13 APRILE, RAINER MARIA RILKE corsia dei servi PER UN PIU’UMANO AMORE

 Corsia dei Servi invita: prosegue il ciclo di incontri con Rilke:  le 10 elegie duinesi, SALA VERDE venerdi 13 APRILE ORE 18.30 ingresso libero

 
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“L’essenza dell’amore non è in ciò che è comune,
bensì nel costringere l’altro a diventare qualcosa, a diventare infinitamente tanto,
a diventare il massimo che gli consentono le forze”
(Rilke)
Sala Verde, Corso Matteotti 14, Milano, La Corsia dei Servi invita:
VENERDI 13 APRILE, ORE 18,30
“Per un più umano Amore”
Una serie di incontri con il pensiero e l’opera di  Rainer Maria Rilke
 
LA QUARTA ELEGIA:
“ INSUFFICENTI NELL’AMARE, INCERTI NEL DECIDERE,
 INCAPACI DINANZI ALLA MORTE ”

O alberi della vita, quand’è inverno per voi?
 
Prosegue il ciclo di incontri dove le Elegie Duinesi saranno guida e pretesto  per riflettere sulla nostra vita.
Incontri che non sono lezioni in ascolto passivo, ma intendono essere fertile dialogo tra i partecipanti.
“PERCHE’ I POETI NEL TEMPO DELLA CRISI ?”
Perchè ci aiutano infatti a trovare spazi interiori, che “arricchiscono” senza visibile, usando l’invisibile,  
così che l’immaginario, le emozioni, i pensieri si muoveranno tra noi divenendo parte integrante di quel movimento interiore
che ci auguriamo si rifletterà nel quotidiano della nostra vita“per un più umano Amore”
 
 
ideazione, conduzione, cura
Miriam Cipriani / Patrizia Gioia
 
Miriam Cipriani, studiosa e ricercatrice. Appassionata del pensiero di Rilke ha condotto a SpazioStudio un lavoro a dialogo attraverso le dieci elegie duinesi di Rilke. 
 
Patrizia Gioia, la sua poesia è ricerca tesa all’incontro con l’alterità, al pensiero simbolico nell’’esperienza mistico religiosa al crocevia tra oriente ed occidente. Nel 2000 apre e cura SpazioStudio,  luogo di incontro e di confronto con giornate di  lavoro inter e intra disciplinari, tese ad illuminare la connessione tra tutti i saperi dell’umano, nell’operante pensiero dei grandi maestri d’ogni tempo, la cui voce è inseparabile dal conosci te stesso, un  rivitalizzare attraverso la personale esperienza, con una rinnovata creatività, quanto di fondamentale e vero da sempre “è “. www.spaziostudio.net
 
                                                      QUI DI SEGUITO DUE TRADUZIONI DELLA QUARTA ELEGIA
info
corsiadeiservi@sancarloalcorso.it
info@spaziostudio.net
 
O alberi della vita, quand’è inverno per voi?
Noi non siamo tutt’uno. D’intesa, come gli uccelli
migratori. Sorpassati e tardi,
ad un tratto ci impegniamo a contrastare i venti
e caschiamo nello stagno indifferente.
Consci a un tempo di fiorire e di sfiorire.
Eppure vagano leoni in qualche dove ancora,
e finché sono magnifici, non sanno d’impotenza.

Ma noi, quando intendiamo una cosa, e null’altro,
l’altro già lo avvertiamo, e sensibilmente. Nimistà
ci sta accosto, più d’ogni altra cosa. Gli amanti non urtano
uno nell’altro sempre in limiti,
loro che aspettano spazio, caccia, patria?
Vedi con che fatica ci si appresta uno sfondo
di contrasto perché spicchi il disegno
d’un minuto; Oh si è chiari, molto chiari
con noi. Non conosciamo il contorno
del sentire, ma soltanto quel che dall’esterno lo forma.
Chi non sedé angosciato dinanzi al sipario del suo cuore?
Si aprì: la scena era addio.
Facile a capirsi. Il noto giardino,
oscillava davvero: allora, prima entrò il ballerino.
Quello no. Basta. Anche se fa così bene
è travestito, e quando si riveste è un borghesuccio,
che per entrare passa per la cucina.
Queste maschere piene a mezzo non le voglio.
Meglio la marionetta. Quella è piena. Io voglio
sopportare quell’involucro di pelle e il filo e il suo
volto d’apparenza. Qui. Le stò di fronte.
Anche se si spengono i lumi, anche se
mi si dice “si chude” -, anche se dal palcoscenico
mi arriva il vuoto col soffio grigio dell’aria,
anche se non c’è più nessuno dei miei taciturni antenati
a seder lì, con me, nessuna donna e nemmeno
il ragazzo dall’occhio bruno, fisso,
io resto lo stesso. C’è sempre da guardare.
Non ho ragione? Tu, che sì amara
guastasti la tua vita per assaggiare la mia, padre,
la prima torbida infusione di quel che mi sarebbe toccato,
e mentre via via crescevo, sempre assaggiavi di nuovo
e preoccupato del sapore di futuro strano che dall’assaggio
ti rimaneva, indagavi il mio sguardo appannato, –
tu padre mio, che tante volte nella mia speranza,
nell’intimo mio, da che sei morto, hai paura,
e rinunci alla serenità dei morti, a quei regni
di serenità, per quel pò di Destino mio,
non ho ragione? E voi, non ho ragione
voi che mi amaste per quel pò d’inizio
d’amore che vi davo. se sempre me ne distoglievo
perché lo spazio che amavo nel vostro volto,
da che l’amavo, mi si svolgeva in spazio di mondo
e in quello voi non c’ eravate più…Non ho ragione se ho voglia
d’aspettare dinanzi al palcoscenico delle marionette ?
Ma che dico
aspettare, no, farmi tutt’occhi, tanto
che là per corrispondermi, un Angelo
ha da entrare come burrattinaio a tirar su i pupazzi.
Angelo e marionetta: allora finalmente c’è spettacolo.
Allora ecco s’aduna, quel che sempre,
eistente, disgiungiamo – allora, solo allora
dalle nostre stagioni, si compone il cerchio
della prima evoluzione. Alto, sopra di noi
recita, allora l’Angelo. Guaeda i morenti:
non ti pare che avvertano come tutto è pretesto
quel che faccimo qui? Tutto
non è se stesso. Oh, ore d’infanzia
quando dietro le figure c’era più che passato soltanto
e dinanzi a noi il futuro non c’era.
Noi cresdcevamo, è vero, tavolta ansiosi
di diventar grandi, ma in parte per amor di quelli
che non avevano più altro che esser grandi.
Eppure, in quell’andar soli
avevamo la gioia che dà quel che non muta,
stavano là in uno spazio di mezzo tra mondo e balocchi
in un posto che fin dall’origine
era creato per un evento puro.

Chi rappresenta un bambino com’è?
Chi lo pone fra le stelle e gli dà nella manina la misura
di quella distanza? Chi fa la morte del bambino
causata dal pan grigio che induriva -, o gliela lascia lì
nella bocca rotonda, come il torsolo
di una bella mela? …gli assassini
son facile a capirsi. Ma questo: la morte
la piena morte, prima della vita,
contenerla così soavemente, senza fare i cattivi,
è indescrivibile. 

(traduzione di Enrico e Igea De Portu, edizioni EInaudi, 1978)

ALBERI DELLA VITA, OH QUAND’E’ INVERNO?
NON C’E’ ACCORDO TRA NOI , NON INTENSA COME
NEI MIGRATORI IN VOLO. SORPASSATI E TARDIVI,
CI SOSPINGIAMO D’IMPROVVISO NEI VENTI
E CADIAMO NELLO STAGNO INDIFFERENTE.
FIORITURA E SECCHEZZA CI SONO INSIEME NOTE.
E IN QUALCHE PARTE ANCORA S’AGGIRANO LEONI
E L’IMPOTENZA IGNORANO FIN CHE SON MAGNIFICI.

MA NOI, QUANDO UNA COSA INTERA, QUELLA SOLA INTENDIAMO,
DELL’ALTRA GIÀ’ IL DISPENDIO AFFIORA, L’OSTILITA’
CI E’ PROSSIMA. NON TORNANO GLI AMANTI
A TOCCARE L’UN NELL’ALTRO I CONFINI,
CHE SPAZI, CACCE E PATRIA SI PROMISERO.
PER IL DISEGNO DI UN ISTANTE
UN FONDO DEL CONTRARIO SI PREPARA, A FATICA,
SI’ CHE LO VEDIAMO; CHIARA INFATTI E’ LA SORTE
CON NOI. DEL SENTIRE NON SAPPIAMO
IL CONTORNO: SOLO QUANTO LO FORMA DA FUORI.
CHI NON SEDETTE TREPIDO DINANZI AL SIPARIO DEL SUO CUORE?
E POI SI APRI’ : LO SCENARIO ERA CONGEDO.
FACILE DA CAPIRE. IL GIARDINO BEN NOTO
E OSCILLAVA PIANO: COMPARVE ALLORA IL BALLERINO.
NON QUELLO. BASTA! PUR SE NEL MOTO LIEVE SI TRATTIENE
E’ TRAVESTITO, SI MUTA NEL BORGHESE,
PASSA PER LA CUCINA E SE NE ENTRA IN CASA.
NON VOGLIO QUESTE MASCHERE PER META’ RIEMPITE,
MEGLIO LA MARIONETTA. QUELLA E’ PIENA. INTENDO
SOPPORTARE IL MANICHINO E I FILI E QUEL VOLTO
DI SPICCATA PARVENZA. QUI. LE STO DINANZI.
SE LE LUCI SON SPENTE, SE DICONO.
NON PIÙ’ -, SE DALLA SCENA
IL VUOTO SPIRA CON FIATO GRIGIO,
SE DEI MIEI AVI QUIETI NESSUNO PIÙ’
M’E’ COMPAGNO, NON UNA DONNA E NEPPURE
IL FANCIULLO CON L’OCCHIO SCURO STRABICO:
RIMANGO TUTTAVIA, C’E’ SEMPRE DA GUARDARE.
NON HO RAGIONE? TU CHE PER CAUSA MIA UN SAPORE
TANTO AMARO SENTIVI ASSAGGIANDO IL MIO VIVERE, PADRE,
IL PRIMO INFUSO TORBIDO DEL MIO INQUIETO DESTINO,
NEL MIO CRESCERE PIÙ’ VOLTE RIPETEVI L’ASSAGGIO
E, NEL GUSTO DEL FUTURO ESTRANEO
ASSORTO, VAGLIAVI LO SGUARDO MIO APPANNATO, -
PADRE TU, CHE DOPO LA TUA MORTE SPESSO
NELLA MIA SPERANZA, PIÙ’ ADDENTRO, HAI TIMORE,
E RINUNCI ALL’ANIMO IMPASSIBILE COME L’HANNO I MORTI
E A IMPASSIBILI REGNI PER QUEL PO’ DI DESTINO CHE M’E’ DATO,
NON HO RAGIONE? E VOI, NON HO RAGIONE,
CHE MI AMASTE PER IL BREVE INIZIO
 D’AMORE CHE VI PORTAVO E SEMPRE TRALASCIAI,
POICHÉ’ LO SPAZIO CHE NEL VOSTRO VOLTO
 AMAVO TRAPASSO’ IN DISMISURE
CHE IGNORAVANO VOI…..: SE SONO NELL’ARDIRE
DI ATTENDERE DINANZI A QUEL TEATRINO, NO,
DI PUNTARVI LO SGUARDO TANTO APPIENO CHE PER COMPENSO
ALFINE AL MIO GUARDARE DEVE ACCORRERE UN ANGELO,
FAR DA BURATTINAIO E SOLLEVARE IN ALTO I MANICHINI.
ANGELO E MARIONETTA: ORA SI CH’E’ SPETTACOLO.
ALLORA CONFLUISCE QUANTO SEMPRE, POICHÉ’
QUI SIAMO, NOI SEPARIAMO IN DUE. ALLORA
DALLE NOSTRE STAGIONI IL CICLO SORGE
DELLA MUTAZIONE INTERA. DI LA’, SOPRA DI NOI
ALLORA E’ L’ANGELO A GIOSTRARE. VEDI, I MORENTI
NON AVVERTONO FORSE QUANTO PRETESTO E’ INTRISO
NELLE COSE TUTTE CHE NOI QUI OPERIAMO. NIENTE
E’ SE STESSO. O ORE DELL’INFANZIA, QUANDO
DIETRO ALLE FIGURE C’ERA PIÙ’ DEL SEMPLICE
PASSATO, E A NOI DINANZI NON IL FUTURO.
CRESCEVAMO, CERTO, E TALORA CI DAVAMO PREMURA
DI CRESCERE PIÙ’ IN FRETTA, A META’ PER CONTENTAR QUEI GRANDI
CHE TUTTO QUEL CHE AVEVANO ERA D’ESSER GRANDI.
EPPURE NEL NOSTRO SOLITARIO ANDARE
QUEL CHE DURA CI RECAVA DILETTO E LA’
STAVAMO, TRA GIOCATTOLO E MONDO, NELLO SPAZIO
INTERMEDIO CHE DAL PRINCIPIO
FECONDATO FU  PER UN EVENTO PURO
CHI MOSTRA UN BIMBO? COM’E’ DAVVERO? CHI PORLO
SA NELLA COSTELLAZIONE E DARGLI IN MANO
DELLA DISTANZA IL METRO? CHI DEL BIMBO LA MORTE FA
DI PANE BIGIO CHE DIVENTA DURO, – O LA LASCIA
NELLA BOCCA ROTONDA, COME IL TORSOLO
DI UNA MELA BELLA?…..GLI ASSASSINI
SON FACILI A CAPIRSI. MA QUESTO: LA MORTE,
TUTTA LA MORTE, PRIMA ANCOR DELLA VITA
TANTO SOAVEMENTE CONTENERE E NON ESSERE IRATO,
E’ INDESCRIVIBILE.

(traduzione di Anna Lucia Giavotto Kunkler, edizioni Einaudi – Gallimard 1995)

Un pensiero su “13 APRILE, RAINER MARIA RILKE corsia dei servi PER UN PIU’UMANO AMORE

  1. Complimenti, o rocciatori arditi! Vi vedo al quarto stadio della ferrata Rilke: Duino, con la sua passeggiata, è già laggiù, nella lucentezza del mare. E quel grido con cui iniziò l’umana avventura! “Chi, s’io gridassi, mi udrebbe mai fra le angeliche gerarchie?… Ah, di chi siamo in grado giovarci? Di angeli no e non di uomini…”

    Ma eccoli gli operosi: voi, finalmente!
    “Gedulden, Gedulden, Gedulden / Gedulden unter dem Blau!”
    „Patience, patience, / Patience dans l’azur!“
    La quarta duinese s’affaccia sul crepaccio fra il mondo come gioco irresponsabile e mondo come arduo compito; su questo orlo rischioso convergono gli Holzwege di Heidegger, la marionetta mite di Heinrich von Kleist, la Puppe ribelle di Rilke; temerario e affascinante il vostro itinerario verso le alture della Lode, dove vive “die Klage”, la giovane ninfa del Fonte Lacrimato, la sposa promessa della decima elegia.
    Vi sono idealmente compagno, staccato forse su una faglia e sognando quel

    reines, verhaltenes, schmales
    Menschliches, einen unseren Streifen Fruchtlands
    zwischen Strom und Gestein.

    della seconda duinese.

    Arrestarsi qui con Hofmannsthal, cedendo alla suggestione dell’abbandono?

    ORA PROPIZIA

    Qui giaccio e sto come sul tetto di mondi;
    io qui non ho casa né tenda; errabondi

    intorno a me vanno cammini di genti,
    nel mare precipiti o ai monti ascendenti

    e portano merce che i gusti asseconda,
    ignari che tanta mia vita nasconda.

    Oscillano in corbe di vimini e foglie
    quei frutti che il labbro da tempo non coglie:

    i fichi ravviso, rammemoro il sito,
    ma quanto, in chi visse lontano, è svanito!

    Tu pur, vita mia, che bella dilegui,
    prosegui nel mare, sui prati prosegui.

    Oppure procedere con Rilke?

    Fecondo cammino a voi, amiche e amici.
    marmar

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