Dio, no! L’ha picchiata!», esclamo allarmata.
«”Ma per piacere!» mi liquida Angelina Rosa Luna, «e che doveva fare? Stava in ufficio! Lo voleva rovinare? Ché c’è quasi riuscita… stai ferma adesso che ti devo mettere la matita».
«Io non voglio rovinare nessuno» sentiamo Loredana dire nel riquadro del portone. Ci raggiunge e poggia sull’altra seggiola un vassoio di plastica con la Fanta e l’orzata.
«Uè, ma quant’ c’hai messo, Loreda’?» la rimprovera Marinella mentre con forza mi massaggia il cuoio capelluto intriso d’olio.
«Dico io, fra tanti cazzi ca’ avit cunta’, avit’ dìcere propito i miei?».
«E nun fa accussì» l’ammansisce Angelina Rosa Luna, «a piccerella ‘cca, ti ha visto tutta scunsulata e ha chiesto».
Bugiarda!
Loredana mi passa il bicchiere d’orzata, poi prende in mano il vassoio e si siede sulla sedia. Si è infilata un abito di cotone a fiori, le spalline sottili le cadono sulle braccia piccole. Come le sta bene su quel corpo minuto, fragile, da tenere stretto per non farlo volar via! Ma in quel bel volto fenicio, gli occhi sono secchi e infossati, tanto ha pianto. È pallida, ha le narici arrossate là dove si è soffiata il naso cento volte e sulle labbra i peli rossastri che non si è depilata da giorni, perché ormai – senza lui che la guardi ancora – non si vede più.
«Secondo te che devo fare?» mi chiede contrita, gli occhi neri offuscati ma ancora speranzosi.
«Non conosco i fatti» rispondo quasi sulla difensiva.
«E che fatti?» sbotta Marinella mentre con il pettine ritorna all’attacco sulle ciocche zuppe, «si sono incontrati una sera mmiezz’ a’ via un anno fa».
«In un bar, di pomeriggio» rettifica Loredana.
«Lui le ha promesso che lasciava la muglièra» incalza Marinella.
«Ci siamo innamorati» chiarisce Loredana.
«E che gli dava pure i soldi per l’operazione», infierisce Angelina Rosa Luna.
«C’ha avuto un calo di clienti» rintuzza Loredana.
«Poi alla moglie è venuto il tumore al seno e che può fare, puveriell’!» appiana Marinella.
«Sì, però non la ama» assicura Loredana.
«E mo’ sta sempre nervoso e non si fa vedere quasi più» riassume Angelina Rosa Luna mentre con una smorfia mi indica come devo incavare le guance per mettere in risalto gli zigomi su cui sta per spennellare il fard.
«Io lo so che mi vuole bene e che devo essere paziente» rappezza Loredana.
«Tu ti fai i film in testa», taglia corto Marinella e, per suggellare la cosa, con due colpi di fermaglio appiattisce i capelli sulla mia.
Ce l’ho con tutte e tre che non si arrabbiano che lui l’abbia picchiata; ce l’ho con lei che si riconosce solo in una menzogna – eppure chi non c’è passato una volta o l’altra? – e allora ce l’ho con me che, per paura che caramboli in una direzione o nell’altra, non riesco né a consolarla né a dirle la verità.
«Me ne devo andare» annuncio brusca e faccio per alzarmi.
«Ma non abbiamo ancora finito» protesta Angelina Rosa Luna.
«Ti devo finire la parte destra» conferma Marinella.
«Ma a che serve?» chiedo stanca, come se ormai sia chiaro che non c’è niente da svelare.
«A passà o’ tiempo» sospira Loredana e allungandosi verso il secchiello fruga fra le boccette di smalto. Ne tira fuori una color marrone scuro.
«Ecco, questo si abbina all’ombretto» e tendendo la mano aspetta che io le dia la mia.

Tiziana Rinaldi Castro, FEMMINIELLI a Via Toledoultima modifica: 2008-08-27T15:58:00+00:00da mangano1
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