Dossier – Nell’abbraccio del meridiano – PAUL CELAN

Oggetto:  Letture n.641 novembre 2007 – Dossier – Nell’abbraccio del meridiano –  PAUL CELAN

Unknown.gif
PAUL CELAN

  
di Tonino Pintacuda
     

  
La tragica vicenda e la poetica di una delle voci più originali del Novecento. Romeno di lingua tedesca, il poeta ebreo cercava con i propri versi apparentemente impenetrabili di ridare voce alle vittime dello sterminio nazista.

Lo scrittore Paul Auster ha condensato in poche righe la sofferta biografia del poeta Paul Celan, pseudonimo di Paul Pessach Antschel: «Un ebreo nato in Romania che scriveva in tedesco anche se viveva in Francia, dove è morto suicida annegandosi nella Senna. Lui scriveva incessantemente perché il dolore e la rabbia hanno fatto diventare furiosa la sua poesia, che era una poesia ispirata dall’amarezza».

Amarezza e dolore per la Shoah, la “soluzione finale”, lo sterminio sistematico del popolo ebraico decretato dai gerarchi nazisti nella conferenza di Wansee del 20 gennaio 1942. La tragica data attorno a cui ruota tutta l’opera di Celan che mai si riferisce direttamente all’evento, utilizzando la perifrasi «quello che è stato». La poesia di Paul Celan ha ribaltato il celeberrimo monito del filosofo Adorno: non solo la poesia dopo Auschwitz è possibile ma tutto, dopo i campi di sterminio, ci parla della Shoah.

Le nove raccolte di poesie segnano altrettante tappe: dalla poesia giocosa ed erotica degli esordi in cui il peso della memoria viene combattuto con la dolce pace del papavero, al progressivo riappropriarsi dell’eredità ebraica e della necessità di purificare l’amata lingua tedesca, la lingua madre, l’unica in cui il poeta poliglotta riesce davvero a esprimersi. Fondamentale è l’opera del 1967, la raccolta Atemwende “Svolta del respiro” che si apre con le ventuno poesie del ciclo Atemkristall “Cristallo di respiro”.

Lo stesso Celan nel corso degli anni ha definito la sua poetica con una serie di metafore: soglia, stretta di mano, messaggio in bottiglia e, soprattutto, come meridiano che è «quello che può avviare il poema all’incontro».

Rendere testimonianza

Il 27 giugno 1942, alla vigilia della seconda ondata dei rastrellamenti nazisti, il ventiduenne Paul cercò invano di convincere i genitori a rifugiarsi con lui in un buon nascondiglio. Dopo aver litigato col padre, passò la notte fuori di casa. Al ritorno trovò la porta sbarrata. Non rivide mai più i genitori. Era stata proprio l’amatissima madre Fritzi a trasmettere al figlio l’amore per la lingua e la letteratura tedesca.

Molti critici si sono interrogati sulla scelta di scrivere in tedesco, la lingua dei nazisti, degli assassini dei suoi genitori. Soprattutto perché Celan parlava e scriveva correttamente in almeno sette lingue (rumeno, tedesco, ebraico, inglese, francese, russo, italiano), tanto che il critico George Steiner è arrivato perfino a ipotizzare che «tutta la poesia di Celan è tradotta in un metatedesco ripulito da ogni immondizia storico-politica», ma lo stesso Celan scrisse che non credeva affatto al bilinguismo in poesia, proprio perché «poesia vuol dire, fatalmente, unicità della lingua». La scelta di scrivere nella Muttersprache, nella doppia accezione di lingua materna e lingua della madre, è vitale. Solo in questa lingua il poeta può rincontrare la madre e farsi carico della sua «incontestabile testimonianza».

Un dialogo ininterrotto con la madre si snoda lungo vent’anni di poesie, nella prima raccolta La sabbia dalle urne del 1948, subito ritirata per errori tipografici e mai più ristampata, dove c’era la straziante “Schwarze Flocken”: fiocchi di neve nera perché sporcata dalla cenere dei forni crematori dei Lager nazisti. Sotto quella nevicata nera la madre chiedeva al figlio poeta uno scialle: «Uno scialletto anche stretto, ch’io conservi / adesso, che tu a piangere impari, al mio fianco / l’angustia del mondo, che mai sarà verde, o figlio, per tuo figlio!». Concludeva il poeta: «Sanguinò, madre, via l’autunno da me, mi bruciò la neve: / cercai il mio cuore, ché piangesse, trovai l’alito, ah, dell’estate. / Era come te. // Mi venne da piangere. Tessei lo scialletto».

Il dialogo riprenderà nella prima delle ventuno poesie del ciclo Atemkristall: sono passati vent’anni da quella notte del 1942. Il poeta ha smesso di autodefinirsi il partigiano dell’assolutismo erotico della carica vitale della prima raccolta, dove abbondano, accanto a immagini intimamente legate alla Shoah, canti d’amore. È stato un cammino faticoso, dopo Papavero e Memoria, il poeta con le successive raccolte Di soglia in soglia, Grata di parole e soprattutto in La rosa di nessuno ha affrontato i suoi fantasmi grazie all’incontro con la moglie Gisèle de Lestrange e con la poesia di Osip Mandel’štam. Nel poeta ucciso dalle purghe staliniane Celan ha trovato un fratello come emerge nella vibrante “Es ist alles anders”: «[…] il nome Osip ti viene incontro, tu gli racconti / quel che sa già, lo prende, te lo prende, con mani / tu gli stacchi il braccio dalla spalla, il destro, il sinistro, / attacchi i tuoi al posto loro, con mani, con dita, con linee…».

Celan traduce Mandel’štam dal russo al tedesco e, facendolo, condivide con lui il proprio dolore, dolore suo e dolore di tutti i popoli che soffrono nelle zone grigie delle ideologie. Anche per Mandel’štam la poesia va in cerca di un “tu” con cui dialogare e a cui affidare il peso del rendere testimonianza per quei nessuno che non possono più farlo.

Cercando una svolta

Il poeta ha progressivamente preso coscienza dell’esigenza di rendere testimonianza, ha smesso di inseguire i sogni d’amore effimero dopo aver incontrato il grande amore nell’affascinante disegnatrice francese Gisèle de Lestrange, con lei ha compiuto il passaggio da una soglia all’altra, grazie al suo amore ha potuto dissipare quel silenzio che invocava nei poteri obnubilanti del papavero. Con lei ha avuto il coraggio di affrontare quella sabbia che aveva cercato di rinchiudere nelle urne della primissima raccolta. Ed è proprio Gisèle a illustrare nel 1965 l’edizione limitata del ciclo Atemkri-stall, poi confluito nel 1967 come prima sezione di Atemwende.

Cos’è il cristallo di ghiaccio? Perché è così importante all’interno dell’opera celaniana? Occorre affrontare gradualmente la metafora respiratoria, così come si fa strada nelle ventuno poesie che raggiungono la vetta del poetare celaniano.

Nel 1960 l’Accademia tedesca di lingua e letteratura di Darmstadt gli ha conferito il prestigioso Premio Büchner, in occasione del quale il poeta ha pronunciato il discorso “Il meridiano” che è stato opportunamente definito la più ardua dichiarazione di poetica del Novecento. Il poeta parte dall’opera di George Büchner che ampio spazio aveva dedicato alla riflessione sull’Arte e la Poesia. Soprattutto il poeta si concentra sulla coincidenza della data: il protagonista della novella Lenz si mette in cammino proprio il 20 gennaio, la stessa data della conferenza in cui fu decretata la “soluzione finale”. Una coincidenza che innesca una serie di riflessioni che sfociano nell’idea assoluta della Poesia che va incontro al mondo e agli uomini, in un abbraccio che riecheggia quello che ogni meridiano compie idealmente nel globo terrestre: «Trovo qualcosa che è – come la lingua – immateriale, eppure è terrestre, planetario, qualcosa di circolare, che ritorna a se stesso attraverso entrambi i poli e facendo questo interseca persino i tropici: trovo… un Meridiano».

È allora possibile costituire una comunità d’uomini che si prendano carico del messaggio che la poesia porta con sé, una staffetta in cui riuscire a dar voce a coloro che non ebbero nemmeno il privilegio di una tomba. Il mezzo diventa allora una catena respiratoria: il messaggio corre di bocca in bocca nell’attimo della svolta del respiro, nell’istante tra espirazione e inspirazione. Prima però il poeta deve cercare il primo respiro, quello che innescherà l’intero processo: il cristallo di respiro.

Con la moglie Gisèle de Lestrange.

Il cristallo di respiro

Protagonisti del ciclo Atemkristall sono un imprecisato Io e un Tu. Il filosofo Hans George Gadamer intuì la centralità del ciclo dedicandogli una monografia intitolata Chi sono io, chi sei tu ma con molti punti deboli, derivati dai presupposti teorici dell’ermeneutica gadameriana. Ben più appropriata appare la dettagliata lettura compiuta da Giuseppe Bevilacqua e confluita nelle sue Letture celaniane. Secondo Bevilacqua il Tu del ciclo è identificabile con una figura femminile che è anche la trasfigurazione della madre del poeta.

Nella prima poesia l’Io accetta il pasto di neve che il Tu gli offre. Inizia il recupero di un tempo perduto tra il sogno e la veglia della seconda poesia in cui l’Io scava con dita tremanti. Nel terzo poema l’Io e il Tu sono fusi in un Noi. Scavare non è stato inutile, il Tu ha pressato un Verbo, riferimento all’usanza ebraica di tenere sulla soglia alcuni brani della Torah in una cassetta. Con pugni tremanti l’Io ha smantellato il tetto della casa in cui il Tu era rinchiuso.

Il quarto componimento inaugura la serie delle immagini acquatiche con «fiumi» che diverranno nel prosieguo «rapide della tristezza». L’Io getta una rete per ripescare il tempo perso dopo quella irrimediabile notte, la notte dell’estate del 1942 quando i nazisti gli portarono via la madre. La rete viene aggravata dal Tu con pietre. Pietre per i morti nell’aria, morti che la rete deve ripescare andando più in profondità. L’Io si dispone

davanti al volto del Tu, riaffiora da un passato sepolto il ricordo di notti che cambiarono per sempre sia l’Io che il Tu.

Nelle rapide della tristezza scivolano quaranta tronchi di vita scorticati: sono gli anni del poeta e gli anni della madre, 47 ne aveva lei nel 1942, 47 ne ha adesso il poeta. Conquistare il ricordo del Tu si rivela faticoso, diventa un pensiero fisso, quasi una premessa a quegli attacchi di cefalea che affliggeranno Celan nell’ultimo anno di vita. Il ricordo martella, continuando diverrà tenaglia. Le immagini sono sempre più fisiche: il ricordo si va addensando e l’Io trova in esso la forza per rivelare che cos’è che va cercando: prima di tutto una riappacificazione postuma con il tumadre, che si manifesta in una «benedizione pietrificata» da conquistare nelle «ombre della mano». Guadagnata la benedizione, l’Io trova la forza di continuare la sua discesa.

L’Io si dedica adesso a uno «scavare bianco e grigio», il colore proprio della neve sporcata dalla marcia dei disperati che entravano nel campo di concentramento, lì, oltre il fiume. Su tutto un orecchio mozzato ascolta, il padrone dell’orecchio può ascoltare senza spingersi oltre, il suo occhio non ha libertà di vedere, è tagliato a strisce dalle fessure dei vagoni piombati e da lì assiste impotente.

Ritorna il dolore alle tempie, diventato ora tenaglia in un cranio in cui i capelli non diventeranno grigi, è il cranio del Tu, dove si fermò per sempre l’inevitabile resto del sonno.

Si ripresenta il luogo natio deformato ora dal ricordo della morte, non è più la Terra del pane, ma una terra dove la grandine cade in uno scenario mortifero, sulla pannocchia attaccata già dal carbonchio. C’è pure un riferimento al tempo: è novembre, ci sono «severi astri nel cielo». Al poeta non resta che snocciolare il suo personalissimo rosario: i «conversari dei vermi intrecciati nel filo del cuore». Filo che diventa la corda del segno zodiacale dell’Io e del Tu: il Sagittario, l’arciere dello zodiaco. Dal filo del cuore fattosi corda d’arco, il Tu può scoccare «freccia e sentenza».

Nel tredicesimo componimento il poeta accetta questo fardello, accetta di rimanere immobile lì, nella «gran cicatrice dell’aria», la ferita insanabile della Shoah, lo accetta solo per il Tu. Il Tu ha colpito l’Io nella sua veglia, è arrivato suonando il suo corno d’ariete. Ed ecco che sulle immagini di flusso appare un traghetto che tragitta ciò che fu letto fino a straziarsi, palese riferimento alla lettera che la

madre riuscì a far arrivare a Paul dal campo di concentramento, con cui comunicava l’avvenuto decesso del marito.

Si fanno spazio nel ciclo i veri protagonisti: i perseguitati. Infilati nei vagoni in condizioni disumane in una notte troppo lunga in cui attraversarono chilometri di ferro verso la loro ultima destinazione. Su questo squallore «grigionero» risplendono «filamenti di sole». L’io-poeta deve cantare per loro, deve illuminare il loro buio. Nella diciassettesima poesia abbiamo la conferma che si tratta dei vagoni piombati dei deportati, quei vagoni che si fermavano dinnanzi all’ultima beffa: «Il lavoro rende liberi». Portarono via anche il tu-madre, ma a differenza degli altri, il Tu era destinato per nascita all’altra fonte, alla fonte della memoria. Il riferimento è alle due fonti del mito: Lete e Mnemosyne.

La poesia successiva è la perfetta raffigurazione geologica della cava di pietra che accoglieva gli ebrei provenienti da Czernowitz, come ha opportunamente notato Bevilacqua. Lì, abbeverandosi alla fonte della memoria, il Tu pronunziò la sua parola, vera e chiara. Spetta all’Io recuperare questa parola-testimonianza, una parola che erutta dal tempo come lava, parola che si oppone alla «ciurmaglia delle anti-creature». Parola che si oppone ai canti pomposi, parola che muove maree come la luna, parola che forma crateri che rivelano le nascite regali, l’origine regale di quel popolo che tentarono di cancellare dal mondo e dalla Storia. La poesia del poeta deve trovare la stessa forza.

Nel penultimo componimento, nello spazio chiuso tra due parentesi si consuma il senso dell’avvenuto riconoscimento. L’Io conosce il suo interlocutore, l’ha ritrovata, ne ha riconquistato il volto. È la madre, colta nella posa tipica delle “pietà” michelangiolesche: «Tu sei colei che sta ricurva, io, il trafitto, ti sono soggetto». Avviene una totale inversione, spetta ora alla madre sostenere l’io-figlio trafitto da quel dolore mai sopito, da quella benedizione mancata. Deve essere lei a mostrare il luogo «dove divampa un verbo che sia di entrambi testimonianza». Ecco il fine e il senso del ciclo, conquistare questa parola-testimonianza che valga per entrambi i protagonisti del ciclo. Ed ecco la conclusione: «Corrosa e scancellata / dal vento radiante della tua lingua / la chiacchiera versicolore / dei fatti vissuti – / la linguacciuta miapoesia, la nullesia.// Dal / turbine / aperto / il passo attraverso le umane forme/di neve – neve di penitenti, / fino alle accoglienti stanze / dei ghiacciai, ai deschi. // In fondo / al crepaccio dei tempi, / presso il favo di ghiaccio / attende, cristallo di respiro, / la tua irrefutabile/ testimonianza».

S’è compiuto il processo che ha mutato il senso e il destino del poetare celaniano, quel processo iniziato con l’incontro con Osip Mandel’štam è giunto a conclusione. Questo ciclo ha rappresentato una discesa attraverso la neve sino alle accoglienti stanze di

ghiaccio, in fondo al crepaccio dei tempi attendeva il cristallo di respiro, la testimonianza fattasi ghiaccio in cui si addensano tutte le lacrime dei morti nell’aria, tutti gli ebrei trucidati aspettano lì, in un cristallo di ghiaccio. Un cristallo che ha sempre, qualunque sia la sua configurazione, sei punte, come la stella di Davide, la stella gialla degli ebrei.

Chi accetta e chi rifiuta

Si sono confrontati con la poesia di Paul Celan interpreti eccellenti come il filosofo della Scuola di Francoforte T. W. Adorno, il filosofo Emmanuel Lévinas, il decostruzionista Jacques Derrida, il già menzionato Gadamer, e soprattutto Martin Heidegger.

L’incontro con Heidegger rappresenta un momento particolarmente significativo nel percorso celaniano: Celan apprezzava la filosofia di Heidegger ma non poteva accettare che il grande filosofo avesse appoggiato il nazismo. Per questo quando si presentò l’occasione di un incontro, il poeta non volle mancare. L’incontro avvenne nella baita del filosofo, dopo una lettura di poesie a Friburgo, nel 1967, lo stesso anno della pubblicazione di Atemwende. Celan non poteva assolutamente accettare il pesante silenzio di Heidegger circa il suo precedente appoggio al nazismo: un suo lettore così insigne aveva tenuto sulla giacca la spilletta nera con la croce uncinata. Heidegger, dal canto suo, non poteva rinnegare il suo pensiero pronunciando una secca condanna alle sue precedenti posizioni. Il confronto-scontro si gioca sulla mancata distinzione, in entrambi, tra pensiero e vita. Vita e pensiero erano per loro inscindibili, uniti indissolubilmente nei loro scritti. Da qui il fermo rifiuto alla richiesta di immortalare con una foto quello storico incontro poi eternizzato da Celan nella poesia “Todtnauberg”, vera e propria trascrizione in versi dell’evento. Si trattava di un’amara coerenza, con gli altri e con se stessi. Coerenza soprattutto con i propri scritti.

Il dialogo mozzato del poeta e del grande pensatore, due figure di primissimo piano della cultura del Novecento, assume lo stesso altissimo valore dei tre viaggi a Siracusa di Platone: la teoria che tenta di incarnarsi, la riflessione che si confronta con il fare. Il poeta ha l’occasione di un confronto diretto col filosofo di cui ha sempre apprezzato l’acume ma a cui non può perdonare l’appoggio al regime nazista. Resta però tutto nello spazio del non detto, nella reciproca attesa di un tempo in cui tutto si chiarirà, nello spazio di un’ipotetica «parola ventura». S’incontreranno nuovamente, nel 1970, poco prima del suicidio, in quell’occasione Heidegger dirà: «Celan è malato – e non esiste cura».

Ben più proficuo l’incontro con la poetessa Nelly Sachs, come emerge dalla corrispondenza epistolare iniziata nel 1954, in cui centrale diviene la riflessione sull’ebraismo, significativa in questa direzione è la poesia dedicata all’incontro a Zurigo: «Del tuo Dio si parlò, io dissi cose / contro di lui, lasciavo / al cuore ch’era in me / di sperare: / nella sua / suprema e rissosa, nella sua, / rantolante, parola».

A quel Dio Celan avrebbe voluto chiedere il senso di quello che fu deciso il 20 gennaio, ma riesce solo a intonare un vibrante contro-salmo: lo scranno di Dio è vuoto, lasciato vuoto come il posto a tavola che si riserva al profeta Elia nel giorno ebraico della Pasqua. Un vuoto che non può riempirsi, se ne può solo prendere atto: «Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango, / nessuno insuffla la vita alla nostra polvere. / Nessuno. // Che tu sia lodato, Nessuno. / È per amor tuo / Che vogliamo fiorire / incontro a / te. // Noi un Nulla / fummo, siamo, resteremo, fiorendo: / la rosa del nulla, / la rosa di Nessuno. // Con / lo stimma anima-chiara, / lo stame ciel-deserto, / la corona rossa / per la parola di porpora / che noi cantammo al di sopra, / ben al di sopra, della spina». Ma l’amarezza del suo “Salmo” non impedì al poeta di compiere un viaggio a Gerusalemme. Da quei diciassette giorni dell’ottobre del 1969, Celan trasse una serie di poesie, pubblicate postume, tra esse spicca “Denk dir”, che inizia: «Pensa: il soldato di Masada, impaludato, si procura patria, nel modo / che mai potrà essergli tolto / contro / ogni spina nel reticolato». Un’ideale continuità tra la resistenza degli ebrei alla conquista romana nel 70 d.C. e quella patria, Israele, che appariva finalmente una conquista reale. Il viaggio a Gerusalemme non è affatto casuale ma «una tappa obbligata, inscritta nel destino personale del poeta, che conclude idealmente l’intero percorso biografico e intellettuale di tutta una vita», come ha scritto Francesco Camera.

Nemmeno un anno dopo, presumibilmente il 20 aprile del 1970, Paul Celan si suicida gettandosi dal ponte Mirabeau nelle acque della Senna. Il cadavere venne ritrovato da un pescatore solo il primo maggio. Postume escono tre raccolte di poesie che aveva portato a termine prima della morte: nel 1970 Lichtzwang (Luce coatta); nel 1971 Schneepart (Parte di neve) e nel 1976 Zeitgehöft (Dimora del tempo).

In una poesia della Rosa di nessuno aveva consegnato al figlio Eric una vitale eredità di speranza: «Ho tagliato bambù: / per te, figlio mio. / Ho vissuto. // Codesta, che domani sarà / altrove, capanna, ora / regge. // Non diedi mano a costruirla: tu / non sai in quali / vasi io misi, anni addietro, / la sabbia che mi stava intorno, / per ordine e decreto. La tua / nasce libera – libera / rimane. // La canna, che prende piede qui, domani / s’innalza pur sempre, ovunque / l’anima ti possa spingere fuori / d’ogni vincolo».

Tonino Pintacuda
  

Luce coatta, conseguito silenzio
Opere di Celan
Gesammelte Werke in sieben Bänden, a cura di B. Alleman e S. Reichert, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1983, 1992.
Traduzioni italiane

Poesie, traduzione di M. Kahn e M. Bagnasco, Mondadori, Milano 1976.
Luce coatta e altre poesie postume, traduzione di G. Bevilacqua, Mondadori, Milano 1983.

La verità della poesia, traduzione di G. Bevilacqua, Einaudi, Torino 1993.
Scritti rumeni, a cura di M. Mincu, traduzione di F. Del Fabbro, Campanotto, Udine 1994.
Di soglia in soglia, traduzione di G. Bevilacqua, Einaudi, Torino 1996.
Poesie, traduzione e saggio introduttivo di G. Bevilacqua, Mondadori, Milano 1998.
Conseguito silenzio, traduzione di M. Ranchetti e J. Leskien, Einaudi, Torino 1998.
Sotto il tiro di presagi, traduzione di M. Ranchetti e J. Leskien, Einaudi, Torino 2001.
Tra le monografie italiane segnaliamo l’indispensabile Letture celaniane di Giuseppe Bevilacqua pubblicato dall’edizioni Le Lettere, Francesco Camera e il suo Paul Celan. Poesia e religione edito dal Melangolo, e il recente volume di Camilla Miglio, Vita a fronte. Saggio su Paul Celan, edizioni Quodlibet.

t.p.

  
La vita, la malattia, il suicidio
1920 Paul Pessach Antschel nasce il 23 novembre a Czernowitz (oggi Cernovcy), in Bucovina. È l’unico figlio di Fritzi Schrager e Leo Antschel.
1926-27 Scuola elementare tedesca.
1927-30 Scuola elementare ebraica.
1930-35 Ginnasio statale rumeno.
1934 Bar Mizwà.
1935-38 Ginnasio statale ucraino. Le lezioni si svolgono in tedesco.
1937-1938 Sono di questi anni le prime poesie che si siano conservate.
1938 Giugno. Esame di maturità. 9-10 novembre viaggio a Parigi, passando per Cracovia e Berlino. Poi facoltà di Medicina a Tours.
1939 Luglio. Ritorno a Czernowitz. Settembre. Corso di laurea in Romanistica presso la facoltà di Lettere.

1940 20 giugno L’Armata Rossa entra a Czernowitz. Estate. Paul conosce l’attrice Ruth Lackner. Settembre. Corso di laurea in Romanistica e Slavistica.
1941 5-6 luglio Czernowitz è occupata dalle SS. Vengono uccisi oltre 3.000 ebrei. 11 ottobre Viene costituito il ghetto di Czernowitz. Prime deportazioni in Transnistria. Paul svolge lavoro forzato in città.
1942 Giugno. Seconda ondata di deportazioni. Il 27 giugno Paul cerca di convincere invano i genitori a riparare con lui in un buon nascondiglio. Dopo aver litigato col padre, passa la notte fuori di casa. Al ritorno trova la porta sbarrata. Non rivedrà mai più i genitori. Luglio. Lavoro forzato sulla rete stradale di Tabarasti, nella Moldavia meridionale. Autunno-inverno. Morte del padre, poi della madre nel campo di concentramento di Michailovka, a est del Bug.
1944 Lavora come assistente in una clinica psichiatrica. Si iscrive poi alla facoltà di Anglistica, e ordina le sue prime poesie in due raccolte, donate a Ruth prima della partenza da Czernowitz.
1945 Aprile. Paul lascia Czernowitz alla volta di Bucarest. Diventa redattore e traduttore presso la casa editrice Cartea Rusa.
1947 2 maggio. Todesfuge viene pubblicata in traduzione rumena (Tangoul mortii) con lo pseudonimo “Paul Celan”. Metà dicembre. Fuga a Vienna.
1948 Gennaio. Incontro con Ingeborg Bach-mann con cui inizia una relazione d’amore. Febbraio. Diciassette poesie vengono pubblicate dalla rivista viennese Plan. Luglio. Si trasferisce a Parigi. Settembre. Esce Der Sand aus den Urnen (La sabbia dalle urne) di cui chiede il ritiro del libro. Inizia gli studi di germanistica e di linguistica alla Sorbona.
1949 Conosce il poeta Yvan Goll che morirà il 27 febbraio 1950.
1950 Conseguimento della licenza alla Ens. Pubblicazione degli aforismi Gegenlicht (Controluce).
1951 Novembre. Incontro con la disegnatrice grafica Gisèle de Lestrange (1927-1991), la sposerà un anno dopo.
1952 Maggio. Celan è in Germania per la prima volta dopo il 1938. Legge le sue poesie all’incontro del Gruppo 47 a Niendorf sul Baltico. Rivede Ingeborg Bachmann. Esce la sua prima raccolta Mohn und Gedächtnis (Papavero e memoria).
1953 Contatti con vari personaggi della cultura francese, fra cui René Char. A ottobre nasce il primo figlio, François, che muore poche ore dopo la nascita. La vedova di Yvan Goll avvia una prima campagna diffamatoria nei confronti di Celan, calunniandolo per un presunto plagio.
1954 Traduzioni di varie opere altrui, fra cui il Sommario di decomposizione di Cioran, che sarà fra gli ultimi amici del poeta, fino alla morte. Inizia un lungo carteggio epistolare con la poetessa Nelly Sachs.
1955 Cittadinanza francese. Nasce il figlio Eric. Pubblicazione di Von Schwelle zu Schwelle (Di soglia in soglia). Continua l’intensa attività di traduttore.

1956 Premio letterario del Circolo culturale dell’Associazione federale degli industriali tedeschi.
1957 Sempre più frequenti inviti in Germania, per alcune letture di poesie.
1958 Premio letterario della Città di Brema.
1959 Inizia il lavoro come lettore di lingua tedesca all’Ens, che proseguirà fino alla morte. Continua l’attività di traduttore (importanti le traduzioni da Mandel’štam e Valery) e pubblica Sprachgitter (Grata di parole).
1960 Nuove accuse di plagio da parte di Claire Goll. Incontra Nelly Sachs, ricoverata a Stoccolma in clinica psichiatrica. In ottobre riceve il Premio Büchner, in occasione del quale pronuncia il discorso “Der Meridian” (“Il meridiano”).
1962 Primo ricovero psichiatrico.
1963 In autunno, pubblica Die Niemandsrose (La rosa di nessuno).
1964 Grosser Preis della regione Nord-Westfalia.
1965 Nuovi soggiorni in clinica psichiatrica. Al Goethe-Institut di Parigi viene esposta l’edizione di lusso di Atemkristall.
1967 Nuovo aggravamento delle condizioni psichiche, decide di andare a vivere da solo. A luglio tiene una lettura di poesie a Friburgo e incontra Martin Heidegger nella sua baita a Todtnauberg. In autunno esce Atemwende (“Svolta del respiro”).
1968 Durante i moti studenteschi parigini, dopo un’iniziale appoggio si dissocia. In autunno pubblica Fadensonnen (Filamenti di sole), l’ultima silloge edita in vita.
1969 Ulteriori soggiorni in clinica. A metà anno, pubblica Schwarzmaut (Pedaggio al nero), una plaquette illustrata con acquerelli. A fine anno, viaggio in Israele.
1970 Ultime letture pubbliche di poesie, fra cui una a Friburgo. Tra gli ascoltatori vi è Heidegger. Presumibilmente il 20 aprile, si suicida gettandosi dal ponte Mirabeau nelle acque della Senna. Postume escono tre raccolte di poesie, che Celan aveva portato a termine prima della morte: nel 1970 Lichtzwang (Luce coatta); nel
1971 Schneepart (Parte di neve) e nel 1976 Zeitgehöft (Dimora del tempo).

Dossier – Nell’abbraccio del meridiano – PAUL CELANultima modifica: 2013-01-13T18:21:48+00:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento