Lo stereotipo della “zingara” e la sessualizzazione della donna Rom

da Batsceba Hardy

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[So che non so ciò che so] Lo stereotipo della “zingara” e la sessualizzazione della donna Rom

\ Mahalla : Articolo
Lo stereotipo della “zingara” e la sessualizzazione della donna Rom
Di Fabrizio (del 24/01/2013 @ 09:05:57, in Kumpanija,

 Da chiara-di-notte.blogspot.com

Il fatto che la rappresentazione delle genti di colore – e delle donne di colore, in particolare – sia stata esotizzata e finanche sessualizzata nella percezione occidentale, non e’ una novita’, e i Rom non sono sfuggiti a questo fenomeno. Scrive Borrow (1841): “Le donne e le ragazze zingare sono in grado di accendere passione piu’ che nelle descrizioni piu’ audaci, in particolare in coloro che non sono zingari, perche’, naturalmente, la passione diventa piu’ violenta quando e’ nota l’impossibilita’ quasi assoluta di gratificazione”.

Alcune premesse storiche. I Rom sono originari dell’Asia, i cui antenati, lasciato il nord-ovest dell’India a seguito di una serie di incursioni islamiche nell’ XI secolo, sono stati progressivamente spinti in Europa sud-orientale, dove quasi la meta’ si sono stabiliti nei Balcani, e dove sono stati tenuti in schiavitu’ fino al 1864. Mentre l’altra meta’ in grado di andare avanti si e’ sparsa nel resto dell’Europa. Ci sono oggi circa dodici milioni di Rom, di cui piu’ o meno otto milioni vivono nel vecchio continente e due o tre milioni si sono stabilizzati in America e altrove, costituendo cosi’ la piu’ grande e diffusa minoranza etnica del mondo. Quasi il doppio di quanti siano i danesi o gli svedesi.
Quando i Rom sono apparsi per la prima volta in Europa, tutti credevano che facessero parte della diffusione islamica all’interno della cristianita’, e sono stati quindi identificati con i turchi ottomani. La parola “turchi” riferita ai Rom e’ infatti ancora oggi diffusa in molti luoghi. Altra definizione impropria usata per i Rom e’ stata anche “egiziani”, da cui sono derivati appunto i termini Zingari, Gitani, Tzigani, eccetera.
Benche’ esistano moltissimi riferimenti medioevali e rinascimentali riguardanti la vera origine indiana del popolo Rom, questo fatto, col passare del tempo e’ stato dimenticato anche dagli stessi Rom. Di conseguenza, un gran numero ipotesi errate, a volte bizzarre, sono state formulate. Tra queste, ce n’e’ una che li fa originari delle profondita’ della Terra, o della Luna o di Atlantide, o li identifica come i resti di una razza preistorica. A seconda del periodo storico e delle credenze del momento sono stati Nubiani, o Druidi, oppure ebrei venuti allo scoperto dopo i pogrom medioevali.
La vera origine e’ stata scoperta casualmente nel 1760 quando in una universita’ olandese, uno studente che aveva imparato un po’ di Romani (la lingua dei Rom) da operai che lavoravano nella tenuta di famiglia in Ungheria, una volta ascoltati i discorsi di alcuni studenti provenienti dall’India, che parlavano una lingua simile, si convinse della reale provenienza del popolo Rom. Questo porto’ al primo libro mai scritto sul tema (Grellmann, 1783).
La pubblicazione del libro di Grellmann, durante l’Illuminismo, che apparve in una edizione inglese del 1807, coincise con l’emergere di una serie di discipline scientifiche, tra cui la botanica e la zoologia, e la necessita’ di classificare le piante e gli animali che venivano scoperti durante l’esplorazione delle nuove colonie europee d’oltremare. Cosa che rapidamente porto’ anche alla classificazione delle popolazioni umane non europee.
E’ stato proprio in quel tempo che l’idea che “mescolare le razze”, sia geneticamente che socialmente, fosse pericoloso. Un’idea che si e’ diffusa sempre piu’ nella cultura e che e’ stata, poi, la causa che nel XX secolo ha portato al nazismo e alle terribili e ben note conseguenze. Ma proprio per la sua natura proibita, l’incrocio tra razze ha acquisito anche quell’elemento morboso di attrazione che soprattutto durante l’epoca vittoriana, ha trovato la sua espressione in una certa arte e letteratura, con la rappresentazione di rapporti sessuali tra colonizzatori e schiave, ovvero tra donne di colore e maschi bianchi. La fotografia erotica del tardo XIX secolo e’ infatti caratterizzata principalmente da donne nude africane o asiatiche, e non includeva mai immagini di donne bianche svestite.
Una parentesi curiosa: la piu’ antica organizzazione che si e’ dedicata allo studio del popolo Rom e’ stata la Gypsy Lore Society, fondata nel 1888 e che ancora esiste. Alcuni dei suoi membri di sesso maschile – tutti non Rom – si riferivano a loro stessi come “Ryes”; un’auto-designazione interpretata come “chi aveva guadagnato una posizione privilegiata nel mondo Romani”. In lingua Romani “Rai” significa infatti “persona che ha autorita’”, quindi puo’ essere “signore” oppure anche “poliziotto”. Ma ha anche un altro specifico significato, e si riferisce a chi, pur essendo non Rom, e’ in grado di portarsi a letto una donna Rom.

Per varie ragioni, gli occidentali hanno avuto (ed hanno tuttora), una maggiore familiarita’ con la schiavitu’ degli africani nelle Americhe di quanta ne abbiano avuta con la schiavitu’ dei Rom in Europa. Per questo motivo, le rappresentazioni inesatte degli zingari descritti nei cliche’ letterari dell’epoca, che delineavano in termini stereotipati un certo tipo di schiavo a un pubblico vittoriano, e’ sempre stato quello che ha incontrato il maggior successo in letteratura.

In uno scritto di Ozanne (1878), si legge che gli schiavi Rom in Valacchia avevano “labbra spesse e capelli crespi, con una carnagione molto scura, e una forte somiglianza con la fisionomia e il carattere dei negri”. Anche St. John (1853) descrive i Rom cosi’: “Gli uomini sono generalmente di alta statura, robusti e muscolosi. La loro pelle e’ nera o color rame, i capelli, densi e lanosi, le loro labbra hanno la pesantezza dei negri, e i loro denti sono bianchi come perle; il naso e’ notevolmente appiattito, e il volto e’ tutto illuminato, per cosi’ dire, dal vivo degli occhi”.

Uno degli stereotipi piu’ diffusi e’ stato legato per lungo tempo a una “preoccupazione sessuale” concentrata sugli uomini di colore, ritenuti essere ossessionati dal desiderio per le donne bianche. Questo ha portato, poi, negli anni ’20 in America, alla pratica razzista di castrare gli afro-americani, sottolineando una paura sessuale e un’insicurezza profonda insita nei maschi bianchi di quel periodo. Anche i Rom nei Balcani venivano, ovviamente, visti come una minaccia alla femminilita’ bianca. Tra di loro vi era una categoria chiamata “skopitsi”, uomini che erano stati castrati da ragazzi il cui compito era quello di guidare i mezzi delle donne dell’aristocrazia senza che ci fosse paura di molestie per queste ultime. Tutto cio’ lo si trova riflesso anche nel codice civile moldavo dell’epoca, in cui si affermava che “se uno schiavo zingaro avesse violentato una donna bianca, sarebbe stato bruciato vivo”. Mentre un rumeno che avesse “incontrato una ragazza per strada e avesse ceduto all’amore… non avrebbe potuto essere punito”.

E’ questa castrazione del maschio di colore che si ritrova spesso nella tradizione letteraria dell’epoca, e che e’ ben espressa dalle parole di Gayatri Spivak, in cui si percepisce la necessita’ di “salvare le donne dagli uomini neri”. Ma questa fobia razzista riguardo alla mescolanza etnica non e’ qualcosa che riguarda solo il passato. Anche nel 1996 Shehrezade Ali ha fortemente criticato il film di Disney “Il gobbo di Notre Dame” per la creazione di un impulso subliminale a sfondo razziale negli atteggiamenti sociali in via di sviluppo dei bambini. Ecco cio’ che scrive:

“Ad oggi, nessuno dei personaggi femminili bianchi di Disney sono stati accoppiati con pretendenti neri o non bianchi, mentre le donne di colore sono esclusivamente legate a uomini bianchi, ignorando totalmente la loro etnia. E’ questo il modo che ha la Disney di essere tollerante? Perche’ la Disney mette le donne di colore in situazioni romantiche con uomini bianchi al posto di uomini di colore? E che tipo di messaggio subliminale si pensa che recepiscano le ragazzine nere o zingare quando e’ ripetutamente implicito che l’unico eroe salvatore che hanno e’ un maschio bianco? E che dire dei piccoli ragazzi neri o zingari che non hanno ancora avuto modo di vedere se stessi in un ruolo di eroe protagonista in un film Disney? Che cosa si puo’ dire circa la loro autostima? Cio’ rende visibile la continuazione del mito razzista per cui ogni donna del pianeta, sia nera o bianca, abbia un solo eterno eroe: un uomo bianco”.

Un’altra caratteristica che ricorre in questo tipo di messaggio che Shehrazade Ali definisce razzista, e’ che, alla fine, l’oggetto d’amore si rivela non essere una Rom, dopotutto, ma una ragazza bianca che e’ stata “rapita dagli zingari” da bambina, e successivamente salvata, rendendo cosi’ la relazione romantica accettabile e persino ammirevole, in quanto entrambi i protagonisti risultano appartenere alla stessa etnia.

Ma oltre a questa “preoccupazione sessuale” (tuttora presente anche se latente nell’inconscio del maschio bianco) e’ sempre esistito nei confronti delle popolazioni di colore anche un profondo pregiudizio igienico oltre che morale, in quanto viste come impure, sia spiritualmente che fisicamente. Hoyland (1816) ha ribattuto a lungo sulla convinzione elisabettiana che la pelle scura dei Rom fosse semplicemente a causa di sporcizia. “Gli zingari, privi della loro carnagione bruna”, scrive, “sono quelli che molto tempo fa hanno interrotto il loro modo sporco di vivere”. E Celia Esplugas (1999), nel suo grossolano saggio pieno di inesattezze e disinformazione, rincara la dose e ribadisce che “la pulizia e l’igiene degli zingari non e’ mai riuscita a soddisfare lo standard inglese”.

Kenrick e Puxon (1972) ritengono che l’attuale odio per i Rom sia una memoria storica che risale alla loro prima apparizione in Europa, e nasce dalla convinzione medioevale che il nero denoti l’inferiorita’ e il male che erano ben radicati nella mente occidentale. La pelle scura di molti zingari fa dunque essere questo popolo vittima di un pregiudizio. Il folklore europeo contiene, infatti, una serie di riferimenti alla carnagione dei Rom. Un proverbio greco, ad esempio, dice: “Andare dai bambini zingari e scegliere il piu’ bianco”. E in yiddish esistono proverbi come: “Lo stesso sole che sbianca il lino scurisce lo zingaro” oppure “Nessun lavaggio rende mai bianco lo zingaro nero”.

A indicare il colore della pelle, una diffusa auto-ascrizione in Romani e’ “Kale'”, che significa appunto “neri”, mentre i gage’ (i non-Rom) sono indicati nella stessa lingua, anche da Rom dalla pelle chiara che potrebbero essere fisicamente indistinguibili da loro, come “parne'” o “parnorre'”, vale a dire “bianchi.” Questi tratti sono stati rimarcati dal viaggiatore francese Félix Colson (1839) che visitando la Romania, dov’era prassi consolidata offrire schiave Rom come intrattenimento sessuale ai visitatori [1], scrisse: “La loro pelle e’ quasi marrone, e alcune di loro sono bionde e belle”.

Ma anche se poteva essere utilizzata sessualmente, una donna Rom non poteva diventare la moglie legale di un uomo bianco. Un tale matrimonio veniva considerato “un atto malvagio e cattivo”, e un sacerdote che l’avesse celebrato sarebbe stato scomunicato, come indicato in un proclama anti meticciato del 1776 da Constantin, principe di Moldavia:

“Zingari che sposano donne moldave, e anche uomini moldavi che prendono in moglie ragazze zingare, compiono un atto che e’ interamente contro la fede cristiana, non solo perche’ queste persone sono tenute a passare tutta la loro vita con degli zingari, ma soprattutto perche’ i loro figli rimarranno per sempre in schiavitu’. Un tale atto e’ odioso a Dio, e contrario alla natura umana. Qualsiasi prete che ha avuto l’audacia di celebrare un tale matrimonio, che e’ un grande atto malvagio ed eterno, verra’ rimosso dal suo incarico e severamente punito”. (Ghibanescu, 1921)

Coloro che in passato hanno scritto a proposito del trattamento degli schiavi hanno creduto, probabilmente per liberarsi la coscienza, che i Rom fossero effettivamente ben disposti a tale condizione. Lecca (1908) sosteneva che “una volta fatti schiavi… sembra preferissero quello stato”, e Paspati (1861) si chiedeva se i Rom non fossero “di per se’ predisposti volontariamente alla schiavitu'”. Emerit (1930), dal canto suo, riteneva che “nonostante le punizioni che i proprietari di schiavi infliggevano a caso, gli zingari non provavano del tutto odio per questo regime tirannico, che di tanto in tanto aveva anche qualita’ paterne”.

Fu Bayle St. John (1853), che baso’ il suo saggio interamente su cio’ che aveva scritto Grellman e che (come il creatore di Carmen Bizet) non aveva mai incontrato un Rom in vita sua, che per primo scrisse che gli zingari erano “una razza molto bella, le donne in particolare. Queste formose, scure di pelle, bellissime donne, riescono a stupirci solo a pensare a come certi occhi, certi denti e tali figure possano esistere nell’atmosfera soffocante delle loro tende”. Preoccupandosi pero’ di aggiungere, secondo la morale pudica dell’epoca vittoriana, che era “dispiaciuto di dover ammettere la loro indole estremamente dissoluta”. Al carattere lussurioso delle donne zingare accenna anche Celia Esplugas (1999): “La sfiducia nel comportamento morale degli zingari e’ estesa al loro comportamento sessuale e gli uomini non Rom vengono attratti dal mistero di questa razza, dalla bellezza delle donne, e dal loro stile di vita molto libero”.

La presunta mancanza di morale tra gli zingari e’ stata esplicitata con veemenza nelle critiche alle loro pratiche sessuali che hanno sempre descritto un totale disinteresse per la decenza e il rispetto verso il corpo, in particolare da parte delle donne zingare. Per questo, in gran parte nell’arte, nella musica e nella letteratura del XIX secolo, la zingara e’ stata caratterizzata da stereotipi quali lo spirito libero, forte, deviante, esigente, sessualmente eccitante, seducente, e indifferente ai sentimenti altrui [2]. Questa costruzione romantica della donna zingara puo’ essere letta come una contrapposizione alla donna bianca, corretta, controllata, casta, e sottomessa come l’ideale vittoriano europeo richiedeva.

Certi atteggiamenti maschili, come quelli di St. John ed altri, cioe’ di parlare della donna zingara senza averne mai incontrata una, sono ancora oggi presenti. Nel 1981, sulla rivista Cosmopolitan, e’ apparso un articolo scritto dallo specialista in arti marziali Dave Lowry, dal titolo: “Che cosa si prova ad essere una ragazza zingara”, dove mentre l’autore sostiene di aver consentito a una ragazza Rom, Sabinka, di raccontare la propria vita, e’ chiaro fin dall’inizio che Sabinka e’ Dave Lowry stesso. Un indizio per la motivazione che puo’ spingere un uomo bianco adulto ad affrontare un tema del genere e’ in primo luogo da riferirsi alla “libido maschile” e alle “fantasie erotiche senza fine”.

Ma in nessun luogo la diffusione di questa immagine erotica della donna zingara e’ piu’ evidente come sul sito d’aste eBay, dove le “sexy camicette zingare” vengono offerte ogni giorno, pubblicizzate da procaci modelle dalle caratteristiche tutte Rom. Un altro sito, “La Zingara”, informa il visitatore che gli zingari sono normalmente di pelle scura con audaci occhi lampeggianti, ma non e’ raro trovarne dai capelli oro o cremisi… la maggior parte vivono in carri chiamati vardo, perennemente in viaggio… il fuoco e’ il centro della vita familiare zingara… e tante altre piccole o grandi stronzate spacciate per verita’.

Due altri siti che forniscono dettagli del tutto inventati della cultura Romani, appartengono a Morrghan Savistr’i, una donna che si dichiara Rom nata in America, e Allie Theiss, una sedicente discendente dei Rom provenienti dalla Transilvania. Sul suo sito (adesso non piu’ funzionante e in vendita, dato lo strepitoso successo avuto – ndr), la signora Savistr’i, affermava di essere una Maga del Caos e una Shuvani, la cui occupazione principale sarebbe stata quella di elaborare alcuni rituali Rom per la pulizia e la purificazione, piu’ recenti e meno complessi di quelli tradizionali che per la maggior parte i Rom non sono in grado di fare a causa della scarsita’ dei materiali, nonche’ per la quantita’ di tempo richiesta per svolgerli adeguatamente. La signora Savistr’i ci faceva anche sapere che aveva due gatti, di nome Fuzz Face e Mr. Pants, dei quali ci raccontava tutte quante le peripezie. Allie Theiss, invece, scrive libri di magia gitana e amore. Confessa al lettore di non sapere di dove i Rom siano originari (e’ una che ha studiato molto – ndr), ma non importa quali siano le loro vere origini, perche’ gli zingari sono apprezzati per le loro notevoli abitilita’ psichiche e per il dono che hanno di attirare la buona fortuna, oppure per rovinare una vita con una maledizione. Tutti, dice la signora Theiss, sono nati con tale dono, ma cio’ che rende innati i loro poteri e’ il rapporto che hanno con la natura. Il loro legame con gli spiriti della vita all’aria aperta permette al loro dono di evolversi in modo naturale. Inoltre non vagano piu’ per il mondo in una roulotte trainata da cavalli, ma si sono modernizzati e viaggiano in auto, in autobus e in aereo”.

Tre libri che raccontano stupidita’ piu’ o meno simili sono: “Cuore zingaro” di Sasha White. (Puo’ un uomo piegato alla sedentarieta’ convincere una donna dallo spirito libero a rischiare il suo Cuore Zingaro? Attenzione: questo libro contiene immagini esplicite di sesso con linguaggio contemporaneo). Isabella Jordan: “Zingari, Vagabondi e Calore: un’Antologia del Romanzo Erotico” (Perdetevi negli occhi scuri e nella sfera di cristallo di un’amante zingara!) E infine la serie di Alison Mackie “Cronache zingare” (“In ogni letto matrimoniale che Tzigany de Torres costruisce insieme alla moglie, gitana, egli conferisce un fascino potente: quello che garantisce per una vita il piacere di fare l’amore…”) E poi aggiunge: “Quello che mi qualifica a scrivere di zingari? Ebbene, ho avuto una tata andalusa che si chiamava Ahalita”; una giustificazione non infrequente tra gli scrittori bianchi che vogliono scrivere di non bianchi (si veda ad esempio Sue Monk Kidd: “La vita segreta delle api”). E’ in questo modo che l’identita’ Romani rimane ancora in gran parte controllata dal mondo non Romani, dal cinema di Hollywood e da romanzieri e giornalisti della domenica come quelli che ho citato.

In ogni caso, per concludere, che un’etichetta etnica possa essere metaforicamente applicata non e’ necessariamente offensivo. Spesso puo’ accadere, ma gli stereotipi non sono dannosi fintanto che sono riconosciuti come tali. E’ noto infatti che nella filmografia i mafiosi non rappresentano tutti gli italiani, e che l’Italia ha dato anche Botticelli, Leonardo e Michelangelo. Oggi, con una maggiore copertura dei media e l’accesso a siti web informativi, l’ignoranza non puo’ piu’ essere usata come una giustificazione. La gente deve arrivare quindi a capire che il termine letterario “zingari” e’ qualcosa di molto diverso dai Rom, la cui vera storia e’ complessa e in costante movimento. Percio’ le ragioni che portano alla perpetuazione inesorabile del mito della zingara in quanto oggetto di desiderio sessuale devono essere cercate altrove, ed esaminate a parte. Non per questo dobbiamo dire addio a Carmen, Esmeralda e alle loro sorelle di fantasia, pero’ dovremmo riconoscerle per chi e per quello che realmente sono.

Note:

[1] E ‘stata proprio questa consuetudine ad essere in gran parte responsabile del fatto che molti zingari sono ormai di pelle chiara. Tra le belle ragazze, le piu’ gradite erano quelle di pelle piu’ chiara e bionde, e le figlie indesiderate di queste unioni sessuali automaticamente diventano schiave, facendo aumentare nelle successive discendenze i tratti parne’, rendendo sempre meno visibili quelli kale’.
[2] Il fascino per il mondo proibito e tabu’ delle donne zingare, in musica e’caratterizzato al meglio con l’opera Carmen, che ne’ e’ l’immagine predefinita: gitana spagnola disponibile sessualmente e promiscua e nei suoi affetti.
Per il post mi sono liberamente ispirata alla lettura del libro di Ian Hancock: “Danger! Educated Gypsy: Selected Essays”

Lo stereotipo della “zingara” e la sessualizzazione della donna Romultima modifica: 2013-01-25T19:12:00+00:00da mangano1
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