C’è più di un motivo che spinge Silvio Berlusconi a non esporsi

Dario Borso ha pubblicato qualcosa in LEVIATANO
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Dario Borso    1 febbraio 13.01.45
C’è più di un motivo che spinge Silvio Berlusconi a non esporsi sul crack del Monte dei Paschi di Siena, sulle dimissioni di Giuseppe Mussari e sugli schizzi di fango che stanno piovendo sul Partito Democratico e il mondo cooperativo. Non è solo il conto 1.29 che il Cavaliere ha in Mps, già comparso nelle cronache giudiziarie durante lo scandalo Ruby, tra le Olgettine e il ragionier Giuseppe Spinelli, oppure per il fallimento del Credito Cooperativo Fiorentino, banca di Denis Verdini, coordinatore del Pdl, dove compare pure Marcello Dell’Utri.
Non sono neanche quei mutui che l’ex presidente del Consiglio ricevette per costruire Milano 2 e 3 negli anni ’70, ai tempi dell’Edilnord, «tanto che il legame» – ha spiegato proprio Berlusconi questa mattina a 28 minuti su Radio 2 – «era tale per cui risultai come l’unica società con cui la banca concedeva mutui premiando la puntualità dei pagamenti. È un’istituzione cui voglio bene». È soprattutto la rete di persone di fiducia di Denis Verdini in una regione rossa come la Toscana, unita alla gestione dei conti di Fininvest, il particolare che più lega il Cavaliere a questo istituto di credito pronto al commissariamento.
Prima dell’arrivo di Alessandro Profumo a Siena, terra di battaglie per la massoneria, tra P2, P3 e P4, vigeva una sorta di «inciucio tutto toscano» tra centrodestra e centrosinistra – come lo definiscono in piazza del Palio – «che serviva da un lato a garantire i rapporti con le banche locali – come emerso nelle indagini a carico di Verdini – e dall’altro a garantire il primo affidatario della banca che altro non è che il Gruppo Fininvest»: c’è persino uno sportello Mps a Cologno Monzese, sede della holding della famiglia Berlusconi.
Proprio su questo intreccio tra finanza rossa e azzurra ha lavorato molto in questi anni Verdini, che non a caso continua a tacere sulle dimissioni di Mussari. Perché fino all’aprile del 2012 nella galassia del Gruppo Montepaschi erano presenti in forza uomini che rispondevano proprio a lui, a Denis. Del resto, uno dei punti di contatto tra Mps e Fininvest è sempre stato Carlo Querci, leone rampante, che alla fine degli anni ’90 diventò consigliere dell’istituto di credito senese in quota Polo delle Libertà.
Ma Querci rappresenta qualcosa di più per Berlusconi. È il padre di Niccolò Querci, segretario particolare di Berlusconi, ex vicepresidente di Rti, ora membro del consiglio di amministrazione di Mediaset. Nel 2010, dopo essere stato in carica più di 10 anni, per Querci senior fu ottenuta una deroga nel consiglio di Mps. Il cda decise di disapplicare un criterio previsto dal codice di autodisciplina delle quotate in quanto «la prolungata durata dell’incarico è risultata non costituire nel caso specifico una relazione tale da compromettere o anche solo condizionare l’autonomia di giudizio ed il libero apprezzamento dell’operato dell’amministratore in questione».
Non solo. Tra i mille uomini che orbitano intorno al Cavaliere, a palazzo Grazioli e a Verdini, c’era per esempio Carlo Ricci, ex dirigente di Banca Toscana, entrato nel 2005 nella Fondazione Mps da «membro di area Forza Italia», come ricorda pure l’Unità, il quotidiano di Antonio Gramsci in un vecchio articolo del 2005. Ricci fu nominato nel 2010 pure presidente del collegio dei sindaci revisori di Mps Investments che proprio quell’anno fu incorporata dalla banca.
E poi ancora Fabrizio Felici, ex coordinatore di Forza Italia a Siena, anche lui con un posto da deputato nella Fondazione. Quindi Girolamo Strozzi Majorca Renzi, già vice presidente di Banca Toscana e nel consiglio di amministrazione di Comsumit (gruppo Mps), membro della Società Toscana di Edizioni Srl e coinvolto nell’ultimo scandalo per i contributi pubblici per il Giornale di Toscana, inchiesta della procura di Firenze che indaga per una truffa aggravata ai danni dello Stato di 22 milioni di euro.
Uomini inseriti in ruoli fondamentali per gli ingranaggi del gruppo Montepaschi che ora rischia il commissariamento. C’è poi da ricordare Andrea Pisaneschi, ex membro del cda di Mps, poi presidente di Antonveneta, finito pure lui indagato per l’inchiesta sul finanziamento ottenuto dalla Btp (Baldassini-Tognoli-Pontelli) di Riccardo Fusi, mega indagine che con le sue ramificazioni arriva fino al G8 della Maddalena e che ha travolto un’altra volta Verdini. Poi anche Piero Tacconi, pure lui ex cda Consumit e Cassa di Risparmio di San Miniato, grande amico dell’ex sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta.
E poi ancora Gennaro Chichierchia, cda Immobiliare Mps, uomo di fiducia di Fusi, arrivato lì per sostituire lo scomparso Nello Balestracci, responsabile della formazione di Forza Italia. Poi Pier Ettore Olivetti Rason, già cda Paschi Gestione Immobiliari, finito pure lui indagato nel crack del Credito Cooperativo Fiorentino. E infine Gianni Menghetti, già sindaco revisore di una controllata di Mps nonchè ex coordinatore comunale di Siena per Forza Italia e Cinzia Beneforti, anche lei revisore di una controllata del banco, ma soprattutto moglie dell’onorevole Riccardo Mazzoni, ex direttore del Giornale di Toscana di Verdini. Insomma il sistema sarà del Pd, ma di certo al Pdl il Monte dei Paschi ha sempre fatto gola. Anzi, è servito.

C’è più di un motivo che spinge Silvio Berlusconi a non esporsiultima modifica: 2013-02-01T16:23:44+00:00da mangano1
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