Marco Vitale, APPUNTI PER UNA NUOVA RICOSTRUZIONE: L’ERRORE DI MONTI

APPUNTI PER UNA NUOVA RICOSTRUZIONE:

 L’ERRORE DI MONTI
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Un amico, professore al Politecnico di Milano, mi ha chiesto di scrivere un pezzo da inserire in un libro di disegni di studenti della scuola di design e nuova accademia di Belle Arti di Milano  dedicati al tema: PER. L’anno scorso, analogo libro era stato dedicato a : BASTA, cioè alla critica, all’indignazione, alla ribellione contro il malgoverno. Quello di quest’anno è dedicato a: PER, cioè alle proposte, ai progetti, alla speranza, alla parte costruttiva, al buon governo.

Ho accettato con gioia perché il mio cuore e la mia mente sono colmi di: PER. Ma accingendomi a scrivere il pezzo mi sono accorto che è impossibile scindere i PER dal BASTA, si tratta di due facce della stessa medaglia.

La fase in cui ci troviamo è la più difficile e pericolosa dall’inizio della crisi, sia sul piano internazionale che nazionale. Nella pubblicistica internazionale sta emergendo un filone revisionista che, più o meno dice: abbiamo sbagliato ad adottare e cavalcare il neocapitalismo selvaggio che ha dominato  negli ultimi 30 anni. Facciamo una correzione di rotta di qualche grado e tutto andrà a posto: un po’ di economia sociale di mercato (ma non si capisce come questa si concili con la politica europea della Merkel e dell’establishment tedesco), un po’ di liberalismo sociale (viva Hollande), un po’ più di sussidiarietà come vuole Formigoni, un po’ più di solidarietà (come vogliono i preti), un po’ più di sviluppo, anzi di crescita (come vuole la Marcegaglia e insieme la Camusso), un po’ più di licenziamenti (come vuole la Fornero).

Quando sulla  linea dell’economia sociale di mercato troviamo studiosi seri, come Alberto Quadrio Curzio, che l’ha sempre sostenuta, va bene. Quando la vediamo fatta propria da studiosi che sono stati megafoni del neocapitalismo selvaggio, dobbiamo diventare sospettosi e dire che forse c’è qualcosa che non va. Quello che non va è che non si tratta solo di rettificare alcune idee sbagliate e di fare un po’ di maquillage, ma di ingaggiare battaglie politiche  e concettuali durissime contro chi ha condotto il mondo ed il paese a questo punto e che vuole continuare così. Non c’è un PER senza un’aspra lotta per il BASTA. E si tratta di una lotta di idee ma soprattutto di interessi.

Sul piano internazionale è ormai chiaro anche ai ciechi che la speranza di mettere qualche freno responsabile alla finanza speculativa è svanita. Il fallimento di Obama e del G20 è stato clamoroso. Per cui ci siamo incamminati lungo le stesse strade che ci hanno portato al 2008. I padroni della finanza e dell’economia mondiale restano loro, i grandi finanzieri, i  grandi petrolieri, la casta feudale dei grandi manager. Ma con una differenza: gli Stati superindebitati non hanno più risorse per operare i salvataggi che hanno realizzato nel 2008-2010, salvando simultaneamente il sistema ed i suoi killer. Il secondo fattore fortemente negativo sul piano internazionale è che l’Europa, alla quale la storia aveva offerto un’occasione straordinaria per ritornare a pesare nell’assetto mondiale, non ha accettato la sfida. Si è rinchiusa come una lumaca nel suo guscio, anzi nei suoi tanti gusci, ed ha, così facendo, favorito la rinascita di approcci nazionalistici. Il fatto più minaccioso è il cambio di politica della Germania.

Nel marzo 1946 all’Università di Colonia, si alzò la voce di un grande vecchio antifascista, un settantenne, un grande europeo, un grande cattolico, che si erse, contestualmente, contro il mito dello Stato- Nazione e contro il centralismo marxista. Fu il primo discorso pubblico, dopo il nazismo, di Konrad Adenauer, ed è stato giustamente definito dallo storico inglese Paul Johnson, uno dei discorsi più importanti del dopoguerra, quello che segnò l’inizio della nuova Germania ma anche della nuova Europa Occidentale. Adenauer disse: “siamo prima persone, cittadini, europei e poi tedeschi. Ma più lo Stato-Nazione, mai più lo Stato etico. Una Germania federale per un’Europa federale”. Questa impostazione: prima europei e poi tedeschi, è stata una costante della politica tedesca sino al cancellierato di Kohl. Poi, prima con Schroeder e, ancor più, con la Merkel, questo principio è stato ribaltato. La Germania di oggi è ritornata a pensare: prima tedeschi e poi europei. E’ una svolta storica, che si realizza dopo 60 anni, ed è una pessima notizia. Se la Germania è, per la sua importanza in Europa, la frontiera più preoccupante, il ritorno ad approcci nazionalistici è sempre più evidente in molti altri paesi, anche non europei. Non è senza significato che molti organismi bancari internazionali stiano smantellando le loro strutture internazionali e stiano ritornando a strutturarsi su base prevalentemente nazionale.

L’unica notizia positiva su questo fronte è che, per la prima volta, al centro della competizione elettorale in Francia e Grecia vi è stata proprio la politica europea.

 

 

In questo mondo sempre più difficile e competitivo, l’Italia si muove con una rinnovata dignità, ma con dei pesantissimi pesi legati alle caviglie.

Sintetizzo, brevemente, quelli che sembrano a me i più grevi, in ordine di priorità.

Economia malavitosa e della corruzione

Secondo le  più attendibili stime l’economia malavitosa, unita all’economia della corruzione (due facce della stessa medaglia), rappresentano dal 25 al 30% del PIL. Nessun paese sviluppato presenta dati simili. La classe di governo, compresa quella attuale, e gli accademici si rifiutano di vedere questo problema nella sua gravità (altro che articolo 18!) e quasi non ne parlano o ne parlano solo come una questione di ordine pubblico. Invece questo è il più grave problema economico del paese, che avvelena ed indebolisce ogni cosa. Questa è la nostra bolla “subprime”. Dobbiamo sgonfiarla. Ma l’azione di contrasto, che è in atto sul fronte malavitoso ma non sul fronte della corruzione, ha necessariamente, effetti recessivi, che dobbiamo accettare serenamente.

Nel giugno 1982, pochi giorni prima dell’assassinio del generale Dalla Chiesa e della giovane moglie, Nicola Cattedra, direttore del quotidiano l’ORA, l’unico che coerentemente si era sempre battuto contro la mafia, raccontava i pensieri raccolti fra i ricchi palermitani, incontrati in un ristorante alla moda, con queste parole:

“Questo Dalla Chiesa può diventare una sciagura per Palermo. Se si mette a fare il superpoliziotto contro i trafficanti di droga, finisce che rovina questa città. Si immagini tutti quelli che oggi campano con i proventi della droga, buttati sul mercato dei disoccupati. Metterebbero a sacco le nostre case. Non potremmo più uscire alla sera, ci scipperebbero, scassinerebbero negozi, ville, uffici. Non ci sarebbe più pace, mi creda. I ristoranti non sarebbero più sicuri, le nostre mogli non potrebbero più uscire in pelliccia. No, deve stare attento a quello che fa, questo generale piemontese”.

Pensieri analoghi oggi sono ben diffusi, soprattutto in relazione al cancro corruzione che il berlusconismo ha trasformato in “instrumentum  regni”, nei partiti e in gran parte della ricca borghesia di tutto il Paese. Ma non ci può essere nessun PER duraturo per l’economia italiana se non ridimensioneremo drasticamente questo cancro, qualunque sia l’effetto recessione di questa correzione.

Burocrazia come forza negativa

Il grosso della burocrazia (non tutta) sembra sia legato al giuramento di impedire, con ogni mezzo possibile, lo sviluppo del paese. Dopo la malavita organizzata e la corruzione, con le quali peraltro molti  burocrati coltivano stretti legami, è la più poderosa forza contro la modernizzazione e lo sviluppo del paese. La sua azione è, in negativo, straordinariamente efficace. La burocrazia ha obiettivi perversi, ma nell’ambito di questi obiettivi perversi, è straordinariamente efficiente. Ogni governo nazionale o locale, finisce per essere irretito nella sua rete. Anche l’attuale governo, che pur suscitava le speranze di un’azione all’insegna della valorizzazione delle energie produttive e creatrici diffuse nel paese, sta avviluppandosi in un centralismo burocratico da far paura. Il ministro Brunetta aveva cercato di fare qualcosa, e qualcosa di buono l’ha fatto. Ma nell’insieme ha fallito, come del resto fallì, a suo tempo, Mussolini. Non c’è azione demiurgica in materia così complessa e di civiltà. Solo un’azione di rivolta civile, paziente, duratura, competente, nella quale confluiscano vecchi e giovani, imprenditori e sindacati, giornalisti (alcuni dei quali stanno, invero, svolgendo un lavoro egregio) e quella parte della burocrazia che non si rassegna a un ruolo negativo e distruttivo, politici e magistrati può portare, nel lungo termine, a qualche risultato. Quest’azione negativa della burocrazia ha necessariamente effetti recessivi. Ad essa dobbiamo reagire, con la consapevolezza che è tema lungo, anzi lunghissimo. L’azione, invece, intrapresa dal ministro Patroni Griffi, con il pieno accordo dei sindacati è vile e disastrosa. Sono totalmente d’accordo con Brunetta quando scrive: “Niente licenziamenti economici, niente mobilità, niente responsabilità dei dirigenti, niente merito individuale con relativi premi, niente trasparenza, nessuna accelerazione sull’e-government, vale a dire sull’informatizzazione dei processi burocratici e sull’eliminazione della carta. Quello che ci si prospetta è una resa alla cattiva burocrazia e al cattivo sindacato”.

 

Debito pubblico opprimente e credit crunch

Il debito pubblico non è, di per sé, un male. Può essere e molte volte è stato uno strumento di sviluppo e, come disse Hamilton, il primo ministro del Tesoro della Federazione degli Stati Uniti, può essere una benedizione per i popoli. Infatti esso permette di realizzare opere che non potrebbero essere realizzate se non si distribuisse il relativo costo, attraverso il debito, sui tempi lunghi di più generazioni. Quando nel 1815 l’Inghilterra chiuse il ciclo delle guerre napoleoniche aveva un debito pubblico pari al 250 per cento del PIL. Ma aveva battuto Napoleone ed incominciò così il secolo più fulgido della sua storia, 1815 – 1915, il secolo dell’impero inglese. Quello che conta, come per le imprese, è l’attivo nel quale è stato investito il debito. Inoltre quello che conta è la capacità di far fronte al servizio del debito ed al  suo rinnovamento. Il debito pubblico non si rimborsa, si onora e si rinnova. L’Italia ha sempre avuto un debito pubblico, salvo per pochissimi anni della sua storia. Il nostro guaio oggi è duplice. Parte importante del nostro debito pubblico non è stato bene investito, in strutture che aumentano la produttività del sistema, ma è stato investito in opere inutili o dannose, in investimenti dai costi gonfiati dalle mafie, in combutta con i politici e la PA corrotta, in pensioni fantasmagoriche, in pensioni giovanili, in costi di un apparato politico e pubblico non sopportabile dal paese, in contributi ai partiti tali da vergognarsi e, tramite questi, in investimenti in Tanzania (fortunatamente respinti dalla banca di quel paese), diamanti, lingotti d’oro, palazzi e ville, ed in altre amenità. In secondo luogo esso ha, negli ultimi quindici anni, raggiunto un livello che supera i limiti considerati prudenti e sostenibili, dal sistema europeo ed internazionale, nel quale l’Italia è inserita. Si può disquisire a lungo se questi limiti siano  fondati o meno. Io, ad esempio,ritengo che, in gran parte, siano fondati  su niente e che si tratti quindi di autentici totem. Ma ciò non è importante. Quello che conta è che il sistema ci crede o fa finta di crederci. Quello che conta è che i governi sono subordinati alle grandi forze del mercato finanziario che hanno deciso di puntare sullo scardinamento dell’euro e  che attaccano quando si apre un qualunque spiraglio di debolezza. Quello che conta è che la Germania crede a questi totem e li utilizza, sia per motivi idealisti-moralistici (Merkel e il suo entourage), che per motivi di interesse (interessi industriali che vogliono, attraverso una politica recessiva e di “credit crunch” mettere in riga i maggiori competitori, tra i quali, al primo posto, l’impresa manifatturiera italiana).

Tutto questo porta ad una politica della lotta al debito esasperata e artificiosamente severa. Ma noi non possiamo farci nulla, se non sostenere, nelle sedi opportune, un pensiero, in parte, meno strumentalmente isterico, come, in qualche misura, ultimamente Monti ha incominciato a fare. Siamo come un vaso di coccio tra i  vasi di ferro. Dobbiamo subire ed accettare una politica di riduzione del debito in termini esasperati e, in parte, strumentali. La verità è che il debito pubblico è diventato lo strumento principale “dell’oligopolio finanziario mondiale che comunemente si chiama mercato per imporre la sua supremazia sul resto del mondo” come scrive molto bene Sapelli (L’inverno di Monti, Guerini e Associati, 2012)Ma il livello del nostro debito è ormai tale che non riusciremo a realizzare una significativa riduzione, attraverso una semplice politica di tagli. Ciò sarà ancora più vero se continueremo la patetica richiesta di aiuto ai cittadini di suggerimenti per controllare gli sprechi. Questo è nulla più di un demagogico sfogatoio. La spesa pubblica corrente si può certo tagliare ma attraverso grandi scelte politico-istituzionali e attraverso durissime battaglie  politiche contro gli interessi costituiti. E’ inoltre indispensabile una manovra straordinaria di natura patrimoniale. Bisogna diminuire grandemente l’attivo pubblico a tutti i livelli e consolidare, in qualche modo, il debito a lungo termine (come sta facendo l’Inghilterra che sta studiando emissioni a cento anni), ed insieme rinazionalizzandolo, ricollocando cioè le nuove emissioni, in misura maggiore, tra i risparmiatori italiani. La riduzione del debito ha, necessariamente, effetti recessivi.  L’effetto recessivo si duplica, perché il debito e la pressione strumentale sullo stesso è all’origine del “credit crunch”. Le nostre autorità possono divertirsi a negarlo ma esso esiste, come era del resto prevedibile, è durissimo, (forse bisogna risalire al 1946-48 per trovarne uno di pari durezza), distruttivo, certificato dal FMI , che prevede un accentuarsi del “credit crunch” in Italia ed esprime preoccupazione per lo stesso (secondo José Vinals, direttore del dipartimento monetario del Fondo, mentre nell’area euro l’offerta di crediti nel prossimo biennio potrebbe ridursi del 1,7%, in Italia potrebbe ridursi del 2,7%); è  misurato dalla Banca d’Italia i cui dati dicono che fra dicembre e gennaio il credito ai residenti si è contratto di 30 miliardi. La verità è che considerando solo la raccolta e gli impieghi con residenti, le banche italiane hanno un deficit di 383 miliardi di euro aggravato da una contrazione dei depositi da gennaio a novembre 2011 di 50 miliardi di depositi. Le banche stanno subendo un “deposit crunch” che non può non tradursi in un “credit crunch”. Anche questo ha, necessariamente, effetti recessivi.

Ho ricordato le tre maggiori spinte di carattere recessivo operanti in Italia. La loro azione congiunta impedisce lo sviluppo e la crescita dell’occupazione. La crescita della disoccupazione diventa, a sua volta, freno dei consumi e, quindi, ulteriore fattore recessivo. Se questa lettura è corretta, la conclusione che il mercato interno sarà in recessione per lungo tempo, non sembra campata in aria. Ecco perché l’esportazione è diventata la nostra frontiera di sopravvivenza, anche se anch’essa diventa, giorno dopo giorno, più difficile, per tanti motivi, compreso il ritorno dei nazionalismi, il rallentamento in alcuni paesi come Cina e India, bilanciato solo in parte dal risveglio di paesi come USA e Giappone. Ma anche i dati del primo bimestre 2012 confermano  che l’esportazione è la frontiera della salvezza per le nostre imprese e per il nostro paese. E qui è la grande differenza con la Grecia che ha poco da esportare e che dovrebbe fare un concordato, come ha fatto l’Argentina, uscire dall’euro e liberare il suo popolo dalla morsa dei finanzieri dracula. Ma su questa differenza di base dobbiamo lavorare molto per ricuperare l’enorme calo di competitività subito negli ultimi dieci anni dalla nostra industria. E questo vale sia per la componente pubblica, che per le imprese.

Per la componente pubblica, oltre a quanto già detto, è fondamentale che si sviluppi una cultura di governo che centri i problemi e gli obiettivi reali. Ad esempio gli indici OCSE recentemente pubblicati sul tema della tutela del lavoro (strictness of employment protection) dicono che l’Italia ha, in materia di lavoro, un indice di flessibilità di 1,77, migliore della media mondiale (2,11), mentre in cima alla classifica dei paesi in cui licenziare è più difficile ci sono la Germania (indice 3,0) e i paesi del Nord Europa. Allora che senso ha avuto tutto questo fracasso sull’art. 18, che ha, tra l’altro, rilanciato un sindacato in difficoltà? Non era meglio fare uno sforzo serio per realizzare un salto di civiltà nei rapporti di lavoro e creare un clima nuovo, più costruttivo, come è, ad esempio in Germania? Non aveva ragione Squinzi, neo-presidente di Confindustria,  quando nella presentazione del suo programma disse: “per me la licenzialibità dei dipendenti è forse l’ultimo dei nostri problemi”?

Un altro esempio è la mitologia del PIL. Il nostro apparato di governo, pur composto da economisti di buone letture, resta legato alla mitologia del PIL, alla crescita a prescindere, con una impostazione più contabile che economica o produttiva. Se è vero che le spinte recessive sopra menzionate sono fortissime ed alcune non sono neppure negative (sgonfiamento del 30% del PIL rappresentato dall’economia del malaffare e della corruttela) perché stare in venerazione del PIL come di fronte ad un totem? Ci può essere sviluppo, ci può essere incremento dell’occupazione, si possono sviluppare nuovi settori ed attività, pur in presenza di diminuzione dei valori nominali del PIL. Ad esempio: se riuscissimo, ovviamente con tempi e metodi adeguati, e collegandolo con un incremento di produttività,  a ridurre il milione circa di esuberi stimato nella PA, il PIL diminuirebbe ma la competitività italiana migliorerebbe. Bisogna dunque segmentare il Paese, la sua economia, le sue attività produttive e puntare su quelle che aumentano la produttività, la competitività, l’occupazione, la qualità dei rapporti civili, il bene-essere, a prescindere che il PIL aumenti o diminuisca nominalmente.

In questa analisi le imprese che esportano e che internazionalizzano devono stare in prima fila. Ed in prima fila deve stare la negletta e bastonata famiglia italiana che, dopo lo sconquasso della crisi e l’assottigliarsi di redditi e risparmi rimane, secondo il Global Financial Stability Report del FMI, (dati del 2010) la quinta per ricchezza patrimoniale dietro a Stati Uniti, Giappone, Regno Unito e Canada.

Dunque imprese esportatrici e ricchezza delle famiglie restano, come dicevo nel 2009, i due pilastri che mi permettevano allora, ma mi permettono anche oggi di dire: il bicchiere resta mezzo pieno.

Ma dobbiamo fare una grande pulizia.

Pulizia dagli idoli

La tendenza mondiale che sottolinea i profondi limiti del PIL, come guida suprema dell’economia e della politica economica è, negli ultimi anni, in forte crescita. Non si tratta più solo di isolati studiosi o di appassionati politici come nel famoso discorso di Robert Kennedy all’Università del Kansas nel 1968, ma di influenti organismi internazionali che hanno elaborato ed applicato concretamente indici e valutazioni più complesse ed articolate. Tra questi, l’ultimo, lanciato a metà 2011, si intitola “Better Life Index”, è dell’OCSE e si riferisce a 50 paesi.

A questo tema si collega quello che vede il male assoluto nel debito pubblico. Con l’ingegnere idraulico Quintino Sella noi abbiamo avuto un ministro delle finanze del quale tutti ricordano la rigorosa politica di riduzione del deficit, per il pareggio di bilancio che, raggiunto dopo di lui, da Minghetti, ma grazie alla sua opera, salvò l’Italia dalla temuta e, da molti, sperata disintegrazione finanziaria. Ma pochi ricordano che egli seppe abbinare al rigore nella gestione della spesa corrente, una poderosa politica di investimenti che rappresentarono la base dello sviluppo italiano moderno. Pochi ricordano che fu determinante per la nascita dei politecnici di Torino e di Milano, che rifondò l’Accademia dei Lincei alla quale, dopo gli impegni di governo, dedicò, come presidente,  la sua attività, che ebbe grande attenzione all’istruzione pubblica, che riuscì, con selettivo rigore, a finanziare investimenti infrastrutturali fondamentali per la crescita del Paese. Pochi ricordano che nel discorso all’Accademia dei Lincei, questo politico ministro e scienziato disse: la grandezza e la prosperità di un Paese è indubbiamente una conseguenza diretta delle sue capacità intellettuali  scientifiche e morali.

Il nostro dibattito pubblico resta, invece, in modo demoralizzante, abbarbicato all’idolo del PIL, come unica ed indiscriminata misura di crescita e della riduzione del deficit e del debito come bene supremo, sacrificando a questo ideale ogni e qualsiasi investimento necessario per lo sviluppo. Tagliamo, quindi, proprio dove si crea il futuro: nella cultura, nella scienza, nell’istruzione, nella sanità, sulla famiglia, sui giovani, sulla bellezza e pulizia delle nostre città, su tutto ciò che entra nel “Better Life Index” dell’OCSE. Faremo poca strada se non sapremo fare pulizia di questi idoli, che esprimono grandezze ed esigenze che non vanno certo dimenticate, ma che vanno tolte dal centro dell’altare.

E’ necessario porre al centro un nuovo paradigma che nasce come conseguenza di una semplice domanda: cosa sono effettivamente in grado di essere e di fare le persone, quali sono le reali opportunità a loro disposizione? Questo nuovo paradigma ha avuto una diffusione crescente anche nelle istituzioni internazionali. La più significativa applicazione è lo sviluppo del “United Nations Development Programme (UNDP) che, dal 1990, pubblica, ogni anno, gli “Human Development Reports”, che influenzano i criteri di valutazione adottati dalla maggior parte delle nazioni nella compilazione dei loro studi e rapporti sul livello di benessere delle loro popolazioni. Esistono anche rapporti analoghi per intere aree, come l’”Arab Human Development Report”. Nell’ambito dei rapporti UNDP è stata creata una nuova classifica delle nazioni, secondo un unico indicatore (ISU) che è un aggregato ponderato dei dati riguardanti: aspettativa di vita, livello di istruzione, PIL pro-capite. L’ISU, come indice unico, ha i difetti di tutti gli indici unici, che cercano di sintetizzare situazioni molto complesse. Ma esso è accompagnato da dati disaggregati, per singolo argomento, di notevole interesse. Esso ha, quindi, aperto la  strada verso una lettura più sofisticata dello sviluppo. Nel tempo l’ISU, con i suoi dati disaggregati, è stato affiancato da altri indici generali di particolare interesse. Tra questi l’Indice di sviluppo di genere (Isg) che corregge l’ISU inserendo il fattore di squilibri di genere e il “Gender Empowerment measure” (GEM) che misura il livello di partecipazione delle donne alla vita sociale ed economica. Recentemente il paradigma ha influenzato ed è stato, a sua volta, rafforzato dal rapporto della Commissione Sarkozy relativo al calcolo del rendimento economico e del progresso sociale. Infine è importante, sul piano collettivo, ricordare la “Human Development and Capability Association (Hdca), molto attiva e ricca di contributi.

Sono stati compiuti, dunque, notevoli progressi nella direzione di una concezione dello sviluppo basato sullo sviluppo delle persone e delle comunità. Ma l’influenza del nuovo paradigma sulla politica concreta, rimane modesto.  Per questo l’impegno dei singoli studiosi impegnati sul tema resta prezioso. Tra questi due spiccano su tutti: Amartya Sen e Martha C. Nussbaum. Mi soffermerò su quest’ultima, prolifica e battagliera docente di “Law and Ethics” nell’Università di Chicago (Il Mulino ha pubblicato numerosi sui libri), non solo perché trovo molto convincente il suo approccio, ma anche perché è appena uscito in Italia un eccellente ed agile compendio del suo complesso pensiero: “Creare Capacità. Liberarsi dalla dittatura del PIL” (ed. Il Mulino, 2012, ed. originale: Creating Capabilities. The Human Development Approach, Harvard University Press, 2011).  L’impostazione del tema è formulata dall’autrice con queste parole:

“Da tempo il discorso degli economisti, dei politici e dei funzionari che lavorano sui problemi delle nazioni più povere distorce la realtà dell’esperienza umana. I loro modelli predominanti affermano che la qualità della vita di una nazione migliora quando, e solo quando, aumenta la percentuale pro capite del prodotto interno lordo (PIL). Questa valutazione tecnica assegna un punteggio alto a paesi che registrano disuguaglianze allarmanti, paesi in cui un’ampia fetta di popolazione non gode affatto dei frutti della crescita economica generale della nazione. E siccome i paesi sono soggetti a valutazioni pubbliche che ne influenzano la reputazione internazionale, essi sono spinti ad impegnarsi esclusivamente per la crescita economica, senza curarsi del livello di vita dei loro abitanti più poveri e senza affrontare i problemi della sanità e dell’istruzione, che generalmente non migliorano con la crescita stessa… Gli attivisti più saggi hanno ben poco ascolto nei corridoi del potere. Le teorie dominanti che storicamente hanno ispirato le scelte politiche in questo ambito sono profondamente sbagliate e, come dimostrerò, hanno portato le politiche dello sviluppo a commettere errori dal punto di vista di valori umani ampiamente condivisi quali l’uguaglianza e la dignità. Se vogliamo che la scelta politica prenda la direzione giusta occorre una contro-teoria in grado di andare oltre questi approcci tanto radicati quanto fuorvianti. Una tale teoria dovrà prospettare il mondo dello sviluppo secondo nuove linee, mostrandoci un quadro differente di tutto ciò a cui assegnare le nostre priorità. L’approccio delle capacità è la contro – teoria di cui abbiamo bisogno, in un’epoca di problemi umani davvero urgenti e di ingiustificabili disuguaglianze”.

L’approccio di Martha C. Nussbaum è articolato e complesso e non è certo possibile sintetizzarlo in questa sede. Voglio solo illustrare il concetto centrale.

I metodi dominanti nella maggior parte dei paesi sono legati all’incremento del PIL pro-capite come indice di benessere. Questi metodi sono profondamente distorsivi se guardiamo al benessere delle singole persone. L’aumento del Pil nulla dice sull’andamento di settori cruciali come la sanità e l’istruzione, sul livello di democrazia, sulla distribuzione del reddito e della ricchezza, sull’esistenza di gruppi etnici o di genere fortemente svantaggiati, sulla partecipazione delle donne, sul valore dei lavori non contabilizzati come il lavoro domestico. Per uno sviluppo autentico bisogna basarsi sulle capacità umane intese come capacità combinate, definite come la somma delle capacità interne e delle condizioni socio-politiche-economiche in cui possono essere effettivamente scelti i funzionamenti (capacità concretamente realizzate):

“le capacità interne non sono un bagaglio innato. L’idea di doti innate ha comunque una funzione nell’approccio dello sviluppo umano. Dopotutto, il termine “sviluppo umano” suggerisce la manifestazione di poteri che gli esseri umani esercitano nel mondo. Storicamente, l’approccio è influenzato da prospettive filosofiche che guardano alla fioritura umana e alla realizzazione di sé dell’uomo, da Aristotele a John Stuart Mill in Occidente e Rabindranath Tagore in India. E l’approccio adotta l’immagine intuitiva della desolazione e della carestia per rappresentare ciò che è sbagliato in una società che ostacola lo sviluppo delle capacità. Adam Smith scriveva che la mancanza di istruzione rende le persone “mutilate e deformi in una ….. parte essenziale della natura umana”. L’immagine coglie un’importante idea intuitiva che sta dietro il progetto di capacità. Quindi l’atteggiamento nei confronti delle capacità basilari delle persone non è meritocratico – migliori sono le doti innate delle persone e migliore sarà il loro trattamento – bensì l’opposto: coloro che hanno più bisogno di aiuto per raggiungere la soglia dovranno essere sostenuti”.

Le capacità di base, intese come soglia minima, che devono essere garantite da un buon ordinamento politico sono, nell’approccio Nussbaum, dieci:

1.    Vita. Avere la possibilità di vivere fino alla fine una vita di normale durata; di non morire prematuramente, o prima che la propria vita sia limitata in modo tale da risultare indegna di essere vissuta.

2.    Salute fisica. Poter godere di buona salute, compresa una sana riproduzione; poter essere adeguatamente nutriti e avere un’abitazione adeguata.

3.    Integrità fisica. Essere in grado di muoversi liberamente da un luogo all’altro; di essere protetti contro aggressioni, comprese la violenza sessuale e la violenza domestica, di avere la possibilità di godere del piacere sessuale e di scelta in campo riproduttivo.

4.    Sensi, immaginazione e pensiero. Poter usare i propri sensi, poter immaginare, pensare e ragionare, avendo la possibilità di farlo in modo “veramente umano”, ossia in un modo informato e coltivato da un’istruzione adeguata, comprendente alfabetizzazione, matematica elementare e formazione scientifica, ma nient’affatto limitato a questo. Essere in grado di usare l’immaginazione e il pensiero in collegamento con l’esperienza e la produzione di opere auto espressive, di eventi, scelti autonomamente, di natura religiosa, letteraria, musicale, e così via. Poter usare la propria mente tutelati dalla garanzia di libertà  di espressione rispetto sia al discorso politico che artistico, nonché della libertà di culto. Poter fare esperienze piacevoli ed evitare dolori inutili.

5.    Sentimenti. Poter provare attaccamento per persone e cose oltre che per noi stessi; poter amare coloro che ci amano e che si curano di noi, poter soffrire per la loro assenza; in generale, amare, soffrire, provare desiderio, gratitudine e ira giustificata. Non vedere il proprio sviluppo emotivo distrutto da ansie e paure (sostenere questa capacità significa sostenere forme di associazione umana che si possono rivelare cruciali per lo sviluppo).

6.    Ragion pratica. Essere in grado di formarsi una concezione di ciò che è bene e impegnarsi in una riflessione critica su come programmare la propria vita (ciò comporta la tutela della libertà di coscienza e di pratica religiosa).

7.    Appartenenza.  a) Poter vivere con gli altri e per gli altri, riconoscere e preoccuparsi per gli altri esseri umani; impegnarsi in varie forme di interazione sociale; essere in grado di immaginare la condizione altrui (proteggere questa capacità significa proteggere istituzioni che fondano e alimentano tali forme di appartenenza e anche tutelare la libertà di parola e di associazione politica).  b) Disporre delle basi sociali per il rispetto di sé e per non essere umiliati; poter essere trattati come persone dignitose il cui valore eguaglia quello altrui. Questo implica tutela contro la discriminazione in base a razza, sesso, tendenza sessuale, religione, casta, etnia, origine nazionale.

8.    Altre specie. Essere in grado di vivere in relazione con gli animali, le piante e con il mondo della natura, avendone cura.

9.    Gioco. Poter ridere, giocare e godere di attività ricreative.

10. Controllo del proprio ambiente.  a)Politico. Poter partecipare in modo efficace alle scelte politiche che governano la propria vita; godere del diritto di partecipazione politica, delle garanzie di libertà di parola e di associazione.  b)Materiale. Essere in grado di avere proprietà (sia terra che beni mobili) e godere del diritto di proprietà in modo uguale  agli altri; avere il diritto di cercare lavoro alla pari degli altri; essere garantiti da perquisizioni o arresti non autorizzati. Sul lavoro, essere in grado di lavorare in modo degno di un essere umano, esercitando la ragion pratica e stabilendo un rapporto significativo di mutuo riconoscimento con gli altri lavoratori.

 

In primo luogo, e soprattutto, le capacità appartengono agli individui e solo per derivazione ai gruppi. L’approccio sposa il principio che concepisce ogni persona come fine”.

Martha Nussbaum sviluppa ed approfondisce il suo approccio con grande rigore, rintracciandone le radici anche nel pensiero filosofico di Aristotele, degli stoici, di Cicerone, dei pensatori del XVII e XVIII secolo, da Ugo Grosio ad Adam Smith a Immanuel Kant, ai padri fondatori americani (“Noi riteniamo queste verità come evidenti di  per sé, che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, fra cui la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che per garantire questi diritti, i Governi sono istituiti fra gli Uomini, derivando i loro giusti poteri dal consenso dei governati”Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti D’America, 1776); all’importantissimo Thomas Paine di: “I diritti dell’uomo”: “Quando nei paesi cosiddetti civili, vediamo gli anziani mandati negli ospizi e i giovani alla forca, deve esserci qualcosa che non funziona nel sistema di governo…”; agli studiosi dell’Inghilterra del XIX secolo da John Stuart Mill (1806-1873), al rilevantissimo T. H. Green (1836-1882), al longevo Ernst Barker (1874-1960) che, dalla sua cattedra di Cambridge, esercitò una profonda influenza soprattutto in Inghilterra e USA.

“Studiando questa storia – scrive Nussbaum – apprendiamo che le idee basilari dell’approccio delle capacità, compresa l’importanza del sostegno governativo agli elementi essenziali del Wellfare non sono un’invenzione della socialdemocrazia di stile europeo. Esse appartengono al pensiero illuminista europeo ed anche americano”.  Il contributo di pensiero di studiosi come Martha Nussbaum è fondamentale. Ciò non impedisce di vederne dei limiti. Sul piano del pensiero mi sembra da rilevare, come limite, l’assenza totale della Dottrina Sociale della Chiesa che, per tutto il corso del ‘900, ha difeso e sviluppato posizioni che stanno alla base dell’approccio delle capacità; e del pensiero della scuola di Friburgo sull’economia sociale di mercato che, non solo è teoricamente molto solida e coerente con il pensiero dell’approccio delle capacità, ma ha anche positivamente influenzato la politica economica tedesca, l’unico paese europeo che ha saputo, con successo, liberarsi dall’idolatria del PIL e dalle perversioni  americane degli ultimi 30 anni (neocapitalismo).

Sul piano fattuale i limiti dell’approccio delle capacità sono due, che sono, peraltro, tipici di ogni  approccio puramente e rigorosamente scientifico e di pensiero. Il primo è che per la teoria in esame sembra che le lacune nell’azione di perseguimento delle capacità di base siano attribuibili ad una specie di carenza di pensiero e di conoscenza della classe di governo, e che si possa, quindi, curare con una migliore conoscenza e di pensiero. Noi veniamo, invece, da trent’anni  in cui le capacità di base in tutti i paesi avanzati (Stati Uniti ed Italia al primo posto), hanno segnato e stanno segnando,  giorno dopo giorno, un grande arretramento non per carenza di pensiero e di conoscenza, ma per la supremazia di un diverso pensiero . Il diverso pensiero se ne infischia di creare capacità di base o meno, aspira solo a far sì che i ricchi diventino sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri ed il ceto medio venga disintegrato e si umili al potere finanziario ed al maggiordomo dello stesso, il potere politico.

Questo diverso pensiero è così efficacemente riassunto da un valentissimo studioso italiano (Luciano Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, intervista a cura di Paolo Borgna, Editori Laterza 2012):

“Caso  la lettrice o il lettore non lo sapessero, il maggior problema dell’Unione europea è il debito pubblico. Abbiamo vissuto troppo a lungo al di sopra dei nostri mezzi. Sono le pensioni a scavare voragini nel bilancio dello Stato. Agevolare i licenziamenti crea occupazione. La funzione dei sindacati si è esaurita: sono residui ottocenteschi. I mercati provvedono a far affluire capitale e lavoro dove è massima la loro utilità collettiva. Il privato è più efficiente del pubblico in ogni settore: acqua, trasporti, scuola, previdenza, sanità. E’ la globalizzazione che impone la moderazione salariale. Infine le classi sociali non esistono più. Quanto sopra sembrerebbe un primo elenco compilato alla buona da qualcuno che colleziona idee ricevute, in preparazione di un dizionario delle medesime curato da imitatori contemporanei di Bouvard e Pécuchet. Purtroppo non si tratta  di un esercizio per scapoli solitari, come nell’opera di Flaubert. In forma più o meno strutturata, quelle idee vengono ogni giorno presentate come essenza della modernità, ovvero del mondo che è cambiato ma finora non ce n’eravamo accorti. Nell’esporle si cimentano quotidiani di ogni stazza, grandi medi e piccoli, e ovviamente la tv ( ma al riguardo parlare di idee strutturate sarebbe troppo); quasi tutti i politici, quale che sia il partito di riferimento, un buon numero di sindacalisti; migliaia di docenti universitari nei loro corsi; nonché innumerevoli persone comuni. Dinanzi a una simile totalitaria unanimità, mai rilevata nella storia dell’ultimo secolo, viene da chiedersi anzitutto per quali vie abbia potuto svilupparsi. In cerca di una spiegazione, si potrebbero mobilitare illustri teorie della falsa conoscenza, dalla caverna platonica agli idola di Bacone, dal velo dell’ideologia di Marx al concetto di egemonia di Gramsci. Oppure, per stare più sull’ordinario, si potrebbe rinviare al fiume di pubblicazioni, convegni e dossier che, muovendo dai serbatoi del pensiero, dai think tanks internazionali del neoliberalismo, diffondono quotidianamente le sue mitologie: economica, politica, monetaria, educativa. Le quali, a differenza dei miti, diventano pratiche di governo e di amministrazione a tutti i livelli della società. Chissà se Foucault sarebbe contento, oppure atterrito, nel vedere come la sua teoria del governo diffuso, della governamentalità, appaia sempre più confermata.

In secondo luogo bisognerebbe capire come mai tale repertorio di idee ricevute risulti del tutto impermeabile alla realtà. E certo non da oggi. Infatti, a dispetto della unanimità di cui godono, non una delle suddette idee – al pari di dozzine di altre della stessa genìa che dobbiamo qui tralasciare – ha un fondamento qualsiasi di ragionevole solidità. Oltre ai rapporti dei centri studi di mezzo mondo, è la realtà stessa che da decenni, quotidianamente, si incarica di prenderle di continuo a ceffoni. Per dire, sono proprio i mercati che meglio incorporano la teoria del libero mercato, quelli finanziari, che hanno disastrato l’economia mondiale. Il paese che ha avuto meno problemi con l’occupazione nel corso della crisi è la Germania, dove i sindacati hanno nel governo delle imprese un peso rilevante. I problemi peggiori li hanno avuti, e li hanno, gli Stati Uniti, dove la facilità di licenziamento è massima: basta un foglio che il venerdì invita a non presentarsi al lavoro il lunedì successivo, se non anzi una battuta faccia a faccia: “sei fuori” . Quanto alle privatizzazioni, alla supposta superiorità intrinseca e universale del privato sul pubblico per produrre e gestire beni pubblici, si può rinviare all’analisi degli effetti che esse hanno avuto nel Regno Unito tra il 1980 e la fine del secolo, dove furono eccezionalmente imponenti. Con un impegno per il lettore: trovare almeno un effetto che non sia negativo, tra produttività e disuguaglianze di reddito, costi di un dato servizio e qualità del medesimo”.

Il secondo limite fattuale dell’analisi di Martha C. Nussbaum  è che essa è basata sull’antica credenza che tocchi al governo coltivare le capacità (“alla fine è solo il governo, cioè la struttura politica di base della società, che porta la responsabilità ultima della garanzia delle capacità”). Ed invece abbiamo recentemente imparato che i governi politici contano sempre meno rispetto ai detentori del vero potere di governo, che sono i detentori del potere finanziario. Lo abbiamo imparato dall’involuzione ( o fallimento o tradimento), in materia di politica economica, di Obama e dal modo semplicemente indecente con il quale i governi occidentali e le istituzioni internazionali hanno risposto alla crisi finanziaria scoppiata nel 2008, dalla quale i responsabili sono usciti ancora più forti ed arroganti di prima, e nulla è stato fatto per mettere la museruola al potere finanziario, salvo una montagna di chiacchiere. Il libro di Martha C. Nussbaum è un meraviglioso trattato di PER, ma alla fine scopriamo che questi PER resteranno un sogno, per quanto forte sia il pensiero che li sorregge, se non riusciremo a mettere un forte BASTA, al diverso pensiero che domina l’economia mondiale.

E, dunque, sarà necessario rispolverare vecchi armamentari che pensavamo di avere riposto in soffitta, come la lotta di classe, come fa Luciano Gallino; sostenere i temi e le posizioni degli indignati; ritornare a vedere la cultura come impegno e come battaglia; inventare nuovi movimenti politici contemporanei eliminando definitivamente i partiti ottocenteschi; ricreare nuove speranze e nuova fiducia nel futuro e nelle capacità dell’uomo. Soprattutto ai giovani dobbiamo dire con chiarezza e con coraggio: i PER ai quali giustamente aspirate non vi saranno concessi, dovete conquistarveli.

Il quadro che abbiamo fatto è fondamentalmente un quadro internazionale. Ma, in questo quadro, come si colloca l’Italia? Molto male. E’ certamente, in questa fase, insieme agli USA, uno dei paesi peggiori sul piano della cultura, della politica, della struttura istituzionale. Si difende ancora perché ha una delle strutture manifatturiere più valide del mondo, ma la guerra di resistenza che questa sta combattendo è destinata, se lasciata sola, a soccombere.

Sul fronte dell’idolatria del Pil siamo all’avanguardia. La nostra cultura economica dominante è banalmente schiacciata sulle parole d’ordine che provengono dalle centrali mondiali del pensiero convenzionale, al servizio del potere finanziario e delle agenzie di rating. Qualcuno ricorda che a metà degli anni ’70 fummo obbligati ad assumere un grosso prestito con il FMI e che, di conseguenza, ogni tanti mesi gli ispettori del fondo venivano, giustamente, a Roma a controllare come andavano le cose. Ricordo perfettamente che i loro rapporti erano totalmente distorcenti e le loro raccomandazioni suicide per l’Italia. Per fortuna personaggi come Andreatta e altri che governavano la nostra economia, fecero la loro politica economica senza dare quasi mai retta al FMI e questo con la marcia dei quarantamila e, pochi anni dopo, con la rottura della scala mobile ci salvò e pose le basi per la relativa ripresa degli anni ’80 e ’90.

Sul fronte debito pubblico, dobbiamo fronteggiare un debito pubblico gravoso, probabilmente non sostenibile, in parte eccessivamente in mano estera (e questo è colpa di chi  ha retto la gestione delle emissioni negli ultimi 15 anni) ma quello che grava di più sul paese è l’isteria del debito pubblico, accompagnata da una assoluta assenza di politiche specifiche per diminuirlo. Continuiamo solo ad aumentare le tasse, pur sapendo che, in questo modo, l’economia andrà sempre più in recessione ed il debito pubblico è, così, destinato ad aumentare in relazione al PIL. Il governo Monti si è mosso e si sta muovendo nella stessa direzione e, dunque, in questa materia è stato sino ad ora una tremenda delusione. Ma questi sono gli ordini che vengono dall’alto, cioè, questa volta, dalla Germania.

Eppure le cose da fare sono abbastanza chiare. Innanzi tutto mettere al centro il lavoro e nient’altro; né  il profitto, né, come è stato sciaguratamente negli ultimi 30 anni, il “capital gain”. E poi tagliare in modo drastico la spesa pubblica parassitaria e inefficiente, i contributi ai partiti, le spese militari, i costi dell’apparato politico-amministrativo che sono tra i più alti del mondo. E per questa via ritrovare la via degli investimenti. Ed indirizzare gli investimenti dove ci sono possibilità reali di sviluppo e nell’innovazione  ed in primo luogo: ricerca, formazione, cultura, nuove tecnologie per l’ambiente la città la casa, dove ci sono energie giovani da far emergere e da valorizzare, dove vi sono bisogni reali da soddisfare. Promuovere un salto di civiltà nei rapporti di lavoro e non la tragica trattativa sindacale fatta dal ministro Fornero, che è stata una specie di respirazione bocca a bocca per il rilancio del sindacato.

Se però guardiamo avanti, ponendoci la domanda quali forze politiche potranno guidare il paese verso una politica economica che dia concretezza ai PER, il quadro che emerge è terrificante. Dai partiti sedicenti di sinistra che sono tra le forze intellettualmente più conservatrici del paese, ad un Pil allo sfascio con un segretario che il Süddeutsche Zeitung, valutando la sua azione come Ministro della Giustizia, definì: “eine Marionette” e con la speranza del futuro che, in fondo, resta ancorata a Berlusconi, ad una Lega trasformata ormai in un’impresa famigliare anzi familista, che porta alla vice – presidenza della Fincantieri personaggi come Belsito ed alla vicepresidenza del Senato personaggi come Rosy Mauro, ed alla laurea in Albania personaggi come Renzo Bossi, a movimenti populisti come quelli dell’Italia dei Valori e dei grillini.

L’errore di fondo di Monti è stato di ricercare un continuo compromesso con forze politiche retrograde, invece di prenderle in contropiede, centrandole con forza sui temi vitali per il Paese,  facendone emergere le profonde contraddizioni. Sarebbe stato rischioso ma così è ancora più rischioso e si rinuncia a costruire un nuovo quadro politico per il futuro.

A questa debolezza intrinseca si aggiunge che l’Italia è un paese a sovranità super limitata. In passato lo era rispetto al potere delle multinazionali americane; quelle che bloccarono tutti gli spunti avanzati dell’industria italiana negli anni ’60, imponendo la cessione dell’Olivetti elettronica dopo la morte di Adriano, per una banale crisi di liquidità; frenato l’ENI dopo la caduta dell’aereo di Mattei; bloccato, grazie alla strumentalizzazione della giustizia ingiusta, l’avanzata dell’industria nucleare (Ippolito) e l’avanzata ricerca farmaceutica presso l’Istituto Superiore di Sanità (allora un modello a livello internazionale).

Del resto vi è un solo modo per reagire utilmente e costruttivamente a questa morsa: fare buona politica; ridurre la corruzione; bloccare i ladri ed i trivellatori della finanza pubblica; riportare alla regione democratica i partiti dei Lusi e dei Belsito; diventare tutti passabilmente onesti. Allora potremo ritornare ad essere partner affidabili di un paese governato da una signora il cui padre, pastore protestante, lasciò la Germania dell’Ovest per andare volontariamente in quella dell’Est per testimoniare la sua coerenza con una vita ed un’economia meno opulenta, e potremo collaborare con Frau Merkel per  disegnare un’Europa  più cristiana e, quindi, più umana.

I nostri PER passano per questa porta stretta.

 

 

Pulizia dalle idee sbagliate

Ci avevano detto, con gran fracasso, avendo l’appoggio delle maggiori università e media del mondo occidentale che:

·      la deregolamentazione selvaggia dei mercati finanziari avrebbe portato produttività e benessere per tutti;

·      il darwinismo sociale è il solo motore dello sviluppo;

·      la solidarietà sociale è un fattore negativo perché l’unico schema per tenere insieme il tessuto sociale è il mercato;

·      le differenze economiche tra i più ricchi ed i più deboli devono aumentare per creare una più vigorosa spinta allo  sviluppo;

·      bisogna privatizzare ogni cosa, come unica via per salvarci dall’inefficienza dello stato;

·      al centro del sistema, come metro dello sviluppo, ci doveva essere il “capital gain”;

·      la globalizzazione omogeneizzante all’americana doveva andare bene per tutti perché era il migliore dei modi possibili.

Ora sappiamo che tutto ciò non è vero.  Ma continuiamo a comportarci come se lo fosse. E quando nel 2008 la crisi, in preparazione da tanto tempo, scoppiò ci fu chi disse che la crisi non era tale da richiedere “una revisione sostanziale degli obiettivi di politica economica, né dei concetti fondamentali di come funziona un’economia di mercato”(Tabellini).

Ora sappiamo che non è vero e che è, invece, indispensabile una trasformazione profonda. Ma per poter portare avanti questa trasformazione è necessario fare pulizia di queste idee sbagliate che sono penetrate profondamente nella società e che sono ancora tra noi.

Facciamo pulizia, prego, delle idee  che si sono dimostrate, nei fatti, sbagliate.

Pulizia dai ladri

I ladri (malavitosi, corrotti e corruttori, tangentari, saccheggiatori della finanza pubblica) hanno raggiunto da noi, in numero e quantità, una dimensione tale, da essere tentati di dire: rinunciamo a fare pulizia in questo campo; forse è meglio accettare il fenomeno per quello che è e cercare di convivere. In fondo, per quanto riguarda il flagello della corruzione questa era, del resto, la linea del berlusconismo, che non solo non contrastò ma stimolò la corruzione, quasi come “instrumentum regni”.

Ma questa linea è percorribile solo se siamo pronti ad accettare il declino. La storia e le statistiche di Transparency International ci dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che esiste un preciso rapporto di funzionalità tra livello di legalità di un paese e funzionalità delle sue strutture socio – economiche.

Se dunque continuiamo ad aspirare ad un nuovo sviluppo, dobbiamo fare pulizia anche in questo campo. Ma dobbiamo essere molto realisti: il peso dell’economia malavitosa e di quella connessa della corruzione, è diventata da noi così importante da rappresentare uno dei temi cruciali di politica economica del paese. Quando l’economia malavitosa e corrotta raggiunge, come è stato stimato, il 30% del PIL, non siamo di fronte ad un tema di ordine pubblico  né, tantomeno, ad una questione morale come stupidamente si ripete, ma ad un tema di politica economica e di politica generale. Che diavolo di paese vogliamo essere? Per riportare questo fenomeno entro limiti analoghi a quelli dei maggiori paesi sviluppati, dobbiamo essere pronti ad accettare effetti recessivi importanti. L’economia malavitosa e corrotta è la nostra bolla speculativa, i nostri mutui “subprime”. Quando scoppiano, le bolle speculative fanno sempre male. Non a caso quando arrestano un malavitoso, in molti quartieri delle nostre città, la popolazione del quartiere si ribella e attacca le forze dell’ordine. Queste popolazioni non sono sciocche o perverse. Difendono il loro datore di lavoro. Ma è necessario soffrire un po’, se poi si vuole ripartire. Per questo facciamo pulizia, ma con la consapevolezza che non sarà una legge a cavarci dai guai, ma uno strenuo impegno di popolo che richiederà molti anni.

Pulizia nel linguaggio

La trivialità nel linguaggio è andata penetrando sempre più profondamente tra noi e sporca ogni cosa, come gli escrementi dei cani nelle nostre strade di città, come i mozziconi di sigaretta gettati ovunque, come le discariche a cielo aperto in Campania. La trivialità non va confusa con scurrilità. Ci può essere trivialità con parole apparentemente normali, ma che denotano un pensiero triviale. Un recente esempio di ciò è la dichiarazione del ministro Fornero che, nel corso degli incontri per la riforma del lavoro, avrebbe dichiarato: “Senza intesa, niente paccata di miliardi”. Con il che una trattativa che doveva rappresentare uno sforzo per un salto di civiltà nel decisivo tema dei rapporti di lavoro, è caduta  a un livello molto basso e triviale di trattativa sindacale. Ed anche per questo si è chiusa in modo molto deludente. La professoressa Fornero, certo competente nel merito ma disastrosa nei comportamenti e nel linguaggio, è la prova vivente della correttezza di queste parole di Giulio Sapelli (op. cit. pag. 70-71): “i professori italiani, come quelli europei e di tutto il mondo, vivono nell’iperuranio dell’astrattezza, in primo luogo gli economisti che troppo spesso sono solo professori e non intellettuali, con conseguenze ancora più umanamente devastanti. Concepiscono le persone come cavie e non come persone”.

La pulizia nel linguaggio è essenziale, perché non è perseguibile se non c’è prima pulizia di pensiero.

Pulizia dalle illusioni

Sono molti i campi nei quali possiamo migliorare, per i quali è giusto nutrire impegno e speranza. Ma bisogna evitare di alimentare illusioni, che sono speranza senza sostanza, senza realizzabilità. La più grande delle illusioni che continuiamo a nutrire è la fantomatica uscita dalla crisi. Come se possa esserci una data o un evento che segnerà la fine della crisi e la ripresa di un discorso malauguratamente interrotto. Heri dicebamus, come scrisse Einaudi, sbagliando, dopo la caduta del fascismo. Non ci sarà fuoriuscita dalla crisi e ripresa del passato. Anzi, noi dovremmo smetterla di parlare di crisi, per parlare di grande trasformazione. Noi siamo nel mezzo di un grosso travaglio che può portarci verso un mondo ed un paese migliore. Per questo dobbiamo fare pulizia, non per fermarci ad essa, ma per costruire su di essa, per favorire la nascita di cose nuove.

Sapremo capire, indirizzare, favorire la grande trasformazione? Per fare questo dobbiamo fare pulizia di tante concezioni antistoriche, di tante immoralità, di tanti egoismi, di tante trivialità che ci appesantiscono. E, nel contempo, dobbiamo guardare a chi, attraverso la crisi, si è, invece,  rafforzato. Io ricordo perfettamente quando Fiat e Volkswagen si contendevano, testa a testa, il primato sul mercato europeo. Da allora Fiat ha dimezzato la sua quota di mercato europeo, mentre la Volkswagen si è consolidata al primo posto e, crisi o non crisi, nel 2011 ha segnato il miglior anno della sua storia, in termini di fatturato e di profitto tanto da distribuire a tutti i collaboratori, un bonus straordinario di 7500 euro. Ma la Volkswagen è espressione di un paese dove il presidente della Repubblica dà, senza lacerazioni o forzature, le dimissioni perché accusato di avere approfittato di piccoli favori indirettamente collegati alla carica. E il consigliere delegato della Volkswagen, nello spiegare le ragioni del successo ne illustra tre: avere sempre puntato sulla qualità del prodotto e della ricerca; avere sempre valorizzato i talenti tra i quali riconosce un ruolo importante ai talenti italiani con particolare riferimento a Da Silva (capo stilista del Gruppo, già cacciato come capo stile Alfa Romeo) ed al grande Giugiaro; avere sviluppato rapporti di collaborazione con il sindacato. Esattamente il contrario di quello che abbiamo fatto noi e che, malauguratamente, in molti luoghi, continuiamo a fare.

Concludendo. Dobbiamo impegnarci per la grande trasformazione non per la fuoriuscita dalla crisi, per la rottura non per la continuità, per la pulizia come valore assoluto e non come fa una mia vicina di casa in Sicilia, che scopa davanti alla sua porta spingendo lo sporco verso la mia porta.

Solo da questi BASTA nasceranno i PER.

 

 

__________

 

 

Nel quadro di questa mia lettura, quali sono le mie riflessioni sulla nostra azione? A me sembra che i punti centrali siano i seguenti quattro.

(1)  NOI ABBIAMO UN PREZIOSO PATRIMONIO DI PENSIERO E DI ESEMPIO CHE È IL RETAGGIO DI DON STURZO.

Ma dobbiamo prestare molta attenzione a non apparire come un gruppo di reduci e di puri conservatori della memoria di Sturzo. Se verremo così percepito non faremo molta strada e mi sembra che tale pericolo sia altissimo.

(2)  UN ALTRO GRANDE RIFERIMENTO DI PENSIERO È PER NOI LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA, LA CUI IMPORTANZA E ATTUALITÀ È RILANCIATA PROPRIO DALLA CRISI ECONOMICA MONDIALE.

Ma dobbiamo stare molto attenti a non dare una lettura passiva e isolata di questo filone di pensiero. Dobbiamo saldarlo con il pensiero della economia sociale di mercato della scuola di Friburgo, con il grande liberalismo sociale delle Lezioni di politica sociale di Einaudi e con altri grandi filoni di pensiero che si saldano e si rafforzano reciprocamente. E’ uno degli errori fondamentali della Chiesa di vedere la DSC come un sistema chiuso ed autoreferenziale. Non facciamo lo stesso errore. E partendo dai suoi principi dobbiamo elaborare i suoi sviluppi concreti.

(3)  IL PENSIERO CRISTIANO IN GENERALE È ELEMENTO COSTITUTIVO DELLA RICOSTRUZIONE DI UN SISTEMA ECONOMICO PIÙ CIVILE ED UMANO (PENSO ALL’UMANESIMO  CRISTIANO DI ROEPKE)  .

Ma guardiamoci dall’identificare il pensiero cristiano con il pensiero e l’azione della Chiesa cattolica. Questa è in grande minoranza nel Paese ed è una minoranza che cresce ogni giorno di più, a causa dei comportamenti di alcuni vertici della stessa. Non dimentichiamo che lungo tutto il ventennio berlusconiano, che si può giudicare in modo diverso sul piano politico, ma che è certamente più che abominevole sul piano morale, la voce critica dei vertici della Chiesa non si è mai sentita se non nel finale, una specie di fuoco sulla Crocerossa. Luigi Einaudi era religioso ma laico. Don Luigi Sturzo era religioso, prete e santo, ma profondamente laico. Questi devono essere i nostri riferimenti e non certo coloro che, certamente sono preti, ma è dubbio siano religiosi ed è certo che non sono laici.

(4)  LE NOSTRE FONTI DI PENSIERO SONO, NELL’INSIEME, FORMIDABILI.

Ma guardiamoci dal pericolo di diventar una sorta di predicatori. La gente è stufa di prediche. Vuole soluzioni. Perciò quando ci cimentiamo su qualche tema, locale o generale, dobbiamo essere dannatamente concreti, specifici, scientifici, politici. Le epoche dove si parla troppo di moralità sono pericolose, diceva Dietrich Bonhoeffer, perché vuol dire che la moralità è poco praticata.  Sto leggendo le prediche  in volgare di S. Bernardino di Siena, tenute nella sua città su richiesta del pontefice per promuovere il buon governo e la pacificazione tra le fazioni. Sono stupende. Ma S. Bernardino non aspirava al governo. Chi vuole fare politica deve saper trarre preziosa ispirazione dalle prediche dei Santi e dai trattati degli scienziati. Ma poi deve elaborare il tutto in formule semplici, facilmente comprensibili e realizzabili. E su questo ricercare umilmente il consenso. Nessuno può fare politica che  non sia capace di conquistare il consenso.

La strada è lunga e faticosa ma è importante non fare errori iniziali di impostazione, perché questi errori sono destinati ad allargarsi sempre di più man mano che si procede.

 

Marco Vitale

www.marcovitale.it

Milano, 7 maggio 2012

Scritto per il Movimento Politico: Italiani Liberi e Forti

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