giovedì, 30 ottobre 2008
Giovanni De Luna,Memoria spezzata
da il manifesto del 29 Ottobre 2008
Memoria SPEZZATA - UNA GENERAZIONE RIBELLE CONDANNATA ALL'OBLIO
Giuseppe Pinelli, Walter Rossi, Pietro Bruno, Tonino Miccichè. Sono solo alcuni dei nomi dei militanti della sinistra uccisi negli anni Settanta. Un'anticipazione dal volume, «La piuma e la montagna», che racconta le loro vite

GIOVANNI DE LUNA
Penso alle vite di Miccichè, Franceschi, Bruno, Lorusso e di tutti gli altri come a un dono generoso e disinteressato
fatto a tutti noi. Furono dei militanti politici. Ma i tratti salienti della loro militanza si sottrassero alla cappa plumbea delle ideologie novecentesche. C'era un approccio critico che investiva compiutamente i modelli etici e culturali tradizionali, contestando una società in cui il ruolo dell'individuo e le sue esigenze andavano completamente ridefiniti; la politica ma anche il rapporto fra i sessi, i sentimenti, la famiglia. C'erano bisogni e desideri affettivi, sentimentali e sessuali variamente repressi che dovevano trovare il modo di esprimersi liberamente, al di fuori delle convenzioni e delle costruzioni giuridiche. Quello che avevano in mente non era tanto il comunismo ma il rifiuto dell'ipocrisia, dell'opportunismo, dell'egoismo. Così, tra i valori ereditati dalle tradizioni rivoluzionarie più che la libertà, erano l'uguaglianza e, soprattutto, la fraternità a segnare i loro orizzonti esistenziali e politici. (...) Tutti si sentirono parte integrante di una comunità giovanile (lo dicono con molta efficacia gli amici di Walter Rossi in questo volume La piuma e la montagna, manifestolibri) che si riconosceva solo in se stessa, autorappresentandosi come altra e separata rispetto al resto del mondo.
La loro speranza di una società buona e perfetta li spinse a infrangere tutte le certezze che fino ad allora avevano alimentato i percorsi dalla giovinezza alla maturità: non già guadagni più alti o una vita migliore, ma un impegno assiduo, senza pause, una purezza che spingeva al sacrifico della felicità privata sull'altare del bene pubblico. Dalle testimonianze raccolte emerge chiaramente come per tutti loro far parte del movimento significava agire in prima persona, impegnarsi direttamente per cambiare le cose; quelle scelte contrapponevano alla parsimonia e all'avarizia dei valori «borghesi» la totale dissipazione delle proprie energie intellettuali e di se stessi. Sei quello che fai fu lo slogan simbolicamente più efficace del '68, quello in cui si riconobbero Franceschi e gli altri.
Una lunga marcia
Era una scelta che non lasciava spazio a quella concezione ossessiva e totalizzante dell'Organizzazione che aveva caratterizzato i militanti rivoluzionari del Novecento. L'unica forma organizzativa accettata era un «movimento permamente»; non esisteva un modello precostituito della «nuova società» che sarebbe nata dopo la presa del potere; a determinarlo avrebbero concorso esclusivamente gli sviluppi concreti assunti dal processo rivoluzionario.
Allora la differenza tra il comunismo cinese (capace di esprimere dal suo interno una «rivoluzione culturale» tale da rimettere in discussione assetti di potere e rendite di posizione dei vecchi militanti rivoluzionari) e quello sovietico, (mummificato nel rigido dogmatismo di un esercizio del potere fine a se stesso) era considerata genetica, si riferiva cioè essenzialmente alla diversità del loro percorso di impianto; da un lato la presa del Palazzo d'Inverno (...) tesa solo alla conquista del potere politico immediato senza che niente intorno cambiasse, delegando tutto al dopo; dall'altro la «lunga marcia», una lotta protrattasi negli anni, un percorso rivoluzionario di lungo periodo, tale da far maturare «uomini nuovi» prima della presa del potere.
La lotta trasforma. Il conflitto libera le energie migliori degli uomini e dei soggetti collettivi. Ogni stato di equilibrio, appena raggiunto, va destabilizzato, in un divenire incessante che preserva l'organizzazione dalla sclerosi burocratica e dalla gestione amministrativa del potere. Alla ricerca di nuovi «modelli esistenziali», gli studenti adottarono Ernesto «Che» Guevara come simbolo di questa concezione della politica. (...) Il «Che» si poneva come l'antitesi piè immediata della monumentalità e della staticità del comunismo reale. Per la sua educazione politica e sentimentale la strada era stata più importante dei libri e nei suoi viaggi adolescenziali, in motocicletta, in America Latina (Cile, Venezuela, Perè, Guatemala) aveva incontrato «i comunisti» piuttosto che «il comunismo». Dopo la vittoria della rivoluzione cubana (1959), assurto al vertice del potere castrista, avrebbe tentato di tradurre quel lontano apprendistato in una coerente linea politica e programmatica. Poi, però, smise di fare il ministro, riprese le armi, ritornò guerrigliero: «Creare due, tre... molti Vietnam», lo slogan da lui lanciato il 16 aprile 1967, si riferiva da un lato alla dimensione permanente del conflitto, dall'altro proprio alla necessità di rifiutare ogni «delega» tale da sottrarre i rivoluzionari all'impegno di agire direttamente e in prima persona.
Lo stato del desiderio
Credo che a questi modelli, a questa concezione dell'Organizzazione e della Politica siano riconducibili anche i risvolti piè tipicamente esistenziali di quell'esperienza: «Chi partecipò al sessantotto - scrisse a suo tempo Elvio Facchinelli - comprese che ciò che conta non è tanto l'oggetto del desiderio quanto lo stato del desiderio, e che la soddisfazione del desiderio è la morte del gruppo». Fu il cuore del radicalismo sessantottesco: a una società che fondava l'esistente sulla soddisfazione dei bisogni si contrappose un «perenne non basta», il beffardo smascheramento della realizzazione dei desideri come mistificante illusione del potere. E fu un'altra drastica rottura con la tradizione della Terza Internazionale che sulla «soddisfazione dei bisogni» aveva modellato le sue parole d'ordine di rivoluzione e di rivolta. C'è ancora un'altra, decisiva valenza del «sei quello che fai», ed è quella legata all'incontro con la classe operaia.
Vivere la vita degli operai, respirarne gli stessi problemi, coglierne nell'aria le aspirazioni politiche e i desideri personali, i valori morali e le tradizioni culturali per poi fissarli sulla carta delle rivendicazioni e delle lotte apparve ai giovani del '68 come il vero unico antidoto contro le tossine delle vecchie ideologie novecentesche. «L'ideologia - scrisse allora Guido Viale - non incontra mai il proprio nemico. Entrambe vivono in una realtà separata. Per questo ha continuamente bisogno di simboli: per rappresentare se stessa come per individuare l'avversario»; la politica del '68, invece, «non si erige a sistema ma non le viene mai meno qualcosa - o qualcuno - contro cui combattere nella concretezza della vita quotidiana». Di qui, la scelta per un incontro con la classe operaia in cui - come si esprimeva allora lo stesso Viale - gli studenti «avrebbero portato la loro critica radicale della struttura gerarchica della società e delle sue forme di dominio, il bisogno di rompere l'isolamento dei compartimenti stagni su cui essa si fonda, la critica della vita quotidiana come campo privilegiato della lotta politica», gli operai «il senso materiale e terreno del proprio corpo: della propria salute... degli orari, dei turni... del salario, che è la forma in cui ogni ora di lavoro viene ripartita tra chi fatica e chi si appropria della ricchezza prodotta... il senso di sé più pieno, che è il modo in cui viene vissuto e speso il proprio tempo».
Il quotidiano è politico
Lo racconta Daria Basso, a proposito di Tonino Miccichè, operaio della Fiat a Torino: «Lavoravo anch'io alla Fiat. Una scelta molto importante per il valore che aveva agli occhi di chi a Torino faceva militanza politica e per come questo ci faceva sentire, noi lavoratori ventenni, tra coetanei anche molto diversi: operai, impiegati, studenti, intellettuali, militanti di base, responsabili di sezione, sia donne che uomini... Ci conoscevamo tutti e ci conoscevano tutti... La nostra vita era scandita dagli incontri politici, spessissimo di pomeriggio, ma anche il sabato sera, a volte anche la domenica. In un modo o nell'altro si stava sempre insieme. Con Tonino e alcuni altri operai Fiat ci vedevamo piè spesso a cena perché avevamo in comune la solitudine. I nostri genitori non erano a Torino e nessuno ci aspettava a casa. Di conseguenza facevamo un po' famiglia. Ma nello spirito eravamo vagabondi, come diceva mio padre. Potevamo dormire dove capitava. Insieme ci sentivamo davvero liberi».
Era quella che allora si definì la politicizzazione del quotidiano e che scardinò tutti i tradizionali riferimenti organizzativi a cui era stata ancorata fino ad allora la distinzione pubblico/privato. Il militante rivoluzionario novecentesco era nato insieme alle regole «cospirative» della Terza Internazionale; il settarismo, l'ostinata chiusura verso l'esterno, il sospetto assunto come norma anche nei rapporti umani e affettivi, una rappresentazione di se stessi legata all'interpretazione totalizzante della propria militanza politica, incidevano sugli stessi contorni esistenziali dei militanti.
La carica finalistica che li animava garantiva una solidarietà ideologica granitica e compatta; si sentivano depositari di grandi certezze e di grandi verità, sorretti da una speranza di rivoluzione che era anche un progetto di complessiva palingenesi sociale. Avevano, insomma, una fede da testimoniare. Era questa la loro forza, il grande patrimonio umano e morale a cui poteva attingere la loro linea politica. Ma c'era ovviamente un prezzo da pagare: gli avversari erano tutti nemici; i dissensi interni, le rinunce alla militanza politica, erano eventi altamente drammatizzati come sempre avviene nei gruppi fortemente centralizzati e con esasperati vincoli disciplinari. L'incubo degli eretici e dei «traditori» rendeva molto improbabile che un compagno potesse diventare anche un amico.
In nome dell'antiautoritarismo
Con il '68 si affermò invece una forma inedita di militanza senza pause, senza soluzione di continuità tra i suoi aspetti privati e quelli pubblici. Le assemblee strutturarono una inedita comunità studentesca, come le occupazioni delle fabbriche nell'autunno caldo avrebbero dato vita alle «comunità operaie»: si viveva tutti insieme, condividendo gli spazi ludici dell'esistenza intrecciandoli con quelli della militanza e del dovere. Le affinità elettive si intrecciarono con le solidarietà politiche, lo «stato di cose presenti» fu contestato nelle sue articolazioni apparentemente piè impolitiche e tuttavia rilevantisssime sul piano esistenziale (...). In questo nuovo orizzonte della quotidianità la famiglia fu il nucleo attorno a cui si concentrarono le tensioni forse più rilevanti: la lotta antiautoritaria, pur avendo bersagli pubblici, istituzionali, poteri considerati privi di legittimità sostanziale, attaccò soprattutto i rapporti parentali tra le generazioni e i sessi. Franco Serantini era senza famiglia. Tonino Miccichè stava per farsene una ma non ne ebbe il tempo e fu ucciso. La famiglia di Walter Rossi viene così descritta dagli amici: «Il nonno era stato un antifascista. Il papà era commerciante. Votava Pci. Un tipo piuttosto autoritario e fra loro c'erano dei grossi conflitti. Ogni tanto veniva a dormire a casa mia perché avevano litigato.
«Per un periodo trovammo una stanza dove andare a rifugiarci per conto nostro, suonare la chitarra. Si trattava di uno scontro generazionale all'epoca assai diffuso». Roberto Franceschi ebbe una madre solidale e partecipe. Più difficile fu la scelta di Francesco Lorusso: «Inizialmente in famiglia la scelta di Francesco non venne presa bene. Poi la sua spiccata personalità riuscì a dominare anche il malumore di mio padre il quale aveva certamente una tendenza repressiva», ricorda il fratello Lorenzo. Situazioni diverse, accomunate oggi da una memoria dolente che cerca in tutti i modi di opporsi all'oblio e alla cancellazione regalandoci così uno dei paradossi più sconcertanti tra i molti innescati dal '68: quella stessa famiglia allora negata, derisa, combattuta, quarant'anni dopo si presenta come l'unico ambito in cui sopravvive il ricordo di quelle vite generose. Ma è un altro tipo di famiglia. Il dolore resta ancora uno spazio privato, ma si intreccia con forme di aggregazione e di solidarietà che non hanno piè niente di familistico. il lutto dei parenti ha infranto le barriere degli interni domestici ed è diventato il grimaldello attraverso cui si è spezzato il muro dell'omertà istituzionale. In questo senso, a legare l'intervento di Haidi Giuliani a quello delle altre madri e degli altri familiari che portano ancora i segni dei lutti degli anni '70 non è tanto un'improbabile continuità tra quella stagione (ancora totalmente novecentesca) e quella che ha segnato gli eventi culminati nelle giornate di Genova nel luglio 2001; si tratta dell'appartenenza a una «rete» comune, diventata ormai solida e stabile, al cui interno il dolore privato si è trasformato nella tutela dell'interesse pubblico alla verità e alla giustizia: e questo è uno dei segni di più rilevante discontinuità introdotti dal '68 in una tradizione italiana che ha sempre visto in radicale contrapposizione familismo «amorale» da un lato, senso civico dall'altro.
19:05 Scritto da mangano1 in per il '68 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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venerdì, 24 ottobre 2008
La lezione degli studenti." Io non ho paura"
Da LA STAMPA di oggi 24 OTTOBRE
"Non finiremo come i tristi del '68"

Parlano gli occupanti di Torino: abbiamo scritto "Yes we can" nei bagni di
Palazzo Nuovo
A CURA DI M. GRAMELLINI, L.I LA SPINA, J. IACOBONI
«La prima cosa che vorremmo dire è... che noi non siamo come quelli lì».
Chi, quelli lì?
Simone Rubino, 23 anni, scienze politiche. «Quelli del '68. Lo sappiamo, ce lo ripetono tutti, ma noi non siamo politicizzati. Anche i collettivi non sono che un grande contenitore. A chi si avvicina non chiediamo tessere».Roberta Carbone, 18 anni, liceo linguistico: «Abbiamo una composizione diversa, litighiamo, non siamo un blocco, e non vogliamo diventare una classe al potere, come invece sono diventati quelli del '68».
La differenza fondamentale è che nel `68 i ragazzi sentivano di avere davanti un futuro. Voi protestate in un'epoca ripiegata, di crisi economica. Questo vi pesa, lo avvertite?
Marco Caprioli, 21 anni, medicina. «Lo sentiamo sì, la nostra azione ha come orizzonte i tagli, l'ossessione di risparmiare. Anche se la critichiamo, il quadro è quello. Però allegria c'è anche tra noi, non sono vere certe rappresentazioni violente che ho visto l'altra sera da Mentana».
Gli scontri in piazzale Cadorna a Milano non sono stati un grande spot per la vostra protesta, non credete?
M «Ma a Milano sbaglio o i ragazzi stavano cantando ed è partita una carica della polizia? Io, da moderato quale sono, non scaglierei mai una pietra. Però ricordo che qualche tempo fa erano i poliziotti in piazza, e nessuno ha cercato di raccontarli in modo caricaturale quando protestavano per i loro stipendi. Guardate, non c'è più la contraddizione tra il poliziotto e lo sbirro che c'era una volta».
Vi battete contro la riforma Gelmini, però la Gelmini nei sondaggi ha un grado di popolarità altissimo. Come lo spiegate?
Giorgio Macaluso, 19 anni, filosofia. «Lei piace per lo stesso motivo per cui piace Brunetta, sanno maneggiare slogan, prendono un luogo comune, che magari come tutti i luoghi comuni ha una base di verità, per esempio l'attacco ai fannulloni, e lo trasformano in verità. Ma il problema è che mascherano con motivazioni culturali un'operazione solo economica».
S. «Io vorrei anche vedere se questi sondaggi sono realistici. Nel nostro movimento c'è una grande trasversalità, c'è anche gente di destra, e non mi pare che a loro la Gelmini piaccia».
Vi siete mai posti però il problema che la scuola italiana è al penultimo posto tra i Paesi europei come qualità degli studenti, davanti solo alla Grecia?
Matteo Amatori, 22 anni, scienze politiche. «Che le cose non vadano bene in questo Paese è chiaro, ma è sbagliato dire che succede solo nella scuola o all'Università. Una proposta per migliorare la scuola è far pensare che noi non siamo dei privilegiati, o dei fannulloni, come fa il ministro? È far credere che tutta l'Università vada sempre più privatizzata? Hanno creato un capro
espiatorio, il sistema dell'istruzione, e scaricano solo su di noi 1500 miliardi di tagli».
Oggi Brunetta è tornato ad attaccarvi, vi ha chiamati «bamboccioni ignoranti».
«Abbiamo la faccia dei bamboccioni? Pensate cosa avrebbe detto se un'offesa così l'avessimo fatta noi».
Qualcosa che si può rivedere nelle Università c'è: che ne dite per esempio dell'idea folle di fare le facoltà nei capoluoghi di Provincia?
Matteo: «Io vengo da Aosta, e sono venuto a studiare a Torino. Non difendo affatto la proliferazione degli atenei».Andrea. «Io dalla provincia di Milano e sono venuto a Torino».
Non c'è nulla, del piano Gelmini, che salvereste?
G. «È solo un piano che taglia fondi. È un po' la politica del centrodestra
europeo, lo so, che accusa la sinistra di essere meritocratica. Però tagliando solo non riesci a fare il vero cambiamento, far cambiare la mentalità dei ragazzi. Per quello servirebbe parlare. Si taglieranno un po' di ricercatori, magari due assunzioni, ovviamente i baroni non verranno toccati...».
Scusate, professori e baroni non sono con voi sulle barricate?
G. «In effetti sono rimasto sorpreso l'altro giorno nel vedere Pietro Rossi, che mi descrivevano come un barone, alzarsi e spendersi contro la riforma. Ma certo credo che lo facciano anche per difendere certi privilegi...».
Ecco, i privilegi. L'Università italiana ha il più alto rapporto tra docenti e studenti d'Europa. Il risultato è che arriva alla laurea poco più del 10% degli italiani, mentre in Germania, Francia, persino in Cile, le proporzioni sono più alte. Rischiate di difendere uno status quo che non ha dato esiti brillanti.
Valentine Braconcini, 24, lingue. «Noi l'abbiamo detto che questa Università non ci piace. Io però suggerirei alla Gelmini di partire da una cosa diversa: andare a vedere il tipo di ricerca che si finanzia, la qualità degli insegnamenti, non tagliare nel mucchio».
Matteo. «Se avesse coraggio non taglierebbe le cose di qualità che ci sono».
Non avete il sospetto di essere un po' corporativi? L'accusa che vi fanno è: prof e sindacati mandano avanti voi per tutelare privilegi loro. All'Università esistono corsi seguiti da tre-quattro studenti.
Matteo: «Sì, e altri con 80 studenti».
Simone. «Noi non ci facciamo strumentalizzare da nessuna parte».
Veltroni però dice di sostenervi in pieno. Non siete imbarazzati dalla coincidenza con la manifestazione del Pd?
Simone. «Il Pd è colpevole come la destra dello sfascio e della mentalità che vuole privatizzare tutto. La protesta degli anni scorsi contro la Berlinguer-Zecchino fu durissima».
M. «E poi il corteo del Pd è stato indetto da cinque mesi...».
Qualcuno ci andrà?
In coro: «No».
Qualche taglio lo accettereste mai? Magari reinvestito in borse di studio per i più bravi?
Roberta. «Se l'Università diventasse un'azienda pubblica io sarei felice. Però non è vero che ovunque ci sono sprechi. A scuola mia non c'era neanche un bidello in tre piani».
G. «Da me invece il bidello non si trovava mai».
Marco. «Ma scusate, per quale motivo ci sconvolgiamo che una struttura che svolge un servizio pubblico faccia del deficit? Non tutto può esser ridotto al mercato».
Luigi Berlinguer aveva tentato di introdurre la valutazione di merito dei docenti. Sareste d'accordo con una riforma così?
Marco: «Io sì, i prof vanno valutati».
Andrea. «Sì, io farei un controllo di merito. Anch'io ho avuto dei prof incompetenti al liceo. E direi anche: abbiamo delle mummie al liceo? Prepensioniamole; ma non coi tagli indiscriminati».
Sonia. «Il rischio sono le epurazioni. E poi come fanno dei prof a valutare altri prof?».
Roberta. «Io dei risparmi, se reinvestiti nell'Università, sarei disposta ad accettarli».
Non avete una proposta da fare?
Simone. «Ci stiamo lavorando, ma abbiamo appena un mese di vita. E anche qui, come vedete, non siamo monoliti, ci sono idee, si discute...».
L'accusa che vi si fa è che dite solo dei no.
R. «Ma se non si discute neanche in Parlamento, e tutto passa con la fiducia, o i decreti, che proposte possiamo fare noi?».
Però oggi la Gelmini dice di volervi incontrare.
M. «Sì, e poi appena noi facciamo un'apertura minima ci frega, dicendoci che ci ha accontentato».
L'occupazione è anche un'occasione per fare amicizia, ancora? Vi scambiate libri, sentite musica in comune?
M. «Io in due notti ho dormito solo tre ore, ma non è che abbia fatto bisboccia, non le ho passate a bere. I libri... ognuno ha i suoi, ma non vedo un libro comune».
G. «Non c'è Marcuse; né la "Lettera a una professoressa" di una volta».
Avete qualche mito, una figura che torna nei cortei?
M. «No. Però abbiamo scritto "Yes, we can" nei bagni di Palazzo Nuovo, come Obama».
Lo slogan che preferite?
«Enterogelmina»
Ehi ma ridete anche o siete sempre seri?
Vale. «Ieri abbiamo anche fatto il cabaret...»
Marco: «Ridiamo un sacco, non diventeremo come quei tristi dei
sessantottini».
MOZIONE DELL' ASSEMBLEA DI ROMA
Il coraggio di dire "noi la crisi non la paghiamo"
"Io non ho paura" è il grido collettivo degli studenti di tutta Italia che
continuano con la mobilitazione. A muovere le mosse del governo è invece la
paura che il cristallo del consenso popolare possa incrinarsi rapidamente. Il
Presidente del Consiglio, infatti, dalla Cina (quasi con furore) continua a
insultare il movimento "in mano ai facinorosi" e i giornali colpevoli di
sostenere i giovani. Segnali di un governo che pensava di continuare a
passarla liscia - come gli è accaduto sui rifiuti o sulla manovra economica
estiva - e che invece stavolta ha trovato il classico bambino in grado di
strillare "il re è nudo". Non sappiamo quanto durerà questo movimento e dove
arriverà. Lavoreremo per farlo vincere, ovviamente, per ottenere il ritiro del
decreto Gelmini e dei provvedimenti sull'Università. Quello che vediamo è
che un'irruzione improvvisa di soggettività ha modificato significativamente la
politica e la società, che la cappa grigia che era emersa da due anni di
governo Prodi e certificata alle elezioni di aprile mostra qualche squarcio.
Il movimento è fortemente politico anche se riesce ancora a stare oltre la
politica che abbiamo fnora conosciuto, oltre i riti e gli schemini della sinistra di
palazzo - per quanto il Pd cerca e cercherà di attirarlo a sé e di intestarsene
la rappresentazione politica. E' politico, e segna la nostra fase, perché
soprattutto esprime il disagio di una generazione che non ha niente da
perdere, ha un futuro segnato dalla precarietà e dal disagio, sbarrato da una
destra oggi al potere che pensa solo al "piccolo mondo antico" - il maestro
unico, ora anche la canzone sul Piave cantata in classe - e che non ha
nessuna idea di futuro che non sia il filo spinato davanti alla porta di casa.
Per questo non ha paura, l'ha finita tutta.
Se c'è una possibilità di rigerenerare un discorso e una pratica anticapitaliste,
l'apporto di questi studenti può essere decisivo. Per questo siamo lieti di
essere immersi nel profondo delle occupazioni e delle mobilitazioni, di aver
intuito da tempo che nel mondo studentesco qualcosa stava per accadere.
Mentre il capitalismo "tossico" mostra per intero la sua crisi c'è qualcuno che
ha il coraggio di affermare che non quella crisi non vuole pagarla. E' un
discorso in linea con le necessità dell'oggi, con la necessità di resistere.
Serviranno altre parole e altri discorsi per passare all'offensiva - e in
particolare andrà articolato un ragionamento sull'unità con il movimento dei
lavoratori e sull'autorganizzazione democratica del movimento. La priorità
dell'oggi è che la partecipazione cresca, il movimento si allarghi e si diffonda,
le occupazioni si moltiplichino fino ad arrivare all'obiettivo fondamentale di
veder ritirato il decreto e i provvedimenti del governo. Con determinazione e
a mani alzate, senza paura.
24 ottobre 2008
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DA il foglio del 24 ottobre
"Caro premier le offro un parere"
Adriano Sofri scrive al Cav. una lettera sull'edilizia scolastica e carceraria
Gentile presidente Berlusconi, le offro un parere. Non lo faccio in nome del
mio passato, ma del suo presente. Non lo ignori: ne va del suo futuro. Il tema
è: "Edilizia carceraria ed edilizia scolastica, per una visione sinergica".
Svolgimento.
Non era difficile profetizzare che tutto quell'annunciare voti in condotta,
grembiulini, maestri unici e tagli secchi, e poi con quel tono ultimativo,
avrebbe svegliato il cane che dormiva, benché tutti i professionisti dello
sguardo sociale assicurassero che ormai si trattava di un letargo senza
scampo. E il metodo: tutto per decreto e voto di fiducia. E poi, più sventata di
tutto: la stagione. Dalla Finanziaria in qua, è stata una sequela di
provvedimenti annunciati e parzialmente attuati in piena estate, quando la
moglie e soprattutto i figli sono in vacanza, e si riceve un consenso vastissimo
presentando i programmi di governo a Cortina d'Ampezzo. Però poi la
moglie, e specialmente i figli, tornano dalle vacanze, e si chiedono come mai
non se ne sia fatto nessun conto. Per giunta trattandosi della scuola, cioè
dell'affare che riguarda pressoché senza eccezioni tutti i cittadini, stranieri
compresi. (Per i quali si trova il modo di decretare classi differenziate, che
magari, soprattutto dove le cose funzionano grazie all'iniziativa e al buon
senso dei veri responsabili, esistevano già di fatto in modo da sanare le
differenze di conoscenza della lingua, di ambientazione eccetera, ma senza il
madornale compiacimento di cambiarne per legge il nome, perché in questo
caso il nome è la sostanza). Il tono perentorio, e progressivamente ultimativo,
del suo ministro dell'Istruzione sconcertava chi, come me, pensa che il sonno
dei giovani sia sempre tutt'al più un dormiveglia.
Lo si poteva attribuire a una insicurezza travestita da sicumera. Chi può
chiedere a un ministro imprevisto, giovane e per di più – gran pregio – donna,
di presentarsi dichiarando: "Non so dove sbattere la testa, cercherò di sentire
in giro e di farmi un'idea, e di fare del mio meglio"? (Ma sarebbe bello, eh?).
Forse però non è inevitabile scegliere il tono opposto, perché il
napoleonismo gonfia lì per lì i sondaggi, ma fa arrabbiare la gente. E lei
ammetterà che quello che sta succedendo nel famoso mondo della scuola –
cioè nel mondo – è un esempio piuttosto singolare di divorzio fra i sondaggi e
la gente. Per così dire, i sondaggi si muovono in verticale, la gente in
orizzontale. Vedo che le cronache di ieri si sono soffermate su un errore di
pronuncia del ministro, come già prima su una sua predilezione concorsuale
per la Magna Grecia: errori veniali, direi, per un ministro, e in genere per una
persona, che sia lì anche per imparare e migliorare. Ma usare il termine
"terrorismo" a proposito della corrente mobilitazione della scuola, quello è un
errore blu. Ora lei, Silvio Berlusconi, ha deciso di dare man forte a questi toni,
e anzi li ha rincarati più volte, avvertendo che occupazioni scolastiche, sit-in
eccetera non sarebbero stati più tollerati, e finalmente proclamando l'invio
della polizia.
L'ha detto con una frase degna del maresciallo Radetzky, se il maresciallo
Radetzky fosse stato cattivo come si dice, e Maroni fosse stato il suo
attendente: "Gli darò – al ministro Maroni – istruzioni dettagliate su come
intervenire attraverso le forze dell'ordine". Lei è animato dalle migliori
intenzioni, immagino, a cominciare dalla fedeltà alla sua giovinezza di
scolaro "modello e diligentissimo". Ma non occorre essere particolarmente
discoli per voler bene alla scuola pubblica, e in particolare per voler avere
una voce nel capitolo del proprio futuro. Non so perché un uomo esorbitante
di buonumore com'è lei non dà un'occhiata disinteressata a strade e piazze
di questi giorni e non si congratula della magnifica varietà di facce colori
telefonini e parole, gran contraltare all'uniformità dei grembiulini (firmati, eh,
griffati!) e alle disciplinate code per il casting. Un enorme casting per il futuro
prossimo e remoto, diciamo. Buonumore, davvero. Altro che ricominciare con
la storia della strumentalizzazione. Ai ragazzi non piace che li si offenda
dicendoli strumentalizzati, e da chiunque: non sono mica scemi, e nemmeno
adulti in via di formazione. Sono persone, solo un po' più agili. Non vorrei
essere indiscreto, ma ha provato a chiedere ai suoi ragazzi che cosa
pensano della polizia nelle scuole? Anzi: ha provato a chiedere alla polizia?
Lei ha questa immagine di ottimista e compagnone. E' il punto debole di chi
vuole paragonarla al suo amico Putin. E' difficile immaginarla sul tatami
dell'arte marziale mentre stende un docile collega del Kgb alto il doppio, o
mentre tiene un piede sulla schiena della tigre siberiana appena sgominata.
E perché vuole rovinarsi la reputazione? Vuole stanare scolari studenti e
rettori fin dentro i cessi? (Attenzione: è una citazione putiniana). Lei è uscito
quasi indenne perfino da una tragedia come Genova 2001, e ancora la si
associa, più che alla morte di un giovane o alle torture di Bolzaneto, alla
scelta delle fioriere. E adesso? "Non retrocederò di un centimetro – ha detto
ieri – avete quattro anni e mezzo per farci il callo". Mah. Quattro anni e mezzo
sono lunghi, per ciascuno di noi. E quell'impegno a non retrocedere, come se
ci fosse qualcosa di male – mai bruciarsi i vascelli alle spalle – uno ha
l'impressione di averlo già letto, da piccolo, dipinto su un muro di qualche
casa diroccata dal bombardamento. Retroceda, dia retta a me.
Bene, fin qui abbiamo chiarito la questione dell'edilizia scolastica. Veniamo
ora all'edilizia carceraria. Avrà saputo anche lei che nelle galere italiane si
sta come d'autunno su un lastrico di topi. Ora lei non deve preoccuparsi che
gli uomini-topo insorgano, e divampi l'incendio delle prigioni e lo spettacolo
dei dannati arrampicati sui tetti, dell'epoca in cui lei era diligentissimo e io no.
Queste sono minacce agitate a fin di bene da quanti hanno il cuore spezzato
dall'infamia della situazione carceraria, compresi molti carcerieri (eppure lei
dovrebbe rimpiangere di non averci passato almeno una notte), che non
sanno più quale argomento escogitare per ottenere un po' di ascolto. Ma non
è vero: non ci saranno – anch'io posso sbagliare, va da sé – non ci saranno
rivolte e grandi scioperi delle carceri, perché il loro è oggi un popolo di vinti e
di divisi, di schiacciati. In pochissimi hanno la forza di rivendicare un diritto,
fosse anche una branda al posto di un materasso lurido sul suolo: in tanti
chiederanno più spesso qualche goccia in più di psicofarmaco, o si
tagliuzzeranno le braccia e la pancia. Non c'è da preoccuparsene, dunque,
per il momento.
Ma ammettiamo invece che si mandi massicciamente (per forza, perché è
bastato che lei lo annunciasse per moltiplicare per dieci la mobilitazione delle
scuole, figuriamoci quando cominciassero ad arrivare le botte) dunque che si
mandi massicciamente la polizia nelle università e nelle scuole medie
superiori, e magari in quelle dell'obbligo occupate dalle mamme eccetera, la
polizia farà le seguenti cose: darà un po' di manganellate sulle file più a
portata di mano, porterà fuori da qualche aula di peso studenti e studentesse
–"Non mi tocchi! Metta giù le mani!", "Be', allora cammina!" – e li depositerà
fuori, salvo ricominciare un'ora dopo. Farà delle vere cariche con regolare
preavviso, feriti, referti, eccetera. (Non voglio evocare conseguenze peggiori).
Ma in ogni caso all'intervento della polizia deve seguire quello della
magistratura, come al fulmine segue il tuono: e nell'una e nell'altra sequenza
tanto si interverrà e tuonerà che pioverà. La pioggia sono scolari studenti
ricercatori precari e, perché no?, qualche docente di ruolo messo in galera.
Nel '68 i denunciati furono tante migliaia in pochi mesi che si dovette
sbrigarsi a fare un'amnistia, e gli incarcerati fecero la loro parte. Ecco, scusi il
cortocircuito finale del mio tema, rivelato il legame fra scuola e galera. Una
volta arrivati nelle galere questi nuovi inquilini, impareranno presto la lezione
(la galera non è più l'università del crimine di una volta, ma una specie di
Cepu dell'illegalità sì) e ancora più presto la impartiranno. Tetti e muri
carcerari torneranno a vacillare, e fuori migliaia di telefonini fotograferanno
tutto. All'edilizia carceraria sarà finalmente riconosciuta l'emergenza che le
spetta, come nei terremoti. Dica la verità: non è a questo che lei aveva
pensato, vero?
__._,_.___
23:18 Scritto da mangano1 in per il '68 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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venerdì, 17 ottobre 2008
Marina Salvi, Donne in movimento
da http://www.newsfood.com/
I ruggenti anni 70 nel viaggio americano raccontato da una italiana vivace e molto curiosa

Milano: «Donne in movimento»
Il Romanzo documento di Marina Salvi
© AQQUAZONE.it - Pubblicata il 07.10.08
L’autrice interverrà alla presentazione, che avverrà il 15 ottobre durante una prima colazione allestita al California Bakery di Milano. Una colazione americana, dunque: non potrebbe essere altrimenti!
Donne in Movimento infatti è impregnato dell’America degli Anni 70. Una sorta di iniziazione: i campus californiani, e Berkeley in particolare, sono il terreno su cui si misurano giovani sessantottini italiani in fuga dal perbenismo, assetati di vita e di un nuovo fermento. Lo troveranno, passando per la politicizzazione, l’apertura della coppia, il femminismo, l’emancipazione, la droga.
La storia, che è un’esperienza diretta, è raccontata da Marina Salvi in prima persona. Ritornano nitidi e vividi certi personaggi, luoghi e umori della giovinezza. Sullo sfondo: un’attenta analisi storica e una disincantata onestà intellettuale.
Filo conduttore: la riflessione sull’eterno movimento delle donne, che attraversa epoche, ansie di emancipazione, aneliti di libertà.
La presentazione avverrà, dalle ore 9.30 alle ore 11.00, presso il California Bakery di Piazza Sant’Eustorgio a Milano.
DUE CHIACCHIERE CON L’AUTRICE
- Come mai un libro sul Sessantotto non politicizzato?
È un libro, o forse meglio un documento, con uno sfondo certamente politico, ma molto femminile. Parla di donne ma non di donne che erano in politica, donne che hanno vissuto quel periodo straordinario. Il loro comportamento era una conseguenza, si adeguava ad un certo tipo di scelte, di modi di vivere al di fuori dei quali ci si sentiva out, non riconosciuti. Insomma, si facevano scelte che apparivano necessarie, ad esempio quella sulla promiscuità sessuale, che pure non erano così facili da accettare. Peraltro in quel contesto, in quella fase della contestazione, alle donne veniva affidato un ruolo di pura manovalanza, volantinaggi, picchettaggi..
- Lei ha avuto l’opportunità di vivere a Berkeley nel Sessantotto, cioè nel posto dove le cose accadevano.
Sono felicissima di aver vissuto quel periodo, con tutto il dolore che mi ha dato, il male che mi ha fatto. Mi sento molto privilegiata per essermi trovata in quei posti in quei momenti. Un’esperienza che pochi hanno fatto e che mi ha dato, nella vita, molta sicurezza in me stessa. E questo scritto spero sia utile non solo per chi ha vissuto quel periodo, ma soprattutto per i giovani di oggi che non l’hanno vissuto e non hanno nulla di equivalente.
- È corretta l’idea degli Stati Uniti, o meglio della California di quegli anni, che prevale nell’immaginario collettivo?
Io mi sentivo certamente più libera ma poi ho capito che era solo perché lì nessuno mi conosceva, mi riconosceva. Mi sentivo non giudicata. Invece, quell’America era ancora, e forse lo è tuttora, invincibilmente puritana, anche nelle persone più insospettabili. Quante volte mi hanno fatto notare, appena mettevo il naso fuori dalla Comune per una puntata nella società ‘normale’ quanto fosse sconveniente presentarsi con il compagno col quale non ero sposata…
- Lei proveniva da una famiglie della buona borghesia italiana. È stato difficile poi rientrare nei ranghi?
Intanto non è stato voluto. Non c’è stato un momento in cui lo abbiamo deciso. È finita perché scadeva il contratto d’affitto, finiva uno stage, qualcuno trovava lavoro qui e gli conveniva rientrare. Comunque, è stato un trauma per tutti. Il trauma anche di trovare un’Italia profondamente cambiata, forse più di quanto era avvenuto in America. Al ritorno ho trovato uno sfacelo, amici in galera, altri sbandati, separati, figli sparsi qua e la’. Io stavo a Berkeley ma la rivoluzione era qua.
- Perché «Donne in movimento»?
Perche non sono state donne statiche, non hanno accettato la sicurezza che veniva offerta loro con tanta comodità. Non hanno avuto paura di esporsi. Si sono fatte del male, pur di vivere.
Marina Salvi milanese d’adozione ha origini romagnole. Ventenne negli anni 70 ha vissuto una intensa esperienza americana che le ha permesso di vivere incontri multietnici con culture variegate e di arricchire il suo percorso di studi linguistici. Oggi, moglie e madre a Milano, è attiva promotrice di attività benefiche: segue in prima persona l’Associazione Paolo Pini Onlus, nata per aiutare i bambini malati cronici.
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sabato, 20 settembre 2008
Giuseppe Magni, 68 e totalitarismo
l ’68 e la scoperta del totalitarismo
Di Giuseppe Magni

Secondo Glucksmann, nel suo ultimo libro riguardante il’68 in Francia, l’esperienza determinante, la più entusiasmante di quel breve, magico periodo, fu quella di una vera e propria esplosione di libertà. Nel maggio parigino avvenne una vera e propria ribellione contro l’autoritarismo nelle sue più varie espressioni, sia negli slogan, che nelle manifestazioni pubbliche, che nei comportamenti individuali.
Il testo, recentemente tradotto, espone un lungo dialogo, molto articolato, fra il noto filosofo André Glucksmann e il figlio Raphael di 29 anni, regista di documentari politici e collaboratore di vari quotidiani. Il sottotitolo del volume recita infatti: Dialogo tra un padre e un figlio su una stagione mai finita (1). Diciamo subito che si ha l’impressione di una certa frammentarietà degli argomenti trattati, probabilmente dovuta alle caratteristiche colloquiali, a volte persino un po’ stucchevoli e superficiali: non siamo di fronte sicuramente ad uno scritto fra i migliori del filosofo e polemista. Però, detto questo, resta la vivacità e l’acutezza dei giudizi ben controbattuti dal figlio, con le proprie esperienze di trent’anni dopo.
Ma entriamo nel merito: ciò che colpisce è il giudizio del ’68 come una vera e propria frattura (rupture) delle tradizioni sclerotizzate, anche e soprattutto della sinistra. E’ la rottura con anni di immobilismo, di apatia sociale e di impotenza politica, una vera cesura fra il “prima” e il “dopo”, quindi una interruzione di una continuità del tempo, una irruzione – giocosa e prepotente – del nuovo. Sono le azioni imprevedibili dei partecipanti al movimento che producono la novità, che interrompono la monotona routine del tempo, che ne fanno iniziare un altro completamente differente.
Non a caso André Glucksmann rimprovera Sarkozy di non averne capito lo spirito di novità, quando nell’aprile 2007 nella campagna elettorale che lo porterà alla vittoria, attacca il ’68 affermando che bisogna “liquidare l’eredità” di questo evento. Proprio per difendere – al di là di ovvie critiche, anche feroci, che non vengono risparmiate – la novità che si è diffusa negli anni successivi, è scritto questo pamphlet a quattro mani. Anzi la vittoria travolgente di Sarkozy, anch’essa una frattura della continuità, è figlia di quella “rupture”: insomma Sarkozy non sarebbe stato possibile senza la novità del maggio ’68. Proprio riconoscendo le analogie fra le due irruzioni del nuovo, dell’imprevisto, Glucksmann ha sostenuto il candidato della “rupture”, anche se di destra, contro la candidata della continuità, Ségolène Royal, anche se di sinistra.
L’irrisione, la beffa, sono i modi con i quali nel ’68 si esprime questa rottura. Emblematico un episodio di un mattino davanti alla Sorbona, quando Daniel Cohn-Bendit, con splendida insolenza “con il microfono davanti alla bocca, dopo aver rifiutato di dar la parola al ‘principe’ dei poeti comunisti gli urla: ‘Louis Aragon, hai del sangue sui tuoi capelli bianchi!’” (2) ed esige che il vecchio nume del comunismo francese spieghi agli studenti più giovani le sue patetiche odi a Stalin e le sue oscene elegie alla gloria dei Gulag.
Rottura come irrisione, come slogan libertari, questo in sintesi lo spirito del maggio ’68 secondo Glucksmann, che non a caso individua nell’anarchismo e nel “situazionismo” le matrici più originali del movimento (e in Cohn-Bendit il rappresentante più genuino). “Vietato vietare” è il rifiuto di ogni autorità o, come sottolinea Glucksmann a più riprese, “lo spirito antitotalitario” (3). Tralasciamo per il momento le ambiguità fra autoritarismo e totalitarismo, che dovrebbero invece essere distinti in modo radicale, vi torneremo più avanti.
Resta il fatto che, sia pure in modo confuso, il movimento francese non accettava più i tradizionali riferimenti del Comunismo, li metteva in discussione (anche se fiorivano per breve periodo i Maoisti). Persino nei comportamenti individuali di molti militanti veniva alla luce apertamente l’indecisione, la riflessione autocritica sulle scelte compiute, l’ammissione in certi casi, anche da parte di leaders riconosciuti, di non saper bene che cosa fare: si vedeva proprio dalle incertezze pubblicamente manifestate, la rottura con tutta una tradizione “bolscevica”, abituata a dedurre le articolazioni tattiche con ferrea certezza dalla linea dei testi sacri!
In certo qual modo, insomma, anche se attraverso contraddizioni, lo spirito del ’68 francese, a parere di Glucksmann, conteneva i germi dell’antitotalitarismo, proprio perché si era abituato a mettere in discussione le certezze ricevute. “Perché gli attori del Maggio francese indietreggiarono con orrore di fronte alla follia assassina che si impadronì dei loro amici di Roma, Tokyo e Berlino?”(4) si chiede André Glucksmann. Perché non volevano giustificare, con teorie sulla necessità della storia, il terrorismo, come fecero invece negli anni seguenti i loro compagni e amici tedeschi, giapponesi e italiani, che avevano scelto la violenza armata.
Se pensiamo ai massacri, compiuti dai terroristi palestinesi, degli atleti israeliani a Monaco nel ’72, se pensiamo ai boat-people vietnamiti, ai genocidi nella Cambogia di Pol Pot e a tanti altri delitti perpetrati in nome della rivoluzione, dell’emancipazione del proletariato, noi possiamo renderci conto dello sgomento provato da tanti giovani che si erano impegnati per la liberazione e si trovavano di fronte alla scelta di approvare degli assassini di massa o di fermarsi, di rinunciare. “Sul punto di cedere alla vertigine dell’assassinio, sull’orlo dell’abisso in Francia i gruppuscoli maoisti arretrarono e scomparvero.” (5)
Così noi vediamo come, nella forma della sorpresa sgomenta che genera orrore, si manifesta il riconoscimento della follia di un percorso politico che non tiene conto delle conseguenze concrete delle azioni, anche se compiute per i fini più nobili. Da qui la scelta di cambiare la prospettiva dalla quale ci si poneva, di considerare gli eventi dal punto di vista delle vittime.
Decisiva secondo Glucksmann fu la lettura, da parte di centinaia di migliaia di persone in Francia, di Arcipelago Gulag di Solzenitsin (ma già la repressione dell’agosto’68 a Praga doveva avere aperto gli occhi a parecchi!).
E’ chiaro che l’autore, parlando del raccapriccio che genera il rifiuto di una determinata posizione politica, ripercorre anche il suo proprio tragitto e quello di alcuni dei suoi amici. Emblematico il caso dei boat-people vietnamiti a metà degli anni ’70, quando, per iniziativa di Bernard Henry-Levi e di Bernard Kouchner (che aveva fondato l’associazione Medici Senza Frontiere) venne organizzato l’invio di una nave nell’Oceano Indiano per contribuire alla salvezza dei profughi vietnamiti (e all’iniziativa, con sorpresa degli ispiratori, aderì anche l’anziano Sartre!).
Il viaggio della nave simboleggia probabilmente l’inversione di rotta di parecchi “sessantottini” che rifiutarono di cadere nelle braccia di regimi totalitari: l’antitotalitarismo sicuramente è la cifra che spiega la nascita dei “Nuovi filosofi” che proprio in quegli anni iniziavano ad agire e a pubblicare, a polemizzare con la sinistra che per lo più li considerava dei traditori.
Al contrario, questa ci sembra essere la tesi che sottende gli interventi di André approvati da Raphael: proprio per rimanere fedeli a quei principi di libertà che avevano rese limpide le loro giornate del maggio ‘68, era necessario rifiutare ogni deriva totalitaria (che in nome di grandiose libertà future voleva imporre, con la violenza e il sopruso, la schiavitù per tutti).
Sulla stessa lunghezza d’onda ci sembra muoversi l’analisi, quasi contemporanea, di Paul Berman. Anch’egli infatti sottolinea il mutamento di prospettiva, fin dai primi anni ’70, di parecchi fra coloro che vi avevano partecipato col massimo impegno o erano diventati leader nel periodo successivo al maggio ’68. Nel libro Idealisti e potere (pubblicato originariamente nel 2005) segue i percorsi politici ed esistenziali di alcuni di loro (e dello stesso Glucksmann) proprio in seguito ad una vera presa di coscienza antitotalitaria. Quel che è assai interessante è il riconoscimento documentato che percorsi simili abbiano riguardato altri ex-sessantottini: innanzitutto Joschka Fischer, futuro leader dei Verdi tedeschi, ma poi anche Azar Nafisi, la celebre iraniana autrice di Leggere Lolita a Teheran, e l’irakeno Kanan Makiya, a cui si deve un’indagine devastante sulle caratteristiche del regime baathista di Saddam Hussein, dal titolo Republic Of Fear.
A Berman dobbiamo un approfondimento riguardo al tema delle varie forme di totalitarismo, sia di destra che di sinistra.
Le mitologie totalitarie vogliono fornire una soluzione ai problemi politici e sociali dei vari paesi individuando il nemico sempre, nel capitalismo, nella democrazia liberale, tipici prodotti della modernità. Questo nemico deve essere radicalmente eliminato, perché ha ormai inquinato completamente la civiltà; la situazione di sfascio, di contraddizioni insolubili della modernità, richiedono una lotta senza quartiere una volta individuato il fattore o i fattori responsabili della rovina. L’immancabile vittoria finale riporterebbe, in forme nuove, quel carattere di unità senza contrasti che aveva caratterizzato – secondo la visione mitologica dei vari totalitarismi – le civiltà del passato. Così Mussolini sognava di restaurare l’Impero Romano, “la moltitudine dei fascisti spagnoli a Salamanca sognava proprio il Medioevo. Quanto ai Nazisti la loro chiassosa propaganda wagneriana intendeva evocare un passato germanico di antiche foreste e divinità scandinave … Perfino gli stalinisti dell’Unione Sovietica celebravano un culto delle antiche virtù collettive dei primi contadini russi. Tutto sommato, qualche tipo di salto all’indietro verso il passato arcaico ha caratterizzato tutte le mitologie totalitarie dei tempi moderni” (6).
Dalle analisi di Berman, cui abbiamo accennato, risulta chiaramente il carattere di finzione tipico dei totalitarismi, il richiamo ad un immaginario passato per costruire un futuro altrettanto immaginario: quel che risulta invece del tutto reale è la volontà di distruggere la civiltà liberale e democratica, il loro nemico assoluto.
La realtà vissuta nei regimi totalitari è quella di una sottomissione globale a cui nessuno può sfuggire: l’ideale del burocrate totalitario è dato dall’unità, anzi dall’uniformità, che cancella tutte le differenze, e questa identicità è impersonata dal capo, dal duce, a cui tutti debbono obbedienza.
Ora, se noi volessimo specificare ulteriormente quello che è soltanto implicito in Berman e in Glucksmann, potremmo notare che ogni libertà è bandita, nel senso che sono permessi per legge soltanto rapporti di dominio, di comando e obbedienza. I gruppi, politici e sociali, sono disposti in una stratificazione di superiorità e di inferiorità, per cui sono vietati per legge tutti i rapporti paritetici basati su uguaglianza di diritti: ne consegue perciò che anche chi appartiene ad un gruppo dominante ha il divieto di rapporti egualitari (o persino contatti) con membri di gruppi inferiori, quindi non è libero. Nessuno è libero, anche se gode di privilegi, rispetto ad altri strati, in un regime totalitario.
Quello che comunque sostiene i seguaci di questi regimi è la certezza che le oppressioni e il terrore sono necessari per realizzare i grandiosi obiettivi futuri: insomma “il fine giustifica i mezzi”. Ora, a fare mutare completamente le convinzioni dei Nuovi Filosofi e di quanti giunsero a condividerne le posizioni, fu il ripudio di questo assunto e il rovesciamento di prospettiva. Essi cominciarono appunto a interrogarsi, a interrogare le azioni che compivano, ponendosi dal punto di vista delle vittime, cioè di tutti coloro che erano costretti a subire le conseguenze pratiche implicate necessariamente nelle ideologie che promettevano un avvenire radioso. In questo modo giunsero a ripudiare ogni espressione di totalitarismo.
E’ una concezione fideistica, che in fondo non considera il male nella sua realtà, quella che disgiunge fini e mezzi (cioè non tiene conto che i mezzi sono adeguati a conseguire i fini congruenti con essi e non altri) e che in fondo, con un rovesciamento dialettico, nega il male in quanto tale, perché esso sarebbe solo apparente, cioè gravido di un bene futuro anche se nascosto. Una sorta di sostituto immanente della Provvidenza trascendente sarebbe contenuto nella Storia, una volta che si resti convinti da una Ideologia stringente che la Storia sia il soggetto universale che marcia necessariamente verso il Progresso, verso il Bene. Glucksmann e i suoi amici, respingendo il giustificazionismo fideistico del Progresso storico, ribaltano la prospettiva delle loro analisi e in questo modo si rendono conto della realtà del male e non si illudono più che da esso possa provenire un bene futuro (7).
Qualche dubbio e perplessità invece, come accennavamo in precedenza, proviene da una mancata distinzione fra autoritarismo e totalitarismo, presente anche in Glucksmann. La liberazione dall’autoritarismo, realizzata nel’68 in Francia (e in molti altri paesi occidentali) è un’esplosione di libertà, ma ha ben poco a che vedere con la liberazione dal totalitarismo!
Il rifiuto dell’autorità in ogni sua forma è di matrice anarchica, ripresa poi in parte dai Situazionisti e richiede il “gesto esemplare”, l’atto gratuito che ne manifesti l’assolutezza in quanto indipendente da ogni motivazione utilitaristica. E’ in fondo una forma estetica, che deriva dal rifiuto di ogni obbligazione, di ogni divieto, che ispirò soprattutto il movimento surrealista (dal quale trent’anni dopo furono influenzati i Situazionisti). Camus nel suo grande libro L’uomo in rivolta ci ricorda ad esempio che il Surrealismo “ha anche osato dire, ed è questa la frase di cui dal 1933 deve rammaricarsi André Breton, che il più semplice atto surrealista consisteva nello scendere in strada, rivoltella in pugno, e tirare a caso sulla folla … La teoria dell’atto gratuito corona la rivendicazione della libertà assoluta” (8). Secondo il parere di Camus, chi rifiuta ogni limitazione dell’individuo e del suo desiderio di essere, si affaccia sulla soglia del nichilismo. “Lo slancio della vita, l’urgere dell’inconscio, il grido dell’irrazionale sono le sole verità pure che si debbano favorire. Tutto ciò che si oppone al desiderio, e principalmente la società, deve dunque essere distrutto senza remissione” (9).
L’esigenza di “essere”, senza alcuna remora è quella della Vita che non conosce limiti ma vuole diffondersi ovunque in tutti i suoi innumerevoli aspetti, al di là del bene e del male nell’assoluta innocenza di ogni nuova forma: essa pretende l’accettazione di tutto ciò che esiste, senza alcuna discriminazione (secondo l’insegnamento di Nietzsche). Solo se ci si pone dal punto di vista della Vita ha senso il rifiuto di ogni autorità, che reprime l’illimitatezza dei desideri consci e inconsci, delle pulsioni; solo da questa prospettiva l’autorità può venire identificata con la dittatura, con il male, e deve quindi venire distrutta.
Ma allora, in nome di una libertà assoluta dell’individuo, si pone l’esigenza della distruzione di ogni istituzione, perché rappresenta il confine che non deve essere valicato: in tal modo però si presenta il pericolo, assai serio, di una prossimità a qualche elemento del totalitarismo stesso! Se non altro ci rendiamo conto che hanno in comune la volontà di rovesciare completamente le democrazie della civiltà liberale. Il nemico assoluto di ogni totalitarismo è sempre la civiltà liberale, fondata sull’uguaglianza dei diritti e doveri dei cittadini, quindi se l’anti-autoritarismo, con un colossale fraintendimento, si rivolge anch’esso contro la civiltà occidentale, rischia di avere lo stesso nemico in comune con il totalitarismo e di provare a volte la tentazione di allearsi con quest’ultimo. Anche a questo proposito ci viene in aiuto Camus nella sua critica ai Surrealisti: “ma questi frenetici volevano una ‘rivoluzione qualunque’, una qualsiasi cosa che li traesse dal mondo di bottegai e di compromesso in cui erano costretti a vivere. Non potendo avere il meglio, preferivano piuttosto il peggio. In questo erano nichilisti” (10).
Nel ’67 viene pubblicato il testo chiave del Situazionismo, La società dello spettacolo di Guy Debord, che esprime il rifiuto totale della mercificazione di un capitalismo che spettacolarizza tutti i fenomeni (l’influenza surrealista è molto marcata).
Ricordiamo altresì le celebri analisi dei rappresentanti della “Scuola di Francoforte” sulla negatività intrinseca all’intera civiltà occidentale (dall’Odissea di Omero in poi): autorità e repressioni degli istinti e dei desideri costituiscono le caratteristiche principali che portano al Nazismo (vedi Horckheimer e Adorno con la Dialettica dell’Illuminismo). Unica via di uscita da questa visione apocalittica la liberazione sessuale e degli istinti per una società alternativa (Herbert Marcuse con Eros e civiltà e il celebre testo L’uomo a una dimensione, che ebbero grande influenza sui giovani nel ’68 a livello mondiale).
Insomma questa volontà di una distruzione totale dell’esistente per una sua rigenerazione è comune con le esigenze più profonde dei movimenti totalitari! Questo costituisce una pericolosa fonte di confusione cui anche Glucksmann non riesce del tutto a sottrarsi nel suo pamphlet.
Rinunciamo qui ad occuparci di altri autori, che andrebbero esaminati più dettagliatamente – anche perché non ne abbiamo le competenze – e che dimostrarono grande influenza sulla generazione del ’68: basterà accennare all’Antipsichiatria di Cooper e Laing, che negava la malattia psichica dei pazienti perché ad essere “malata” era la società occidentale in quanto tale, oppure i celebri studi di Antropologia di Margareth Mead e Ruth Benedict degli anni ’20-’30 che contrapponevano alle opprimenti e repressive società moderne le mitiche società primitive dei Mari del Sud, caratterizzate dalla libertà sessuale e da rapporti pacifici. Il sogno è quello di una società nella quale l’appagamento dei desideri di felicità abolisca le lotte e i contrasti, abolisca il dolore e la necessaria rinuncia. Ma i sogni di una totale palingenesi, anche se nati con le più nobili intenzioni, non sono adeguati alla Condizione Umana, anzi ne rappresentano in verità la negazione (11).
Allora potrebbe darsi il caso che – una volta tramontati i miti di una redenzione totale nel nome del comunismo – il rifiuto della civiltà liberale e democratica si ripresenti a coloro che sono rimasti privi delle precedenti illusioni.
A scanso di equivoci, non intendiamo in alcun modo sostenere che le fonti culturali e politiche dei movimenti dei vari paesi occidentali nel’68 siano riconducibili in toto ad una ispirazione di palingenesi globale, di rifiuto totale di ogni istituzione, però non possiamo nasconderci che in non pochi casi ci troviamo di fronte, prendendo in esame quegli eventi, ad intenti di questo tipo, apertamente dichiarati.
In conclusione possiamo fissare la nostra attenzione, in una eventuale analisi, ponendoci dal punto di vista antitotalitario, sulla confusione fra autoritarismo (presente nelle democrazie nella forma di degenerazione dell’autorità) e totalitarismo (che le vuole distruggere) e sulla differenza, anch’essa fondamentale, sempre nella prospettiva antitotalitaria, fra una libertà assoluta dell’individuo (la libera espressione della vita in tutti i suoi aspetti, che può sfociare in una prospettiva nichilista) e la libertà del cittadino, limitata non tanto dalle leggi quanto piuttosto dall’esistenza stessa della libertà degli altri cittadini (che genera queste leggi).
II
Per noi, che ci siamo sforzati di svolgere queste brevi considerazioni prendendo spunto dal testo di André e Raphael Glucksmann sul ’68 francese, ponendoci dal punto di vista antitotalitario, ossia la difesa della libertà del cittadino, è ora importante rivolgere l’attenzione ad un altro ’68, quasi del tutto dimenticato, in questo periodo di rievocazione del 40° anniversario. Vogliamo riferirci al ’68 di Praga che, dalla primavera di cambiamenti, democratizzazione e speranza di libertà, giungerà fino alla tragedia del 21 agosto, data dell’invasione da parte dei carri armati sovietici.
Non intendiamo con ciò sminuire l’importanza dell’evento che riguardò molti paesi occidentali, bensì porlo a confronto con un altro decisivo avvenimento, che coinvolse i paesi del “socialismo reale”, con conseguenze alla lunga determinanti, che tuttavia ha suscitato scarsa attenzione, a nostro parere del tutto immeritatamente.
Ci facciamo aiutare, per questa breve disamina, dal testo recentissimo di Enzo Bettiza sulla rivoluzione di Praga (12). L’autore ripresenta una serie di articoli che aveva inviato al ‘Corriere della Sera’, come corrispondente da Praga dal 18 luglio al 30 agosto 1968, corredati da una Prefazione odierna di grande interesse.
Il sottotitolo del volume è emblematico: La rivoluzione dimenticata e questo sta a significare che si rivelava molto diversa dagli schemi dei movimenti contestatori occidentali, quindi non inquadrabile, dunque emarginabile facilmente.
Ma in che cosa consisteva questa differenza? Detto in forma estremamente sintetica: lì la rivoluzione era opera non solo dei giovani, degli studenti, ma praticamente della grande maggioranza del popolo ed era diretta contro un regime davvero totalitario, imposto dagli stranieri, dai sovietici. Nei primi mesi dell’anno il Partito Comunista si era però parzialmente destalinizzato e riformato, con l’elezione a segretario del semisconosciuto Dubcek, che propugnava il rinnovamento, un “socialismo dal volto umano”.
I cittadini, che uscivano dalla lunga ibernazione totalitaria, divoravano i giornali che cominciavano a riportare le notizie non più drasticamente censurate, si consultavano sugli avvenimenti del giorno, si allineavano davanti ai tavoli pubblici in attesa di firmare petizioni per le riforme, ascoltavano con gioia e stupore la radio e soprattutto assistevano alle interviste della televisione, diretta da Pelikàn, fra giornalisti e autorità, non preconfezionate (questa stessa televisione che rimarrà l’ultima emittente libera e funzionante nei primi giorni dopo l’invasione).
Insomma erano mesi di grandi speranze, di grande tensione, ma con intenti molto diversi: a Praga l’obiettivo era quello di liberarsi dall’oppressione totalitaria per ritornare ad una libertà che era stata completamente conculcata ma che rimaneva nel ricordo: “era l’immagine liberale dei fondatori della patria binazionale, Masaryk e Benes che quella ‘primavera’ riportava alla mente non più prigioniera dei cechi e slovacchi” (13). Essi volevano rientrare nella storia ricongiungendosi a quel passato, tradito e calpestato dai despoti, che era esistito nella repubblica di Masaryk e Benes, una delle più democratiche e libere dell’epoca fra le due guerre dal 1918 al 1938 (e per il breve periodo di compromesso democratico dal 1945 al 1948).
Qui, a nostro parere, si trova la radice della differenza, per non dire contrapposizione con l’altro ’68: non l’escatologica liberazione assoluta di un futuro prefigurato in un mitico passato, ma il ripristino di libertà civili già ben conosciute in un passato reale, oggetto di esperienza non immaginaria. In questo caso il “futuro nel passato” non rinvia all’utopica realizzazione delle speranze e dei sogni degli oppressi, ma ad una esperienza ben precisa, ancora viva nel ricordo, che pone richieste il cui significato fa riferimento a ciò che era già stato attuato in precedenza. La libertà non era l’appagamento di tutti i desideri, ma la libertà del cittadino contro il totalitarismo.
Nella primavera a molti sembrava possibile che il regime riuscisse a modificarsi, che il Partito Comunista avviasse e realizzasse le liberalizzazioni sperate dagli oppressi, insomma che la dittatura, sotto la spinta delle richieste popolari, fosse disposta ad autocorreggersi, a ripudiare gli errori e le prepotenze compiute per decenni. Dubcek incarnava questa speranza nella riformabilità del sistema. Eppure all’inizio dell’estate la situazione aveva cominciato a farsi tesa: le critiche del “Partito fratello” dell’U.R.S.S. ai cecoslovacchi si intensificavano di giorno in giorno e alla fine di luglio un incontro durato parecchi giorni fra i due Praesidium dei Partiti Comunisti registrava una grande tensione e una contrapposizione completa delle posizioni politiche. Nessuno sbocco, nessuna soluzione, insomma.
Poi, all’improvviso, alle prime ore del mattino del 21 agosto, i carri armati sovietici entrano nella Repubblica e a Praga. La reazione appare subito molto diversa da quella del novembre 1956 a Budapest: memori di quella tragedia e dei massacri (gli Ungheresi avevano usato le armi nella loro eroica rivoluzione e questo aveva fornito la giustificazione per le stragi degli insorti ad opera delle divisioni corazzate sovietiche) i cecoslovacchi non reagiscono per non dare esca alla violenza degli invasori; pur allibiti e sconcertati cercano solo di parlare, di interrogare, di ragionare (mentre l’esercito regolare rimane confinato nelle caserme). Nota Bettiza: “I sovietici hanno insomma aggredito e deluso una popolazione pacifica, più stupefatta che intimorita, incline a replicare alle armi con le discussioni e talvolta, secondo il tipico stile praghese, anche con ‘la beffa e l’ironia’” (14).
Possiamo ricordare a questo proposito l’irrisione e la beffa che Glucksmann sottolineava trattando del maggio parigino; anche a Praga Bettiza registra espressioni beffarde e di scherno, come forma di resistenza da parte della popolazione. “Mi ha colpito il manifesto di una grande testa di Lenin grondante lacrime sopra un carro armato con la stella rossa; l’iscrizione diceva ‘Svegliati Lenin, Breznev è impazzito’ … Già nelle prime ore dell’invasione migliaia di scritte e slogan hanno cominciato a coprire edifici e mura di Praga. Lo scherno predominava sulla collera: ‘Lavoratori di tutto il mondo scusatemi! Karl Marx’ . Oppure: ‘Ivan, torna a casa, Natascia ti tradisce con un cinese’”(15).
Tuttavia possiamo notare anche le profonde differenze: là l’irrisione era segno di un’esperienza di gioiosa liberazione, qui al contrario le espressioni beffarde sono il segno di un’esperienza di sgomento di fronte all’infrangersi di una speranza, alla perdita di una grande illusione, quella che il totalitarismo sovietico potesse riformarsi mostrando un volto umano. Insieme alla costernazione l’inviato ci comunica nelle ultime corrispondenze, scritte con uno stile che denota anche un’angoscia personale, il manifestarsi della dignità offesa dell’intero popolo: il silenzio, il rifiuto di chinare la testa, la consapevolezza tacita dell’indignazione per essere stato violentato.
Le vicende successive, la degradazione del gruppo dirigente cecoslovacco, le ambiguità e le debolezze di alcuni di loro (fra i quali Dubcek, moralmente distrutto) la fuga dell’indomito Pelikàn, che fino all’ultimo aveva trasmesso clandestinamente la voce di Praga libera, sono avvenimenti noti e non vi insisteremo (16).
Ci preme soltanto accennare brevemente a quello che costituisce, a nostro parere, il vero epilogo della tragedia e che viene descritto, sempre da Bettiza, nell’ultimo capitolo intitolato emblematicamente L’inverno di Praga: il 22 gennaio del ’69 nella principale Piazza San Venceslao a Praga si dà fuoco lo studente boemo Jan Palach, come estremo gesto di protesta per l’invasione sovietica di cinque mesi prima. Bettiza giunge sul posto il giorno seguente ed è presente ai funerali pubblici del 25 gennaio.
In una grigia, piovosa giornata di inverno quasi un milione di persone scende in piazza in silenzio e partecipa alla cerimonia di addio all’eroe di un intero popolo. “A mezzogiorno l’urlo congiunto di alcune sirene ha trasformato di colpo un’intera città, uomini e cose, in un paesaggio pietrificato. Tutto si è fermato per cinque minuti nella più assoluta immobilità. Mentre le sirene incalzavano e le campane delle chiese rintoccavano a morto, le automobili, i viandanti, la gente nei negozi, gli operai nelle fabbriche, gli impiegati negli uffici si paralizzavano come fulminati da un’ingiunzione biblica” (17). Quasi nessun membro delle autorità importanti era presente (Dubcek e Cernik ormai tornati all’ovile della normalizzazione) solo pochi irriducibili, come Smrkovsky, avevano portato la loro testimonianza muta e triste. Commenta tagliente Bettiza: “In un certo senso il funerale di Palach è stato altamente rivelatore: un censimento visibile degli assenti che hanno curvato la schiena e dei presenti che l’hanno mantenuta dritta” (18).
Ma, oltre che ad un censimento, ci sembra che il funerale abbia fatto segno anche ad un'altra, importantissima esperienza: quella di un popolo che, nella sua grande maggioranza, vuole mantenere intatta la propria dignità. Il silenzio, l’immobilità di milioni di persone “pietrificate” esprimono, con la massima eloquenza, la decisione di non volere cedere alla prepotenza della forza bruta.
Questa esigenza di libertà, sconfitta ma non vinta, si ripresenterà con i manifesti di Charta ’77 (scritti fra gli altri da Vàclav Havel e Jan Patocka) e poi ancora con la mobilitazione spontanea di Piazza San Venceslao nell’autunno dell’89, data della implosione finale dell’impero totalitario dell’U.R.S.S.
La decisione irremovibile di non cedere al totalitarismo, lottando pacificamente, una marea di persone in piazza unite dalla semplice richiesta – non negoziabile – di libertà, questi ci sembrano gli insegnamenti che non andranno perduti, ma si diffonderanno, a volte con successo, a volte con cocenti sconfitte, anche in altri paesi nei decenni seguenti. Proviamo a citare qualche esempio: Solidarnosc in Polonia, Piazza Tien An Men a Pechino, e poi la rivoluzione arancione in Ucraina nel nuovo secolo e anche, perché no? La rivoluzione dei cedri in Libano.
P.S. Il 20 giugno è stata inaugurata a Milano una importante mostra fotografica: Josef Koudelka, Invasione. Praga 1968, Spazio Forma, Piazza Tito Lucrezio Caro, 1, fino al 7 settembre. Si tratta di una testimonianza impressionante, di immagini scattate da un giovane fotografo a partire dalle prime ore del 21 agosto e fatte pervenire fortunosamente in Occidente poco tempo dopo. Pensiamo che sia chiarificatrice soprattutto per quei visitatori che avessero ancora qualche dubbio su che cosa significhi, da parte di un regime totalitario, l’uso della forza par reprimere la libertà.
Note
1 – André, Raphael Glucksmann, Sessantotto, Piemme, Casale Monferrato, 2008.
2 – Op. cit., pag. 98.
3 – Op. cit., pag. 22.
4 – Idem, pag. 139.
5 – Idem, pag 122.
6 - Paul Berman, Idealisti e potere, Milano, 2007, pag. 195.
7 – I Nuovi Filosofi si ricollegano a maestri dell’antitotalitarismo, che avevano riconosciuto questo virus mortale anche nella sinistra comunista fin dagli anni ’30 e ’40, come Orwell, Koestler, Camus, Hannah Arendt, Aron e altri e ne traggono alimento per le loro polemiche, spiazzanti per tutti coloro che si richiamano alla tradizione marxista-leninista nelle sue molteplici varianti. Ci sembra giusto ricordare che in Italia per molti decenni gli antitotalitari di sinistra vennero ostracizzati dal PCI (e anche dalla nuova sinistra post ’68); basterebbe ricordare i nomi di Silone e Chiaromonte (con la rivista ‘Tempo Presente’), Pannunzio e Ernesto Rossi (con la rivista ‘Il Mondo’) per non citare che qualche nome. A nostro parere non aver voluto fare i conti con il proprio passato politico in chiave di contrapposizione fra totalitarismo e antitotalitarismo pesa ancora oggi per gran parte di ciò che resta della sinistra e le impedisce di rigenerarsi. Non è quindi un problema che – almeno in Italia – riguarda solo il ’68!
8 – Albet Camus, L’uomo in rivolta, Milano, 2002, pag. 106.
9 – Op. cit., ibidem.
10 – Op. cit, pag. 107.
11 - Già gli antichi Greci avevano denunciato nelle loro opere, specialmente nelle tragedie, la mancanza di limitazione, l’irrefrenabile desiderio di diventare simili agli Dei, senza dolore, senza rinunce, in una situazione di immortalità che produceva una vita beata ; insomma un rifiuto della Condizione Umana. Essi avevano denominato hybris questa sfrenatezza, origine principale di ogni rovina.
12 – Enzo Bettiza, La primavera di Praga. 1968, la rivoluzione dimenticata, Milano, 2008.
13 – Op. cit., pag 13.
14 – Op. cit, pag. 105.
15 – Ibidem.
16 – Ci si potrebbe chiedere, a questo proposito, se ci fossero alternative per evitare l’invasione, anche se domande simili lasciano sempre insoddisfatti. Noi certo non abbiamo le conoscenze e le competenze per una risposta: ci limitiamo comunque ad un accenno presente nel testo di Bettiza. Quando, a settembre, aveva incontrato fortunosamente a Vienna il fuggiasco Pelikàn lo aveva intervistato sulle convulse giornate dell’invasione, viste dal direttore della Televisione. Concludendo il colloquio gli aveva chiesto la sua opinione sul comportamento contraddittorio e incerto di Dubcek nei primi giorni dopo l’invasione e aveva ricevuto un’amara risposta. Il leader della Primavera aveva, con le sue ingenuità politiche, logorato il patrimonio di stima che la popolazione riponeva in lui.
Il 16 e 17 agosto Ceausescu, quando era stato invitato a Praga e aveva ricevuto un’accoglienza trionfale per le parole di fermezza che aveva pronunciato in un grande discorso pubblico (aveva elogiato “lo sviluppo della democrazia socialista” di Praga e ammonito l’U.R.S.S. che non era in alcun modo giustificabile un ricorso alla forza per intervenire nei problemi interni di uno Stato del Patto di Varsavia) aveva anche messo sull’avviso, privatamente, la dirigenza cecoslovacca sui rischi che correva, senza però riuscire a convincerla. Secondo Pelikàn Dubcek aveva dimostrato ingenuità e scarso realismo, facendosi cogliere assolutamente impreparato. “non ha voluto dare ascolto a Ceausescu che ci consigliava di predisporre gli strumenti di una legittima resistenza armata al pericolo di invasione. Non ha mai cercato di capire che la salvaguardia e l’espansione dell’impero russo sono molto più importanti per Breznev dell’evoluzione internazionale del comunismo”. Op. cit., pag. 144. Sarebbe stata questa una alternativa realistica ? Lo spiegamento delle truppe alle frontiere avrebbe potuto costituire un deterrente sufficiente a convincere Breznev che un’invasione sarebbe costata un prezzo troppo alto e che quindi sarebbe stato
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venerdì, 12 settembre 2008
Guido Viale, Tiro al bersaglio contro il 68
Da IL MANIFESTO 12 settembre 2008
guido viale, tiro a bersaglio contro il 68
BULLISMO SMEMORATO DEGLI OPINION MAKERS
Ottusità UNIVERSITARIA

Le accuse al 68 di Giulio Tremonti, Ernesto Galli della Loggia e di Mariastella
Gelmini di essere il responsabile del degrado delle facoltà e delle scuole
italiane hanno l obiettivo di imporre una concezione autoritaria e aziendalista
sulla produzione e trasmissione del sapere
GUIDO VIALE
Mentre si esaltano i combattenti di Salò, si torna a fare il tiro al bersaglio
contro il '68. Addirittura presentandolo come ideologia del «nullismo»,
accanto alle altre ideologie scadute quali fascismo, comunismo, socialismo e
«mercatismo» (Tremonti). Non penso che se ne debba fare l'apologia, ma
l'immagine del Sessantotto che traspare da molti interventi e che viene
trasmessa alle nuove generazioni comporta dei rischi per tutti: vecchie e
nuove generazioni. Perché mai, ci si dovrebbe chiedere, quarant'anni fa il
mondo accademico non è stato in grado di prevedere né di contenere
l'ondata della contestazione studentesca, nonostante che i segnali per
aspettarsela ci fossero tutti: da Berkley a Pechino, da Amsterdam a Berlino,
da Praga a Tokyo? E perché il mondo politico e governativo non era stato
capace di affrontare in modo sensato l'esplosione dei movimenti di massa
degli anni seguenti? E il mondo imprenditoriale l'insorgenza operaia nelle
sue fabbriche? Per ottusità . Non per ottusità individuale (il quoziente
intellettivo era nella media), ma per una forma di «ottusità sociale» che
rimanda alla temperie culturale di quegli anni: alle cose che ciascuno
riteneva importanti e a quelle che riteneva irrilevanti. Una gerarchia di priorità
che il Sessantotto avrebbe sovvertito alle radici. A quarant'anni di distanza la
comprensione del Sessantotto da parte degli uomini e delle donne al potere
sembra non aver fatto passi avanti. Di qui l'interpretazione dei disastri in cui
siamo immersi come se fossero il frutto del Sessantotto; e non, invece,
dell'incapacità delle classi dirigenti, allora, di rapportarsi con esso e, in
seguito, del suo soffocamento: in Italia particolarmente pesante perché
costellato da stragi di Stato (non una, ma almeno dieci) e dal terrorismo:
entrambi stupidamente assimilati ai movimenti di massa dell'epoca. Come se
l'esercito sconfitto fosse responsabile dei saccheggi perpetrati dal
conquistatore; o le guardie dei furti del ladro che non hanno saputo arrestare.
Mondi paralleli Il Sessantotto ritorna così sul banco degli imputati ad opera, in
realtà, di coloro che più se ne sono avvantaggiati: individui e gruppi che mai
avrebbero raggiunto le posizioni che hanno oggi, né potuto attivare gli
strumenti del potere che hanno fatto la loro fortuna, né sentenziare nel modo
spregiudicato che hanno adottato, né ostentare comportamenti che non
hanno più bisogno di nascondere, se allora un intero mondo non fosse
crollato, sgombrando la strada al loro successo. Invece, disconoscendo
questo incontrovertibile dato, la proposta politica che ci presentano è di fare
come se il Sessantotto non ci fosse stato. Di ricominciare da «prima del
Sessantotto». E ricominciare naturalmente (come allora), dalla scuola. Lo ha
fatto sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia: con una descrizione
dello stato delle cose (la «perdita di senso della scuola italiana») tanto
corretta quanto scontata; per passare subito alla sua ricetta per «uscirne
fuori»: ritrovare un collante culturale nella storia e nella letteratura italiane
quali vettori di una ritrovata identità nazionale: quella che il Sessantotto ha
cancellato. Una proposta che equivale al rifiuto di confrontarsi con il presente;
poco importa che Galli la integri chiedendo maggiore spazio alla matematica
per affrontare il futuro: la matematica, senza una griglia di interpretazione del
presente, non è di aiuto per nessuno. Viviamo in un'epoca di globalizzazione,
di «connettività» a tutto campo, di migrazioni che trasformano il nostro habitat
- che lo vogliamo o no - in un ambiente multiculturale, di crisi ambientale
planetaria, di guerre locali permanenti (altro che il Vietnam: un evento singolo
che era bastato a cambiare la vita a un'intera generazione), di manipolazioni
incontrollata delle basi biologiche delle nostre esistenze, di modifica
permanente dello statuto degli affetti e dei sentimenti. Una scuola che non
guidi a confrontarsi con questi problemi è condannata alla marginalità e
all'irrilevanza. Cioè a quella perdita di senso che Galli della Loggia imputa al
Sessantotto e che il Sessantotto aveva invece cercato - senza riuscirci, o
riuscendoci malamente, e per troppo poco tempo - di superare. Non che tutto
ciò elimini l'importanza degli snodi della storia e della letteratura italiane,
come di quelle greche, romane o ebraiche (le nostre famose «radici»!), per
comprendere e interpretare il mondo d'oggi. Ed è altrettanto vero che la
letteratura zulù - se esiste non ha prodotto un Tolstoj (e neanche un Dante),
come aveva fatto notare a suo tempo Saul Bellow; per cui sarebbe certo
sbagliato «mettere tutto sullo stesso piano». Ma rinchiudere il problema
dell'educazione - che non è solo «scuola» in senso stretto, ma anche e
soprattutto formazione permanente - nei confini di una identità nazionale da
ritrovare è una nuova manifestazione di quell'ottusità sociale nei confronti del
presente che aveva impedito all'establishment del tempo (e impedisce
ancora a quello di oggi) di fare i conti con il Sessantotto. In nome del Pil
Rispondendo a Galli il tre volte ministro dell'economia Giulio Tremonti ha
proposto addirittura di abolire il numero 1968 (per scaramanzia; come sugli
aerei dell'Alitalia e/o Cai è abolita la fila 17, perché nessuno vuole sedersi lì)
e rivalutare invece i numeri 10, 9, 8, 7, 6, ecc. Cioè voti al posto di giudizi
(ottimo, buono, discreto, insufficiente): il che, come ha fatto notare Tito Boeri
su lavoce.info non cambia proprio niente. Ciò a cui Tremonti voleva forse
alludere è l'eliminazione di tutte quelle scartoffie che gli insegnanti sono
costretti a compilare invece di aggiornarsi e di preparare le lezioni. Ma
questo, con il Sessantotto, che cosa c'entra? Sono stati forse i cortei, le
assemblee e i gruppi di studio del Sessantotto a introdurre quelle scartoffie?
C'è qualcosa di ottuso in questo culto dei numeri di Tremonti, che non ha
niente a che fare con il culto della matematica di Galli. È quella stessa ottusità
sociale che spinge il ministro Renato Brunetta (un altro nemico del '68) a
misurare la produttività della Pubblica amministrazione con le ore di
presenza degli impiegati dietro le scrivanie. Ottusità tanto maggiore perché
entrambi, come tutti gli economisti, sommano poi salari e stipendi erogati
(risparmiandoci, bontà loro, bustarelle e tangenti) per calcolare il «valore
aggiunto» della Pubblica Amministrazione: cioè il suo contributo al Pil,
indicatore supremo di successo o di insuccesso di una politica («Crescita!
Crescita! Crescita!»). Ben prima di Serge Latouche (il teorico della
«decrescita»), era stato il '68, e prima ancora Robert Kennedy, a sostenere
che le cose non stanno così: perché la «produttività» di una persona, cioè il
suo contributo al bene comune , va misurata in modi - certo più complessi e
aleatori, perché più «mirati» su contesti specifici e circoscritti - capaci di
promuovere la responsabilità di tutti (a partire da chi ha ruoli dirigenti): non
solo per quanto (quante pratiche, e per quante ore?) e per come (magari
eliminando i passaggi inutili) si fa un determinato lavoro; ma anche per quello
che si fa: entrando cioè nel merito degli obiettivi che si perseguono con quel
lavoro. Il che non si può fare in ordine sparso, ciascuno per conto proprio, ma
solo in modo collettivo : attraverso una consultazione reciproca di chi è
coinvolto: se si vuole, quelli che oggi si chiamano stakeholder . Educazione
catodica Infine, sempre sul Corriere della Sera , ecco in sette parole la ricetta
del ministro Mariastella Gelmini: «Autorevolezza, autorità, gerarchia,
insegnamento, studio, fatica, merito». Caduto ogni riferimento alle «Tre I»
(inglese, informatica e impresa) della precedente «riforma della scuola»,
sponsorizzata dal suo principale, e mai realizzata e nemmeno tentata. Era
solo una trovata, come lo è questa: per nascondere il vuoto di proposta e
soprattutto di finanziamenti. Ma, prescindendo dall'autorevolezza (che ha
poco a che fare con le strade che hanno portato il ministro Gelmini al governo
del paese, o anche solo a diventare avvocato), se autorità e gerarchia si
combinano bene in un manifesto anti-'68 (ma in epoca di «organigrammi
piatti» persino nelle aziende, la cosa suona un po' retrò ), la fatica non
sempre è merito (è più spesso una condanna senza contropartite) e, quanto
al rapporto tra insegnamento e studio, rimane aperto il quesito di che cosa
insegnare e che cosa studiare perché queste due attività non girino a vuoto.
Problema non secondario. Quello che il ministro Gelmini comunque non può
spiegare è con quali strumenti - con quale «temperie culturale» intenda
imporre nelle scuole il ritorno ai valori che propone. Forse con la cultura che
da oltre trent'anni il suo principale diffonde in Italia con le televisioni (sia
quelle sue che quelle non sue): pubblicità, reality show , calcio e fiction
edificante (Tette, Totti e Padre Pio)? E da dove hanno imparato il bullismo gli
studenti? Glielo ha insegnato il Sessantotto o il mondo attuale dagli adulti che
ne è pervaso fin dentro le «istituzioni»? E chi lo ha insegnato e lo insegna a
entrambi, grandi e piccini? Non è forse quel sistema di «educazione
permanente televisiva» che ha messo da tempo al palo - niente di più facile,
d'altronde: sono più le ore passate davanti al televisore che quelle sui banchi
di scuola - quei «contenuti» incentrati su storia e letteratura nazionali che
Galli della Loggia propone di reintrodurre a scuola per restituirle «senso»?
Senza essersi accorto, peraltro, che sono proprio quelle le cose che si
continua a cercare di insegnare nelle nostre scuole; con sempre minor
successo. Perché sempre meno gli insegnati, e soprattutto l'istituzione, sono
messi in grado di misurarsi con i problemi che la condizione esistenziale
delle nuove generazioni pone loro di fronte.
__._,_.___
22:36 Scritto da mangano1 in per il '68 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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martedì, 26 agosto 2008
Enrico Lenzi, Il 68 di Giovanni Cominelli
da L'AVVENIRE 26 AGOSTO 2008
memoria
Consapevolezza di aver vissuto un periodo importante e una sfida ai giovani: siate protagonisti capaci di mettere in moto un cambiamento
«Il ’68? Grande occasione persa... a metà»
DAL NOSTRO INVIATO A RIMINI
« I l valore più forte del ’68? L’impres sione che fosse possibile cambiare». Non c’è nostalgia, ma la consa pevolezza di aver vissuto un periodo importante, anche se non decisivo, della storia recente di questo Paese. Pa role che assumono ancora più valore se si pensa che a pronunciarle è Pietro Mo- diano, direttore generale di Intesa-SanPaolo. «Siamo stati una generazione – rac conta – che ha pensato di poter risolvere in modo pa cifico i problemi lasciati dal la guerra mondiale», ma «l’abbiamo anche vissuto in modo semplicistico, commettendo molte stupidag gini ». Insomma un raccon to che mostra l’altro volto di quegli anni che Mario Ca panna, leader del Movi mento studentesco, conti
nua a rivendicare come «formidabili».
«Se lo furono, fu fino al 1969 – replica Modiano –, quan do avvenne la strage di piaz za Fontana. Da quel mo mento il movimento si in cattivì e prevalse la divisio ne. Ma prima eravamo bra vi ragazzi che volevano cambiare le cose, che ave vano visto la possibilità di ri bellarsi alle tradizioni, or mai incapaci di darci rispo ste ». Una visione condivisa da Giovanni Cominelli (attual mente responsabile del di partimento Sistemi educa tivi della Fondazione per la Sussidiarietà) che quel ’68 lo ha vissuto in prima perso na. Un’esperienza che Co minelli ha voluto racconta re nel libro «La caduta del vento leggero» (Ed.Guerini e Associati) passando attra verso le speranze, le illusio ni e i fallimenti di un cam mino generazionale.
«Il ’68 è stata un’occasione perduta?» come si doman dava il titolo dell’incontro, coordinato da Giancarlo Ce sana, docente universitario alla Bicocca di Milano, che visse il ’68 da tutt’altro fron te. «Esistono giudizi diversi a volte opposti su quegli av venimenti – commenta da vanti a una platea compo sta da molti giovani –. Fu certamente l’avvio per una spinta secolarizzatrice del l’intera società italiana.
Una spinta che continua». Per Pietro Modiano «il Ses santotto è stato il frutto di u na serie di fatti che erano maturati nel tempo. Ad e sempio il mio ’68 era inizia to nel 1963 con la marcia per i diritti umani a Washington guidata da Martin Luther King. Ricordo quegli anni come una storia di unione di una generazione, anche se poi ognuno, magari nel le occupazioni, si muoveva separatamente dagli altri i stituti ». Paradossi di una ri voluzione «vissuta col cuo re, più che con il cervello».
«Ci fu soprattutto la volontà di superare convinzioni e valori ormai subiti e non compresi», aggiunge Comi nelli, ricordando come «nel la fase iniziale di quel movi mento l’apporto principale venne dai cattolici, anche se poi prevalse uno scetticismo nella capacità di cambia mento della Chiesa che portò molti a scivolare nel l’ideologia comunista». Un percorso vissuto sulla propria pelle, ricorda anco ra Cominelli, che «mi ha portato a rivedere col tem po l’idea che il comunismo sia una bellissima idea ap plicata male, ma bensì una pessima idea, purtroppo realizzata perfettamente».
Eppure non tutto il ’68 è da buttare, riconoscono i rela tori, che lanciano una sfida ai giovani che li stanno a scoltando. «Oggi le indagini vi dipingono come una ge nerazione priva di speranza e ripiegata solo sul presen te – dice Cominelli –. Ma cre do che questa rappresenta zione sia più la proiezione di una mancata speranza della generazione adulta di oggi. Forse proprio noi a dulti dovremmo tornare a essere testimoni che un cambiamento è possibile». Concorda Modiano, anche se aggiunge che «esiste una responsabilità di tutti, ma o gnuno deve assumersela senza attendere che altri ve la affidino». L’invito è chia ro: siate protagonisti, capa ci di mettere in modo un cambiamento. «Siate critici – conclude Cesana –, ma di quella critica che significa capacità di vagliare ciò che vale e quello che va lasciato. Guardare al passato rileggendolo con gli occhi del presente» proiettandosi nel futuro.
Enrico Lenzi
19:52 Scritto da mangano1 in per il '68 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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