Claudio Magris, Pipì per strada

565066489.jpgdal CORRIERE DELLA SERA 31 AGOSTO 2008

CLAUDIO MAGRIS

LE «RONDE» E LA REPRESSIONE DI UN FENOMENO CHE È FIGLIO DEI TEMPI
Il vizio malinconico di farla franca
Eclissi dei vespasiani, abuso di birra e menefreghismo: così dilaga la moda maleducata della pipì per strada

Mal comune, mezzo gaudio. Anche il malumore, se condiviso, perde l’acida malinconia della solitudine e dell’idiosincrasia individuale, si alleggerisce, non ha più la bocca storta del suscettibile condomino disturbato dal chiasso dei bambini del vicino, ma è piuttosto l’allegro e sboccato brontolare di una camerata di soldati consegnati in caserma. Così il malumore diventa quasi buonumore, come nelle scolaresche punite di un tempo, quando a scuola esistevano le punizioni e non ancora i Consigli dei genitori. Condivido dunque con animo sereno il malumore dei miei concittadini, dei cittadini di Trieste, per l’abitudine—evidentemente sempre più diffusa nella mia città — di fare la pipì in strada, per la moda che induce — come denuncia l’assessore comunale ai Lavori pubblici, Franco Bandelli— «i giovanotti maleducati di buona famiglia ad andarla a fare sui muri, sui portoni e sulle vetture parcheggiate».

Ciò è conseguenza non tanto della progressiva scomparsa dei vecchi e gloriosi vespasiani, travolti dalle ristrutturazioni e dai lavori pubblici quanto del crescente consumo di birre, di una minore sensibilità morale nei confronti della minzione all’aperto (non più sentita quale trasgressione, al pari di altre abitudini un tempo socialmente riprovate e ora socialmente accettate) e del numero insufficiente di forze dell’ordine (specie polizia municipale) preposte alla repressione del reato ovvero a infliggere le multe recentemente stabilite dal Comune di Trieste per chi piscia sulla pubblica via. A dire il vero, non mi ero accorto di questo dilagare del fenomeno e non mi capita di vederne tante tracce per le strade, ma si tratta evidentemente di una mia distrazione o forse del colpevole egoismo del letterato, insensibile ai bisogni—in senso letterale e traslato—della comunità. Delle tre cause principali del deplorevole costume, il declino del vespasiano è forse la più importante.

Il problema, tuttavia, non è solo triestino, anche se Trieste, città importante e mitteleuropea ma pur sempre di provincia, si trova ad affrontare in ritardo un’emergenza che aveva colpito Milano già nel 1981, emergenza descritta con esilarante umorismo e sbrigliata fantasia linguistica da Alberto Cavallari in quel magistrale caleidoscopio che è il suo Vicino&Lontano. Scomparso o sempre più raro «il vecchio tempietto verde» — peraltro deprecabilmente maschilista, perché offriva «ristoro unicamente all’uomo in piedi» — le autorità milanesi dell’epoca, assediate come un castello medioevale dal fossato sempre più pieno d’acqua e all’affannosa ricerca di rimedi, pensarono a un certo momento di acquistare i nuovissimi cessi elettronici installati a Parigi da Chirac allora sindaco della Ville Lumière; forse — insinuava Cavallari — perché ossessionati dall’invidia per l’ammirata modernità o postmodernità del Beaubourg. Il desiderio di innovazione tecnologica era ed è tuttavia vivo pure a Trieste; infatti già anni fa l’assessore comunale Paolo Rovis aveva proposto di installare alcuni apparecchi «Urilift, l’orinatoio cilindrico a scomparsa».

Non è però forse un caso che Milano abbia lasciato perdere l’idea parigina, forse per il timore che l’automatismo del vespasiano francese, il quale scatenava un mulinello purificatore di acqua e detersivi, in caso di guasto potesse scattare troppo presto e investire l’utente. Se tali guasti fossero stati frequenti, avrebbero provocato proteste e turbato la pace sociale. Il secondo fattore, la birra, ha una pesante incidenza; non solo per un processo meramente fisiologico, comune a ogni liquido, ma per un rapporto in questo caso privilegiato tra l’immissione e l’emissione del liquido, attestato da quel gentiluomo inglese il quale si chiedeva pensoso se era più intenso il piacere di bere la birra o di espellerla poco dopo. Ma sul consumo di birra, a parte i minorenni, nulla può l’autorità in un Paese liberale, oltretutto sempre più permeato di ideologie radicali avverse ad ogni proibizionismo. Resta, fondamentale, l’intervento delle forze dell’ordine, della legge, che, come è noto, non può impedire materialmente i reati, ma può scoraggiarli con la loro sanzione.

Ma è qui che scatta l’allarme, perché l’organico della polizia municipale è scarso, è già difficile pattugliare le strade, i sindacati sono contrari a estendere le mansioni e a «prolungare l’orario di lavoro dei vigili per ronde anti-pipì», non ci sono fondi per straordinari, dopo le due di notte i vigili urbani non lavorano più e quel compito spetterebbe dunque alle volanti e ai carabinieri, i quali possono avere buoni motivi per ritenere di essere destinati a evitare altri e peggiori guai. In ogni caso il sindaco Alemanno, alle prese con stupri e violenze d’ogni genere nella sua Babele, invidierà il collega triestino e anche noi triestini—continenti, incontinenti o multati — potremo rallegrarci di avere più probabilità, la notte, di imbatterci in uno screanzato mingente che in uno stupratore. Trieste tuttavia ha un problema in più rispetto a Milano: il mare, luogo per eccellenza in cui orinare è tacitamente accettato ma non perciò meno disdicevole, quale profanazione di quel paesaggio ed elemento del mondo che più d’ogni altro evoca l’infinito, l’eros, il divino.

Secondo un’antica tradizione portoghese pisciare in mare è peccato, sia pure veniale. Ma come individuare i trasgressori? Nella Londra del Settecento era proibito fare la pipì nel Tamigi, ma sorveglianti appostati sulle sue sponde potevano facilmente cogliere i colpevoli sul fatto, come tutori della legge incuranti degli spruzzi d’ogni genere, avrebbero potuto farlo all’epoca del mio liceo, quando il mare invernale infuriato dalla bora copriva il molo Audace e gelava ed era un rito virile andare in cima al molo sfidando il ghiaccio scivoloso, rischiando di finire fra le onde, e orinare in mare senza preoccuparsi della direzione del vento. Ma quando la si fa in mare, stando sott’acqua? Impiegare subacquei, sommozzatori, palombari? Le volonterose ronde leghiste sarebbero sicuramente disposte a supplire alla mancanza di vigili urbani nelle «ronde anti-pipì», ma la loro provenienza generalmente terragnola le rende inadatte a operazioni sottomarine. Certo, dover rassegnarsi all’ineluttabile mette un po’ di malumore…

Claudio Magris, Pipì per stradaultima modifica: 2008-08-31T16:05:00+02:00da mangano1
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