Rosaria Amato, Rostagno operaio sociologo e sessantottino

da LA REPUBBLICA, 23 MAGGIO
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I primi anni a Torino, con i genitori, dipendenti della Fiat che leggevano l’Unità
La laurea a Trento, gli anni all’estero, Macondo a Milano. Le compagne, le figlie
Rostagno, operaio, sociologo e sessantottino
Da Lotta Continua a Saman, fino ai killer

Trovò la morte in Sicilia, dove aveva fondato una comunità di recupero per tossicodipendenti
Le ipotesi più diverse per il delitto, e infine l’affermarsi della pista mafiosa
di ROSARIA AMATO

ROMA – Una biografia complessa, che parte da Torino per arrivare a Londra, a Trento e infine approdare in Sicilia, in un paesino del trapanese, per morire a 46 anni per mano dei killer che non si sono accontenti di ucciderlo, lo hanno “orrendamente sfigurato”, si legge nei giornali dell’epoca. Era il 26 settembre del 1988, e Mauro Rostagno era un personaggio conosciuto, ma mutevole, uno che dalla Torino operaia era approdato al ’68, a Lotta Continua, per poi passare agli ‘arancioni’ e a una ironica ma non per questo meno dura denuncia contro la mafia. 

Una vita complessa, e forse anche per questo le ‘piste’ seguite dagli inquirenti per il suo omicidio furono le più diverse e lontane: in carcere finì inizialmente la compagna Chicca Roveri, madre di sua figlia Maddalena, quando si pensò a un delitto maturato nell’ambito della comunità Saman, fondata dalla coppia e dall’amico Francesco Cardella. Poi si pensò a un collegamento con il delitto Calabresi, visto che Rostagno era stato con Adriano Sofri, Guido Viale, Marco Boato, Giorgio Pietrostefani e Paolo Brogi tra i fondatori del movimento Lotta Continua, nel 1969. E poi a un traffico d’armi, o di droga, o ai servizi segreti. E infine a un’ipotesi inevitabile visto che il delitto aveva avuto luogo in Sicilia: alla mafia. 

Tante ipotesi, così diverse tra loro forse anche perché la vita di Mauro Rostagno era stata una continua evoluzione, con un unico filo conduttore, la ricerca onesta e appassionata della verità, scrisse in uno dei tanti necrologi pubblicati subito dopo l’omicidio un ex compagno di Lotta Continua, Luigi Manconi: “Rostagno è stato un uomo ‘di movimento’ e ‘in movimento’, espressione di una generazione mobile e movimentata che ha intrecciato, ostinatamente, la ricerca (e la tutela) delle ragioni della propria esistenza alla ricerca (e alla tutela) delle ragioni della esistenza altrui”. Una continua “ricerca di autenticità” che “si faceva conflitto, rischio, messa in gioco”. 

Mauro Rostagno era nato a Torino il 6 marzo 1942, da genitori che lavoravano alla Fiat e leggevano l’Unità. Rostagno è “stalinista a 13 anni, studente prodigio a 17, operaio a 18, psiuppino a 24, matricola di sociologia a Trento a 26, movimentista nel ’68, candidato alle elezioni per Dp nel ’76″, si legge in una biografia pubblicata da un quotidiano all’indomani della sua morte. Senza dimenticare che a 19 anni si sposa e ha una figlia, ma il matrimonio non dura molto perché pochi mesi dopo è già in Germania e poi a Londra. Per poi tornare in Italia e, dopo la laurea con lode in sociologia a Trento e gli anni di Lotta Continua, aprire a Milano un locale che si chiama Macondo come il paese inventato da Gabriel Marcia Màrquez, un luogo molto alla moda, ma che viene chiuso nel febbraio 1978, per attività legate allo spaccio di sostanze stupefacenti. 

A quel punto c’è la svolta ‘arancione’, e Mauro diventa Sanatano, che significa “eterna beatudine”. Con la compagna Chicca e la figlia Maddalena nel 1980 va in India, a Poona, per seguire il maestro Bhagwan. Ma la comunità si trasferisce negli Stati Uniti, scelta non apprezzata da Rostagno che a quel punto sceglie di andare in Sicilia e di fondare, con l’aiuto di Francesco Cardella che gli mette a disposizione la sua villa a Lenzi, vicino a Erice, la comunità Saman, per il recupero dei tossicodipendenti. 

“La nostra scelata prima era cambiamo il mondo. Ora è diamo una vita a chi non ce l’ha”, confessa Rostagno a un giornalista nel 1988. Il sociologo diventa terapeuta, con un metodo tutto personale: “Prendiamo un cesto con quaranta mele marce e, nel mezzo, infiliamo una mela buona. Le quaranta mele si trasformano in mele buone”. Funzionava quasi sempre: “Il fascino è vedere che un uomo, da ultimo, diventa primo”. 

Ma negli anni in Sicilia Rostagno non si accontenta di occuparsi dei tossicodipendenti e di aiutarli a guarire. In Sicilia c’è anche un’altra grave malattia dalla quale guarire: la mafia, e l’apatia che se ne fa complice. Rostagno ne denuncia giorno per giorno l’operato, le collusioni con le amministrazioni locali, attraverso l’emittente televisiva Radio Tele Cine (RTC). Di quegli anni, racconta successivamente Claudio Fava – che di delitti di questo genere se ne intende dal momento che anche suo padre venne ucciso perché dava fastidio alla mafia, la denunciava negli anni in cui se ne metteva ancora in dubbio l’esistenza – rimangono le 22 cassette sequestrate dal giudice Franco Messina. 

“Ventidue cassette, – scrive Fava – una radiografia impietosa della città: i bilanci segreti dell’amministrazione comunale, gli intrallazzi delle cooperative socialiste sui contributi della Regione, le allegre cerimonie d’una loggia massonica in cui si ritrovavano, ogni sabato sera, mafiosi, banchieri e onorevoli. Su tutto Rostagno planava con lingua arguta, con antica ironia. Sfotteva, sfidava. Insegnava ai suoi ragazzi il mestiere della parola. Anche per questo l’hanno ammazzato”. 
(23 maggio 2009)

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