Vladimir d’Amora,Comunismo e pensiero postmetafisico

Vladimir D’Amora ha pubblicato qualcosa nel gruppo So che non so ciò che so
   
Vladimir D’Amora    13 aprile 14.16.24
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Comunismo e pensiero postmetafisico
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IL COMUNISMO E IL PERICOLO

Il comunismo oggi appare come una possibilità dell’esistenza dell’uomo. Questa asserzione non si basa più sul fondamento della dottrina marxiana, non per le sconfitte delle applicazioni pratiche di essa, ma per il suo restare una variante della metafisica, cioè di quel pensiero, ormai completamente realizzatosi nell’effettualità della tecnica moderna e della, da essa derivata, pianificazione  di persone e cose che caratterizza l’attuale destino storico. Non è, quindi, quello a cui si fa riferimento, il comunismo di Marx. Ma il comunismo nominato,  non è più nemmeno quello di cui ragionavamo nel ’68, come d’altra parte quello del ’68 già non era più quello di Lenin. I marxisti “ortodossi” si scandalizzerebbero a sentir parlare di più comunismi, per codesti di esso ce n’è uno solo, quello di Marx; ma ugualmente farebbero gli oppositori, per stigmatizzare la limpidezza e unicità di questo pensiero per loro fallito, scacciato dalla storia. Certo Marx e il comunismo sono stati giustamente in modo stretto associati, ma poiché né il comunismo realizzato, né quelli tanto diversi tra loro progettati, si identificano con ciò che prospettava Marx, è difficile motivare lo scandalo ed altrettanto semplificare “ad usum delphini” questa polisemia del comunismo. Al sorgere (o risorgere?) ottocentesco il comunismo era legato alle utopie egualitarie cristiane, riciclate e aggiornate dal razionalismo illuminista. Con questi connotati lo prende nelle sue mani Marx e in gran parte in queste sembianze lo conserva, tentando di dare all’utopia basi più solide della semplice ragionevolezza, cercandole nelle leggi costanti sottostanti al movimento della storia. Ma ancora vivo Marx, quel comunismo già aveva preso forma di ideologia e/o di pianificazione tecnico-politica. Così è rimasto fino al ’17 e dopo. Non ci interessa in questa sede seguirlo sul piano strettamente storiografico nel corso del novecento.
Ma l’affermazione fatta all’inizio non va nemmeno fondata sulla determinazione, che viene da lontano, della tendenza comunitaria dell’uomo, che vede da tempo remoto in quest’ultimo l’animale sociale. Questa determinazione, anche volendo darle credito, niente ha a che fare con il comunismo, dato che non distingue la tendenza comunitaria primitiva, assimilabile al branco animale, dalle utopie comunitarie medioevali e dalle più recenti dottrine del socialismo utopistico. Il tentativo di applicare l’antropologia, sia essa filosofica o “scientifica”, per dimostrare la predisposizione umana al comunismo è destinata al fallimento, in quanto tale ricerca potrebbe dimostrare anche le più feroci tendenze antisociali. Caso mai andrebbe ricercato il limite filosofico di ogni riferimento alla socialità umana, che cerchi il fondamento nella determinazione dell’uomo come animale, sia esso razionale o politico, che ha, in tutta la metafisica, reso difficile l’apertura verso l’unicità non del comportamento (biologicamente assimilabile a quello di altre specie), ma dello stato ontologico dell’essere umano. Andrebbe riaperto cioè il confronto con la filosofia greca, specie presocratica, ma anche post, laddove la natura dell’uomo è vista in stretta relazione alla verità, intesa come  svelamento dell’essere (aletheia), come ha iniziato a fare Heidegger nel suo tentativo di domandare postmetafisico. La “ripetizione”, come sostiene Heidegger, della filosofia degli inizi, nell’epoca della piena realizzazione della metafisica, ci potrebbe facilitare un nuovo inizio post-metafisico del pensiero e una più alta valutazione dell’uomo e, forse, aggiungo io, anche una diversa fondazione della vita comunitaria. Ma su ciò bisogna ritornare.
Più interessante ai fini di una comprensione delle prime aspirazioni a un comunismo non tribale, ma moderno, è una valutazione delle posizioni che si sono sviluppate  dall’illuminismo in poi, allorquando il comunismo non si pone più come progetto difensivo, di sopravvivenza biologica, basato ancora sulla indistinzione tra le singolarità, ma si sviluppa in contemporanea con le dottrine più individualistiche di qualsiasi epoca precedente, il che ne configura il carattere di decisione, non di mera naturalità. Comunque, superato il tentativo di Marx che, come ho scritto in altra parte (Il dominio dell’astrazione), si è rivelato una sfida tecnologica alla natura umana, che non ha mostrato la stessa efficacia (per fortuna?) di quella alla natura ambiente, in realtà nessuna fondazione è possibile del comunismo, o almeno nessuna fondazione filosofica (leggi: metafisica), né tanto meno antropologica o sociologica o politica (che poi sono discipline derivate dalla metafisica). Ma allora su quale base si è formulata un’asserzione quale: il comunismo appare come una possibilità dell’uomo? Non si tratta di proporre un atto di fede “nelle magnifiche sorti e progressive” e nemmeno riscoprire nella rinascita di utopie comunitarie dal ’68, che più o meno hanno retto fino ad oggi, pur se in forme variate, una potenzialità empiricamente scoperta. Certo che il sessantotto, riproponendo gli stessi ideali, in presenza di snaturamenti e fallimenti del comunismo, già fu costretto a farsi domande su ciò che non aveva funzionato: il pensiero cercava di riprendere a girare con maggiore libertà, pur se con molti balbettamenti. Era già un altro comunismo: l’utopia si smascherava in quanto tale e non cercava appigli al di fuori del desiderio e del sogno. Con queste premesse fragili bastò poco per riportarlo nei meandri della politica attraverso spinte interne e esterne ai suoi sostenitori. Comunque si trattò d’altro rispetto alle manifestazioni sorte più di un secolo prima: malgrado i tentativi degli ortodossi di ritrovare in ogni espressione di movimenti le gloriose rinnovate gesta della classe operaia, ormai invocata ritualisticamente, erano ormai nettamente separate le lotte del proletariato per “migliori condizioni di vita” e l’utopia comunista. Non è obiettivo di questo scritto un’interpretazione storiografica del ’68, lo riconsideriamo come rinascita generazionale dell’aspettativa comunista e ripresa dell’attenzione verso un pensatore essenziale come Marx al di fuori della vulgata e della scolastica di partito, ma anche apertura verso altri pensatori, unica possibilità perché il pensiero continui a essere attivo e possibile svelatore di qualche verità che ci riguarda. D’altra parte i miti residuarono: il Che, la rivoluzione culturale cinese, la Palestina rossa… l’operaio massa, l’operaio sociale, la lotta armata, e residuano ancora, anche se alquanto sbiaditi: il Che, la Palestina libera…la moltitudine, i social forum, ma non furono e non sono più intrappolati in un egemonia di partito burocratico e tecnocratico, pur se lo sono ancora nella tecnica politica. Comunque non è da questi dati empirici, pur volendo leggerli ottimisticamente, che si può riproporre la prospettiva comunista. Anzi, se vogliamo, si tratta proprio di partire dall’opposto di un illusorio e consolatorio ottimismo della ragione o, peggio ancora, della volontà.

3 pensieri su “Vladimir d’Amora,Comunismo e pensiero postmetafisico

  1. Il frammento introduttivo del saggio “Comunismo e pensiero postmetafisico”, qui riprodotto, manca del nome dell’autore che è il sottoscritto. Il saggio fu pubblicato integralmente il 13/11/2004 sulla rivista on line VULGO. Prego di ovviare a questa mancanza. Vi ringrazio anticipatamente. Giovanni Carlo Leone

  2. Volevo aggiungere che molto probabilmente la mancanza è dovuta al fraintendimento che si trattasse di un contributo personale di Vladimir D’Amora al gruppo “So che non so ciò che so”. Sono peraltro più che sicuro che tale fraintendimento non era nelle intenzioni di Vladimir, mio fraterno amico, che anzi ringrazio per aver scelto di far circolare in rete un mio modesto saggio in aggiunta alle sue continue proposte di lettura e alle sue recensioni di scrittori e pensatori di ben altro calibro. Di nuovo grazie per l’attenzione e cordiali saluti. Giovanni Carlo Leone

  3. Volevo aggiungere che molto probabilmente la mancanza è dovuta al fraintendimento che si trattasse di un contributo personale di Vladimir D’Amora al gruppo “So che non so ciò che so”. Sono peraltro più che sicuro che tale fraintendimento non era nelle intenzioni di Vladimir, mio fraterno amico, che anzi ringrazio per aver scelto di far circolare in rete un mio modesto saggio in aggiunta alle sue continue proposte di lettura e alle sue recensioni di scrittori e pensatori di ben altro calibro. Di nuovo grazie per l’attenzione e cordiali saluti. Giovanni Carlo Leone

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