Giacomo Amadori, Una vita da tribuno

Una vita da tribuno
di Giacomo Amadori – 28/05/2010

Fonte: Panorama

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«Michele Santoro ha gli spinotti attaccati alla pancia del Paese». Carlo Freccero, direttore di Rai4, studioso di tv e antico sponsor del giornalista salernitano, sintetizza così l’empatia di Santoro con il suo pubblico. Ora, dopo vent’anni di gastroenterologia televisiva, il conduttore ha provato a monetizzare La sua «gente» è insorta e lui si è trovato spiazzato.
Classe 1951, nato sotto il segno del Cancro da padre ferroviere, ha quattro fratelli e nel tempo libero frequenta soprattutto intellettuali. Per esempio il conterraneo Pietro Lista, pittore, e la moglie Cristina Di Geronimo, direttrice del Mmmac (Museo dei materiali minimi di arte contemporanea) di Paestum, il critico d’arte Gillo Dorfles. A Roma incontra, oltre agli storici collaboratori, lo scrittore Fabrizio Rondolino e signora, l’autrice tv Simona Ercolani. Con Lucia Annunziata, che conosce dai tempi del liceo, si vedono a sprazzi. «Litighiamo spesso» spiega lei. Non ha un carattere facile Lucia, e neanche Michele «Santoro è un pó diffidente» ammette Rondolino. «È uomo taciturno, sulle sue» conferma l’edicolante che il mattino gli recapita cinque o sei quotidiani.
Abita, insieme con la seconda moglie, Sanja Podgajski, psicologa slovena, in otto vani e mezzo nel cuore dei Parioli: la palazzina è anni Sessanta, anonima, ma ha un bel giardino di un centinaio di metri che affaccia su un parco. Qui scorrazzano un golden retriever e un gatto rosso. Al centro dell’appartamento c’è una grande cucina, in stile Ferzan Ozpetek. Agli ospiti il padrone di casa offre pesce crudo e cielo stellato. La tv è piccola e di un modello antiquato. In linea con il suo stile sobrio. L’auto è una station wagon, anche se predilige la macchina aziendale con autista. A volte accompagna Nicole, la figlia nata dalle seconde nozze, a scuola. «Ultimamente appare un uomo pacificato» riassume l’amico Rondolino.
Nonostante le ombre che gli affollano da sempre la mente. In un’intervista di vent’anni fa confessò il terrore per la morte: «          Tale e quale la mia paura della fotografia. lo non voglio farmi ritrarre, non amo rivedermi in fotografia e non riguardo mai neanche le cose che ho fatto in tv». L’ex moglie. Sonia Cardinale, in un’autobiografia quasi clandestina (E la Madonna mi accompagni, Tullio Pironti editore), lo scandaglia ancora più a fondo: «Non mi aveva mai taciuto la sua intolleranza alle malattie, fisiche e mentali, intolleranza che avevo visto sfociare talvolta, in un tremore incontrollabile, in un panico totale».
Santoro non è avaro, ma parsimonioso. Dalla Rai incassa annualmente oltre 370 mila curo lordi per il contratto da direttore di testata e 10.500 per ogni puntata di Annozero, per un totale di circa 700 mila curo. Ha intestate quattro case: tre a Roma, una ad Amalfi (Salerno). Nella capitale condivide la proprietà di due appartamenti in zona Trastevere con l’ex moglie e la primogenita luna. L’ultimo colpo da immobiliarista è la villa («Casa contadina da ristrutturare» preferisce lui) sulla Costiera amalfitana con agrumeto e vigneto annessi. Ha speso 950 mila euro per sei vani e mezzo da sistemare. Nei mesi scorsi Andrea Cretella, presidente della locale sezione di Cittadinanza attiva, ha denunciato in comune e alla procura di Salerno presunte irregolarità nella concessione del condono: «La pratica ha scavalcato quella di molti altri amalfitani ed è stata istruita in tempo record. La sanatoria è arrivata benché non ci fossero i presupposti ». Per Cretella la rapidità dell’iter burocratico è dovuta a questioni di parentela: «Il venditore è il padre di un consigliere comunale di centrosinistra». Il sindaco e lo stesso Santoro hanno negato favoritismi. Cretella non demorde: «So che la procura ha nominato un consulente tecnico e che la polizia giudiziaria ha già fatto un sopralluogo».
Ma questo non è il solo grattacapo giudiziario del giornalista, sospettato di avere rapporti troppo stretti con alcuni magistrati come Luigi De Magistris e John Henry Woodcock A Potenza è finito sotto indagine per false informazioni rese al pm. Innesco sono stati i file segretati di un’inchiesta che la polizia giudiziaria ha scovato nella sua redazione. Nel fascicolo sarebbe finito anche qualche nome di sostituto procuratore famoso e il faldone è volato a Catanzaro. Dove, però, pare destinato all’archiviazione Però in Calabria pende un’altra denuncia contro Santoro. «Nel mio caso ha trasmesso un’intercettazione falsificata che mi riguardava» accusa Giancarlo Pittelli, avvocato e senatore del Pdl. Incidenti di percorso a parte, il giornalista salernitano è un fenomeno unico nel panorama televisivo nazionale E per capirne le origini popolari e, forse, populiste, bisogna risalire la corrente della sua biografia. La sua visione del mondo, la sua Weltanschauung, nasce nel centro storico di Salerno, dove è cresciuto, in una casa popolare nel quartiere del Carmine «O munno è chillo ca uno tiene ‘ncapa» diceva la suocera.
I suoi primi trent’anni viaggiano su binari codificati, gli stessi di migliaia di coetanei cresciuti negli anni della contestazione: figlio di macchinista con la passione per Karl Manc, sessantottino cacciato dal liceo, funzionario e giornalista di partito, attore di teatro engagé, sedotto da Rainer Wemer Fassbinder e Peter Weiss. Anni vissuti al servizio dell’ideologia. Ma poi, con l’aiuto di Antonio Bassolino, segretario del Pci campano, e di Giuseppe Vacca, oggi sacerdote dell’istituto Gramsci, all’epoca consigliere Rai, approdò alla televisione pubblica e scoprì la sua vera indignazione: grillino ante litteram, anticasta prima di Tangentopoli.
È, dunque un raccomandato di talento, un fazioso, antipatico a molti e amato da altrettanti. Soprattutto dalle donne, la sua «magnifica ossessione». «Quella sera, quando gli dissi che era lui l’uomo della mia vita, gonfiò il petto e con quell’aria smargiassa cheaveva assunto negli ultimi tempi replicò: “Per me non è così, sono un uomo che ama le donne io. Le amo tutte”». È il ritratto più intimo che si può leggere di Santoro. Lo ha messo nero su bianco sette anni fa Cardinale, per 12 anni consorte del conduttore tv. Quando il libro andò in stampa, Michele tolse il saluto all’amico comune che pensava avesse aiutato la signora a trovare uno stampatore Per lui era come trovarsi nudo. Il Santoro venticinquenne abbandona i movimenti ed entra nel Pci. Indossa dolcevita e pantaloni di velluto, viaggia su una Renault 4, vive con la famiglia in un casolare settecentesco ai bordi di un castagneto. Le serate si svolgono intorno al caminetto e Michele ci prova con tutte Tonía lo sa e il marito si fà perdonare con biglietti come questo: «Ti ho sempre scelto. Ti ho sposato. Sei mia moglie. Pentole di rame Mattoni pesanti. Famiglia. Al di sopra di qualsiasi avventura». Dopo poco si lasciano e lui diventa il conduttore di Samarcanda, una trasmissione di nicchia. Santoro la fa decollare con due o tre ritocchi: conduce in piedi e aizza le sue piazze di pseudocasalinghe contro il politico di turno. Si innamora di Simonetta Mattone, collega, bionda come quasi tutte le sue fiamme: «È diversissima da me» spiega a una cronista. «Il mio imperativo categorico, adesso, è combattere la mafia. Simonetta è d’accordo, in linea di principio. Però pensa che si possa anche vivere senza pensarci dal mattino alla sera».
È l’addio. Sono gli anni delle bombe contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, lui sceglie di scommettere sul sindaco di Palermo Leoluca Orlando, lo spara contro gli stati democristiani. Perde il controllo della sua creatura. Samarcanda chiude e lui va a fare campagna elettorale per Massimo D’Alema, come racconta Giandomenico Crapis, nel documentato Michele Santoro, comunque la pensiate. E a chi gli chiede se voti Rifondazione risponde: «No. lo voglio rifondare il comunismo, ma non partecipo alla vita di nessun partito». In quegli anni la sua ombra è l’amico e dirigente Rai Giovanni Blasi. Sono inseparabili, ma Blasi è destrissimo e con Michele sono il rosso e il nero, come la trasmissione che il giornalista conduce in quei mesi.
Il rosso e il nero diventa la metafora della sua vita e della sua tv per primo sdogana Gianfranco Fini e molti ex missini invitandoli in trasmissione. Nel privato è un pò Julien Sorel e i personaggi del romanzo di Stendhal, narra l’ex moglie, diedero voce anche al loro addio. Un giorno lei scrisse al fedifrago in azione: «Caro dottore, mi dispiace disturbare la sua vacanza di lavoro con signorina sempre pronta. Tuttavia urge immediata una sua risposta. O con me o senza di me Dans la vie. Suo Giuliano». Lui risponde con Milan Kundera: «Non posso scegliere. Potrei rinunciare. Fare come Tomas». Restò libero.
Nel 1994 Silvio Berlusconi vince le elezioni, si dimette, finisce all’opposizione Santoro accetta l’offerta Mediaset e passa a Italia uno. È la stagione di Moby Dích. L’anno successivo si risposa. Questa volta il matrimonio è borghese. Impalma Sanja, 33 anni, in una pieve sulle colline romagnole. Officia il cardinal Ersilio Tonini, testimone di nozze è Maurizio Costanzo. ira gli invitati numerosi volti noti della tv. Non si perde il rinfresco l’ex ministro socialista Gianni De Michelis, amico del neosuocero Iliano Annibali, ricco imprenditore riminese con interessi anche nella Repubblica di San Marino. Santoro inizia a vestire Armani (di cui diventa amico), è tra i fondatori di un ristorante alla moda. Sorge sul lungotevere, si chiama Furore, come uno degli angoli dell’amata Costiera amalfitana dove è sepolta (a Scala) la madre, morta di parto. Il menù è «borbonico», come i vini. Una cena costa in media 100 mila lire. Il locale non decolla e chiude dopo pochi mesi. Santoro smette di fare l’imprenditore e lascia la Mediaset, ma non guarisce dal suo complesso edipico irrisolto con la sinistra. «In tanti anni è stato l’unico giornalista a farmi arrabbiare veramente» ricorda Claudio Velardi, ex consigliere di D’Alema. «In una trasmissione preparò a Massimo un vero agguato. lo mi incazzai e lui fece il martire, come sempre». L’ex presidente dei Consiglio da allora evita lo studio del conduttore salernitano, come molti altri leader pd. Il 20 maggio Michele li ha attaccati dalla sua tribuna, li ha bollati come «miserabili cialtroni». Per qualcuno è stata la conferma che Santoro non cerca la verità, ma la «bella morte».
Va a caccia di proscrizioni, forse di buonuscite. L’epitaffio glielo ha già scritto Beniamino Placido, molti anni fa, dopo uno dei suoi tanti addii: «No, non manderò nessuna corona di fiori. Nemmeno un telegramma ll perché è presto detto. Perché sono meridionale. E non ho mai sopportato il trionfo di quelle piazze, sovente del Sud, dove si celebrava il patetico rito della lagna televisiva Quelle piazze trasformate in grandi confessionali a cielo aperto, dove la pubblica confessione non finiva mai con il mea culpa».

3 pensieri su “Giacomo Amadori, Una vita da tribuno

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