ROSSANA ROSSANDA,la Francia chiama

ROSSANA ROSSANDA
IL MANIFESTO

ROSSANA ROSSANDAMerkozy. _n.jpg
08.05.2012


François Hollande, socialista, è il nuovo presidente di Francia. Ed è la prima grossa spina nel fianco dell’Europa liberista. Della quale rifiuta le politiche di rigore e quindi il trattato intergovernativo sulla regola d’oro. Lo ha ripetuto instancabilmente, ancora domenica a mezzanotte, davanti alla folla stipata sulla piazza della Bastiglia, una folla mai vista, inattesa, che si è raccolta in tutte le piazze dell’esagono, prima di tutto in quella del suo collegio nella Corrèze, poi nel piccolo aeroporto di Brive, poi all’arrivo nell’aeroporto del Bourget e di là un corteo improvvisato di moto, auto, biciclette ad accompagnarlo – corteo allegro fitto e pericoloso – fino a Parigi, dove il servizio d’ordine ha stentato a fargli strada fino al palco sulla Bastiglia.
La gente lo aspettava dalle otto, appena la vittoria era stata annunciata, zeppa di giovani e giovanissimi, di inattese bandiere di altri paesi, di gente felice. Felice era anche lui, Hollande, ma – ha subito aggiunto – «felici sì, euforici no, molte difficoltà ci attendono. Dovremo batterci, sia io che voi».
Non si può dire che abbia seminato illusioni. È il primo presidente socialista dopo Mitterrand, ma nel 1981 la situazione era meno grave di oggi. Ha ribadito, martellandoli, gli impegni cui non potrà sottrarsi. Due prioritari: più uguaglianza nei mezzi (dunque più lavoro, priorità alla grande disoccupazione giovanile, più potere d’acquisto con aumento subito del salario minimo) e nei diritti (fine di ogni discriminazione degli immigrati). E più giustizia redistributiva. Fine dei tagli nei servizi sociali, sessantamila nuovi impieghi fra sanità e scuola. E tutto questo pagato come? Non solo con i risparmi, ma con la crescita e tassando gli alti redditi fino al 75 per cento – cagnara dell’opposizione, ignara che Roosevelt era arrivato all’83. Tira un’aria di new deal, la destra e i moderati di Le Monde mettono le mani avanti.
Rossana Rossanda È vero, ma Hollande, differentemente da Sarkozy, è un economista; uscito dalla Ena ai primi posti, sa che cosa è un bilancio, non straparla. Sa che la Francia ha un debito pubblico maggiore del nostro, anche se di minori proporzioni rispetto al Pil, ma sa anche che il rigore unilaterale non porta da nessuna parte, se non alla catastrofe economica della Spagna e a quella anche politica di una Grecia spaccata in quattro. Sa che di crescita si parla ormai un po’ dappertutto, ma le ricette sono opposte: Hollande precisa che la sua si fa con l’aumento degli occupati, l’incremento delle tecnologie, e la tassazione degli alti redditi. Non crede affatto che si cresca tassando duramente pensioni, salari, servizi sociali ed enti locali, che riducono sia il potere d’acquisto dei più deboli sia le entrate pubbliche, e non è affatto persuaso – come Monti e la sinistra italiana – che i ricchi non devono essere disturbati perché investano nella produzione. Essi investono nella finanza «ed è la finanza – ha detto – il mio nemico». Pareva, al trio Merkel Sarkozy Monti e alla stampa al loro seguito, che dovesse venire giù il mondo. Ma i mercati sono più innervositi dalla Grecia che dalla svolta francese.

Calmo, deciso, normale quanto era agitato Sarkozy, alla mano, serio e non privo di humour, la vittoria di Hollande è quella di un uomo deciso, con un’idea in testa e capace di tessere attorno a sé tutte le forze del già rissoso Partito socialista e delle altre sinistre. Prenderà formalmente i poteri il 15 maggio, partirà subito per Berlino, poi per gli Stati Uniti, e al ritorno sarà davanti alle elezioni legislative dalle quali deve ricevere una maggioranza. È assai probabile che la avrà, e che dovrà negoziare con Jean-Luc Mélenchon (Front de gauche), che lo ha sostenuto con i suoi quattro milioni di voti, senza porre condizioni ma in autonomia (nelle legislative può averne di più, era arrivato nei sondaggi al 17 per cento, battendo il Fronte nazionale nelle zone operaie) e con i Verdi, il cui basso risultato al primo turno delle presidenziali si deve alle strettoie della legge di de Gaulle. Mélenchon lo incalzerà sui salari e sull’Europa, Eva Joly sul nucleare. Sull’Europa si tratta di modificare, fra le regole, l’interdizione alla Bce di finanziare gli Stati, sul nucleare di passare alle energie alternative per sostituire ben 58 centrali (cui attinge anche l’Italia). Un programma gigantesco, che incontrerà più ostacoli a Bruxelles che a Washington.

Intanto, nell’interregno cui è costretto fino al 15 maggio e, in buona parte, fino alle legislative, Hollande ha deciso due piccole cose che poteva decidere – ha ridotto del 30 per cento le indennità del presidente della Repubblica e dei ministri, e ha interdetto il cumulo delle cariche, fine dei sindaci ministri e dei ministri sindaci. Vecchia tradizione del notabilato che si rompe, come si è rotto ieri il primato di Parigi nel cerimoniale della nomina del Presidente. Hollande ha parlato prima nel suo collegio che nella capitale ed è uno strappo grosso. Anche se la capitale ha votato massicciamente per lui, come tutti i grandi centri urbani, periferie difficile incluse. Il Fronte nazionale appare forte ma radicato, salvo alcune zone al sud, nello scontento delle campagne.

Insomma, tempi difficili ma un varco in Europa si è aperto. In direzione opposta alla risorgenza delle destre. Farebbero bene a pensarci in Italia sia Bersani, sia Giorgio Napolitano artefici dell’unità nazionale liberista. E tutti gli araldi dell’inevitabilità dell’antipolitica, dell’astensionismo e della fine di una differenza fra destra e sinistra. Dove una sinistra ha il coraggio di esistere e dichiararsi tale, può vincere. La Francia, esplicitamente divisa, vede più chiaro e ha giocato una carta che anche in Italia, se coraggio ci fosse, sarebbe vincente.

Lascia un Commento