Emanuele Zinato,La poesia verso la prosa? La scrittura di Volponi e i generi letterari

La poesia verso la prosa? La scrittura di Volponi e i generi letterari (di Emanuele Zinato, Seconda parte)

Pubblicato il 11 giugno 2012 da andreaaccardi

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II. Pensiero e Immaginazione: tra Scienza e Letteratura.
Pasolini, il “maestro e amico” di Volponi che mal tollerò la mescolanza di sperimentalismo e tradizione in Corporale, capì viceversa benissimo, a proposito di una delle prime raccolte poetiche (L’antica moneta, 1955), che nella scrittura di Volponi vi era una paradossale compresenza di «ebbrezza vitale» e di «pensare logico»

1. Quella di Volponi è, infatti, ad un tempo, una scrittura ad alto tasso figurale e ad elevato quoziente cogitativo: il cosmo, il corpo. la scienza o anche l’industria vi possono comparire secondo modalità indivise e totalizzanti, come accade nel pensiero greco o nelle sue riprese rinascimentali. Ciò implica uno scompaginamento dei generi letterari e della stessa distinzione tra letterario e non letterario, tra immaginazione e intelletto,. Tale robusta linea della scrittura volponiana prende avvio da La macchina mondiale (1965) il cui titolo stesso, lucreziano oltre che cartesiano

2, induce a pensare al libro come a un apologo scientifico-filosofico, e trova il suo culmine nell’operetta morale fantascientifico-filosofica Il pianeta irritabile (1978). Dopo La macchina, Volponi proseguì questa sua ricerca, confrontandosi, per progressive intuizioni immaginative, con le nuove “scoperte” della fisica dell’atomo. Ciò è attestato in modi esemplari da Le difficoltà del romanzo,

VOLPONI.jpeg3 la conferenza tenuta a Milano l’11 febbraio 1966, dedicata alla funzione dello scrittore nella contemporaneità. Il romanzo che secondo Volponi non è mai banalmente facile o difficile, ma che induce il lettore a ingaggiare una lotta, un corpo a corpo col testo, può accogliere le provocazioni vitali dal campo delle scienze della natura più che da quello delle scienze umane (“sociologia e psicologia mancano di utopia”). Il calore e l’energia provenienti dalle “rivoluzioni scientifiche” del Novecento sono per lui ad un tempo – in una sorta di folgorante (e paralizzante) coincidentia oppositorum – progetto utopico e profezia distruttiva. Volponi guarda perciò con “ilarità e terrore” all’energia stellare e alla frammentazione dell’atomo e risolve i concetti relativi al compito del romanziere e al suo rapporto col reale nelle metafore “termodinamiche” della «grande esplosione» o «combustione» universale:
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La realtà è una specie di palla infuocata in movimento, mossa da tutte le intemperanze, le speranze, i bisogni, le paure, le angosce (…) gli allarmi che gli uomini, individualmente, a gruppi, a regioni, a paesi, esprimono proprio come disordine, come energia, come calore. Il romanzo muove questa realtà ed è mosso da questa realtà. (p 31)
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Nel 1965-66 Volponi iniziò a scrivere la vicenda dell’autodifesa della materia vivente, interrata, incistata e mutante, davanti all’incombente minaccia nucleare, contaminando fisica atomica e biologia molecolare esattamente come aveva propugnato dalla coeva conferenza Le difficoltà del romanzo. Si tratta de l’Animale, prima stesura del libro che, nel 1974, sarà pubblicato col titolo di Corporale:
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Doveva essere la fobia psicanalitica di un uomo che teme un’esplosione atomica e che si prepara a diventare una cosa diversa, a mutare anche biologicamente, a risorgere magari con un occhio solo, con la coda, le squame, senza le braccia. (P. Volponi, Questo pazzo signor Aspri, intervista a c. di C. Stajano, in «Il Giorno», 21.2.1974)
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Il campo immaginativo nucleare esiterà in Il pianeta irritabile, in cui corporeità naturale e fisica dell’atomo confliggono in modo incandescente. Ma anche le carte delle Mosche del capitale mostrano tracce – riferibili all’ inizio degli anni Ottanta – di una ripresa del filone ”fantascientifico” della narrativa volponiana. Due agende del 1982 e ’83, contengono appunti manoscritti (ora disponibili a cura di Enrico Capodaglio nel fascicolo 2003-4 di “Istmi”) relative a un romanzo dal titolo La zattera di sale, in cui si accavallano tematiche epico-cavalleresche, fantascientifiche e cosmiche4. L’incipit allude a furibondi combattimenti con armi antichissime (“antichi destrieri” e “daghe”), ultramoderne (“il propellente”) e fantastiche (“le fiale”), in uno scenario apocalittico e metamorfico.
La tensione protomaterialistica e la figura del cavaliere ritornano in versi in una delle sequenze cogitative de Il cavallo di Atene, scritto nel 1986 e compreso nella raccolta Nel silenzio campale:
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Dico ai miei figli/ cercate di leggere Parmenide per capire / come riuscire a tenersi e a scendere/ e anche Callimaco, Senofonte, Alceo; Freud mi pare che non c’entri
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Interamente dedicato a esprimere tale tensione filosofica è Passare la spugna, un poemetto composto nella seconda metà degli anni ottanta, anch’esso ora pubblicato in “Istmi”. Si tratta di un poemetto cosmogonico, ad alta caratura scientifico-filosofica, rigorosamente tripartito in strofe rispettivamente di 23, 20 e 24 versi. L’architettura formale è del tutto omologa a quella concettuale: si tratta infatti di un movimento di pensiero triadico e dialettico. La strofe incipitaria è descrittiva e constatativa:
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Si apprende infine che l’universo/è simile a una spugna di mare
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e fa riferimento alle ipotesi astrofisiche novecentesche che, coniugando teoria quantistica e fisica atomica, hanno disegnato un universo in espansione o imploso e “a spugna”, traforato nella sua consistenza spazio-temporale di nuclei stellari compressi a densità incredibili (i cosiddetti “buchi neri”).5 La strofe mediana è decisamente negativa e raffigura un universo assolutamente privo di finalismi o trascendenze: come nelle Stelle nere di Levi, ne La spugna di Volponi “i cieli” sono “sedimenti densissimi d’atomi stritolati”, che “si convolgono perpetuamente invano.“ Tale totale cecità automatica e inconsapevole della materia stellare è espressa, climax e triade nella triade, in tre scansioni anaforiche:
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La spugna è interamente ignota a sé ; La spugna è interamente senza identità ; La spugna è interamente folle.
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La strofe conclusiva è invece bruscamente affermativa e utopica, ed è incentrata sul confronto fra la particolare condizione umana e la totalità della materia del cosmo. I verbi virano al condizionale. Come in una sorta di Nuova Atlantide o Città del Sole, l’io che pensa in versi prefigura un dialogo fra i due poli estremi della materia, perfezionata fino all’autocoscienza quella dei corpi umani, primitiva e irriflessa quella degli atomi d’idrogeno delle combustioni stellari. La materialità della spugna cosmica (come la natura stravolta e ferita del Pianeta irritabile) educando l’uomo a privarsi di ogni illusione metafisica, e riportandolo a un grado zero di materialità senziente, riceve a sua volta dal dialogo con gli umani “dignità” e “sensibilità”:
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La spugna tutta interamente potrebbe apprendere e con dignità
Infine ragionevole decidere di partecipare,
accettare e favorire la stabilità
materiale dell’uomo sulla terra, le sue debolezze rimediare
con il solo affermare di essere spugna nella qualità
irritabile, manovrabile, comprensibile in chiare
verità: di tempo, spazio, materia, con una sensibilità
attendibile e benigna così da farsi ascoltare…
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.Qui le suggestioni provenienti dalla scienza contemporanea, anziché sprigionare angoscia, divengono strumenti di prensile razionalità, amigdale culturali in un universo umano al grado zero, destituito di ogni boria antropocentrica, esattamente come nell’ultima pagina de Il pianeta irritabile, quando con gesti solennemente comunitari il nano Mamerte offre come cibo ai compagni di viaggio la poesia scritta sul foglio di riso dalla suora di Kanton, o in Per questi versi, poesia di Nel silenzio campale in cui lo stereotipo classico del poeta che si congeda dalla propria opera, diviene spossessamento e comunione, densi di futuro:
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Ciò che di me sopravvive/ alla mia paura/ appartiene interamente/ agli altri. /Non debbo nemmeno più giudicarlo o pesarlo: / solo farlo riconoscere e farlo prendere /dagli altri.
(TERZA E ULTIMA PARTE IL QUATTORDICI GIUGNO)

1 P. P. Pasolini, Passione e ideologia, Milano, Garzanti, 1960, pp. 440-442.
2 La metafora della “macchina del mondo” ha le sue origini, nella letteratura occidentale, nel poema di Lucrezio che unì squarcio lirico e meditazione scientifica raffigurando l’universo come moles et machina mundi (De rerum natura, V, 96).
3 in «Le Conferenze dell’Associazione Culturale Italiana 1965-1966», fascicolo XVII, 1966. Ora in P. Volponi, Romanzi e prose, I, Einaudi, Torino 2002.
4 Il materiale manoscritto del romanzo La zattera di sale è presente nelle agende 1982 e 1982, elencate con le lettere Q e R nel repertorio delle carte in Romanzi e prose. Il materiale dattiloscrittto è invece contenuto in una cartella in cartoncino giallo intestata “Intrapresa”, che si trova a Urbino fra le carte de Le mosche. In copertina, la scritta autografa “L’operaio e Via dell’Orma.” Sul verso della copertina l’appunto autografo “La zattera di sale” La cartella contiene 135 cartelle, relative a La zattera, dattiloscritte con correzioni autografe.
5 Cfr, A.R. Hall e M Boas Hall, Storia della scienza, Il Mulino, Bologna, 1991, pp. 361-377.

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