Ennio Abate, Dibattito sulla poesia in IMMIGRATORIO

immigratorio15 giugno 2012 20:08
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Ennio Abate:
Noto, e mi scuso di essere come al slito ispido, che le obiezioni alle mie critiche hanno riguardato soprattutto dettagli secondari: se si possa parlare di echi di Lee Master o no; se il pubblico italiano sappia o non sappia a sufficienza i fatti storici principali per farsi un’idea della Shoah; o se “parlare per immagini sadiche” rischi d’incoraggiare il voyerismo o no; o se sia al corrente o meno di altri fatti finora trascurati o nascosti dagli specialisti e dagli storici, come la presenza di neri nei lager, le marce della morte.
Non capisco perché, in questo afflato di svelamenti e di cose di cui “non si parla”, non ci siano cenni allo sterminio degli zingari, degli omosessuali, dei “malati di mente”, dei comunisti, degli anarchici, degli “asociali”; e – perché no – dei silenzi sulla complicità della Chiesa cattolica con il fascismo e il nazismo anche in fatto di persecuzione degli ebrei.
Nessun accenno vedo poi ai saggi indicati di Levi Della Torre (qualcuno si è preso la briga di leggerli interamente e ha fatto i conti con la ricchezza dei dati e degli spunti che offrono?).
A me pare, comunque, di aver spiegato a sufficienza ,rispondendo a Flavio Villani (qui: mmigratorio15 giugno 2012 00:42) perché ho insistito e insisto tanto su certi aspetti. Ad es. su come parlare al destinatario possibile non solo di questi versi di Santoro ma di ogni poesia “civile” o che affronti temi storici.
Perché una cosa è se esiste oggi in Italia come destinatario una «società civile» che sia capace di farsi carico della memoria di un orrore storico come la Shoah. Altra cosa è tale società civile non esiste o s’è “imbarbarita”. In tal caso i destinatari – non si scappa – sono o gli Stati ( ad es. lo Stato d’Israele, quello Usa, quello italiano, ecc.) o un pubblico generico: sì, proprio quello semicolto e in malafede( in senso sartriano), formatosi con la scuola di massa e la TV, manipolato e continuamente distratto da cattiva o sovrabbondante ( e perciò innocua politicamente, ho detto) informazione.
Per me una “ società civile” oggi nei Paesi che passano per democratici non esiste. E sfido a provare il contrario. A patto che non si dica che votiamo e perciò siamo ancora “in democrazia”. E perciò tutto il parlare di Shoah in recinti istituzionali (ad es. la Giornata della Memoria) che neutralizzano (politicamente) quell’orrore storico e quelli che stanno avvenendo ora non è segno di salute politica e neppure psichica,
ma è quantomeno un fenomeno equivoco e in buona parte sterile ( non capisco perché quando si parla dei “moltinpoesia” tutti si stracciano le vesti dicendo che appunto non capiscono di poesia quasi un fico secco, e quando si parla di Shoah i molti, le masse, il pubblico, il ceto medio semicolto sarebbe semplicemente disinformato e basterebbe un po’ di Shoah in più e la democrazia prospera.
Insisto anche a dire che le poesie in genere oggi le leggono (quando le leggono) « i rappresentati del ceto medio intellettuale (semicolto, dovremmo aggiungere».

[Continua]

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immigratorio15 giugno 2012 20:09
Ennio Abate (continua):

No, la mia non è una provocazione. La maggior parte degli attuali lettori ( e non solo di poesia, ma di libri), tranne casi eccezionali per ascendenze familiari borghesi o alto borghesi, è piccola borghesia, s’è formata nella scuola tra anni Cinquanta e Ottanta e quella scuola è stata “di massa” nel senso peggiore ( ha dato accesso alla massa degli studenti mantenendo i programmi per l’elité d’epoca fascista e non è stata capace di vere riforme). Come i mass media – radio, ma soprattutto TV “generalista” – hanno costruito quel pubblico e i suoi gusti.
Tutto il discorso che Lingaglossa ( o Pedota) va facendo sulla post-poesia presuppone questa piccola borghesia, che tra l’altro egli bastona più di quanto io faccia. E questo tipo di pubblico, che è anche “il pubblico della poesia”, condiziona e come anche gli autori. Proprio la sua semicultura ( ricordo sempre le arrabbiature di Edoarda Masi) fa sì che esso chieda più informazione su tutto, anche sulla Shoah. Ma chiede appunto le “cose che groso modo già si sanno” o delle appendici alle “cose che grosso modo già si sanno” per salvarsi la coscienza o per pavoneggiarsi. Ma di certe altre proprio non vuole saperne ( gli “arcani del potere”) e soprattutto non vuole trarre mai le conclusioni politiche di quello che di vero è venuto a sapere e passare al “che fare”, perché rivendica e s’accontenta di una sorta di “libertà di sapere” (quello che gli fa comodo) non un sapere che si faccia politica e sciolga i nodi. Non vi pare contraddittorio che con tutto il gran parlare della Shoha gli eredi degli ebrei perseguitati dai nazisti ormai diventati Stato non trovino una soluzione decente per i palestinesi? Perciò ho detto e insisto che un poeta che scrive sulla Shoah non può non sapere che si rivoge a un hypocrite lecteur, che andrebbe strattonato, messo con le saplle al muro delle sue contraddizioni e ipocrisie. Altrimenti la Shoah diventa un fatto di erudizione. Stop.
Resta poi il problema di come affrontare un fatto storico in poesia oggi.
Io ho lodato Santoro per averscelto dei temi storici per la sua poesia. Non dico però che mi soddisfa il risultato; e le sue precisazioni “ di poetica” mi rendono ancora più dubbioso.
Per un poeta che oggi voglia parlare in poesia della Shoah ci sono – mi permetto di dire – alcuni “compiti” da svolgere.
Innanzitutto la documentazione. Non metto in dubbio che nel caso di Santoro ci sia stata e ampia. In secondo luogo, di fronte ai milioni di dati e alle molteplici interpretazioni degli storici della Shoah, come dovrebbe ( o potrebbe) procedere un poeta?
Per me non si scappa: o come Dante, dandosi o avendo una struttura teorica e filosofica solida in cui inserire certi episodi da lui scelti in base a criteri da lui stabiliti e anche per sensibilità maturata nella vita (di tutti non è possibile trattare). O per “frammenti”. Santoro ha scelto questa seconda via. Secondo me è quella facile: « Ho solo cercato di mostrare, seppure per frammenti, scorci poetici, quanto fosse varia e complessa quella realtà, quel fondo, “quel «muddy centre». E con quale filosofia? A me pare quella di un umanesimo generico, perché dice « ho voluto solo dimostrare la grande varietà dell’essere umano, convinto che solo così è possibile offrire un quadro quanto più completo (non pretendo esaustivo) di quella realtà descritta; un quadro cioè in modo non stereotipato o a compartimenti stagni cui – credo – siamo spesso abituati a considerare la realtà concentrazionaria».
Obietto: quale sarebbe il modo stereotipato o a compartimenti stagni al quale siamo abituati? Non vorrei che fossero messi in causa i risultati della ricerca storica sulla Shoah. Me lo fa sospettare il fatto che affermi quanto segue:

[Continua 2]

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immigratorio15 giugno 2012 20:10
Ennio Abate (continua):

No, la mia non è una provocazione. La maggior parte degli attuali lettori ( e non solo di poesia, ma di libri), tranne casi eccezionali per ascendenze familiari borghesi o alto borghesi, è piccola borghesia, s’è formata nella scuola tra anni Cinquanta e Ottanta e quella scuola è stata “di massa” nel senso peggiore ( ha dato accesso alla massa degli studenti mantenendo i programmi per l’elité d’epoca fascista e non è stata capace di vere riforme). Come i mass media – radio, ma soprattutto TV “generalista” – hanno costruito quel pubblico e i suoi gusti.
Tutto il discorso che Lingaglossa ( o Pedota) va facendo sulla post-poesia presuppone questa piccola borghesia, che tra l’altro egli bastona più di quanto io faccia. E questo tipo di pubblico, che è anche “il pubblico della poesia”, condiziona e come anche gli autori. Proprio la sua semicultura ( ricordo sempre le arrabbiature di Edoarda Masi) fa sì che esso chieda più informazione su tutto, anche sulla Shoah. Ma chiede appunto le “cose che groso modo già si sanno” o delle appendici alle “cose che grosso modo già si sanno” per salvarsi la coscienza o per pavoneggiarsi. Ma di certe altre proprio non vuole saperne ( gli “arcani del potere”) e soprattutto non vuole trarre mai le conclusioni politiche di quello che di vero è venuto a sapere e passare al “che fare”, perché rivendica e s’accontenta di una sorta di “libertà di sapere” (quello che gli fa comodo) non un sapere che si faccia politica e sciolga i nodi. Non vi pare contraddittorio che con tutto il gran parlare della Shoha gli eredi degli ebrei perseguitati dai nazisti ormai diventati Stato non trovino una soluzione decente per i palestinesi? Perciò ho detto e insisto che un poeta che scrive sulla Shoah non può non sapere che si rivoge a un hypocrite lecteur, che andrebbe strattonato, messo con le saplle al muro delle sue contraddizioni e ipocrisie. Altrimenti la Shoah diventa un fatto di erudizione. Stop.
Resta poi il problema di come affrontare un fatto storico in poesia oggi.
Io ho lodato Santoro per averscelto dei temi storici per la sua poesia. Non dico però che mi soddisfa il risultato; e le sue precisazioni “ di poetica” mi rendono ancora più dubbioso.
Per un poeta che oggi voglia parlare in poesia della Shoah ci sono – mi permetto di dire – alcuni “compiti” da svolgere.
Innanzitutto la documentazione. Non metto in dubbio che nel caso di Santoro ci sia stata e ampia. In secondo luogo, di fronte ai milioni di dati e alle molteplici interpretazioni degli storici della Shoah, come dovrebbe ( o potrebbe) procedere un poeta?
Per me non si scappa: o come Dante, dandosi o avendo una struttura teorica e filosofica solida in cui inserire certi episodi da lui scelti in base a criteri da lui stabiliti e anche per sensibilità maturata nella vita (di tutti non è possibile trattare). O per “frammenti”. Santoro ha scelto questa seconda via. Secondo me è quella facile: « Ho solo cercato di mostrare, seppure per frammenti, scorci poetici, quanto fosse varia e complessa quella realtà, quel fondo, “quel «muddy centre». E con quale filosofia? A me pare quella di un umanesimo generico, perché dice « ho voluto solo dimostrare la grande varietà dell’essere umano, convinto che solo così è possibile offrire un quadro quanto più completo (non pretendo esaustivo) di quella realtà descritta; un quadro cioè in modo non stereotipato o a compartimenti stagni cui – credo – siamo spesso abituati a considerare la realtà concentrazionaria».
Obietto: quale sarebbe il modo stereotipato o a compartimenti stagni al quale siamo abituati? Non vorrei che fossero messi in causa i risultati della ricerca storica sulla Shoah. Me lo fa sospettare il fatto che affermi quanto segue:

[continua 3]

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immigratorio15 giugno 2012 20:11
Ennio Abate (continua):

Così fece Dante. Quello è un modello con cui tentare di confrontarsi (che non significa copiare). La storia dello scontro tra Papato e Impero è presente nella Commedia, ma questa non è la semplice cronaca o la documentazione storica del Medioevo. La «Summa» di Tommaso è presente nella Commedia, ma la medesima non è semplicemente l’illustrazione di quella «Summa».
Contraddittorio poi col riferimento alla Lettera allo Chauvet e con le indicazioni manzoniane è il discorso dell’«occhio neutro» con cui si narrano gli episodi nel lager. Dire “occhio neutro”, parlare di “registratore” di “estaneamento” significa rifarsi ad una poetica naturalistica o positivistica, che non ha nulla a che fare con il Manzoni dello Chauvet. I due stili sono diversi e in contrasto. L’interpretazione di Flavio Villani che vede in tale “occhio neutro” « una sorta di distacco, di “sguardo vitreo” tipico di chi ha subito un trauma, uno shock così spaventoso da divenire assente a se stesso» è suggestiva; e potrebbe anche essere presa in considerazione (non mi pare però che la voce narrante abbia a che fare con questo tipo di sguardo vitreo e shockato perché Santoro è spedito e limpido nella sua dizione). E tuttuavia sarebbe comunque ancora in contrasto con i suggerimenti di Manzoni : un “occhio vitreo” descrive ma non fa quello che Manzoni suggeriva « interpretare i pensieri, le sensazioni, le speranze, le paure di quegli uomini che sono stati protagonisti , quello insomma di narrare la storia “dal di dentro”».
Del tutto sorvolato, ma decisiv proprio perché indica nella scelta stessa della forma e del linguaggio una via del tutto diversa, è stato il mio richiamo a Paul Celan:
« E capisco di più la scelta di Paul Celan di staccarsi nelle sue poesie dal dato realistico nel misurarsi con l’orrore dei lager. Esiste poi l’enorme questione del senso di questo orrore, che sfugge a un discorso di semplice registrazione dei dettagli realistici anche macabri e richiede di sfondarlo con ragionamenti serrati e radicali (a mio parere storici, politici, filosofici)».
Santoro non ne parla né nella mail di risposta alla mia né la riprende adesso. Eppure Celan è forse uno dei pochissimi, se non l’unico ( io mi ricordo anche di Nelly Sachs) che davvero abbia parlato “dal di dentro” (e da poeta) di storia e dell’orrore della Shoah ( i suoi genitori furono eliminati); e ha detto in poesia molto di più di quella«realtà», senza ricorrere a quel tono giornalistico che Mayoor ha trovato in alcuni titoli del libro di Santoro, senza i dettagli realistici (molti, pochi; sadici o meno sadici). Non dico che debba essere preso a modello per parlare di Shoah, ma l’ho richiamato per allargare il campo della riflessione in poesia:. Il «registro timbrico e fonico» o il «lessico sobrio e spoglio» di Santoro non mi pare «l’unica risposta possibile» (Linguaglossa) per affrontare l’orrore dei lager e della disumanizzazione.

[Fine]

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