Giuseppe Bailone,Locke: con Hobbes, ma per poco

VLocke: con Hobbes, ma per poco

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Intorno al 1660, Locke compone dei brevi saggi, che non pubblica, sulla legge naturale e sui poteri del magistrato civile in materia di culto.

In quelli sulla legge naturale, identifica l’origine della legge naturale nella volontà divina (“un’ordinazione della volontà divina conoscibile con la luce della natura”) e gli sembra “che meno giustamente alcuni la dicano dettata dalla ragione”, perché la ragione “non è autrice di tale legge bensì interprete”, ossia soltanto indaga e chiarisce la volontà del supremo legislatore.[1] La teoria della legge naturale, una costante nel pensiero di Locke, ha in questa fase un’impostazione volontarista del tutto opposta al razionalismo della maturità.

Negli scritti sui poteri del magistrato civile, Locke si pronuncia su una questione antica e sempre viva, riaperta con forza dall’imposizione per legge dell’uniformità di culto e dell’uso esclusivo del Libro della preghiera comune: le pratiche rituali, come l’inginocchiarsi o meno durante i sacramenti, il coprirsi o meno il capo, i tempi delle cerimonie, ecc., devono essere uniformate dal potere politico per ragioni di ordine pubblico o devono restare libere? In Inghilterra la libertà di coscienza è un bene intangibile, ma qui si tratta di manifestazioni della fede cosiddette “indifferenti”, cioè non regolate dalla legge divina e pertanto non necessarie alla salvezza dell’anima. E Locke sostiene posizioni hobbesiane, anch’esse del tutto opposte a quelle espresse poi nella maturità.

“La luce della ragione e la natura del governo stesso – scrive Locke – rendono evidente che in tutte le società è inevitabilmente necessario che il potere supremo (sia esso posto in una sola o in più persone) sia comunque supremo, cioè abbia un potere pieno e illimitato sopra tutte le cose e le azioni indifferenti entro i limiti di quella società”.[2]

Questa posizioni del giovane Locke sorprendono: come ha potuto il filosofo del giusnaturalismo razionalistico e liberale, della tolleranza religiosa, averle sostenute, sia pure in età giovanile e per breve tempo?

In realtà, esse si possono spiegare con il nuovo clima creatosi con la restaurazione monarchica e con il peso dell’educazione ricevuta.

Nei primi anni Sessanta, il ritorno degli Stuart, pur avendo di mira l’assolutismo, pone fine al lungo e tormentato periodo della guerra civile e della dittatura di Cromwell e sembra allontanare quel pericolo dell’anarchia che aveva spinto Hobbes a teorizzare l’assolutismo. Il nuovo clima di fiducia nella monarchia spinge anche Locke ad accettare l’assolutismo e la sua educazione puritana è un importante elemento di spiegazione del volontarismo espresso in questa fase. Locke, infatti, nasce e viene educato in ambiente puritano, nel quale è ben presente il volontarismo calvinista.[3]

È vero che, ad Oxford, Locke frequenta circoli dell’anglicanesimo moderato e si accosta a una religiosità conciliata con la ragione, avviando un processo di allontanamento dall’etica puritana e dalla filosofia che sta a suo fondamento; ma, nel 1660, il volontarismo è ancora ben presente in lui.

La luna di miele con la monarchia restaurata dura poco.

Ben presto, nel mondo inglese, “al timore della guerra civile e all’aspirazione all’ordine pagato a qualsiasi prezzo subentra a poco a poco il desiderio di una pace non qualsiasi, ma accompagnata dalla libertà: esigenza non solo etica ma anche economica, perché risponde agli interessi del nuovo ceto commerciale e marittimo che in quel tempo viene soppiantando nella vita inglese, per importanza, la vecchia aristocrazia agraria”.[4]

Insieme al nuovo clima inglese, un’importante esperienza personale all’estero e nuovi studi alimentano un profondo ripensamento in Locke.

Nel 1665, recatosi in Brandeburgo come segretario dell’ambasciatore inglese, resta favorevolmente colpito dalla situazione di pace e di positivi rapporti umani, culturali e commerciali ivi esistenti tra religioni diverse. Questa sua esperienza e la sua probabile interazione con l’esperienza adolescenziale della guerra civile fa germogliare in lui l’idea, poi centrale nel suo pensiero maturo, di tolleranza religiosa.

Il suo processo verso il liberalismo e la tolleranza fa un deciso passo avanti nel 1667, quando scrive il Saggio sulla tolleranza, lasciato inedito, ormai in aperto conflitto con l’assolutismo di Carlo II. Adesso vede nella libertà di culto, anche nelle sue manifestazioni “indifferenti”, un’espressione della libertà di coscienza. La tolleranza è ormai una ferma convinzione, ma riservata al variegato mondo protestante. I cattolici, che Locke chiama “papisti” sono esclusi per la loro intolleranza e per il loro assolutismo papale.

“I papisti non devono godere del beneficio della tolleranza, perché, dove hanno il potere, si ritengono obbligati a negare la tolleranza agli altri. Ed è irragionevole che abbia la piena libertà di praticare la propria religione chiunque non riconosca come uno dei propri principi che nessuno debba perseguitare o molestare un altro perché dissente da lui nella religione. Infatti poiché la tolleranza è istituita dal magistrato come un fondamento sul quale costruire la pace e la tranquillità del suo popolo, tollerare chiunque goda del beneficio di questa indulgenza, pur condannandola nello stesso tempo come illecita, è soltanto blandire coloro che si professano obbligati a disturbare il governo non appena ne saranno in grado.

E’ impossibile rendere i papisti, fino a che restano papisti, amici del governo con l’indulgenza o con la severità, dal momento che essi sono suoi nemici sia per principio che per interesse. Perciò, considerandoli come nemici inconciliabili, della fede dei quali non si può mai essere sicuri, fino a che sono tenuti a una cieca obbedienza a un papa infallibile, che ha le chiavi della loro coscienza attaccate alla cintura e può, se l’occasione lo richiede, dispensarli da giuramenti, promesse e obbligazioni che essi hanno nei confronti del loro principe, specialmente quando questi è, nel loro senso, un eretico, e armarli ai danni del governo, io penso che essi non debbano godere del beneficio della tolleranza”.[5]

In quegli anni in Inghilterra la restaurazione cattolica è un pericolo reale: Carlo II non ha eredi e suo fratello si è convertito al cattolicesimo. Il conte di Shaftesbury, per impedire il ritorno di un cattolico sul trono inglese tenta addirittura una sollevazione del paese contro il re, e, dopo il fallimento dell’impresa, si rifugia in Olanda, presto seguito da Locke.

Locke sa bene che l’intolleranza può essere controproducente e può far crescere il numero di coloro che si vorrebbe annientare, ma pensa che nei confronti dei cattolici le cose stiano diversamente.

“La maggior parte degli uomini”, infatti, capisce che i cattolici vengono puniti non tanto perché obbediscono alla loro coscienza, ma piuttosto perché “sudditi di un principe straniero e nemico. Inoltre i princìpi e le dottrine di quella religione sono meno adatti ad attirare teste curiose e spiriti inquieti. Di soliti gli uomini, quando cambiano volontariamente, cercano libertà e invasamento, nei quali continuare ad essere liberi e padroni di sé, piuttosto che autorità ed imposizione. Questo è certo: la tolleranza non può far sì che i papisti si dividano in gruppi interni, né una mano dura può avere su di essi lo stesso effetto che avrebbe su altri partiti dissenzienti, cioè di farli unire con i fanatici (i cui princìpi, il cui culto e il cui temperamento sono così incompatibili con quelli dei papisti), rendendo più grande il pericolo che un numero maggiore di malcontenti si uniscano tra loro. Si aggiunga che il papato, essendo stato imposto in modo fanatico e ignorante con l’astuzia e l’intrigo del suo clero, essendo stato mantenuto in vita con gli stessi artifici ed essendo fondato sul potere e sulla forza, è esposto alla decadenza più di qualsiasi religione, dove il potere secolare tratta severamente i suoi seguaci o almeno toglie loro quegli incoraggiamenti ed appoggi che essi hanno ricevuto dal proprio clero.

Ma la repressione dei papisti, anche se non diminuisce il numero dei nostri nemici, portando qualcuno di essi nel nostro campo, tuttavia accresce il numero dei nostri amici, li rafforza e lega più saldamente tutto il partito protestante a nostra assistenza e difesa. Infatti l’interesse del re d’Inghilterra, come capo dei protestanti, sarà molto avvantaggiato dallo scoraggiamento del papismo tra noi: i diversi partiti si uniranno presto in una comune alleanza con noi quando riscontreranno che noi siamo realmente separati dal comune nemico della nostra Chiesa e, insieme, di tutte le professioni protestanti, e che siamo schierati contro di esso”.[6]

Un peso particolare nella formazione del pensiero maturo di Locke lo esercita lo studio degli scritti di Richard Hooker 1554-1600), un teologo che “ostile ai puritani aveva professato un anglicanesimo assai prossimo al tomismo, dal quale aveva tratto soprattutto l’idea della razionalità della legge come espressione della ragione”.[7]

Avviene così che, negli stessi anni in cui Locke, teorizzando la tolleranza religiosa, esclude dai suoi benefici i cattolici, matura il suo giusnaturalismo in senso razionalistico sotto l’influenza di un teologo anglicano che si richiama esplicitamente al teologo e filosofo più importante del mondo cattolico.

Quando, negli anni Ottanta, Locke scrive le opere che fanno di lui l’influente pensatore politico che conosciamo come padre del costituzionalismo liberale, lo sviluppo del suo pensiero lo ha ormai portato a contrapporsi frontalmente a Hobbes, che non nomina mai, mentre cita spesso e con particolare riguardo Hooker, “il giudizioso Hooker”.

 

Torino 11 febbraio 2013

                                                                        Giuseppe Bailone




[1] Le citazioni sono tratte da Guido Fassò, Storia della filosofia del diritto. II. L’età moderna, Laterza 2001, p. 154.

[2] Citato da Fulvia de Luise e Giuseppe Farinetti, Lezioni di storia della filosofia B, Zanichelli 2010, p. 240.

[3] Per un’informazione sul volontarismo si può vedere “Il volontarismo medievale” a p. 32  del mio Viaggio nella filosofia. Da Duns Scoto a Giordano Bruno, ed. Università Popolare di Torino.

[4] Guido Fassò, Storia della filosofia del diritto. II. L’età moderna, Laterza 2001, p. 154.

[5] John Locke, Saggio sulla tolleranza, in appendice a Lettera sulla tolleranza di John Locke, ediz. Laterza 2008, p. 82.

[6] Ib. pp. 83-84.

[7] Guido Fassò, Storia della filosofia del diritto. II. L’età moderna, Laterza 2001, p. 154.

Giuseppe Bailone,Locke: con Hobbes, ma per pocoultima modifica: 2013-02-13T19:14:19+00:00da mangano1
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