sabato, 23 febbraio 2013

Matteo Nucci,L’ILIADE E LE VITE PARALLELE DI DUE DONNE IN FUGA DALL’ORRORE

L’ILIADE E LE VITE PARALLELE DI DUE DONNE IN FUGA DALL’ORRORE


MINIMUMFAX
Unknown.jpeg

L’ILIADE E LE VITE PARALLELE DI DUE DONNE IN FUGA DALL’ORRORE
di Matteo Nucci pubblicato domenica, 20 gennaio 2013 ·

Questo pezzo è uscito in forma ridotta sul Venerdì. (Immagine: Simone Weil.)
Settant’anni fa, in questi giorni, due intellettuali ebree che hanno molto in comune si dividono per sempre. Hanno rispettivamente quarantasette e trentatré anni: la prima si chiama Rachel Bespaloff, è nata a Kiev, è cresciuta a Ginevra studiando musica, infine si è trasferita in Francia dove i suoi interessi filosofici sono definitivamente emersi; l’altra si chiama Simone Weil, ha vissuto gran parte della sua vita a Parigi dove è nata e ha già scritto la massima parte di un’opera destinata a grande posterità. Schiacciate dall’Europa in fiamme, entrambe sono sbarcate nell’estate a New York con due navi attese per mesi a Marsiglia. La Weil però riparte subito: ha deciso di raggiungere la resistenza francese in Inghilterra e si è imbarcata di nuovo, nonappena ha avuto la certezza che i genitori si sono perfettamente stabiliti. E se non ha avuto parole di saluto per Rachel Bespaloff la ragione è semplice: non la conosce. Non si sono mai incontrate, finora, e non si incontreranno mai.
Un destino che a noi oggi appare beffardo. Perché rarissimi sono i casi di due percorsi così casualmente paralleli. Mentre, infatti, a inizio 1942 cominciano a aspettare una nave che possa portarle lontane dalla Francia occupata, Simone Weil e Rachel Bespaloff, benché si ignorino e non sappiano nulla l’una dell’altra, hanno alle spalle un lavoro parallelo che a riguardarlo con il senno del poi sembra manovrato da un abile burattinaio. Entrambe hanno speso mesi e mesi a rileggere e studiare il poema che è all’origine della letteratura occidentale, l’Iliade, per poi scrivere su di esso due saggi zeppi di riferimenti al mondo con cui stanno facendo i conti. Ne sono uscite due perle di letteratura.
Due studi, convergenti e divergenti, che per un’altra svolta del caso tornano ora nelle librerie italiane. L’Iliade o il poema della forza di Simone Weil (Asterios Editore, trad. F. Rubini, cura di A. Di Grazia, pp. 109, euro 9) e Iliade di Rachel Bespaloff (Castelvecchi, trad. V. Bernacchi, introduzione di J. Wahl, pp. 95, euro 9) penetrano la dimensione della forza e della resistenza alla forza che sempre dominano sugli scontri con cui gli uomini si danno battaglia per piegarsi l’un l’altro e conquistare la vanità del dominio.
È difficile, per chi oggi legga i due volumetti, credere che Weil e Bespaloff non si conobbero, non discussero, non collaborarono e non lessero i rispettivi lavori. Ma così stanno le cose. Il saggio della Weil uscì nel 1941 per una piccola rivista di Marsiglia sotto lo pseudonimo di un anagramma: Emile Novis. Quello della Bespaloff fu pubblicato invece nel 1943 e, in base alle più accreditate ricostruzioni, l’autrice volle rivederlo appena seppe della pubblicazione di Simone Weil, correggendo alcune frasi che rischiavano di farla passare per plagiaria. In realtà, se lo spirito dei lavori è lo stesso, molto diversa è la risposta, o meglio: l’atmosfera dominante, il tratto con cui le due filosofe scelgono di rileggere l’Iliade.
Quanto allo spirito, oltre ai tempi in cui le due donne si trovano a scrivere (dunque in primo luogo l’occupazione nazista della Francia, ma in generale la seconda guerra mondiale), c’è un’altra casualità che le accomuna. Entrambe visitano – ovviamente in tempi diversi – la straordinaria esibizione dei dipinti di Goya che sono stati spostati dal Prado al Museo delle Arti di Ginevra per sottrarli ai pericoli della guerra civile spagnola. Di fronte al genio di Goya (l’esibizione chiuderà il 31 agosto 1939, il giorno prima dell’invasione della Polonia), Weil e Bespaloff restano a bocca aperta. A colpirle non sono tanto le torture e le mutilazioni che il pittore ritrae raccontando le nefandezze di cui si sono macchiate le truppe napoleoniche durante l’occupazione della Spagna tra il 1808 e il 1814. Piuttosto è l’assoluta assenza di spirito narrativo: niente nomi, nessun volto riconoscibile, nessun prima e dopo; solo immagini catturate nel momento in cui l’evento ha luogo, in un presente che sembra quasi metastorico.
È questo il modo in cui Simone Weil e Rachel Bespaloff rileggono e raccontano l’Iliade. Come un serie di atrocità prive di una vera e propria connessione. Come se a prevalere, in ciascun momento del dramma, fosse ogni volta l’espressione pura dell’umanità, nei suoi eccessi di odio e di amore. Entro questo spirito che rende l’Iliade un punto di riferimento eterno, le due studiose finiscono però per divergere. Per Simone Weil esso è il poema della forza. Per Rachel Bespaloff invece è il poema della resistenza. “La forza è ciò che rende chiunque le sia sottomesso una cosa” scrive Weil. Nulla è più “cosa” di un cadavere, di un morto, certo. Ma morti sono anche coloro che restano in vita e tuttavia a tal punto sottomessi che nessun’anima può più abitarli. Gli schiavi, in massimo grado, ma anche coloro che inermi chiedono salvezza, sia che la possano conquistare, sia che vengano di lì a poco finiti. Ossia tutti gli esseri umani. Perché chi ora prevale sconterà presto il suo successo. “Gli ascoltatori dell’Iliade sapevano che la morte di Ettore avrebbe dato breve gioia ad Achille, e la morte di Achille breve gioia ai Troiani, e la caduta di Troia breve gioia agli Achei. Così la violenza stritola quelli che tocca”. La cupezza di questo dominio sarebbe insopportabile se nel poema, non vivesse sottilmente e ovunque un “accento di amarezza inguaribile”, un tono che non cessa mai e rende “questo poema una cosa miracolosa”.
Il miracolo per Rachel Bespaloff s’incarna invece in un eroe ben preciso: Ettore. “La sofferenza e la perdita hanno lasciato Ettore nudo; egli non ha nulla se non se stesso”. Così si apre il saggio. Con l’esaltazione della resistenza di cui l’eroe troiano si fa portatore ben oltre Achille, disprezzato come eroe del risentimento. In questo senso, per Bespaloff non importano tanto i valori assegnati agli eroi individuali, nonostante la preminenza di Ettore, quanto l’aspetto che nel poema finisce per prevalere, e che tuttavia in Ettore si incarna: “Quel che Omero esalta, santifica, non è il trionfo della forza vittoriosa, ma l’energia umana nella sventura”.
Per capire di che energia si tratti bisogna aspettare la chiave di volta dello scritto: “A quella vita che divora, la guerra restituisce un’importanza suprema. Poiché ci toglie ogni cosa, diventa inestimabile il Tutto, la cui presenza, d’improvviso, ci viene imposta dalla tragica vulnerabilità delle esistenze particolari”. La vita acquista il suo valore più alto proprio quando è in pericolo. Quando tutto è perso il Tutto comincia a valere davvero. Per questo chi difende quel Tutto, quella vita che tutti ci lega, chi dunque resiste, mettendo in gioco la propria vita particolare, è il vero e unico eroe.
Anche per Bespaloff, dunque, l’epilogo sta nell’amarezza. Perché l’amarezza che Simone Weil leggeva come il tratto umano del poema diventa in Bespaloff il contraltare di qualsiasi speranza di resistere. Del resto la loro Iliade la stavano vivendo in prima persona. E così, nel momento in cui – esattamente settant’anni fa – perdevano definitivamente la possibilità di un incontro, le due filosofe ebree non smettevano però di seguire un destino comune. Mentre la guerra continuava a devastare l’Europa, Simone Weil, contratta la tubercolosi, si spense il 24 agosto del 1943 nel Kent. Sulla sua morte il dibattito non si è mai chiuso: secondo alcuni fu l’epilogo più scontato per un corpo già fragile e minato dagli stenti. Secondo altri fu una sorta di suicidio: la Weil si sarebbe lasciata morire, negandosi il cibo pur di evitare qualsiasi privilegio rispetto a chi combatteva per la libertà.
Quanto a Rachel Bespaloff, invece, nessun mistero. Nel 1943 cominciò a insegnare francese a Mount Holyoke, Massachusetts. Lontana dalle cerchie di intellettuali, oppressa dalla solitudine, continuò a insegnare per sei anni, poi scrisse un saggio sull’opera di Camus intitolato “Il mondo dell’Uomo condannato alla morte”. Infine, il 6 aprile del 1949, chiuse per bene le porte e le finestre della sua cucina, sigillandole con gli asciugamani, aprì il gas e attese.

Sergio Falcone,Consigli per riconoscere la destra sotto qualunque maschera

[giap] Consigli per riconoscere la destra sotto qualunque maschera



Unknown.jpeg


Consigli per riconoscere la destra sotto qualunque maschera




[Un montaggio di cose scritte (non solo da noi WM) in diversi post e interviste, utile a riprendere e mostrare il filo della questione. Prendetelo come il nostro contributo alla fine della campagna elettorale più brutta e angosciante dal 1946 a oggi. I link alle fonti sono nei "cancelletti".] -

# Le categorie di «destra» e «sinistra», nate durante la Rivoluzione francese, furono date per morte già sotto il Direttorio, nel periodo 1795-1799. Non si contano le volte in cui si è detto che i due concetti erano superati, eppure, nonostante queste litanie, si sono sempre riaffermati come polarità dei discorsi e del pensiero politico. Con maggior foga li si nega e rimuove, con maggiore violenza ritornano. Tra i movimenti che si sono dichiarati «né di destra, né di sinistra» non ce n’è uno che non si sia rivelato di destra o di sinistra (più spesso di destra, va detto). In Italia, il penultimo è stato la Lega.
La divisione destra-sinistra ha basi cognitive profonde, se ne occupano anche le neuroscienze. Al fondo, «destra» e «sinistra» sono i nomi convenzionali di due mentalità, due diversi modi di leggere il conflitto sociale. Descrivendoli, automaticamente si iniziano a dare le “coordinate” su cosa dovrebbe tornare a pensare la sinistra.
Tagliando con l’accetta, «di sinistra» è chi pensa che la società sia costitutivamente divisa, perché al suo interno giocano sempre interessi contrapposti, prodotti da contraddizioni intrinseche. Ci sono i ricchi e i poveri, gli sfruttatori e gli sfruttati, gli uomini e le donne. Da questa premessa generale, che vale per tutta la sinistra, discendono tante visioni macrostrategiche, anche molto lontane tra loro: socialdemocratica, comunista, anarchica, ma tutte si basano sulla convinzione che la società sia in partenza divisa e diseguale e che le cause della diseguaglianza siano profonde e, soprattutto, endogene.
«Di destra», invece, è chi pensa che la nazione sarebbe – e un tempo era – unita, armoniosa, concorde, e se non lo è (più) la colpa è di forze estranee, intrusi, nemici che si sono infilati e confusi in mezzo a noi e ora vanno ri-isolati e, se possibile, espulsi, così la comunità tornerà unita. Tutte le destre partono da questa premessa, che può essere ritrovata a monte di discorsi e movimenti in apparenza molto diversi, da Breivik al Tea Party, dalla Lega Nord ai Tory inglesi, da Casapound agli «anarcocapitalisti» alla Ayn Rand. Per capire se un movimento è di destra o di sinistra, basta vedere come descrive la provenienza dei nemici. Invariabilmente, i nemici vengono «da fuori», o almeno vengono da fuori le idee dei nemici.
A seconda dei momenti e delle fasi storiche, ce la si prende col musulmano o con l’ebreo, con il negro o con lo slavo, con lo zingaro o col comunista che «tifa» per potenze straniere, con i liberal di una «East Coast» americana più mitica che reale, con Obama che «in realtà è nato in Kenya e quindi la sua presidenza è illegale» etc. Rientrano in questo schema anche la «Casta» descritta come altro rispetto al popolo che l’ha votata ed eletta, «Roma ladrona», la finanza ridotta alle manovre di «speculatori stranieri», «l’Europa»…
Non c’è dubbio che nell’Italia di oggi il discorso egemone, anche tra persone che si pensano e dichiarano di sinistra, sia quello di destra. Che attecchisce facilmente, perché è più semplicistico e consolatorio, e asseconda la spinta a pensare con le viscere. Per questo molte persone con un background di sinistra si precipiteranno a frotte alle urne per votare un movimento che non abbiamo remore a definire fondamentalmente di destra, cioè il grillismo. D’altronde, la colpa di questo è delle sinistre, che fanno di tutto per risultare invotabili.
# Ogni essere umano dotato dell’uso del linguaggio si esprime attraverso «frame», cioè quadri di riferimento, insiemi di immagini e relazioni tra concetti che strutturano il nostro pensiero, alcuni sin dalla primissima infanzia [...] Nella comunicazione politica non c’è parola o frase che non inquadri un dato problema secondo la prospettiva ideologica di chi la usa. Ogni vocabolo porta con sé un mondo. Per esempio, imporre l’uso di «centrodestra” e «centrosinistra» al posto di «destra» e «sinistra» è stata un’operazione di framing che ha avuto conseguenze devastanti: a destra l’eufemismo è servito a legittimare soggetti lercissimi e fascisti nemmeno ripuliti; a sinistra ha imposto la credenza nella necessità di «spostarsi al centro» altrimenti… «non si vince». Solo che, nella realtà concreta, il «centro» non esiste. Chi si dice «di centro» è in realtà di destra e fa cose di destra, vedi Casini, Monti, Montezemolo, adesso addirittura il postfascista Fini… E poi: chi «vince»? Per fare cosa? «Spostandosi al centro» non si fa altro che andare a destra (in cerca dei fantomatici «moderati”) e di certo non si faranno politiche di sinistra.
Un altro esempio è il discorso sulla «sicurezza»: se, come accade ogni giorno, un politico usa nella stessa frase le parole «sicurezza» e «immigrazione», sta evocando nella mente di chi ascolta una comunità omogenea minacciata da una differenza proveniente dall’esterno, e questo è il quintessenziale framing di tutte le destre, in primis di quella fascista.
# Basta guardare contro chi si sono scagliati quelli che si sono riempiti la bocca e ci hanno riempito le teste di narrazioni tossiche sul «libero mercato», dalla Thatcher a Reagan e tutti i repubblicani USA, fino ai Tea Party etc.
Oggi tutto andrebbe per il meglio se il mercato fosse stato lasciato al suo andamento naturale, e vivremmo in una comunità sana, giustamente basata sulla competizione che premia i migliori, e una società che premia i migliori fa il bene di tutti quanti.
Un tempo era così, quando c’erano i «pionieri», poi però c’è stata una frattura: la sinistra e le minoranze, i liberal statalisti e i «rossi» nutriti di false idee provenienti da fuori, hanno turbato quest’equilibrio con rivendicazioni che hanno turbato il funzionamento del mercato, aiutando gli autoproclamati «deboli», espandendo il ruolo dello stato in settori dai quali dovrebbe stare fuori, negoziando il costo del lavoro secondo criteri che ledevano gli interessi degli imprenditori (che sono gli «eroi» della storiella).
Questo è il frame di tutta la controrivoluzione capitalista iniziata all’inizio degli anni Ottanta. Anche qui c’è un’armonia turbata da forze «esterne», a conferma che questa narrazione è intrinsecamente di destra e una «sinistra liberista» non può esistere.
Se ci fai caso, nella propaganda dei repubblicani USA, dei Tea Party etc., il nemico è sempre riferito a un «altrove»: New York, la East Coast, l’Europa, il Canada, e ovviamente gli stati-canaglia. Quando, prima della visita in Cina, chiesero a Nixon se fosse mai stato in un paese socialista, rispose: «Sì, in Massachusetts». Per un repubblicano, all’epoca, il New England era l’altrove.
Non esiste un nemico «interno», cioè generato dalle contraddizioni interne del sistema; se è «all’interno», è perché si è insinuato tra noi.
Il frame viene attivato continuamente in politica estera: ci siamo «noi» (l’occidente, le democrazie basate sul libero mercato) e ci sono i nemici di turno («l’impero del male» dell’URSS e dei suoi satelliti, le guerriglie che agitano il «cortile di casa» latinoamericano, il terrorismo che minaccia i nostri valori etc.). Quella dello «scontro di civiltà» è la massima espressione del frame della «comunità armoniosa che si difende».
#  I liberisti ci hanno insegnato a ritenere il fascismo una destra completamente diversa dalla loro, addirittura in odore di sinistra in quanto presuntamente antiliberista e statalista.
Dietro questo punto di vista, che è molto diffuso, c’è una buona dose di mistificazione. Usando la lente della «comunità armoniosa che viene disturbata dall’intruso» vediamo come il fascismo abbia sempre usato anche la versione liberista di questo frame. Il fascismo delle origini, e cioè lo squadrismo, giustificava sé stesso proprio come difesa armata della «mano invisibile» e dell’armonia tra le classi sociali. L’olio di ricino e le uccisioni dei «sovversivi» ripristinavano la libertà d’impresa, la libertà di commercio e il funzionamento «normale» dell’economia capitalistica. Per esempio è famoso questo poster propagandistico fascista:



Il fascismo toglie i grilli dalle teste dei lavoratori e rimette gli sfruttati al loro posto. *Mettiamoci* di buona lena e *fatevi* il culo.
Alla presa del potere, Mussolini dichiarò: «Il governo fascista accorderà piena libertà all’impresa privata ed abbandonerà ogni intervento nell’economia privata». Per anni i fascisti (saliti al potere in coalizione coi liberali, non sarà un caso) condussero una politica economica liberista e solo in una fase successiva cominciarono ad applicare misure keynesiane ante litteram. Nei primi anni di governo, ci furono privatizzazioni (venne privatizzata addirittura la zecca, chissà cosa ne pensano i signoraggisti!), una politica monetaria restrittiva, un allentamento del carico fiscale (in particolare della tassazione progressiva).
Quando questo non rispondeva più alle necessità economiche del grande capitale industriale, in particolare cioè attorno alla crisi del ’29, si è passati ad una politica economica diversa, e si è adeguata la fraseologia propagandistica al culto dello Stato, alla lotta contro l’individualismo borghese e tutte quelle manfrine con cui ancora ci fracassano le palle i neofascisti. Anche i neofascisti, tuttavia, qualche volta si levano la maschera e parlano da liberisti. Per esempio, Forza Nuova a Genova aveva come primo punto del suo programma politico la lotta contro la Compagnia Unica dei camalli che secondo loro strangola la città impedendo la libertà d’impresa nel porto. CasaPound ha preso posizione sull’ILVA di Taranto (facendo scrivere un dossier alla nostra vecchia conoscenza, l’«Ing.» Di Stefano) prendendosela con gli ambientalisti che in combutta con oscuri potentati europei vogliono soffocare la siderurgia italiana.
Alla fine della fiera liberismo e fascismo hanno lo stesso eroe-simbolo: il crumiro.
# Il più grave problema di questo Paese, storicamente, è l’ignavia della piccola borghesia, che è la più becera d’Europa e oscilla perennemente tra l’indifferenza a tutto e la disponibilità a qualunque avventura autoritaria. Avventura «vicaria», naturalmente, vissuta per interposto Duce che sbraita. Giusto un brivido ogni tanto, per interrompere il tran tran, godersi l’endorfina e tornare al proprio posto.
Finché non sente il dolore, l’italico cetomediume rimane apatico. Quando inizia a sentirlo, non sa dire cosa gli sia successo, blatera incoerentemente, dà la colpa ai primi falsi nemici che gli vengono agitati davanti (a scelta: i migranti, gli zingari, i comunisti, quelli che scioperano, gli ebrei…)  e cerca un Uomo Forte che li combatta.
In Italia come in poche altre nazioni, non c’è nulla di più facile che spingere l’impoverito a odiare il povero.
# L’alleanza storica e, per così dire, «naturale» dovrebbe essere tra impoveriti e poveri, proletarizzati e proletari. Ogni volta che i poteri costituiti riescono a scongiurare quest’alleanza, giocando sul fatto che il ceto medio retrocesso ha ancora i valori e disvalori di prima e si crede ancora appartenente alla classe di prima, ci perdiamo tutti quanti. Il punto è che in Italia questo giochetto dopo la prima guerra mondiale ha portato al fascismo, che era una falsa rivoluzione confezionata a uso e consumo dei ceti medi, che ha avuto carta bianca dai padroni e ha prodotto morte e distruzione. Da allora, di «false rivoluzioni a uso e consumo dei ceti medi» per impedire che la loro proletarizzazione avesse un esito indesiderato ne abbiamo viste altre, e forse una la stiamo vedendo anche adesso.
# In questo periodo sto leggendo un po’ di testi storiografici che evidenziano come la piccola borghesia del primo dopoguerra abbia costituito la «base di massa» del movimento fascista. Ci sono delle analogie abbastanza preoccupanti con la situazione odierna. Per esempio: Gaetano Salvemini, nel capitolo 10 del suo Le origini del fascismo in Italia, parla del «vivo sentimento di invidia e di odio per le classi lavoratrici» che si andò diffondendo nel ceto medio nel periodo 1919-20; sentimento che venne sapientemente alimentato e utilizzato per i propri fini dalle forze reazionarie.
Dal testo di Salvemini riporto la seguente citazione, che Salvemini riprende da un articolo del «Corriere della Sera» dell’8 aprile 1919:
«Oggi sono molti gli ingegneri professionisti od anche dirigenti di officine, moltissimi i professionisti, i funzionari pubblici, gli alti magistrati, presidenti di tribunali e di corti, professori ordinari di università, consiglieri di stato, i quali non sanno credere ai loro occhi. Vedono dei capi tecnici chiedere paghe, le quali (…) sono di 1000, 1250, 1625 e 2000 lire il mese (…). Che cosa dovremmo chiedere noi, si domandano tutti quegli alti magistrati, quei professori universitari, i quali hanno passato nello studio i più begli anni della vita per giungere sì e no verso i 35-40 anni a 600 lire di stipendio al mese ed i più anziani alle 1000 lire? La mortificazione nei ceti intellettuali è generale. I padri di famiglia si domandano se essi non hanno torto di far seguire ai loro figli corsi di studio lunghi 12 o 14 anni, dopo le scuole elementari; e se non sarebbe meglio di mandarli senz’altro in una officina.»
Va da sé che le cifre del Corsera non sono per nulla affidabili, e che (anche in quegli anni in cui gli operai cercavano, mediante gli scioperi, di adeguare i salari all’inflazione galoppante) il divario nei redditi, nelle condizioni di vita e di lavoro, rimaneva comunque a favore dei “ceti medi”. Ma ciò che soprattutto contava era l’ostinata volontà della piccola borghesia a credersi «superiore», a stabilire una distanza fra sé e la classe operaia, deprimendo se necessario quest’ultima.
Osserva Salvemini:
«In Europa il dopoguerra ha portato alle classi medie povertà e sofferenza, ma le classi medie, per quanto declassate dalla crisi economica, non intendono identificarsi con il proletariato. All’inizio il fascismo italiano e il nazismo tedesco furono essenzialmente movimenti composti di elementi impoveriti delle classi medie, decisi a non affondare sino al livello del proletariato, e che si dettero a strappare dalle mani delle classi inferiori quella parte della ricchezza nazionale che esse avevano vinto.»
Ecco, devo dire che oggi, bazzicando in Internet, vedo segni crescenti di invidia e di odio classista anti-operaio anche in ambienti «insospettabili», ad es. in certi blog di area PD.
Oggi come allora, la tendenza reale è quella verso la proletarizzazione del ceto medio; quindi, le dinamiche materiali del modo di produzione dovrebbero semmai indurre a un’alleanza fra sfruttati.
Scriveva Antonio Gramsci, su «L’Ordine Nuovo» dell’8 maggio 1920:
«Gli industriali continueranno nei tentativi di suscitare artificialmente la concorrenza tra gli operai, suddividendoli in categorie arbitrarie, quando il perfezionamento degli automatismi ha ucciso questa concorrenza; continueranno nei tentativi di inasprire i tecnici contro gli operai e gli operai contro i tecnici, quando i sistemi di lavoro tendono ad affratellare questi due fattori della produzione, e li spingono a unirsi politicamente…»
# Il fascismo è nato, esiste ed è continuamente reinventato e riutilizzato dai padroni proprio per offrire ai ceti medi proletarizzati un «falso evento» dopo l’altro, un falso bersaglio dopo l’altro, una finta rivoluzione dopo l’altra. Questo non succederebbe se la classe capitalistica considerasse i ceti medi per natura conservatori. Sa bene che, quando si proletarizzano e si impoveriscono, potrebbero «fare blocco» con gli operai e in generale coi lavoratori subordinati. Per impedire quest’alleanza, viene ogni volta scatenata una multiforme offensiva ideologica e propagandistica: ad esempio, si dice al piccolo borghese che il suo nemico sono i proletari «garantiti» e i sindacati, e al contempo, con il frame della «sicurezza», gli si dice che deve temere l’immigrato. Ma questo non basta, perché è un discorso tutto difensivo, ce ne vuole anche uno offensivo, «massimalista», pseudo-rivoluzionario. Oggi quel discorso è quello contro la «Ka$ta», e il suo massimo spacciatore è Grillo, che è un portatore – forse nemmeno del tutto consapevole – di un’ennesima variante di fascismo. Attenzione, quando parlo di «fascismo» non mi riferisco al fascismo storico, a quello che si incarnò nel regime fascista e poi nella RSI etc. Mi riferisco a quell’ur-fascismo di cui parlava Eco e che è già stato ricordato sopra.
# Vorrei contribuire segnalando la prima questione che mi è saltata alla mente leggendo il tuo «devo dire che oggi, bazzicando in Internet, vedo segni crescenti di invidia e di odio classista anti-operaio anche in ambienti “insospettabili”, ad es. in certi blog di area PD.»: la polemica sul precariato intellettuale sollevata da Di Domenico che citava la figlia di Ichino… Io non sono per nulla dentro le dinamiche di quella polemica, sicuramente c’è qualcuno che le conosce meglio e può svelare “retroscena” o strumentalismi da me ignorati. Però ecco, quella vicenda per me è emblematica di quanto il PD sia un partito formato quasi esclusivamente da dirigenti e pensato per elettori che grossi problemi (lavorativi, economici ecc.) non ne hanno. Nelle reazioni dei commentatori e degli «intellettuali» de sinistra forte, fortissimo è stato il livore contro «l’invidia sociale» del precario (che diventa lavoratore mediocre), quasi unanime la difesa del bravo e onesto «figlio di» che ha fatto carriera solo ed esclusivamente per meriti personali.
Oggi pomeriggio Bersani sarà qui a Mirandola in una delle aziende più colpite dal terremoto (B-Braun, biomedicale), ma la maggior parte degli operai non lo voterà, come la maggior parte degli operai della Green Power di Mirano, l’azienda dove B. ha molestato un’impiegata, non se lo cagheranno di striscio e forse voteranno M5S.
# Sui ceti medi mi viene in mente quello che è successo in Argentina nel 2001. Quando i ceti popolari e quelli medi si sono uniti, il risultato è stato deflagrante: vedevi tizi in giacca e cravatta assaltare i bancomat, gli ospedali e le scuole autorganizzarsi, la logistica dei mercati di verdure prendere pieghe orizzontali e antigerarchiche… è durata per un paio di anni… quando sono andato io in Argentina, nel 2005, i ceti medi già si lamentavano dei piqueteros che tagliavano continuamente il traffico con i loro blocchi stradali… erano due mondi ormai distinti…. io non sono uno capace di grandi elaborazioni teoriche, sono un tipo che legge molto le cose a orecchio, però penso che sia importante capire il legame tra spirito conservatore e senso di insicurezza del ceto medio declassato… al tempo stesso se il grillismo può essere letto come uno stratagemma per allontanare i ceti medi dall’alleanza con i ceti popolari [...] bisogna anche leggere fenomeni come il leghismo (o il vecchio squadrismo, o almeno la sua manodopera di base) come degli espedienti per deviare i ceti subalterni e esclusi dai loro interessi di classe (per ritrovarli alleati dei padroni o dei ceti medi nel cemento della patria o dell’identità territoriale di appartenenza).
# Sulla «egemonia culturale della sinistra»: in Italia non c’è mai stata. Anche prima del berlusconismo, il senso comune di massa lo hanno sempre prodotto tutt’altri agenti: la RAI democristiana, la chiesa, rotocalchi ad altissima tiratura come Oggi e Gente, la divulgazione pseudo-storica di Montanelli e Petacco… Per questi ultimi viatici è passata la strisciante riabilitazione del fascismo, come spiega molto bene Mimmo Franzinelli qui.
# Il paragone tra grillismo e fascismo è scivoloso, rischioso e difficile da maneggiare, ma inevitabile. Perché è la storia di questo paese, è la storia del difficile e controverso rapporto tra rabbia giusta e rancore distruttivo, tra rivoluzione e reazione. E’ un discorso che si può affrontare in alcuni contesti (come questo) nei quali si tende ad evitare slogan e non perdere la lucidità.
Mi limito al punto della composizione sociale. Nelle definizioni un po’ rigide ma secondo me efficaci di alcuni scienziati politici la differenza tra fascismi e populismi starebbe proprio nella discriminante della composizione di classe: il populismo organizza dall’alto masse in cerca di nuovi di diritti ed avanzamento sociale, il fascismo organizza le classi che devono difendersi dalla minaccia delle classi inferiori. Ora, a me pare che questa alternativa tra difesa e attacco, dopo venti anni di politiche liberiste, sia molto meno nitido che in passato. Ci sono senz’altro figli della classe media che godono di piccole rendite ma che sono senza diritti sul lavoro, ad esempio. O che non ne hanno mai avuto uno vero. Come li classifichiamo? Sono «in difesa» o «all’attacco»?
 # Altra domanda: questo Paese, con il ceto medio che si ritrova, la mancanza di memoria storica che si ritrova, la sinistra che ha praticamente abbandonato il campo (e in ogni caso, senza la consapevolezza che la società è divisa in classi, «sinistra» diventa parola cialtrona e greve di merda)… Questo Paese, di fronte al rischio del fascismo, ha ancora qualche antiporco?

mercoledì, 20 febbraio 2013

Hans Magnus Enzensberger ,Tango Finlandese


Hans Magnus Enzensberger
Tango Finlandese
da "La furia della caducità"fantasma.jpeg

Ciò che ieri sera fu è e non è
La barchetta che si allontana
e la barchetta che si accosta
I capelli così vicini erano capelli stranieri
Questo è facile a dirsi E' sempre così
Il lago grigio è proprio il lago grigio
Il pane fresco di ieri sera è indurito
Nessuno balla Nessuno bisbiglia Nessuno piange
Il fumo è dissolto e non dissolto
Il lago grigio adesso è azzurro Qualcuno chiama
Qualcuno ride Qualcuno se n'è andato
C'è molta luce Era mezzo buio
La barchetta non sempre ritorna
E' la stessa cosa e non è la stessa
Qui non c'è nessuno La roccia è roccia
La roccia cessa di essere roccia
La roccia ridiventa roccia
E' sempre così Nulla scompare
e nulla rimane Ciò che fu
è e non è ed è Questo
nessuno lo capisce Ciò che ieri sera
fu è facile a dirsi Com'è luminosa
qui l'estate e com'è breve.

mercoledì, 13 febbraio 2013

cORRADO bEVILACQUA, una società giusta


Una società giusta  battello.jpeg

La società in cui viviamo non funziona. Ciò crea una ampia serie di problemi che sono sotto gli occhi di tutti, a cominciare dal problema della disoccupazione per finire con quello impoverimento dei ceti medi a causa di una crisi economica che è stata affrontata dai nostri governi con misure sbagliate che hanno aggravato la crisi invece di aiutarci ad uscirne.

Altri problemi riguardano la qualità della nostra vita, l'inquinamento ambientale, la sicurezza personale, la violenza su donne, anziani e bambini, l'esistenza di  diseguaglianze economiche che sono inaccettabili non solo dal punto di vista morale, ma anche da quello economico in quanto impediscono lo sviluppo economico della nostra società

Una società giusta è una società nella quale ad ogni cittadino vengono garantite le sono medesime chances di vita. In altre parole, non è sufficiente che ad ogni cittadino siano garantite le medesime condizioni di partenza, come sosteneva Einaudi in Lezioni di politica sociale; occorre che egli sia in grado in ogni momento di far valere i propri diritti. Nel linguaggo di Amartya Sen non è solo, né tanto, un problema di Intitolazioni, quanto è un problema di capacitazioni

Prendiamo il caso del diritto allo studio. Non è sufficiente garantire a chi abbia la volontà e la capacità la possibilità di ottenere un titolo di studio. Occorre garantire l'accesso al mercato del lavoro eliminando nei modi dovuti, ogni forma di privilegio, impedendo la creazione d mafie, clientele, parentele... per non parlare dei concorsi truccati.

Una società giusta  è una società fondata sul merito, sulle capacità individuali, sulla professionalità. Una società giusta non è una società egualitaria. L'egualitarismo è la negazione dell'uguaglianza. Un società giusta è una società nella quale vale il principio: "Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi meriti".

Secondo i teorici liberali, ciò è quanto viene realizzato in una società capitalistica sviluppata. In pratica avviene l'esatto contrario. Nella società capitalistica opera infatti una sorta di doppio mulinello; mentre una spatola integra, l'altra emargina. L'emarginazione genera povertà, la povertà genera emarginazione. 

Il grande economista svedese Ginnar Ordalia la chiamò "legge della causazione circolare cumulativa". Egli la scoprì studiando il problema dei neri in America. Essa opera, però, in tutte le società capitalistiche ed è all'origine di quella che John Kenneth Galbraith chiamò povertà in mezzo all'abbondanza.

Eliminare tale povertà significa creare le condizioni per bloccare il funzionamento della legge della causazione circolare cumulativa e questo può essere realizzato creando una società che rende effettiva quella che Ralph Dahrendof chiamò uguaglianza delle chances i vita.

Ciò significa acquisire, una nuova nozione di sviluppo fondata sul principio messo in luce da Amaranta Sen per cui sviluppo significa libertà:  e libertà significa che ognuno di noi è in condizione di sviluppare liberamente la propria personalità. Come scrisse John Stuart Mill in On Liberty, l'uomo è paragonabile ad un albero e deve essere lasciato libero di crescere in tutte le direzioni.

Questa considerazione ci porta al clou della questione. Società giusta significa, per dirla con Edoardo Berselli, economia giusta.  L'economia capitalistica è tutto meno che giusta. La concorrenza genera monopolio. Monopolio significa che il monopolista è in grado di condizionare a proprio vantaggio il funzionamento dell'economia.

Creare un'economia  giusta significa perciò uscire dal capitalismo. Capitalismo non significa infatti necessariamente economia di mercato. Un'economia di mercato esiste fintanto che esiste un'economia di libera concorrenza. La concorrenza in vigore al ragiono d'oggi è una concorrenza monopolistica, o, tutt'al più, imperfetta.

La forma di mercato dominante è quella dell'oligopolio. Ciò significa che un piccolo numero di grandi imprese controllo un intero mercato, imponendo le proprie politiche dei prezzi, degli approvvigionamenti, delle vendite messe in atto allo scopo o di impedire l'entrata sul mercato di nuove imprese; o allo scopo di espellere dal mercato le imprese esistenti.

Ciò condiziona sia il tipo di sviluppo delle nostre economie, che il loro stesso tasso di crescita. Il tasso di crescita di un'economia dipende dal tasso al quale crescono gli investimenti ed esso dipende, fra le altre cose, come spiegò il grande economista polacco Michal Kalecki, dal grado di monopolio delle imprese.

Maggiore è il grado di monopolio delle imprese; minore è l'incentivo a investire, minore è il tasso di crescita dell'economia. Un minor tasso di crescita dell'economia significa, sic stantibus rebus, da un lato, una minore occupazione; dall'altro lato, significa aumento della capacità produttiva inutilizzata.

Quest'ultimo è un fenomeno tipico di quello che un tempo veniva chiamato "capitale monopolistico". Come dimostrarono Paul Baran e Paul Sweezy, nel capitalismo monoplistico v'è una tendenza ad aumentare del surplus economico effettivo dovuta alle pratiche monopolistiche messe in atto dalle imprese monopolistiche.

Tali imprese hanno generalmente la forma giuridica della "società per azioni gigante", la cui caratteristica principale è quella della irresponsabiltà nei confronti delle collettività dei paesi in cui operano. Esse agiscono alla luce di un'ottica globale e sono indifferenti nei confronti delle critiche che vengono loro rivolte dalle collettività dei paesi in cui operano.

Così' facendo, esse condizionano a loro vantaggio il funzionamento della globalizzazione, creano le condizioni di una perenne emergenza economica e mettono in crisi quella che un tempo veniva chiamata sovranità nazionale. 

Secondo alcuni studiosi, ci troviamo di fonte ad un caso unico nella storia di imperialismo senza impero. In realtà, le più importanti teorie sull'imperialismo vennero elaborate al tempo degli imperi. Oggi non ci sono imperi. Ci sono grandi imprese multinazionali che operano a livello globale secondo una logica di impresa.

Un caso esemplare è quello della FIAT. Il suo Ceo, Sergio Marchionne, non agisce nel modo in cui agisce Pechino sia indifferente, da un lato, ai problemi che crea al mosto paese; dall'altro lato alle sue maestranze. Egli agisce nel modo in cuci agisce in veste di imprenditore globale. Ciò non può essere accettato dai sindacati dei lavoratori e dai politici di sinistra. Le critiche però non sono sufficienti. Occorre creare un'alternativa. Essa si chiama "sviluppo locale".

UNA CITTÀ n. 200 /I TIMORATI


UNA CITTÀ n. 200 / febbraio 2013

Articolo di Francesco Papafavacascata 36_n.jpg

I TIMORATI
L’armamento dell’Iran non è l’unica preoccupazione di Israele, che si trova ad affrontare il problema, che viene da lontano, del rapporto tra laici e religiosi; la consuetudine di esonerare gli ultraortodossi dal servizio di leva, oggi sempre meno tollerata. Di Francesco Papafava.


Da al cu ne sta gio ni l’at ten zio ne sul Me dio Orien te è sta ta as sor bi ta dal la pre oc cu pa zio ne di un pro ba bi le pros si mo ar ma men to ato mi co del l’I ran e di un con se guen te at tac­co pre ven ti vo israe lia no agli im pian ti nu clea ri di quel pae se. Non è la so la que stio ne che at ta na glia il go ver no e l’o pi nio ne pub bli ca israe lia na. I pe si che gra va no su Israe­le dal la fon da zio ne del lo Sta to so no prin ci pal men te la que stio ne re li gio sa, il con tra sto fra aske na zi ti e co lo ro che non lo so no, spe cial men te i se far di ti, e il rap por to con i pa le sti ne si. Il con tra sto fra aske na zi ti e se far di ti è po li ti ca men te at tu ti to, seb be ne non an co ra so cial men te. Per esem pio ne gli al ti gra di del le for ze ar ma te, in cui il ser vi­zio ono re vo le è fat to re di pro gres so so cia le, pre val go no an co ra di mol to gli aske na zi ti che van ta no l’as so lu ta pre mi nen za nel la co stru zio ne e fon da zio ne del lo Sta to. Sal­vo due ca si (Mo she Le vi e Shaul Mo faz, non pro pria men te se far di ti per ché di ori gi ne ira che na e ira nia na) tut ti gli al tri 18 ca pi di Sta to mag gio re so no aske na zi ti. La que­stio ne pa le sti ne se è an chi lo sa ta da de cen ni nel lo sta tus quo san gui no so, ac cet ta to di fat to nel mon do; esplo de pe rio di ca men te co me l’e ru zio ne di un vul ca no. La que stio­ne re li gio sa in ve ce, per ma nen te fin dal l’al ba del sio ni smo nel l’Ot to cen to, s’è fat ta in can de scen te. Nem me no l’ac ce so, pla tea le con tra sto in am bi to mi ni ste ria le e nel le for­ze di si cu rez za sul l’op por tu ni tà d’at tac ca re l’I ran sen za il coin vol gi men to de gli Sta ti Uni ti ave va cau sa to un’in so lu bi le cri si di go ver no e la ne ces si tà di con vo ca re ele zio ni an ti ci pa te (di nor ma la le gi sla tu ra sa reb be sca du ta nel l’ot to bre 2013).
   
Nel di cem bre del 1881 a Pie tro bur go 14 stu den ti di cul tu ra il lu mi ni sta fon da no il Ho ve vei Zion (‘Aman ti di Sion’). Per pri mi si pro pon go no di or ga niz za re del le emi gra zio ni col let ti ve in Pa le sti na. Nel gen na io 1882, una doz zi na di stu den ti an che se co la ri del l’U ni ver si tà Khar kov in Ucrai na dan no vi ta al Bi lu (acro ni mo di ‘Ca sa di Gia cob be, sor­gia mo e mar cia mo’); en tram bi, Aman ti di Sion e Bi lu, so no ani ma ti dal l’i dea le del ri tor no, del la ri na sci ta na zio na le e del la vo ro agri co lo al fi ne del la ‘ri ge ne ra zio ne del l’uo­mo ebreo’. A par ti re dal lu glio 1882 fi no al di cem bre 1884 (so no gli an ni dei po grom nel l’Im pe ro za ri sta, par ti co lar men te ef fe ra ti a Var sa via, Odes sa e Kiev) sbar ca no a Jaf fa in grup pi di una doz zi na di per so ne non più di un cen ti na io di ‘pio nie ri’. In ten zio na ti a rin no va re i co stu mi tra di zio na li del l’e brai smo giu dai co, si de di ca no in con di zio ni di estre mo di sa gio al la vo ro dei cam pi. So no osteg gia ti dal lo ca le in se dia men to ebrai co, cir ca 24.000 per so ne, su una po po la zio ne di 482.000 ani me, che abi ta no per lo più a Ge ru sa lem me, Sa fed e Ti be ria de. So no con tra ri al la vo ro pro dut ti vo e ri ten go no un’e re sia l’a spi ra zio ne na zio na le, di stin ta dal la tra di zio ne giu dai ca. A quei pio nie ri si de­vo no i pri mi due in se dia men ti del la dia spo ra im mi gra ta di Ri shon Le Zion (Pri mi a Sion) il 31 lu glio 1882 e nel di cem bre 1884 di He de ra, en tram bi po co a sud di Jaf fa.
La pri ma gran de on da ta mi gra to ria di ‘Aman ti di Sion’ (Alya, ‘sa li ta’: im mi gra zio ne ebrai ca in Pa le sti na) se gui ta ai pio nie ri lai ci sti è in mag gio ran za tra di zio nal men te os ser­van te. So no con vin ti che la tra di zio ne giu dai ca deb ba co sti tui re l’i den ti tà ebrai ca in Ere tz Israel. Al la fi ne del se co lo si con ta no in Pa le sti na 55.000 ebrei su di una po po la­zio ne di 611.000 re si den ti (cfr. Geor ges Ben sous san, Une Hi stoi re in tel lec tuel le et po li ti que du Sio ni sm 1860-1940, Fa yard, 2002).
La cre sci ta s’e ra ac com pa gna ta a un ac ce so con flit to  sul ruo lo del la re li gio ne fra os ser van ti e in no va to ri. Co me in Pa le sti na an che nel la dia spo ra il sio ni smo è sta to al la sua ori gi ne av ver sa to dal l’e sta blish ment ebrai co. Nel 1902 de gli or to dos si tra di zio na li sti fon da no a Vil nius il Mi z ra hi (acro ni mo per ‘Cen tro Re li gio so’) mo vi men to sio ni sta re li gio so, pre sto dif fu so in Pa le sti na, con lo sco po di con vin ce re gli or to dos si ad ab brac cia re il sio ni smo e di im pri me re al mo vi men to na zio na le un ca rat te re ri go ro sa men­te giu dai co.
Il 1904 è l’an no del la svol ta ac cen tua ta men te lai ca, al lor quan do, spin ti da una se con da on da ta di po grom du ran te la qua le ven go no uc ci si mi glia ia di ebrei, ha ini zio una se con da Alya che si pro trae fi no al lo scop pio del la Guer ra Mon dia le. Nel 1913-14 gli ebrei era no 85.000 su 760.000. Di ver sa men te dal la pri ma, la gen te del la se con da Alya era cre sciu ta nel cli ma ri vo lu zio na rio che scuo te va in que gli an ni l’Im pe ro za ri sta. I nuo vi im mi gra ti era no ani ma ti dal l’i dea le lai ci sta del la ri ge ne ra zio ne del po po lo ebrai co con il la vo ro. I gio va ni so prat tut to era no so cia li sti: qua ran ta an ni do po fon de ran no lo Sta to. Es si ri mar ran no osti li al l’or to dos sia tal mu di ca che ri te ne va no un osta­co lo al pro gres so e al la li ber tà. In ten de va no se pa ra re la po li ti ca dal la re li gio ne, ri vo lu zio na re la tra di zio ne giu dai ca del la dia spo ra e so sti tuir la con una co mu ni tà lai ca sen­za com pro mes si con il Rab bi na to. Scan da lo per gli os ser van ti i qua li pro fes sa va no che Ere tz Israel do ves se es se re con fes sio na le se con do la tra di zio ne ebrai ca d’in scin­di bi le uni tà di po po lo con la To rah e il Tal mud. Nel 1912 nel la Po lo nia te de sca gli ul traor to dos si giu dai ci fon da no l’A gu dat Yi srael (‘Unio ne d’I srae le’), il mo vi men to espres­sio ne del Rab bi na to, pre sto in fluen te an che in Pa le sti na e con tra rio al rin no va men to ebrai co nel la Ter ra Pro mes sa pri ma del l’av ven to del Mes sia.
Du ran te il Man da to bri tan ni co in Pa le sti na, l’A gu dat Yi srael, an te si gna no de gli at tua li par ti ti re li gio si in Israe le e tut to ra pre sen te, ave va rap pre sen ta to gli ha re dim (‘ti mo ra­ti’, li gi os ser van ti del l’or to dos sia tal mu di ca) che s’e ra no iso la ti nel la Yi shuv (‘In stal la zio ne’), la co mu ni tà ebrai ca in quel pae se, li gia al la di ri gen za lai ca-la bu ri sta.
Ben Gu rion, in Pa le sti na di cian no ven ne nel 1905, già ca po in di scus so fin dal 1920 del la Hi sta drut (sin da ca to so cia li sta al qua le, mol to mi no ri ta rio, ade ri va an che l’A gu dat Israel Wor kers) -e co me ta le ca po vir tua le del lo Yi shuv- al la vi gi lia del la fon da zio ne del lo Sta to ri ten ne ne ces sa rio un pat to con l’A gu dat per com pat ta re il pae se nel l’im mi­nen za del l’in va sio ne ara ba. In fat ti re pu tò di non po ter elu de re le istan ze del l’or to dos sia giu dai ca, via via più in fluen te in que gli an ni per l’im mi gra zio ne dai pae si ara bi in to­to os ser van te. Il com pro mes so im pe gnò il Rab bi na to a ri co no sce re il po te re le gi sla ti vo a un par la men to elet to de mo cra ti ca men te, an zi ché a un’as sem blea di rab bi ni; d’al­tra par te il po te re ci vi le ga ran tì al Rab bi na to la nor ma ti va del lo sta to ci vi le, il fi nan zia men to del le scuo le rab bi ni che (ye shi vot) de di te al lo stu dio del la To rah e del Tal mud non ché il ci bo ca sher (‘nu tri men to’) nel le isti tu zio ni pub bli che. Ben Gu rion ac cet tò an che di di spen sa re dal ser vi zio mi li ta re gli al lo ra quat tro cen to ha re dim stu den ti del le ye shi vot. Mal gra do la suc ces si va leg ge del 1949 sul re clu ta men to ob bli ga to rio al com pi men to del 18° an no d’e tà, la di spen sa con ces sa da Ben Gu rion di ven ne una con­sue tu di ne ta ci ta men te pro ro ga ta ed este sa ai suc ces si vi stu den ti del le ye shi vot che si so no mol ti pli ca ti per de ci ne di mi glia ia. Una con sue tu di ne ga ran ti ta dal la com po­nen te re li gio sa del la Knes set, dal l’o ri gi ne del lo Sta to sem pre pre sen te nei go ver ni a tu te la dei pri vi le gi ac qui si ti dal l’or to dos sia rab bi ni ca.
Si gni fi ca ti va l’a na lo gia de gli esi ti del la ri na sci ta na zio na le ebrai ca con il Ri sor gi men to ita lia no, li be ra le e in con flit to con l’or to dos sia cat to li ca, ra di ca ta nel l’a ni mo de gli ita­lia ni. In Ri sor gi men to sen za eroi, Pie ro Go bet ti nel 1926 scri ve va: «La ri scos sa del ’48 ha sol tan to più le ap pa ren ze del la ri vo lu zio ne: il li be ra li smo con fu so col neo guel fi­smo ha per du to la co scien za del suo si gni fi ca to  idea le. Lo stes so equi vo co con ti nua col cat to li ci smo li be ra le. L’os se quio al la Chie sa stron ca la vo lon tà eti ca da cui do­vreb be na sce re il nuo vo Sta to […] ve de nel lo Sta to e nel la Chie sa un dua li smo di cor po e spi ri to [… e] spo glia di ogni si gni fi ca to idea le la fun zio ne del lo Sta to e lo ri du ce e me ra am mi ni stra zio ne la scian do la cu ra del le ani me al la Chie sa [...] Le espe rien ze del ’48 e ’49 aiu ta ro no la for ma zio ne del le nuo va clas se di ri gen te, ma que sta do ven­do ac cet ta re l’e qui vo co [os se quio al la tra di zio ne cat to li ca] che le sta va in tor no, eb be sol tan to una fun zio ne di pra ti ca abi li tà, non fu ri vo lu zio na ria, non creò lo Sta to. […] La dia let ti ca del Ri sor gi men to di men ti ca va le sue ori gi ni li be ra li e si fa ce va de mo cra ti co per con ti nua re [sen za vo ler lo] la teo cra zia [… e] il Go ver no in dul ge va al cat to li ci­smo so lo per in dul ge re al po po lo» (Edi zio ni di Sto ria e Let te ra tu ra, Ro ma, 2011, ri stam pa ana sta ti ca del l’o ri gi na le Edi zio ni del Ba ret ti, To ri no, 1926, pp. 134-137).

Ben Gu rion per la qua si tren ten na le espe rien za nel la Yi shuv do mi na to dal l’A vo dah (‘La vo ro’), il Par ti to La bu ri sta di cui era ca po, con la si gni fi ca ti va op po si zio ne del Par ti­to Re vi sio ni sta Sio ni sta di Ze’ev Ja bo tin sky (li be ri sta in eco no mia, lai ci sta e ul tra na zio na li sta), non po té pre ve de re che gli stu den ti del le ye shi vot si sa reb be ro mol ti pli ca ti fi no a 131.433 (Sta ti sti cal Ab stract of Israel, 2012).
Di ve nu ti ar ro gan ti, sem pre pre va ri can ti e spes so vio len ti gra zie al nu me ro e al la tol le ran za go ver na ti va di de cen ni, gli ha re dim so no di ven ta ti una que stio ne so cia le che in ve ste l’in te ra na zio ne. Quan to ac ca du to il 29 di cem bre 2011 a Beit She mes, do ve gli ha re dim so no ol tre il 40% del la po po la zio ne (9% in Israe le), è l’e sem pio estre mo di in nu me re vo li epi so di: la ri vol ta di cen ti na ia di ha re dim con tro la po li zia in ter ve nu ta per di sper de re la fol la di di mo stran ti ec ci ta ti -e ur lan ti slo gan con to il lai ci smo e an che an ti-sio ni sti- dal la in ter vi sta al la te le vi sio ne di una ra gaz zi na di ot to an ni. Ave va rac con ta to d’es se re sta ta apo stro fa ta con vio len za da un grup po di ha re dim men tre si re­ca va a scuo la ve sti ta in mo do per lo ro non ri spet to so del la leg ge tal mu di ca (l’8 gen na io 2012 han no ri spo sto 250 gio va ni don ne riu ni te si in un cor po gin ni co con una rit mi­ca spet ta co la re esi bi zio ne in piaz za). La tra co tan za de gli ha re dim ar ri va al pun to di pre ten de re che i mar cia pie di nel le stra de ven ga no se pa ra ti per ge ne re. Uni ta men te al na zio na li smo re li gio so ca peg gia to dal Gush Emu nim (‘Bloc co del la Fe de’, mo vi men to na zio na li sta in tran si gen te dei co sid det ti ‘co lo ni’ in se dia ti nel la Ci sgior da nia oc cu pa­ta mi li tar men te) sta mi nan do, per il nu me ro e la ri le van za po li ti ca, lo Sta to li be ra le isti tui to dai pa dri fon da to ri.
Il 2 ago sto 1999, su in giun zio ne del l’Al ta Cor te di Giu sti zia (in as sen za di una Co sti tu zio ne l’or di na men to giu di zia rio si ba sa sui suoi de cre ti) il go ver no no mi nò una com­mis sio ne, con l’in ca ri co di in di ca re una leg ge in ma te ria di re clu ta men to de gli ha re dim. Il 23 lu glio 2002 la Knes set ac col se la rac co man da zio ne del la Com mis sio ne e ap­pro vò la leg ge co sid det ta ‘Tal’, dal pre si den te del la Com mis sio ne Tz vi Tal, pro ro ga bi le ogni cin que an ni e co sì è av ve nu to nel 2007. La leg ge con sen tì agli stu den ti del le ye shi vot di rin via re il re clu ta men to dal 18° al 22° an no d’e tà, quin di sce glie re un ser vi zio di le va ri dot to a 6 me si con il suc ces si vo an nua le ob bli go mi li ta re di ad de stra­men to, op pu re un an no di ser vi zio ci vi le gra tui to per poi en tra re nel mon do del la vo ro. Tut ta via la leg ge ri co nob be agli ha re dim al com pi men to del 22° an no di età di di­chia ra re la vo lon tà di con ti nua re ne gli stu di su pe rio ri tal mu di ci co me esclu si va mis sio ne di vi ta. Una scel ta che il Rab bi na to ri ten ne -e ri tie ne- equi pa ra bi le al ser vi zio per­ma nen te nel l’e ser ci to in un’u ni tà di ‘pre ghie ra’, ne ces sa ria al la di fe sa del lo Sta to e del po po lo d’I srae le. La leg ge ‘Tal’ era sta ta con ce pi ta per in dur re gli ha re dim ad ar ruo­lar si vo lon ta ria men te, ma già nel 2005 le au to ri tà mi li ta ri ne am mi se ro il fal li men to: so lo al cu ne doz zi ne di stu den ti del le ye shi vot ave va no ri spo sto al la chia ma ta.
Il 26 gen na io 2012 "The Je ru sa lem Po st”, ci tan do la "Ar my Ra dio”, in for ma che al cu ne cen ti na ia di ri ser vi sti in uni for me ave va no al le sti to un cam po mi li ta re fit ti zio (mock) an ti stan te la sta zio ne fer ro via ria Ar lo zo rov a Tel Aviv chia ma to ‘dei pa ras si ti’ al l’in se gna del lo slo gan ‘Un po po lo, una le va’. Chie de va no ai nu me ro sis si mi vi si ta to ri, fra cui po li ti ci, stu den ti e do cen ti uni ver si ta ri, di sot to scri ve re una pe ti zio ne al l’Al ta Cor te di Giu sti zia la qua le il 21 feb bra io suc ces si vo de cre ta l’il le git ti mi tà del la leg ge ‘Tal’ per­ché vio la va il prin ci pio di ugua glian za, e ob bli ga il go ver no a pro por re al la Knes set una nuo va leg ge in ma te ria.
An ni ad die tro, nel lu glio 1984, al la vi gi lia del le ele zio ni per il rin no vo del la Knes set, la com po nen te se far di ta del l’A gu dat Yi srael ca peg gia ta da Rab bi Ova dia Yo sef, al lo ra ca po dei rab bi ni se far di ti, fon da il par ti to Shas (acro ni mo di ‘Guar dia Se far di ta’) per sot trar si al l’e ge mo nia de gli aske na zi ti. Con qui stò al lo ra quat tro seg gi al la Knes set e og gi ne con ta un di ci e il suo ca po Eli Yi shai è il mi ni stro de gli In ter ni (da cui di pen do no i pro gram mi edi li zi).
Il ver det to d’in co sti tu zio na li tà del la leg ge ‘Tal’ mi se in cri si la sta bi li tà di go ver no ("Cor rie re del la Se ra”, 7 lu glio) per ché il par ti to De gel Ha To rah (‘Ban die ra del la To rah’), com po nen te in sie me al l’A gu dat Yi srael del l’U ni ted To rah Ju dai sm (cin que seg gi) non in ten de va ac cet ta re la de li be ra zio ne del l’Al ta Cor te di Giu sti zia.
Fo rie ro an cor più di de com po si zio ne del la mag gio ran za è sta to l’at tac co al l’Al ta Cor te di Giu sti zia di Rab bi Ova dia Yo sef, tut to ra lea der spi ri tua le del lo Shas. I due par ti ti con fes sio na li esclu do no di po ter di scu te re un cam bia men to del lo sta tus di de ci ne di mi glia ia di stu den ti ha re dim. D’al tra par te il lai co Avig dor Lie ber man ca po del Yi srael Bei tei nu (‘Ca sa No stra’, 15 seg gi) e mi ni stro de gli Este ri pre ten de va il ri spet to del la sen ten za del la Cor te.
L’in sta bi li tà go ver na ti va in dus se Ne ta nya hu ad an ti ci pa re le ele zio ni di fi ne le gi sla tu ra (ot to bre 2013). In ve ce ina spet ta ta men te l’8 mag gio scor so al la Knes set, con vo ca ta per le gi fe ra re ele zio ni an ti ci pa te il 4 set tem bre, Ne ta nya hu e Shaul Mo faz, han no an nun cia to, ve ro e pro prio coup du théâtre, l’a de sio ne di Ka di ma (28 seg gi) al la mag gio­ran za di go ver no e la no mi na di Mo faz, ca po di quel par ti to, a vi ce pri mo mi ni stro. Ce le bra ta co me esem pio di uni tà na zio na le, di con tro al l’i ro niz za to fra zio na men to del mon do ara bo, la nuo va coa li zio ne (94 par la men ta ri su 120 del la Knes set: Li kud, Yi srael Bei tei nu, Shas, par ti ti re li gio si mi no ri, e Ka di ma) avrà vi ta ef fi me ra. Si con clu de ap pe na 70 gior ni do po, il 17 lu glio, per ché Ne ta nya hu ter gi ver sa va nel la pre sen ta zio ne di una nuo va leg ge del re clu ta men to (la leg ge ‘Tal’ sca de va il 31 lu glio). "The Je ru­sa lem Po st” del 3 mar zo ave va pre vi sto che il pri mo mi ni stro avreb be pro po sto una leg ge che con sen tis se agli ha re dim di sce glie re fra il ser vi zio ci vi le e la le va He sder du ran te la qua le in al cu ne ye shi vot per cin que an ni lo stu dio del la To rah, del Tal mud e di te sti rab bi ni ci è al ter na to con il ser vi zio mi li ta re. Nel 2012 vi si con ta va no 8.670 stu den ti (Sta ti sti cal Ab stract of Israel, 2012), un nu me ro esi guo ri spet to al la mas sa de gli esen ta ti. Il quo ti dia no ge ro so li mi ta no ave va de nun cia to an che che il re clu ta men­to era ul te rior men te di mi nui to fra gli ha re dim dal 2005 per il dif fon der si nel le ye shi vot di un sen ti men to an ti sio ni sta e nel con tem po fos se mol to cre sciu ta l’in di gna zio ne fra la gio ven tù se co la re, in par te an che fra quel la os ser van te. "Ye dio th ah ro no th” ten den zial men te più vi ci no al Ka di ma (cen tro de stra) che al Li kud (de stra), pre vi de un com­pro mes so fra i par ti ti lai ci e re li gio si fon da to sul ri co no sci men to dei pri mi che la To rah è il fon da men to del lo Sta to e l’ac cet ta zio ne dei se con di del l’ob bli go mi li ta re. Non se ne fe ce nul la, ma il più let to quo ti dia no del pae se pro no sti ca va per la so cie tà israe lia na un’e po ca ana lo ga a quel la dei Mac ca bei? Non era sta to nel le pre vi sio ni dei gio va ni del la se con da Alya al prin ci pio del No ve cen to e poi fon da to ri del lo Sta to.
Il 10 ot to bre Ne ta nya hu do po bre vi con sul ta zio ni con i lea der del la mag gio ran za, pre so at to del lo sfa ri na men to del la coa li zio ne di go ver no (nem me no sa reb be sta ta ap pro­va ta la leg ge di Bi lan cio an nua le del lo Sta to) ha an nun cia to ele zio ni an ti ci pa te per il 22 gen na io 2013. Ov via men te an che la leg ge sul re clu ta men to mi li ta re è ri man da ta al la nuo va le gi sla tu ra.
Il suc ces si vo 28 del me se a sor pre sa Ne ta nya hu e Avig dor Lie ber man de ci do no di pre sen ta re al le ele zio ni i par ti ti Li kud e Yi srael Bei tei nu in un’u ni ca li sta. Era no con vin ti d’ot te ne re uni ti un nu me ro di seg gi vi ci no al la mag gio ran za as so lu ta di 61 seg gi al la Knes set, nel la qua le og gi con ta no ri spet ti va men te 27 e 15 seg gi, per ri dur re l’in fluen­za dei par ti ti re li gio si. Non po tran no co mun que non te ner con to del la for za di una pub bli ca opi nio ne del 22,8%, pa ri a più di un mi lio ne di li gi os ser van ti su un to ta le di 4.388.000 cit ta di ni ebrei (Sta ti sti cal Ab stract of Israel, 2012); sen za con ta re i co sid det ti ‘co lo ni’ nel We st Bank, cir ca 519.000 (Pas sia Dia ry, 2012) per lo più na zio na li sti, per non di re la qua si to ta li tà, e os ser van ti il det ta to giu dai co.
D’al tron de, che di re del la lai ci tà di Be n ja min Ne ta nya hu, le der del par ti to ere de del l’He rut con ra di ci nel Sio ni smo Ri for mi sta del l’ul tra lai co Ze’ev Ja bo tin ski, che si pre­sen ta al le ce ri mo nie pub bli che con la kip pah, ine qui vo ca bi le con fes sio ne di fe de tal mu di ca?
È pro ba bi le che la nuo va leg ge pre ve da l’ob bli go de gli ha re dim di ser vi re per un cer to pe rio do nel ser vi zio ci vi le, op pu re, sia pu re du ran te una fer ma in fe rio re al la nor ma, in uni tà di re li gio si.
Le Idf (Israel De fen ce For ces) da sem pre stru men to di mel ting pop in una so cie tà cul tu ral men te fra zio na ta, per de rà la sua tra di zio na le amal ga ma del la gio ven tù israe lia­na? Le for ma zio ni di re li gio si ri spet te ran no gli or di ni del lo Sta to Mag gio re non gra di ti al Rab bi na to? Ve dre mo dei rab bi ni al la te sta di re par ti di ha re dim?
Già ora in Israe le, coin vol to in un con flit to so cia le che con cer ne la sua stes sa iden ti tà, il pro ces so teo cra ti co del lo Sta to sem bra ir re ver si bi le. Fi no agli an ni Ses san ta la lai ci tà era un fat to pub bli co e la re li gio ne pri va to, in se gui to pro gres si va men te l’os ser van za dei pre cet ti re li gio si ha oc cu pa to per va si va men te lo Sta to, an che le For ze ar­ma te (ba sti pen sa re che un ter zo dei ri ser vi sti, in gran par te os ser van ti, pro ven go no dal la Ci sgior da nia oc cu pa ta) e la lai ci tà è di ven ta ta una con vin zio ne pri va ta.
Tut ta via, con tra ria men te al di se gno di Ne ta nya hu e Lie ber man, i son dag gi per le pros si me ele zio ni pre ve do no una fles sio ne del la li sta uni ta Li kud-Yi srael Bei tei nu da 42 seg gi a 34 ("Haa re tz”, 25 di cem bre) a fa vo re del Bay it Ye hu di (‘Ca sa Ebrai ca’) nuo vo rag grup pa men to po li ti co na zio na li sta-re li gio so. È ca pi ta na to da Naf ta li Ben net, con pas sa por to ame ri ca no per ché fi glio di ame ri ca ni im mi gra ti do po la guer ra del 1967, ric chis si mo, ge nia le im pren di to re di una so cie tà di soft ware. Mal gra do sia nel l’e ser ci to mag gio re del la ri ser va do po aver mi li ta to in re par ti d’é li te ed es se re sta to più vol te de co ra to, è con tra rio al la co scri zio ne ob bli ga to ria de gli ha re dim. Ha di chia ra to al la te le­vi sio ne che non ese gui reb be or di ni di sman tel la re in se dia men ti ebrai ci in Ci sgior da nia oc cu pa ta an che se il le ga li. Aven do lo aspra men te cri ti ca to, Ne ta nya hu è ca la to nei son dag gi, tan to più che mol te vol te ha di chia ra to, sia pu re non più che a pa ro le per com pia ce re al Di par ti men to di Sta to Usa, d’es se re a fa vo re di uno Sta to pa le sti ne se. Pie to so l’ap pel lo di Ne ta nya hu al cen tro e al la si ni stra per ché con flui sca no sot to le sue ban die re per ar gi na re la ma rea mon tan te del na zio na li smo re li gio so ("Haa re tz”, 6 gen na io); dal l’as sas si nio di Ra bin lo ha pro mos so, col ti va to e ca val ca to. Il ras sem ble ment Li kud-Bei tei nu, per quan to in de bo li to dal la de stra estre ma re li gio sa men te os­ser van te, ri sul te rà pri mo al le pros si me ele zio ni e Ne ta nya hu sa rà in ca ri ca to di for ma re il go ver no. È pro ba bi le che il nuo vo mi ni ste ro avrà una mar ca ta con no ta zio ne na­zio na li sta e re li gio sa, la nuo va leg ge sul re clu ta men to non sa rà si gni fi ca ti va men te di ver sa dal la leg ge ‘Tal’ e l’o rien ta men to teo cra ti co del lo Sta to sa rà ac ce le ra to.
8 gen na io 2013

PS. Gio va ram men ta re che in Israe le -re gi me par la men ta re uni ca me ra le- le ele zio ni le gi sla ti ve han no sca den za qua drien na le (sal vo la cri si del la coa li zio ne di mag gio ran­za co me il ca so at tua le) per l’e le zio ne di 120 seg gi del la Knes set. Di stri bui ti pro por zio nal men te con sbar ra men to del 2%, fi du cia no il go ver no con mag gio ran za di al me no 61 seg gi.
Con vie ne an che pre ci sa re che gros so mo do con de stra e si ni stra ven go no con no ta ti l’ul tra or to dos sia re li gio sa e l’e stre mo na zio na li smo (non sem pre coin ci do no) da un la to; i mo de ra ti e i lai ci sti più gli ara bi dal l’al tro.
Nel la pas sa ta le gi sla tu ra l’os sa tu ra del la mag gio ran za go ver na ti va era co sti tui ta da 63 seg gi: Li kud di B. Ne ta nya hu, 27 seg gi; Yi srael Bei tei nu (lai ci sta, ul tra na zio na li­sta) di A. Lie ber man, 15; The In de pen dent di E. Ba rak (già La bour), 5. Più Shas, 11 e al tri ul tra re li gio si mi no ri.
Il 22 gen na io scor so la li sta uni ta Li kud-Bei tei nu ha ot te nu to 31 seg gi per den do ne 11, 3 più de gli ul ti mi son dag gi; Ha bay it Ye hu di 12, me no dei pre vi sti, ma l’ul tra or to dos­so Uni ted To rah Ju dai sm 7, più 2 ri spet to al la pre ce den te Knes set; Shas con fer ma 11: in tut to 61 seg gi. Due in più del la co stel la zio ne al l’op po si zio ne, che è chi me ri co ipo tiz za re in un fron te co mu ne. Cla mo ro si gli im pre vi sti 19 seg gi del Yesh Atid (‘C’è un fu tu ro’) di Yair La pid. HaT nuah (‘Il Mo vi men to’) di Tzi pi Li v ni 6; il La bour 15, re cu­pe ra i 5 emi gra ti con E. Ba rak più al tri 2; Me rez da 3 a 6; Ka di ma da 28 crol la a 2. Par ti ti ara bi da 7 a 11 seg gi.
24 gen na io 2013

sabato, 09 febbraio 2013

d'you remember cobRas-antimercato?


Da: "fm7_2012@libero.it" <fm7_2012@libero.it>

Oggetto: d'you remember cobRas-antimercato?

fm7_2012@libero.it ti ha inviato una Jumbo Mail con i seguenti allegati:
* 8 Nun s&#39;ha da paga&#39;.pdf (353989 byte)
* d&#39;you remember.doc (29184 byte)
* Immagine (21).jpg (226559 byte)
stock-photo-9635397-take-flight.jpg
Per scaricare i file clicca qui:
http://mailbeta.libero.it/cp/ps/Mail/huge/pickup?a=38015XBG8AK5353G6MR2J2CS&b=4342482c3c

Il testo del messaggio:

 D’you remember cobRas-antimercato?

Car* compagn* buone nuove...

vi alleghiamo il testo -datato 13 dicembre, ma pervenutoci solo da pochi giorni- che ci annuncia l’archiviazione della pratica istruita contro la nostra azione antimercato dell’11 febbraio (2012): archiviata dunque la sanzione di 213 euro e, perciò, decaduta anche quella di 1.644,24.
«Archiviazione verbali in autotutela» recita il testo: come dire che l’Amministrazione ha preferito non incorrere in un’eventuale causa intentata contro di essa...
Del resto, fin dal giugno scorso, avevamo già sentito affermare, da qualche esponente dell’Amministrazione, che “1600 euro non ci stanno…”, o che “si deve considerare pure il rischio di una causa civile intentata contro il Comune...”, o che nell’acquiescenza al direttore della Esselunga da parte della pattuglia di Polizia Locale potrebbe configurarsi uno “sviamento di potere”…
Ben venga dunque questa notizia che diamo volentieri a quanti hanno sostenuto, in varie forme, la nostra azione.
Una nota è però di dovere: se la questione amministrativa delle sanzioni è andata a buon fine (con tanto di motivazioni...), non può dirsi altrettanto dell’opzione politica del Sindaco: ripetutamente richiesto di prendere pubblica posizione su quei fatti, ha tuttavia preferito non farlo.
Bon, non sorprende, ma è meglio ricordarlo.

Potremmo concluderla qui, con l’atto dovuto di informazione sugli esiti di quell’11 febbraio.
Tuttavia, poiché la forma <non casuale> che assunse, in quell’occasione, la nostra espressione di solidarietà agli immigrati di Pioltello conteneva, in realtà, un’allusione -non più di questo, ma questo concedetecelo- più ’alta’, apertamente provocatoria, non a caso definita, seppure con evidenti limiti, di ’antimercato’, vorremmo si ragionasse su questo, cioè sulla ’crisi’..., su fatti che accadono con crescente quotidianità e sulle possibilità che si hanno di agire su di essi.

In altri termini, se si è d’accordo sul fatto che ciò che chiamano ’crisi’ è in realtà una ’guerra sociale’ condotta contro gli strati sociali più poveri e disagiati della società, è o no di qualche utilità prestare attenzione a fatti solo apparentemente marginali che questa guerra produce? Ed è pensabile, di conseguenza, mettere in moto intenzioni, pratiche, azioni, costituire messaggi che contengano, come, ad esempio, nel caso dell’opposizione agli sfratti, germi d’una messa in discussione diretta delle «ragioni» del mercato, del consumo, o magari del ciclo dei rifiuti alimentari...?...

Prendiamo dalle cronache milanesi un esempio:
E' SUCCESSO A MILANO....storia di ordinaria disperazione.
Angela una donna di 76 anni come tutte le mattine si reca al supermercato "Pam di via Archimede Milano"; tira fuori gli occhiali per controllare i prezzi con cura meticolosa; scarta il prosciutto crudo e il cotto, scarta i salumi, scarta la mozzarella, tutto costa troppo, deve fare una scelta... Sceglie quella con il costo più basso, la infila nel carrello dove ci sono già una scatoletta di tonno e del pan carré. La Signora Angela, si reca verso la corsia dei formaggi, con le dita sfiora il parmigiano, fruga tra i pacchetti alla ricerca di quello meno voluminoso, legge accuratamente ogni prezzo, e poi lo ripone come se avesse un ripensamento sulla scelta. In verità la Signora Angela non ha abbastanza soldi per comprare il formaggio, decide di andare via, ma é un attimo, vede una scatoletta di Tic Tac alla menta abbandonata vicino al banco frigo, la mano scivola verso la casacca e sospinge la piccola scatolina di Tic Tac nella sua borsa. Lei non lo sa, ma la scena viene vista dal direttore del supermercato: «Signora, Signora mi scusi può mostrarmi la sua borsa?» Pochi euro, appena tre prodotti. «Un controllo di rito, dice con un sorriso la guardia, mi segua di là»... Il locale dove si confessano queste minuscole vergogne è un ufficio: lei da una parte, l'anziana dall'altra. «Forse ha dimenticato qualcosa - dice il direttore - sa, a volte capita...» Lei abbassa gli occhi, è rossa in volto, si vergogna, trema... La signora Angela: "É la prima volta, mi creda non sono una ladra; ho lavorato una vita facendo sacrifici per far crescere i miei figli, ed oggi mi trovo qui a rubare una scatoletta di Tic Tac, mi vergogno molto". La scatoletta di Tic Tac alla menta finisce sulla scrivania: il prezzo é € 0.75 centesimi. Nonostante questo, il direttore di nome Valerio non ha voluto sentire ragioni, ed ha seguito rigidamente il protocollo chiamando la Polizia per denunciare la donna. Arriva la Polizia, dalla macchina scendono 2 agenti di nome Arturo Scongiu e Francesco Console. Racconta Arturo Scongiu uno dei due agenti: «quella vecchina indifesa che si scusava e diceva piangendo di non avere i soldi per pagare le mentine tremava come una foglia, ho capito subito che si trattava di una persona che fa fatica ad arrivare alla fine della prima settimana del mese. Le ho chiesto quanto pigliasse di pensione; lei, nascondendosi dietro il mio collega, mi ha risposto 320 euro. Mi ha fatto pena, ho immaginato mia nonna che non ho più, ho aperto il portafoglio e pagato le mentine al direttore». E il direttore del Pam? «L'ho chiamato in disparte, c'era tanta gente attorno. Gli ho detto due paroline. A questo punto (eravamo tornati davanti al supermercato) dalle persone che si erano raccolte attorno a noi si è levato un applauso spontaneo, pensa che un signore mi è venuto vicino e mi ha chiesto di poter pagare lui la spesa che la signora Angela aveva fatto: una scatoletta di tonno e del pan carrè». Il gesto di questa donna di Milano è solo il simbolo di una parte dell'Italia che è ridotta veramente in situazioni economiche drammatiche, in totale dissonanza con il denaro pubblico sprecato e male usato, denaro pubblico che potrebbe essere messo a disposizione di quelle povere persone che non hanno cosa mangiare all'ora dei pasti.
FONTI NOTIZIA: Corriere della Sera, Tgcom24, Oggi e molti altri.

Dettagli? Forse, ma di quelli che svelano realtà sempre più diffuse...
Chiediamo: meglio lasciare alla caritatevole, quanto inusuale, comprensione avuta da quei poliziotti gli esiti di fatti riguardanti le certo numerose signore Angela, o piuttosto agire, magari con analoga pietas, ma col  tentativo, certo contrario a quelle intenzioni, di far diventare il fatto in sé un fatto sociale, conflittuale, non relegabile a bonaria concessione di chi detiene il capestro?
Come minimo, di fronte a fatti del genere, viene voglia, sempre dando ampia diffusione della notizia, che so, di mettersi a distribuire tic-tac su tutto il quartiere, di ripetere esperienze e forme di micro-sabotaggio quali il riempimento all’inverosimile, e a più riprese, di carrelli poi lasciati nel più completo abbandono, di innalzare un fantoccio di carta con le sembianze del direttore e farne falò all’ingresso del supermercato,  di......
Tutto ciò magari preparando il terreno per... <tracce> ...  organizzare picchetti alla chiusura di supermercati, ristoranti, pasticcerie etc. ed esigere che ciò che pensano di buttare venga distribuito, col vantaggio sociale di alleggerire il carico mostruoso di rifiuti col relativo ciclo... organizzare una sorta di "anagrafe" dei soggetti più interessati perché ne possano essere partecipi... E anche..., sul piano dell’assistenza sanitaria,  fare "anagrafe" e "cortei interni" ai territori metropolitani  per rendere facoltà reale il <diritto> (?) all'assistenza medica d'urgenza per chicchessia, anche immigrati «clandestini».........

Provare a pensare in questa direzione. Del resto, basta con l’opporre parti ed epifenomeni a tutto e radici, o -- al contrario -- inattingibile complessità sempre sfuggente ad ogni 'presa' d'intelligenza critica e attiva, a qualche modestissimo 'gesto', atto di parola e d'altro!
In spazi che possono aprirsi inserire elementi di autodeterminazione, presa in carico, in comune, in comunanza di singolarità, anche degli aspetti della vita materiale. Dire "we want bread and roses too"...

                                                                        ***

C’è un tempo per la merce e un tempo per il dono
C’è un tempo per il bisogno e un tempo per il desiderio
C’è un tempo per il profitto e un tempo per l’uso
Uno per il denaro e uno per il bene
Un tempo per il sì e uno per il no
Un tempo per il prezzo e un tempo per il baratto
Un tempo per la merce un tempo per l’umano
Un tempo per il mercato un tempo per l’antimercato
Un tempo per ieri un tempo per oggi


Milano, 6 febbraio 2013
In allegato anche un promemoria del maggio scorso

...ieri ad Atene, dove un gruppo di agricoltori ha iniziato a distribuire frutta e verdura gratuitamente davanti al ministero dell’Agricoltura: 50 tonnellate di alimenti distribuiti in meno di tre ore...

http://baruda.net/2013/02/08/grecia-se-secondo-voi-e-normale-tutto-cio/


1 2 3 4 5 6 7 8 Prossimo