Il superuovo”, di Viola Di Grado di Ivan Arillotta -

“Il superuovo”, di Viola Di Grado
di Ivan Arillotta -
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Ci sono profeti senza profezie, che arrivano così come il Superuovo. Da un giorno all’altro, l’entità – questo nascituro che in altre storie finisce in padella – precipita in questo mondo, anzi in questo disfatto borgo di mondo che si chiama Italia, e direttamente a capo del governo. Perfettamente intero, senza sbavature, come un Mario Monti senza occhiali e senza titoli. “Tutti amavano l’uovo: non capivano perché lo amavano, e questo aumentava l’amore”, ci racconta Viola, e c’è del genio nella sua versione dei fatti. Chi è, cosa vuole e perché? Cosa fa un superuovo di gallina sul pianeta Terra, che già non manca di uova e di galline? Si dà anima e tuorlo a una missione semantica, una specie di apostolato morale a prima vista incomprensibile, a metà strada tra l’educazione linguistica e la sottile percezione di sconfitta che ogni parola porta con sé. Con tanto di deportazioni in appositi centri di detenzione, per contrastare gli “abusi linguistici”. Ciò che riesce benissimo a Viola Di Grado è raccontare l’assurdo come fosse ordinario, quasi evidente, ma con la consuetudine di nascondersi nelle distrazioni quotidiane. In fondo il superuovo è un uovo: prima di essere un improbabile dittatore, è un “non ancora” che vuole amare ed essere amato, è un guscio che vuole proteggere, è il guscio che tutti vorrebbero. Non ancora gallina, non ancora uomo, ha già il destino segnato dalla solitudine che sarà.
 
[il brano che segue è tratto da "Il superuovo" di Viola Di Grado, ed. Feltrinelli, collana Zoom, 2012]
 
“Mi chiamo Giada Cerri, e non mi vergogno di ricordare cos’è successo durante l’era dell’Uovo. Sono una testimone e ne vado fiera, è per questo che voglio raccontare la mia storia: perché fa parte di una storia più grande che è stata cancellata senza ritegno.
Le nuove generazioni, con il loro nostalgico ritorno allo slang dei primi anni Duemila, agli stati di facebook pieni di “K” e di “<3”, non hanno idea di cosa avrebbero rischiato se avessero usato questo linguaggio ai miei tempi, ossia a partire dall’anno 2030. Nell’anno 2030, un uovo di modeste dimensioni – i supermercati l’avrebbero definito “medio” – salì al governo. Era un uovo, ma si scoprì ben presto che era anche un letterato e un linguista estremista.

Le barzellette cominciarono quasi subito, ma nessuno voleva davvero prendersi gioco di lui. Nessuno, in realtà, sapeva cosa pensare: persino le condanne implicano dei termini di paragone, ma a cosa paragonare un uovo? E in fondo, come facevamo a sapere che non avrebbe governato meglio di un uomo?
Il suo aspetto lo collocava al di sopra dell’umanità. A partire dalla sua forma perfetta, astratta e iniziale, cosmogonica. Era la forma dell’universo prima di diventare universo, dell’orologio senza la ragionieristica del tempo, delle facce spente dei morti già cittadine del paradiso. La sua circonferenza, così astrale e geometrica, era un affronto alle complicazioni posticce della civiltà. Ed era così tenera la sua somiglianza al sole, senza averne il calore violento, e ai girotondi dei bambini senza il fracasso delle canzoni: queste analogie incutevano soggezione e un rispetto colmo di struggimento.

La sua assenza di tratti, in particolare, come un cosciente nascondersi nell’anonimato, provocò l’entusiasmo degli intellettuali: quell’essere dall’identità auto-censurata corrispondeva all’ideale taoista del saggio, che fa del bene senza che si sappia chi l’ha fatto. Quell’essere era la forma sfarfallante che nasconde le facce nei telegiornali: espone una denuncia senza il narcisismo di firmarla. Era un oracolo, che offriva la verità senza sporcarla con le proprie opinioni. Era colui che avrebbe mostrato il marciume dell’umanità senza la prepotenza di volerlo correggere. Era uno specchio ovale appeso davanti al mondo, in cui avremmo visto lo schifo della nostra società.”

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