venerdì, 01 marzo 2013

La morte del togliattismo e il pope Gapon – Intervista a Toni Negri di RADIO UNINOMADE


FEB
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La morte del togliattismo e il pope Gapon – Intervista a Toni Negri di RADIO UNINOMADE

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La morte del togliattismo e il pope Gapon – Intervista a Toni Negri


di RADIO UNINOMADE

Direi di iniziare l’intervista partendo dalla parola chiave che sintetizza una importante chiave di lettura per gli effetti della tornata elettorale: ingovernabilità, non assoluta ma rispetto ai propositi del biopotere. Come leggi i risultati delle elezioni e come interpreti il divenire ingovernabile della situazione politica italiana?

É difficile entrare profondamente nei problemi sollevati dall’interpretazione del risultato elettorale, vediamo di arrivarci grazie a delle approssimazioni. La mia impressione è che dietro a questa parola “ingovernabilità” ci sia un riassetto costituzionale profondo che riguarda destra e sinistra. Il colpo di mano di Grillo tocca ormai la costituzione materiale, cioè rivela quelli che sono gli squarci che la vecchia costituzione materiale e le sue trasformazioni (la prima, la seconda repubblica, ecc.) hanno sviluppato.
Per quanto riguarda la destra: è evidentemente in crisi e sarà in crisi. Ieri sera guardando Porta a porta con quel maialone di Vespa che la dirige si aveva veramente l’impressione di essere in una sorta di cena “trimalcionica”: una crisi feroce goduta come tutte le classi dirigenti in declino sanno fare, goduta con una grossolanità pasoliniana, ferocemente pasoliniana. Ed era quello che io sentivo lì dentro, cioè “Berlusconi kaput”: sarà ben vero che si è rinnovato in questo suo grande riattacco, ma resta quel “puttaniere” che è sempre stato e con la volgarità di raccolta dei suoi livelli di classe. Manca una destra pulita insomma, e tutto quello che manca ad una destra pulita lui riesce a metterlo assieme. Comunque è finito e secondo me la stella che nasce, fino in fondo dentro la destra, è Monti. Con il suo 10% sarà il riferimento della Democrazia Cristiana europea e sarà il punto di riferimento di tutte le grandi manovre politico-finanziarie che si faranno oggi sull’Italia e probabilmente anche sul Sud Europa. Monti ormai fa parte di quella direzione europea degli affari italiani che in qualche maniera si svilupperà. A destra l’altro elemento di grande crisi costituzionale è la debacle della Lega che darà modo a Tosi di affermare quello che è il progetto della Lega come partito regionale; resterà una sorta di CSU alla bavarese, per quanto riguarda il Nord.
E poi veniamo alla sinistra, nella sua disfatta. Anche qui avremo un lungo periodo di disfacimento, in senso propriamente organico, cioè finisce proprio in merda: finisce finalmente in merda il togliattismo, il berlinguerismo, che hanno vissuto per troppo tempo. C’è ancora la possibilità che da questa materia organica, da questa montagna di escrementi, esca qualcosa come Renzi, con la sua posa di uomo di centro-destra, ma di un centro-destra un po’ provinciale – ed è questo l’elemento che lo frega. Quindi ho l’impressione che ci sia anche da questo punto di vista un lungo periodo di instabilità, di rimescolamento di carte molto pesante.
E poi c’è il nuovo, cioè Grillo, che è quello che è, cioè la contraddizione in azione: rappresenta insieme – è chiaro, no? – i non garantiti e gli esclusi, e d’altra parte rappresenta i piccoli capitalisti in crisi, la piccola imprenditoria affamata ma che non per questo ha perso la sua volgarità e il suo atteggiamento ferocemente capitalistico. É un asse contradditorio che si terrà insieme per un po’ di tempo e terrà senz’altro aperta l’ingovernabilità ad un livello alto, perché poi è il livello che tocca la composizione di classe. Ed è questo il punto grosso insomma: che cosa si fa davanti a Grillo? È qui il problema: Viva Grillo! Abbasso Grillo! Grillo è il nuovo, è l’elemento di instabilità e a noi va bene: Viva l’instabilità! Viva l’ingovernabilità! Questo è l’elemento che mi sembra estremamente importante, si tratta proprio di insistere su questo. Viva l’instabilità! É nell’instabilità che si determineranno ricomposizioni di classe legate veramente a interessi e a volontà di esprimere quelli che sono interessi centrali, elementari, fondamentali nella nostra vita e nella lotta. E quindi bisogna a questo punto stanare Pope Gapon, stanare Grillo, stanare la sua ambiguità: stanarlo in che modo? Stanarlo sulle cose significa stanarlo sui temi del comune, stanarlo sui temi del reddito garantito, stanarlo sul tema della patrimoniale, stanarlo su quelli che sono i grandi problemi della struttura della rappresentanza, della legge elettorale, e così via.
Ci sono compagni che hanno già reagito dicendo: “ma così ci si mette sul terreno di rappresentanza!” Non è vero, io non credo proprio che sia questo: noi dobbiamo stanare Grillo, evidentemente approfondire l’instabilità non dal punto di vista della rappresentanza ma attraverso lotte, iniziative di base, campagne. É questo il modo in cui bisogna agire in questo momento. Io credo per esempio che l’atteggiamento che hanno avuto in compagni della Val di Susa sia assolutamente corretto: hanno votato una rottura, hanno votato una possibilità di muoversi su un terreno reale contro l’apparato. Votare Grillo, cioè dire “Viva Pope Gapon!” significa questo. D’altra parte però non ci si può ridurre a Grillo, anzi: si tratta di stanarlo, si tratta di romperlo, appunto intorno alla questione del reddito, della patrimoniale, in generale intorno ai temi del comune. Pensiamo ad un tema importante come quello della comunicazione: non è possibile avere delle campagne elettorali come quelle che sono state fatte in questa fase. Quindi in questo asse contradditorio che rappresenta Grillo, per certi versi anche molto pericoloso, bisogna agire, impedendogli di consolidarsi su un’alleanza – perché questa è un’alleanza puramente fascista – con la piccola imprenditorialità oggi e domani con la grande imprenditorialità, insieme a esclusi, non garantiti e classe media in disfatta. Si tratta quindi di muoversi, agire per garantire che non si stabilisca un qualsiasi tipo di governabilità, mantenendosi su questo terreno una apertura europea.
Per concludere vorrei dire un’altra cosa: mi sembra che questa sconfitta definitiva del togliattismo, del berlinguerismo, del socialismo reale, sia una cosa molto importante, perché mostra che la liberazione, ogni tematica di liberazione, non viene dal pubblico, dallo Stato. É finita quella storia! Grillo se non altro ha questo vantaggio, di dirci e di riconfermarci che la partita è solo su una espansione delle singolarità, dei diritti dell’uomo che si estendono ma legati ad una singolarità che si riconosce come moltitudine, ad una classe moltitudinaria che si ricompone a partire dalle sue specificità; ecco, ha questo merito di ricordarci questo ed è su questo terreno che dobbiamo agire. Quindi bene l’ingovernabilità, teniamola aperta e attorno a questa ingovernabilità teniamo fino in fondo aperta quella che è una campagna di rottura nei confronti della contraddizione reale che sta vivendo Pope Gapon!
* L’intervista è andata in onda nella trasmissione di Radio UniNomade di martedì 26 febbraio2013.

venerdì, 15 febbraio 2013

Ci dispiace, Internet: la Grecia non è ‘crollata definitivamente’


Ci dispiace, Internet: la Grecia non è ‘crollata definitivamente’
Il Paese al collasso in preda a banditi armati tra rivolte, assalti ai supermercati e rapine alle banche. La notizia oscurata e censurata dai media fa il giro del web. Ma semplicemente non è vera. Per una volta: non fate girare!

Posted by Leonardo Bianchi on 13 febbraio 2013 in Fuori da qui,
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(Illustrazione: Latuff)

È sulle vostre bacheche Facebook, sulla vostra timeline Twitter, esce dalle fottute pareti: sto parlando di un lungo articolo sulla Grecia (i titoli variano: «La Grecia è crollata, definitivamente. Stanno assaltando i supermercati!»; «Amnesty International denuncia il governo e la polizia greca. La Grecia è collassata. Ma a noi non lo dicono») che da ieri impazza sull’Internets.

Incuriosito dalle sconvolgenti «rivelazioni» – ovviamente censurate dai Poteri Forti Masso-Internazionali – su un Paese sotto i riflettori della stampa mondiale da almeno cinque anni, mi sono messo a leggere la fantomatica «inchiesta». Arrivato alla quinta riga ho capito: si tratta di quelle tipiche, ignobili accozzaglie complottiste che mescolano falsità, notizie inesistenti, mezze verità e inspiegabilmente diventano virali.

Il pezzo, scritto da Sergio Di Cori Modigliani, parte subito con la denuncia della difficoltà estrema a reperire le fonti (evidentemente non conosce pubblicazioni clandestine quali Guardian, Reuters, AP, New York Times, Wall Street Journal, Financial Times, ecc.):

Vengo a sapere da un neo-zelandese che abita in quel di Auckland, a 22.500 chilometri di distanza, 12 ore di fuso orario prima di noi, dall’altra parte del mondo, nel continente più lontano (in tutti i sensi) dalla nostra vecchia e cara Europa, che cosa sta accadendo a 1.000 chilometri da Roma, nel territorio che è stata la culla originaria della nostra civiltà.

Modigliani, da vero segugio, non si perde d’animo e fa quello che farebbe ogni buon giornalista nel 2013: alza la cornetta, fa cose e vede gente.

Faccio delle telefonate e mi butto in rete a caccia di notizie. In Italia, nulla. In giro per l’Europa, anche. Notizie strabilianti in Sudamerica, in Canada, in California e sembra dovunque tra i bloggers scandinavi e nord settentrionali che scrivono nelle loro lingue.

E cosa riferiscono queste «notizie strabilianti»? La fine del mondo, in pratica.

Una società ormai collassata, al limite della guerra civile, ormai precipitata nel baratro, sulla cui attuale realtà è stato steso un osceno velo di totale censura per impedire che le notizie vengano usate in campagna elettorale in Italia e diffuse in Spagna dove sta esplodendo la tangentopoli iberica delle banche corrotte e Rajoy ha già fatto sapere a Bruxelles che là a Madrid si corre il rischio di veder la situazione sfuggire al controllo.

Ma vediamo, secondo il Nostro Prode, cosa cela l’«osceno velo di totale censura». Si parte subito in quarta con una specie di remake versione austerity-complottarda di un film di Romero: l’Assalto Del Popolo Affamato Ai Supermercati.

Stanno assaltando i supermercati. Ma non si tratta di banditi armati. Si tratta di gente inviperita e affamata, che non impugna neanche una pistola, con la complicità dei commessi che dicono loro «prendete quello che volete, noi facciamo finta di niente».

Ovviamente non è indicata nessuna fonte – anche perché una simile notizia non esiste. In questi ultimi anni, infatti, gli unici «assalti» organizzati ai supermercati (leggi: «espropri proletari») sono stati compiuti da anarchici e autonomi. Lo raccontano loro stessi nel libro We are an image from the future (2010) e in questo post del 2011 pubblicato su ContraInfo.

Nei due paragrafi successivi, Modigliani riporta due notizie totalmente inventate. La prima parla di una

rivolta di 150 imprenditori agricoli, produttori di agrumi, che si sono rfiutati [sic] categoricamente di distruggere tonnellate di arance e limoni per calmierare i prezzi, come richiesto dall’Unione Europea. Hanno preso la frutta, l’hanno caricata sui camion e sono andati nelle piazze della città con il megafono, regalandola alla gente, raccontando come stanno le cose.

La seconda, ancora più strabiliante, tira in ballo il Sistema Imperiale delle Multinazionali Bavaresi dello Yogurt Tetesco.

200 produttori agricoli, ex proprietari di caseifici, […] da padroni della propria azienda sono diventati impiegati della multinazionale bavarese Muller che si è appropriata delle loro aziende indebitate, acquistandole per pochi euro sorretta dal credito agevolato bancario […].

La questione, in realtà, è più lineare: da 16 giorni gli agricoltori stanno protestando (anche con pesanti blocchi stradali) contro «la politica governativa nel settore per ottenere, fra l’altro, la riduzione del prezzo del gasolio per l’agricoltura, la riduzione dell’Iva sui loro prodotti e delle imposte sui terreni agricoli e la concessione dei prestiti da parte delle banche».

È vero che degli agricoltori, il 6 febbraio 2013, sono andati in piazza a regalare verdura e agrumi (più di 50 tonnellate, per la precisione): ma di tutto si è trattato fuorché di una «rivolta». Di seguito un breve resoconto in italiano della giornata:

In tempo di recessione e piena crisi economica, una numerosa folla si è accalcata davanti al Ministero dell’Agricoltura di Atene per prendere della frutta distribuita gratuitamente da alcuni agricoltori. La protesta è stata organizzata per sensibilizzare rispetto ai costi elevati di produzione incluso il carburante.

Modigliani prosegue raccontando di «due movimenti anarchici locali» (quali movimenti? in quale località?) che

si sono organizzati e sono passati alle vie di fatto: basta cortei e proteste, si va a rapinare le banche: nelle ultime cinque settimane le rapine sono aumentate del 600% rispetto a un anno fa. Rubano ciò che possono e poi lo dividono con la gente che va a fare la spesa. La polizia è riuscita ad arrestarne quattro, rei confessi, ma una volta in cella li hanno massacrati di botte senza consentire loro di farsi rappresentare dai legali. Lo si è saputo perché c’è stata la confessione del poliziotto scrivano addetto alla mansione di ritoccare con il Photoshop le fotografie dei quattro arrestati, due dei quali ricoverati in ospedale con gravi lesioni.

Il dato dell’aumento delle rapine del 600% (nelle ultime cinque settimane!) è pura fantasia, per non parlare del vaneggiamento fanciullesco sui ladri che «rubano ciò che possono» e lo «dividono con la gente che va a fare la spesa» (e perché non con quelli che prendono il caffè, allora?). È vero, tuttavia, che il crimine è in aumento in Grecia: secondo il quotidiano greco To Vima nel 2012 si sarebbero registrate 7mila rapine a mano armata, circa 20 al giorno.

Circa i maltrattamenti subiti dai giovani rapinatori anarchici di una banca di Kozani (città nel nord della Grecia), la circostanza è vera (vedi articolo riepilogativo della vicenda sul blog Keep Talking Greece) e doppiamente inquietante: ormai sembra che la tortura degli arrestati «politici» sia diventata la procedura standard all’interno della polizia. Non c’è mai stata, però, nessuna «confessione del poliziotto scrivano [il poliziotto scrivano!, nda] addetto alla mansione di ritoccare con il Photoshop le fotografie dei quattro arrestati», semplicemente perché la polizia stessa ha rilasciato le foto segnaletiche grossolanamente taroccate il giorno dopo l’arresto. Lo scandalo è nato proprio da questi pietosi fotoritocchi.




Non rivolgetevi alla polizia greca se volete diventare fotogenici.
Non pago, Modigliani infila nel paragrafo successivo un capolavoro di fantagiornalismo difficilmente superabile:

E così, è piombata la sezione europea di Amnesty International, con i loro bravi ispettori svedesi, olandesi e tedeschi, che hanno realizzato una inchiesta, raccolto documentazione e hanno denunciato ufficialmente la polizia locale, il ministero degli interni greco e l’intero governo alla commissione diritti e giustizia dell’Unione Europea a Bruxelles, chiedendo l’immediato intervento dell’intera comunità continentale per intervenire subito ed evitare che la situazione peggiori.

Come facilmente intuibile da chiunque abbia più di 6 anni, Amnesty International non è mai «piombata» da nessuna parte con i propri «bravi ispettori» e non ha denunciato nessuno alla «commissione diritti e giustizia dell’Unione Europea» (che notoriamente non esiste). Nel caso concreto, Amnesty ha rilasciato un comunicato stampa in cui sollecitava «le autorità greche a indagare sulle denunce di tortura di quattro presunti rapinatori di banca, le cui foto sono state ritoccate per nascondere le ferite sui loro volti», criticando al contempo la «cultura dell’impunità» che serpeggia all’interno delle forze dell’ordine greche.

Il quadro di falsità e mistificazioni di questo “articolo” è già stato ampiamente tracciato, quindi non vado oltre – anche perché Modigliani continua a sbrodolare per migliaia e migliaia di caratteri e si lamenta di inesistenti censure, silenzi, mancate risposte e macchinazioni internazionali.

Ora, la situazione in Grecia è indubbiamente drammatica. Nessuno lo mette in dubbio, specialmente da queste parti. La disoccupazione è alle stelle, l’estremismo politico dilaga, l’economia è allo sbando e i vari pacchetti di austerità hanno massacrato una parte consistente della popolazione. È un Paese che dal 2008 danza pericolosamente sull’orlo del caos, ma che non ha ancora registrato episodi di cannibalismo.

Inondare l’Internet di schifezze complottiste, affondare il dito sul caps lock e aggiornare lo status sui social network con frasi del genere – «LA GRECIA È CROLLATA, ASSALTANO I SUPERMERCATI, SI MANGIANO PER STRADA E NESSUNO VE LO DICEEE PERCHÈ SIAMO IN CAMPAGNA ELETTORALE!!1 MONTI!! BILDERBERG! LE BANCHEEE!1! SVEGLIAAAAAA!!11!1» – è lontano anni luce dal dare quel «contributo al popolo greco» con cui gli alfieri della controinformazione italiana da tastiera si riempiono la bocca.

Per una volta, non fate girare.

domenica, 27 gennaio 2013

Armando Todesco, Sulla campagna elettorale

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Sulla campagna elettorale
 
La campagna  elettorale e’ cominciata ormai da  un mese e ha ancora un mese circa prima della conclusione .
Se dovessi dare un giudizio sui personaggi e sul modo in cui viene condotta e sulle persone che ci  sono direi che e’ un  copione gia’ visto e che purtroppo sembra che non dia nessun risultato pratico e a vantaggio dei cittadini .
Mi pondo  alcune domande sulle cose che ho visto io  .
 
Prendiamo il pd cioe’ il partito che gia’ dice di vincere .
Fortunati loro  che sanno tutto!
Mi domando  se il pd e’ costituito dal solo Bersani .
Mi domando se il pd ha finora fatto delle proposte per esempio in ordine di tempo sulla situazione al Monte dei Paschi .
Mi domando dove sono finiti i signori Franceschini ,la signora  toscana Bindi che  finora mi risulta abbiano sempre percepito lo stipendio da parlamentare senza dire niente su niente .
 E sì che di  cose che non andavano  ce ne sono state .
Ricordo solo che  il nascondimento di questi signori era gia’ avvenuto prima delle primarie del pd  che sono state tutte sopportate da Bersani e da Renzi e da nessuno altro .
Come dopo un temporale vengono fuori  gli animali che prima erano nascosti questi signori si sono fatti vedere  per i loro commenti   .
Vorrei tanto che avessero uno spazio   anche altri del pd che  parlino dei temi importanti  senza aspettare   i risultati elettorali per annunciare la vittoria e poi sedersi .
E’  mai possibile che su questioni importanti come la corruzione  nel Lazio ,in Lombardia e in altre regioni dove la sinistra ha avuto la sua importanza il pd non abbia niente da dire .
Ma dov’erano quelli del centro sinistra quando r… gli altri ?
E Penati non si sa chi era ?
Per dimenticare questo fatto e’ troppo facile fare come e’ stato fatto e mettere dentro il vice sindaco di Vicenza cioe’ la solita donna giovane che piace e che risulta simpatica.
Ma la politica non basta con solo queste cose .
Consiglio a Bersani di  dare una sgridata a tutto il partito per impegnarlo al massimo sui temi del lavoro  .
Dove’ il suo consulente per il lavoro ?
E non basta dire che se vinceremo faremo ,ma cosa?
 
Prendiamo ora il pdl.
Alfano da buon ragazzino diligente  e ossequioso al maestro ha rinunziato alle primarie  e ora dice che B. e’l’essenza del pdl .
Va bene ,ma questo si sapeva da 20 anni .
Ma se andiamo ai personaggi del pdl non notiano una grande differenza da prima .
Quelli che contavano o non contavano sono sempre i soliti e comunque quelli che servivano o erano ossequiosi alla politica e alla cose personali di B.
Ma anche  questi comunque lasciano tirare la carretta a S. e ora si nascondono  sulle cose da fare .
 
Su Monti sembra che ormai si sia ingessato sulle cose di un anno fa e si dimentichi che oggi e ‘ gia il futuro .
Dice sempre le stesse cose ormai .
Io trovo che Monti  abbia un suo target e cioe’ la salita ai vertici della finanza internazionale ,pur non conoscendola troppo,  fatta di relazioni sociali piuttosto che di tecnica e poi consideri l’Italia solo come   un trampolino di lancio .
Mi sembra poi l’uomo che dice :Armiamoci e partite .
L’altro giorno e’ andato a Davos per dire ai banchieri internazionali che sta guidando una lista  per l’Italia .
Chissa’  cosa  poteva interessare a queste persone la sua lista per portare in parlamento dei personaggi senza truppa .
Anche qui c’e il problema di chi si nasconde .
Faccio il  nome di Fini e del suo esercito .
Dov’e’  finito ?
E di Cesa finito da segretario di partito nelle liste di Monti .
Mi sembra una cosa strana che un segretario di partito si dimetta pur senza clamore e sotto sotto improvvisamente cambi partito  .
 
Casini e’ un generale senza esercito che suscita poche simpatie ed emozioni .
Con la sua saccenteria  e col suo passato di politico da decenni ormai credo che  col suo 4 percento  godra’ solo delle sue relazioni sociali di oltre Tevere .
 
Su Vendola io non spenderei piu’ di tanto .
Non vedo niente di consolidato in tema di relazioni coi lavoratori .
E solo uno che tenta una via  diversa per farsi strada .
 
In conclusione mi piace dire che sulla situazione Mps  ho sentito solo uno Grillo che ha detto che sarebbe ora di  bloccare i beni di chi ha sbagliato nella conduzione della banca .
Mi pare una ottima proposta ed e’ l’unica .
 
Per le altre liste mi sembrano tutti che cercano di arrivare al parlamento  e di godere dei relativi benefici e di aspettare  il relativo vitalizio dopo 4 anni .
Se infatti tutti non hanno parlato finora ci aspettiamo che parlino adesso?
 
Siamo alla Russia di Putin .
 
Per l’Italia si apre dunque un quadriennio uguale al precedente solo con qualche chiacchera di gossip in piu’ .
 
 
Prof.Armando todesco
 
armandotodesco@alice .it
 
 

venerdì, 25 gennaio 2013

Lo stereotipo della "zingara" e la sessualizzazione della donna Rom

da Batsceba Hardy

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[So che non so ciò che so] Lo stereotipo della "zingara" e la sessualizzazione della donna Rom

\ Mahalla : Articolo
Lo stereotipo della "zingara" e la sessualizzazione della donna Rom
Di Fabrizio (del 24/01/2013 @ 09:05:57, in Kumpanija,


 Da chiara-di-notte.blogspot.com

Il fatto che la rappresentazione delle genti di colore - e delle donne di colore, in particolare - sia stata esotizzata e finanche sessualizzata nella percezione occidentale, non e' una novita', e i Rom non sono sfuggiti a questo fenomeno. Scrive Borrow (1841): "Le donne e le ragazze zingare sono in grado di accendere passione piu' che nelle descrizioni piu' audaci, in particolare in coloro che non sono zingari, perche', naturalmente, la passione diventa piu' violenta quando e' nota l'impossibilita' quasi assoluta di gratificazione".

Alcune premesse storiche. I Rom sono originari dell'Asia, i cui antenati, lasciato il nord-ovest dell'India a seguito di una serie di incursioni islamiche nell' XI secolo, sono stati progressivamente spinti in Europa sud-orientale, dove quasi la meta' si sono stabiliti nei Balcani, e dove sono stati tenuti in schiavitu' fino al 1864. Mentre l'altra meta' in grado di andare avanti si e' sparsa nel resto dell'Europa. Ci sono oggi circa dodici milioni di Rom, di cui piu' o meno otto milioni vivono nel vecchio continente e due o tre milioni si sono stabilizzati in America e altrove, costituendo cosi' la piu' grande e diffusa minoranza etnica del mondo. Quasi il doppio di quanti siano i danesi o gli svedesi.
Quando i Rom sono apparsi per la prima volta in Europa, tutti credevano che facessero parte della diffusione islamica all'interno della cristianita', e sono stati quindi identificati con i turchi ottomani. La parola "turchi" riferita ai Rom e' infatti ancora oggi diffusa in molti luoghi. Altra definizione impropria usata per i Rom e' stata anche "egiziani", da cui sono derivati appunto i termini Zingari, Gitani, Tzigani, eccetera.
Benche' esistano moltissimi riferimenti medioevali e rinascimentali riguardanti la vera origine indiana del popolo Rom, questo fatto, col passare del tempo e' stato dimenticato anche dagli stessi Rom. Di conseguenza, un gran numero ipotesi errate, a volte bizzarre, sono state formulate. Tra queste, ce n'e' una che li fa originari delle profondita' della Terra, o della Luna o di Atlantide, o li identifica come i resti di una razza preistorica. A seconda del periodo storico e delle credenze del momento sono stati Nubiani, o Druidi, oppure ebrei venuti allo scoperto dopo i pogrom medioevali.
La vera origine e' stata scoperta casualmente nel 1760 quando in una universita' olandese, uno studente che aveva imparato un po' di Romani (la lingua dei Rom) da operai che lavoravano nella tenuta di famiglia in Ungheria, una volta ascoltati i discorsi di alcuni studenti provenienti dall'India, che parlavano una lingua simile, si convinse della reale provenienza del popolo Rom. Questo porto' al primo libro mai scritto sul tema (Grellmann, 1783).
La pubblicazione del libro di Grellmann, durante l'Illuminismo, che apparve in una edizione inglese del 1807, coincise con l'emergere di una serie di discipline scientifiche, tra cui la botanica e la zoologia, e la necessita' di classificare le piante e gli animali che venivano scoperti durante l'esplorazione delle nuove colonie europee d'oltremare. Cosa che rapidamente porto' anche alla classificazione delle popolazioni umane non europee.
E' stato proprio in quel tempo che l'idea che "mescolare le razze", sia geneticamente che socialmente, fosse pericoloso. Un'idea che si e' diffusa sempre piu' nella cultura e che e' stata, poi, la causa che nel XX secolo ha portato al nazismo e alle terribili e ben note conseguenze. Ma proprio per la sua natura proibita, l'incrocio tra razze ha acquisito anche quell'elemento morboso di attrazione che soprattutto durante l'epoca vittoriana, ha trovato la sua espressione in una certa arte e letteratura, con la rappresentazione di rapporti sessuali tra colonizzatori e schiave, ovvero tra donne di colore e maschi bianchi. La fotografia erotica del tardo XIX secolo e' infatti caratterizzata principalmente da donne nude africane o asiatiche, e non includeva mai immagini di donne bianche svestite.
Una parentesi curiosa: la piu' antica organizzazione che si e' dedicata allo studio del popolo Rom e' stata la Gypsy Lore Society, fondata nel 1888 e che ancora esiste. Alcuni dei suoi membri di sesso maschile - tutti non Rom - si riferivano a loro stessi come "Ryes"; un'auto-designazione interpretata come "chi aveva guadagnato una posizione privilegiata nel mondo Romani". In lingua Romani "Rai" significa infatti "persona che ha autorita'", quindi puo' essere "signore" oppure anche "poliziotto". Ma ha anche un altro specifico significato, e si riferisce a chi, pur essendo non Rom, e' in grado di portarsi a letto una donna Rom.




Per varie ragioni, gli occidentali hanno avuto (ed hanno tuttora), una maggiore familiarita' con la schiavitu' degli africani nelle Americhe di quanta ne abbiano avuta con la schiavitu' dei Rom in Europa. Per questo motivo, le rappresentazioni inesatte degli zingari descritti nei cliche' letterari dell'epoca, che delineavano in termini stereotipati un certo tipo di schiavo a un pubblico vittoriano, e' sempre stato quello che ha incontrato il maggior successo in letteratura.

In uno scritto di Ozanne (1878), si legge che gli schiavi Rom in Valacchia avevano "labbra spesse e capelli crespi, con una carnagione molto scura, e una forte somiglianza con la fisionomia e il carattere dei negri". Anche St. John (1853) descrive i Rom cosi': "Gli uomini sono generalmente di alta statura, robusti e muscolosi. La loro pelle e' nera o color rame, i capelli, densi e lanosi, le loro labbra hanno la pesantezza dei negri, e i loro denti sono bianchi come perle; il naso e' notevolmente appiattito, e il volto e' tutto illuminato, per cosi' dire, dal vivo degli occhi".

Uno degli stereotipi piu' diffusi e' stato legato per lungo tempo a una "preoccupazione sessuale" concentrata sugli uomini di colore, ritenuti essere ossessionati dal desiderio per le donne bianche. Questo ha portato, poi, negli anni '20 in America, alla pratica razzista di castrare gli afro-americani, sottolineando una paura sessuale e un'insicurezza profonda insita nei maschi bianchi di quel periodo. Anche i Rom nei Balcani venivano, ovviamente, visti come una minaccia alla femminilita' bianca. Tra di loro vi era una categoria chiamata "skopitsi", uomini che erano stati castrati da ragazzi il cui compito era quello di guidare i mezzi delle donne dell'aristocrazia senza che ci fosse paura di molestie per queste ultime. Tutto cio' lo si trova riflesso anche nel codice civile moldavo dell'epoca, in cui si affermava che "se uno schiavo zingaro avesse violentato una donna bianca, sarebbe stato bruciato vivo". Mentre un rumeno che avesse "incontrato una ragazza per strada e avesse ceduto all'amore... non avrebbe potuto essere punito".

E' questa castrazione del maschio di colore che si ritrova spesso nella tradizione letteraria dell'epoca, e che e' ben espressa dalle parole di Gayatri Spivak, in cui si percepisce la necessita' di "salvare le donne dagli uomini neri". Ma questa fobia razzista riguardo alla mescolanza etnica non e' qualcosa che riguarda solo il passato. Anche nel 1996 Shehrezade Ali ha fortemente criticato il film di Disney "Il gobbo di Notre Dame" per la creazione di un impulso subliminale a sfondo razziale negli atteggiamenti sociali in via di sviluppo dei bambini. Ecco cio' che scrive:

"Ad oggi, nessuno dei personaggi femminili bianchi di Disney sono stati accoppiati con pretendenti neri o non bianchi, mentre le donne di colore sono esclusivamente legate a uomini bianchi, ignorando totalmente la loro etnia. E' questo il modo che ha la Disney di essere tollerante? Perche' la Disney mette le donne di colore in situazioni romantiche con uomini bianchi al posto di uomini di colore? E che tipo di messaggio subliminale si pensa che recepiscano le ragazzine nere o zingare quando e' ripetutamente implicito che l'unico eroe salvatore che hanno e' un maschio bianco? E che dire dei piccoli ragazzi neri o zingari che non hanno ancora avuto modo di vedere se stessi in un ruolo di eroe protagonista in un film Disney? Che cosa si puo' dire circa la loro autostima? Cio' rende visibile la continuazione del mito razzista per cui ogni donna del pianeta, sia nera o bianca, abbia un solo eterno eroe: un uomo bianco".

Un'altra caratteristica che ricorre in questo tipo di messaggio che Shehrazade Ali definisce razzista, e' che, alla fine, l'oggetto d'amore si rivela non essere una Rom, dopotutto, ma una ragazza bianca che e' stata "rapita dagli zingari" da bambina, e successivamente salvata, rendendo cosi' la relazione romantica accettabile e persino ammirevole, in quanto entrambi i protagonisti risultano appartenere alla stessa etnia.

Ma oltre a questa "preoccupazione sessuale" (tuttora presente anche se latente nell'inconscio del maschio bianco) e' sempre esistito nei confronti delle popolazioni di colore anche un profondo pregiudizio igienico oltre che morale, in quanto viste come impure, sia spiritualmente che fisicamente. Hoyland (1816) ha ribattuto a lungo sulla convinzione elisabettiana che la pelle scura dei Rom fosse semplicemente a causa di sporcizia. "Gli zingari, privi della loro carnagione bruna", scrive, "sono quelli che molto tempo fa hanno interrotto il loro modo sporco di vivere". E Celia Esplugas (1999), nel suo grossolano saggio pieno di inesattezze e disinformazione, rincara la dose e ribadisce che "la pulizia e l'igiene degli zingari non e' mai riuscita a soddisfare lo standard inglese".

Kenrick e Puxon (1972) ritengono che l'attuale odio per i Rom sia una memoria storica che risale alla loro prima apparizione in Europa, e nasce dalla convinzione medioevale che il nero denoti l'inferiorita' e il male che erano ben radicati nella mente occidentale. La pelle scura di molti zingari fa dunque essere questo popolo vittima di un pregiudizio. Il folklore europeo contiene, infatti, una serie di riferimenti alla carnagione dei Rom. Un proverbio greco, ad esempio, dice: "Andare dai bambini zingari e scegliere il piu' bianco". E in yiddish esistono proverbi come: "Lo stesso sole che sbianca il lino scurisce lo zingaro" oppure "Nessun lavaggio rende mai bianco lo zingaro nero".

A indicare il colore della pelle, una diffusa auto-ascrizione in Romani e' "Kale'", che significa appunto "neri", mentre i gage' (i non-Rom) sono indicati nella stessa lingua, anche da Rom dalla pelle chiara che potrebbero essere fisicamente indistinguibili da loro, come "parne'" o "parnorre'", vale a dire "bianchi." Questi tratti sono stati rimarcati dal viaggiatore francese Félix Colson (1839) che visitando la Romania, dov'era prassi consolidata offrire schiave Rom come intrattenimento sessuale ai visitatori [1], scrisse: "La loro pelle e' quasi marrone, e alcune di loro sono bionde e belle".

Ma anche se poteva essere utilizzata sessualmente, una donna Rom non poteva diventare la moglie legale di un uomo bianco. Un tale matrimonio veniva considerato "un atto malvagio e cattivo", e un sacerdote che l'avesse celebrato sarebbe stato scomunicato, come indicato in un proclama anti meticciato del 1776 da Constantin, principe di Moldavia:

"Zingari che sposano donne moldave, e anche uomini moldavi che prendono in moglie ragazze zingare, compiono un atto che e' interamente contro la fede cristiana, non solo perche' queste persone sono tenute a passare tutta la loro vita con degli zingari, ma soprattutto perche' i loro figli rimarranno per sempre in schiavitu'. Un tale atto e' odioso a Dio, e contrario alla natura umana. Qualsiasi prete che ha avuto l'audacia di celebrare un tale matrimonio, che e' un grande atto malvagio ed eterno, verra' rimosso dal suo incarico e severamente punito". (Ghibanescu, 1921)

Coloro che in passato hanno scritto a proposito del trattamento degli schiavi hanno creduto, probabilmente per liberarsi la coscienza, che i Rom fossero effettivamente ben disposti a tale condizione. Lecca (1908) sosteneva che "una volta fatti schiavi... sembra preferissero quello stato", e Paspati (1861) si chiedeva se i Rom non fossero "di per se' predisposti volontariamente alla schiavitu'". Emerit (1930), dal canto suo, riteneva che "nonostante le punizioni che i proprietari di schiavi infliggevano a caso, gli zingari non provavano del tutto odio per questo regime tirannico, che di tanto in tanto aveva anche qualita' paterne".

Fu Bayle St. John (1853), che baso' il suo saggio interamente su cio' che aveva scritto Grellman e che (come il creatore di Carmen Bizet) non aveva mai incontrato un Rom in vita sua, che per primo scrisse che gli zingari erano "una razza molto bella, le donne in particolare. Queste formose, scure di pelle, bellissime donne, riescono a stupirci solo a pensare a come certi occhi, certi denti e tali figure possano esistere nell'atmosfera soffocante delle loro tende". Preoccupandosi pero' di aggiungere, secondo la morale pudica dell'epoca vittoriana, che era "dispiaciuto di dover ammettere la loro indole estremamente dissoluta". Al carattere lussurioso delle donne zingare accenna anche Celia Esplugas (1999): "La sfiducia nel comportamento morale degli zingari e' estesa al loro comportamento sessuale e gli uomini non Rom vengono attratti dal mistero di questa razza, dalla bellezza delle donne, e dal loro stile di vita molto libero".

La presunta mancanza di morale tra gli zingari e' stata esplicitata con veemenza nelle critiche alle loro pratiche sessuali che hanno sempre descritto un totale disinteresse per la decenza e il rispetto verso il corpo, in particolare da parte delle donne zingare. Per questo, in gran parte nell'arte, nella musica e nella letteratura del XIX secolo, la zingara e' stata caratterizzata da stereotipi quali lo spirito libero, forte, deviante, esigente, sessualmente eccitante, seducente, e indifferente ai sentimenti altrui [2]. Questa costruzione romantica della donna zingara puo' essere letta come una contrapposizione alla donna bianca, corretta, controllata, casta, e sottomessa come l'ideale vittoriano europeo richiedeva.



Certi atteggiamenti maschili, come quelli di St. John ed altri, cioe' di parlare della donna zingara senza averne mai incontrata una, sono ancora oggi presenti. Nel 1981, sulla rivista Cosmopolitan, e' apparso un articolo scritto dallo specialista in arti marziali Dave Lowry, dal titolo: "Che cosa si prova ad essere una ragazza zingara", dove mentre l'autore sostiene di aver consentito a una ragazza Rom, Sabinka, di raccontare la propria vita, e' chiaro fin dall'inizio che Sabinka e' Dave Lowry stesso. Un indizio per la motivazione che puo' spingere un uomo bianco adulto ad affrontare un tema del genere e' in primo luogo da riferirsi alla "libido maschile" e alle "fantasie erotiche senza fine".

Ma in nessun luogo la diffusione di questa immagine erotica della donna zingara e' piu' evidente come sul sito d'aste eBay, dove le "sexy camicette zingare" vengono offerte ogni giorno, pubblicizzate da procaci modelle dalle caratteristiche tutte Rom. Un altro sito, "La Zingara", informa il visitatore che gli zingari sono normalmente di pelle scura con audaci occhi lampeggianti, ma non e' raro trovarne dai capelli oro o cremisi... la maggior parte vivono in carri chiamati vardo, perennemente in viaggio... il fuoco e' il centro della vita familiare zingara... e tante altre piccole o grandi stronzate spacciate per verita'.

Due altri siti che forniscono dettagli del tutto inventati della cultura Romani, appartengono a Morrghan Savistr'i, una donna che si dichiara Rom nata in America, e Allie Theiss, una sedicente discendente dei Rom provenienti dalla Transilvania. Sul suo sito (adesso non piu' funzionante e in vendita, dato lo strepitoso successo avuto - ndr), la signora Savistr'i, affermava di essere una Maga del Caos e una Shuvani, la cui occupazione principale sarebbe stata quella di elaborare alcuni rituali Rom per la pulizia e la purificazione, piu' recenti e meno complessi di quelli tradizionali che per la maggior parte i Rom non sono in grado di fare a causa della scarsita' dei materiali, nonche' per la quantita' di tempo richiesta per svolgerli adeguatamente. La signora Savistr'i ci faceva anche sapere che aveva due gatti, di nome Fuzz Face e Mr. Pants, dei quali ci raccontava tutte quante le peripezie. Allie Theiss, invece, scrive libri di magia gitana e amore. Confessa al lettore di non sapere di dove i Rom siano originari (e' una che ha studiato molto - ndr), ma non importa quali siano le loro vere origini, perche' gli zingari sono apprezzati per le loro notevoli abitilita' psichiche e per il dono che hanno di attirare la buona fortuna, oppure per rovinare una vita con una maledizione. Tutti, dice la signora Theiss, sono nati con tale dono, ma cio' che rende innati i loro poteri e' il rapporto che hanno con la natura. Il loro legame con gli spiriti della vita all'aria aperta permette al loro dono di evolversi in modo naturale. Inoltre non vagano piu' per il mondo in una roulotte trainata da cavalli, ma si sono modernizzati e viaggiano in auto, in autobus e in aereo".

Tre libri che raccontano stupidita' piu' o meno simili sono: "Cuore zingaro" di Sasha White. (Puo' un uomo piegato alla sedentarieta' convincere una donna dallo spirito libero a rischiare il suo Cuore Zingaro? Attenzione: questo libro contiene immagini esplicite di sesso con linguaggio contemporaneo). Isabella Jordan: "Zingari, Vagabondi e Calore: un'Antologia del Romanzo Erotico" (Perdetevi negli occhi scuri e nella sfera di cristallo di un'amante zingara!) E infine la serie di Alison Mackie "Cronache zingare" ("In ogni letto matrimoniale che Tzigany de Torres costruisce insieme alla moglie, gitana, egli conferisce un fascino potente: quello che garantisce per una vita il piacere di fare l'amore...") E poi aggiunge: "Quello che mi qualifica a scrivere di zingari? Ebbene, ho avuto una tata andalusa che si chiamava Ahalita"; una giustificazione non infrequente tra gli scrittori bianchi che vogliono scrivere di non bianchi (si veda ad esempio Sue Monk Kidd: "La vita segreta delle api"). E' in questo modo che l'identita' Romani rimane ancora in gran parte controllata dal mondo non Romani, dal cinema di Hollywood e da romanzieri e giornalisti della domenica come quelli che ho citato.

In ogni caso, per concludere, che un'etichetta etnica possa essere metaforicamente applicata non e' necessariamente offensivo. Spesso puo' accadere, ma gli stereotipi non sono dannosi fintanto che sono riconosciuti come tali. E' noto infatti che nella filmografia i mafiosi non rappresentano tutti gli italiani, e che l'Italia ha dato anche Botticelli, Leonardo e Michelangelo. Oggi, con una maggiore copertura dei media e l'accesso a siti web informativi, l'ignoranza non puo' piu' essere usata come una giustificazione. La gente deve arrivare quindi a capire che il termine letterario "zingari" e' qualcosa di molto diverso dai Rom, la cui vera storia e' complessa e in costante movimento. Percio' le ragioni che portano alla perpetuazione inesorabile del mito della zingara in quanto oggetto di desiderio sessuale devono essere cercate altrove, ed esaminate a parte. Non per questo dobbiamo dire addio a Carmen, Esmeralda e alle loro sorelle di fantasia, pero' dovremmo riconoscerle per chi e per quello che realmente sono.

Note:

[1] E 'stata proprio questa consuetudine ad essere in gran parte responsabile del fatto che molti zingari sono ormai di pelle chiara. Tra le belle ragazze, le piu' gradite erano quelle di pelle piu' chiara e bionde, e le figlie indesiderate di queste unioni sessuali automaticamente diventano schiave, facendo aumentare nelle successive discendenze i tratti parne', rendendo sempre meno visibili quelli kale'.
[2] Il fascino per il mondo proibito e tabu' delle donne zingare, in musica e'caratterizzato al meglio con l'opera Carmen, che ne' e' l'immagine predefinita: gitana spagnola disponibile sessualmente e promiscua e nei suoi affetti.
Per il post mi sono liberamente ispirata alla lettura del libro di Ian Hancock: "Danger! Educated Gypsy: Selected Essays"

domenica, 13 gennaio 2013

Dossier - Nell’abbraccio del meridiano - PAUL CELAN


Oggetto:  Letture n.641 novembre 2007 - Dossier - Nell’abbraccio del meridiano -  PAUL CELAN


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PAUL CELAN


  
di Tonino Pintacuda
     

  
La tragica vicenda e la poetica di una delle voci più originali del Novecento. Romeno di lingua tedesca, il poeta ebreo cercava con i propri versi apparentemente impenetrabili di ridare voce alle vittime dello sterminio nazista.

Lo scrittore Paul Auster ha condensato in poche righe la sofferta biografia del poeta Paul Celan, pseudonimo di Paul Pessach Antschel: «Un ebreo nato in Romania che scriveva in tedesco anche se viveva in Francia, dove è morto suicida annegandosi nella Senna. Lui scriveva incessantemente perché il dolore e la rabbia hanno fatto diventare furiosa la sua poesia, che era una poesia ispirata dall’amarezza».

Amarezza e dolore per la Shoah, la "soluzione finale", lo sterminio sistematico del popolo ebraico decretato dai gerarchi nazisti nella conferenza di Wansee del 20 gennaio 1942. La tragica data attorno a cui ruota tutta l’opera di Celan che mai si riferisce direttamente all’evento, utilizzando la perifrasi «quello che è stato». La poesia di Paul Celan ha ribaltato il celeberrimo monito del filosofo Adorno: non solo la poesia dopo Auschwitz è possibile ma tutto, dopo i campi di sterminio, ci parla della Shoah.

Le nove raccolte di poesie segnano altrettante tappe: dalla poesia giocosa ed erotica degli esordi in cui il peso della memoria viene combattuto con la dolce pace del papavero, al progressivo riappropriarsi dell’eredità ebraica e della necessità di purificare l’amata lingua tedesca, la lingua madre, l’unica in cui il poeta poliglotta riesce davvero a esprimersi. Fondamentale è l’opera del 1967, la raccolta Atemwende "Svolta del respiro" che si apre con le ventuno poesie del ciclo Atemkristall "Cristallo di respiro".

Lo stesso Celan nel corso degli anni ha definito la sua poetica con una serie di metafore: soglia, stretta di mano, messaggio in bottiglia e, soprattutto, come meridiano che è «quello che può avviare il poema all’incontro».





Rendere testimonianza

Il 27 giugno 1942, alla vigilia della seconda ondata dei rastrellamenti nazisti, il ventiduenne Paul cercò invano di convincere i genitori a rifugiarsi con lui in un buon nascondiglio. Dopo aver litigato col padre, passò la notte fuori di casa. Al ritorno trovò la porta sbarrata. Non rivide mai più i genitori. Era stata proprio l’amatissima madre Fritzi a trasmettere al figlio l’amore per la lingua e la letteratura tedesca.

Molti critici si sono interrogati sulla scelta di scrivere in tedesco, la lingua dei nazisti, degli assassini dei suoi genitori. Soprattutto perché Celan parlava e scriveva correttamente in almeno sette lingue (rumeno, tedesco, ebraico, inglese, francese, russo, italiano), tanto che il critico George Steiner è arrivato perfino a ipotizzare che «tutta la poesia di Celan è tradotta in un metatedesco ripulito da ogni immondizia storico-politica», ma lo stesso Celan scrisse che non credeva affatto al bilinguismo in poesia, proprio perché «poesia vuol dire, fatalmente, unicità della lingua». La scelta di scrivere nella Muttersprache, nella doppia accezione di lingua materna e lingua della madre, è vitale. Solo in questa lingua il poeta può rincontrare la madre e farsi carico della sua «incontestabile testimonianza».

Un dialogo ininterrotto con la madre si snoda lungo vent’anni di poesie, nella prima raccolta La sabbia dalle urne del 1948, subito ritirata per errori tipografici e mai più ristampata, dove c’era la straziante "Schwarze Flocken": fiocchi di neve nera perché sporcata dalla cenere dei forni crematori dei Lager nazisti. Sotto quella nevicata nera la madre chiedeva al figlio poeta uno scialle: «Uno scialletto anche stretto, ch’io conservi / adesso, che tu a piangere impari, al mio fianco / l’angustia del mondo, che mai sarà verde, o figlio, per tuo figlio!». Concludeva il poeta: «Sanguinò, madre, via l’autunno da me, mi bruciò la neve: / cercai il mio cuore, ché piangesse, trovai l’alito, ah, dell’estate. / Era come te. // Mi venne da piangere. Tessei lo scialletto».

Il dialogo riprenderà nella prima delle ventuno poesie del ciclo Atemkristall: sono passati vent’anni da quella notte del 1942. Il poeta ha smesso di autodefinirsi il partigiano dell’assolutismo erotico della carica vitale della prima raccolta, dove abbondano, accanto a immagini intimamente legate alla Shoah, canti d’amore. È stato un cammino faticoso, dopo Papavero e Memoria, il poeta con le successive raccolte Di soglia in soglia, Grata di parole e soprattutto in La rosa di nessuno ha affrontato i suoi fantasmi grazie all’incontro con la moglie Gisèle de Lestrange e con la poesia di Osip Mandel’štam. Nel poeta ucciso dalle purghe staliniane Celan ha trovato un fratello come emerge nella vibrante "Es ist alles anders": «[...] il nome Osip ti viene incontro, tu gli racconti / quel che sa già, lo prende, te lo prende, con mani / tu gli stacchi il braccio dalla spalla, il destro, il sinistro, / attacchi i tuoi al posto loro, con mani, con dita, con linee...».

Celan traduce Mandel’štam dal russo al tedesco e, facendolo, condivide con lui il proprio dolore, dolore suo e dolore di tutti i popoli che soffrono nelle zone grigie delle ideologie. Anche per Mandel’štam la poesia va in cerca di un "tu" con cui dialogare e a cui affidare il peso del rendere testimonianza per quei nessuno che non possono più farlo.





Cercando una svolta

Il poeta ha progressivamente preso coscienza dell’esigenza di rendere testimonianza, ha smesso di inseguire i sogni d’amore effimero dopo aver incontrato il grande amore nell’affascinante disegnatrice francese Gisèle de Lestrange, con lei ha compiuto il passaggio da una soglia all’altra, grazie al suo amore ha potuto dissipare quel silenzio che invocava nei poteri obnubilanti del papavero. Con lei ha avuto il coraggio di affrontare quella sabbia che aveva cercato di rinchiudere nelle urne della primissima raccolta. Ed è proprio Gisèle a illustrare nel 1965 l’edizione limitata del ciclo Atemkri-stall, poi confluito nel 1967 come prima sezione di Atemwende.

Cos’è il cristallo di ghiaccio? Perché è così importante all’interno dell’opera celaniana? Occorre affrontare gradualmente la metafora respiratoria, così come si fa strada nelle ventuno poesie che raggiungono la vetta del poetare celaniano.

Nel 1960 l’Accademia tedesca di lingua e letteratura di Darmstadt gli ha conferito il prestigioso Premio Büchner, in occasione del quale il poeta ha pronunciato il discorso "Il meridiano" che è stato opportunamente definito la più ardua dichiarazione di poetica del Novecento. Il poeta parte dall’opera di George Büchner che ampio spazio aveva dedicato alla riflessione sull’Arte e la Poesia. Soprattutto il poeta si concentra sulla coincidenza della data: il protagonista della novella Lenz si mette in cammino proprio il 20 gennaio, la stessa data della conferenza in cui fu decretata la "soluzione finale". Una coincidenza che innesca una serie di riflessioni che sfociano nell’idea assoluta della Poesia che va incontro al mondo e agli uomini, in un abbraccio che riecheggia quello che ogni meridiano compie idealmente nel globo terrestre: «Trovo qualcosa che è – come la lingua – immateriale, eppure è terrestre, planetario, qualcosa di circolare, che ritorna a se stesso attraverso entrambi i poli e facendo questo interseca persino i tropici: trovo... un Meridiano».

È allora possibile costituire una comunità d’uomini che si prendano carico del messaggio che la poesia porta con sé, una staffetta in cui riuscire a dar voce a coloro che non ebbero nemmeno il privilegio di una tomba. Il mezzo diventa allora una catena respiratoria: il messaggio corre di bocca in bocca nell’attimo della svolta del respiro, nell’istante tra espirazione e inspirazione. Prima però il poeta deve cercare il primo respiro, quello che innescherà l’intero processo: il cristallo di respiro.




Con la moglie Gisèle de Lestrange.

Il cristallo di respiro

Protagonisti del ciclo Atemkristall sono un imprecisato Io e un Tu. Il filosofo Hans George Gadamer intuì la centralità del ciclo dedicandogli una monografia intitolata Chi sono io, chi sei tu ma con molti punti deboli, derivati dai presupposti teorici dell’ermeneutica gadameriana. Ben più appropriata appare la dettagliata lettura compiuta da Giuseppe Bevilacqua e confluita nelle sue Letture celaniane. Secondo Bevilacqua il Tu del ciclo è identificabile con una figura femminile che è anche la trasfigurazione della madre del poeta.

Nella prima poesia l’Io accetta il pasto di neve che il Tu gli offre. Inizia il recupero di un tempo perduto tra il sogno e la veglia della seconda poesia in cui l’Io scava con dita tremanti. Nel terzo poema l’Io e il Tu sono fusi in un Noi. Scavare non è stato inutile, il Tu ha pressato un Verbo, riferimento all’usanza ebraica di tenere sulla soglia alcuni brani della Torah in una cassetta. Con pugni tremanti l’Io ha smantellato il tetto della casa in cui il Tu era rinchiuso.

Il quarto componimento inaugura la serie delle immagini acquatiche con «fiumi» che diverranno nel prosieguo «rapide della tristezza». L’Io getta una rete per ripescare il tempo perso dopo quella irrimediabile notte, la notte dell’estate del 1942 quando i nazisti gli portarono via la madre. La rete viene aggravata dal Tu con pietre. Pietre per i morti nell’aria, morti che la rete deve ripescare andando più in profondità. L’Io si dispone




davanti al volto del Tu, riaffiora da un passato sepolto il ricordo di notti che cambiarono per sempre sia l’Io che il Tu.

Nelle rapide della tristezza scivolano quaranta tronchi di vita scorticati: sono gli anni del poeta e gli anni della madre, 47 ne aveva lei nel 1942, 47 ne ha adesso il poeta. Conquistare il ricordo del Tu si rivela faticoso, diventa un pensiero fisso, quasi una premessa a quegli attacchi di cefalea che affliggeranno Celan nell’ultimo anno di vita. Il ricordo martella, continuando diverrà tenaglia. Le immagini sono sempre più fisiche: il ricordo si va addensando e l’Io trova in esso la forza per rivelare che cos’è che va cercando: prima di tutto una riappacificazione postuma con il tumadre, che si manifesta in una «benedizione pietrificata» da conquistare nelle «ombre della mano». Guadagnata la benedizione, l’Io trova la forza di continuare la sua discesa.

L’Io si dedica adesso a uno «scavare bianco e grigio», il colore proprio della neve sporcata dalla marcia dei disperati che entravano nel campo di concentramento, lì, oltre il fiume. Su tutto un orecchio mozzato ascolta, il padrone dell’orecchio può ascoltare senza spingersi oltre, il suo occhio non ha libertà di vedere, è tagliato a strisce dalle fessure dei vagoni piombati e da lì assiste impotente.

Ritorna il dolore alle tempie, diventato ora tenaglia in un cranio in cui i capelli non diventeranno grigi, è il cranio del Tu, dove si fermò per sempre l’inevitabile resto del sonno.

Si ripresenta il luogo natio deformato ora dal ricordo della morte, non è più la Terra del pane, ma una terra dove la grandine cade in uno scenario mortifero, sulla pannocchia attaccata già dal carbonchio. C’è pure un riferimento al tempo: è novembre, ci sono «severi astri nel cielo». Al poeta non resta che snocciolare il suo personalissimo rosario: i «conversari dei vermi intrecciati nel filo del cuore». Filo che diventa la corda del segno zodiacale dell’Io e del Tu: il Sagittario, l’arciere dello zodiaco. Dal filo del cuore fattosi corda d’arco, il Tu può scoccare «freccia e sentenza».

Nel tredicesimo componimento il poeta accetta questo fardello, accetta di rimanere immobile lì, nella «gran cicatrice dell’aria», la ferita insanabile della Shoah, lo accetta solo per il Tu. Il Tu ha colpito l’Io nella sua veglia, è arrivato suonando il suo corno d’ariete. Ed ecco che sulle immagini di flusso appare un traghetto che tragitta ciò che fu letto fino a straziarsi, palese riferimento alla lettera che la




madre riuscì a far arrivare a Paul dal campo di concentramento, con cui comunicava l’avvenuto decesso del marito.

Si fanno spazio nel ciclo i veri protagonisti: i perseguitati. Infilati nei vagoni in condizioni disumane in una notte troppo lunga in cui attraversarono chilometri di ferro verso la loro ultima destinazione. Su questo squallore «grigionero» risplendono «filamenti di sole». L’io-poeta deve cantare per loro, deve illuminare il loro buio. Nella diciassettesima poesia abbiamo la conferma che si tratta dei vagoni piombati dei deportati, quei vagoni che si fermavano dinnanzi all’ultima beffa: «Il lavoro rende liberi». Portarono via anche il tu-madre, ma a differenza degli altri, il Tu era destinato per nascita all’altra fonte, alla fonte della memoria. Il riferimento è alle due fonti del mito: Lete e Mnemosyne.

La poesia successiva è la perfetta raffigurazione geologica della cava di pietra che accoglieva gli ebrei provenienti da Czernowitz, come ha opportunamente notato Bevilacqua. Lì, abbeverandosi alla fonte della memoria, il Tu pronunziò la sua parola, vera e chiara. Spetta all’Io recuperare questa parola-testimonianza, una parola che erutta dal tempo come lava, parola che si oppone alla «ciurmaglia delle anti-creature». Parola che si oppone ai canti pomposi, parola che muove maree come la luna, parola che forma crateri che rivelano le nascite regali, l’origine regale di quel popolo che tentarono di cancellare dal mondo e dalla Storia. La poesia del poeta deve trovare la stessa forza.

Nel penultimo componimento, nello spazio chiuso tra due parentesi si consuma il senso dell’avvenuto riconoscimento. L’Io conosce il suo interlocutore, l’ha ritrovata, ne ha riconquistato il volto. È la madre, colta nella posa tipica delle "pietà" michelangiolesche: «Tu sei colei che sta ricurva, io, il trafitto, ti sono soggetto». Avviene una totale inversione, spetta ora alla madre sostenere l’io-figlio trafitto da quel dolore mai sopito, da quella benedizione mancata. Deve essere lei a mostrare il luogo «dove divampa un verbo che sia di entrambi testimonianza». Ecco il fine e il senso del ciclo, conquistare questa parola-testimonianza che valga per entrambi i protagonisti del ciclo. Ed ecco la conclusione: «Corrosa e scancellata / dal vento radiante della tua lingua / la chiacchiera versicolore / dei fatti vissuti – / la linguacciuta miapoesia, la nullesia.// Dal / turbine / aperto / il passo attraverso le umane forme/di neve – neve di penitenti, / fino alle accoglienti stanze / dei ghiacciai, ai deschi. // In fondo / al crepaccio dei tempi, / presso il favo di ghiaccio / attende, cristallo di respiro, / la tua irrefutabile/ testimonianza».

S’è compiuto il processo che ha mutato il senso e il destino del poetare celaniano, quel processo iniziato con l’incontro con Osip Mandel’štam è giunto a conclusione. Questo ciclo ha rappresentato una discesa attraverso la neve sino alle accoglienti stanze di




ghiaccio, in fondo al crepaccio dei tempi attendeva il cristallo di respiro, la testimonianza fattasi ghiaccio in cui si addensano tutte le lacrime dei morti nell’aria, tutti gli ebrei trucidati aspettano lì, in un cristallo di ghiaccio. Un cristallo che ha sempre, qualunque sia la sua configurazione, sei punte, come la stella di Davide, la stella gialla degli ebrei.

Chi accetta e chi rifiuta

Si sono confrontati con la poesia di Paul Celan interpreti eccellenti come il filosofo della Scuola di Francoforte T. W. Adorno, il filosofo Emmanuel Lévinas, il decostruzionista Jacques Derrida, il già menzionato Gadamer, e soprattutto Martin Heidegger.

L’incontro con Heidegger rappresenta un momento particolarmente significativo nel percorso celaniano: Celan apprezzava la filosofia di Heidegger ma non poteva accettare che il grande filosofo avesse appoggiato il nazismo. Per questo quando si presentò l’occasione di un incontro, il poeta non volle mancare. L’incontro avvenne nella baita del filosofo, dopo una lettura di poesie a Friburgo, nel 1967, lo stesso anno della pubblicazione di Atemwende. Celan non poteva assolutamente accettare il pesante silenzio di Heidegger circa il suo precedente appoggio al nazismo: un suo lettore così insigne aveva tenuto sulla giacca la spilletta nera con la croce uncinata. Heidegger, dal canto suo, non poteva rinnegare il suo pensiero pronunciando una secca condanna alle sue precedenti posizioni. Il confronto-scontro si gioca sulla mancata distinzione, in entrambi, tra pensiero e vita. Vita e pensiero erano per loro inscindibili, uniti indissolubilmente nei loro scritti. Da qui il fermo rifiuto alla richiesta di immortalare con una foto quello storico incontro poi eternizzato da Celan nella poesia "Todtnauberg", vera e propria trascrizione in versi dell’evento. Si trattava di un’amara coerenza, con gli altri e con se stessi. Coerenza soprattutto con i propri scritti.





Il dialogo mozzato del poeta e del grande pensatore, due figure di primissimo piano della cultura del Novecento, assume lo stesso altissimo valore dei tre viaggi a Siracusa di Platone: la teoria che tenta di incarnarsi, la riflessione che si confronta con il fare. Il poeta ha l’occasione di un confronto diretto col filosofo di cui ha sempre apprezzato l’acume ma a cui non può perdonare l’appoggio al regime nazista. Resta però tutto nello spazio del non detto, nella reciproca attesa di un tempo in cui tutto si chiarirà, nello spazio di un’ipotetica «parola ventura». S’incontreranno nuovamente, nel 1970, poco prima del suicidio, in quell’occasione Heidegger dirà: «Celan è malato – e non esiste cura».

Ben più proficuo l’incontro con la poetessa Nelly Sachs, come emerge dalla corrispondenza epistolare iniziata nel 1954, in cui centrale diviene la riflessione sull’ebraismo, significativa in questa direzione è la poesia dedicata all’incontro a Zurigo: «Del tuo Dio si parlò, io dissi cose / contro di lui, lasciavo / al cuore ch’era in me / di sperare: / nella sua / suprema e rissosa, nella sua, / rantolante, parola».

A quel Dio Celan avrebbe voluto chiedere il senso di quello che fu deciso il 20 gennaio, ma riesce solo a intonare un vibrante contro-salmo: lo scranno di Dio è vuoto, lasciato vuoto come il posto a tavola che si riserva al profeta Elia nel giorno ebraico della Pasqua. Un vuoto che non può riempirsi, se ne può solo prendere atto: «Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango, / nessuno insuffla la vita alla nostra polvere. / Nessuno. // Che tu sia lodato, Nessuno. / È per amor tuo / Che vogliamo fiorire / incontro a / te. // Noi un Nulla / fummo, siamo, resteremo, fiorendo: / la rosa del nulla, / la rosa di Nessuno. // Con / lo stimma anima-chiara, / lo stame ciel-deserto, / la corona rossa / per la parola di porpora / che noi cantammo al di sopra, / ben al di sopra, della spina». Ma l’amarezza del suo "Salmo" non impedì al poeta di compiere un viaggio a Gerusalemme. Da quei diciassette giorni dell’ottobre del 1969, Celan trasse una serie di poesie, pubblicate postume, tra esse spicca "Denk dir", che inizia: «Pensa: il soldato di Masada, impaludato, si procura patria, nel modo / che mai potrà essergli tolto / contro / ogni spina nel reticolato». Un’ideale continuità tra la resistenza degli ebrei alla conquista romana nel 70 d.C. e quella patria, Israele, che appariva finalmente una conquista reale. Il viaggio a Gerusalemme non è affatto casuale ma «una tappa obbligata, inscritta nel destino personale del poeta, che conclude idealmente l’intero percorso biografico e intellettuale di tutta una vita», come ha scritto Francesco Camera.





Nemmeno un anno dopo, presumibilmente il 20 aprile del 1970, Paul Celan si suicida gettandosi dal ponte Mirabeau nelle acque della Senna. Il cadavere venne ritrovato da un pescatore solo il primo maggio. Postume escono tre raccolte di poesie che aveva portato a termine prima della morte: nel 1970 Lichtzwang (Luce coatta); nel 1971 Schneepart (Parte di neve) e nel 1976 Zeitgehöft (Dimora del tempo).

In una poesia della Rosa di nessuno aveva consegnato al figlio Eric una vitale eredità di speranza: «Ho tagliato bambù: / per te, figlio mio. / Ho vissuto. // Codesta, che domani sarà / altrove, capanna, ora / regge. // Non diedi mano a costruirla: tu / non sai in quali / vasi io misi, anni addietro, / la sabbia che mi stava intorno, / per ordine e decreto. La tua / nasce libera – libera / rimane. // La canna, che prende piede qui, domani / s’innalza pur sempre, ovunque / l’anima ti possa spingere fuori / d’ogni vincolo».

Tonino Pintacuda
  

Luce coatta, conseguito silenzio
Opere di Celan
Gesammelte Werke in sieben Bänden, a cura di B. Alleman e S. Reichert, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1983, 1992.
Traduzioni italiane

Poesie, traduzione di M. Kahn e M. Bagnasco, Mondadori, Milano 1976.
Luce coatta e altre poesie postume, traduzione di G. Bevilacqua, Mondadori, Milano 1983.


La verità della poesia, traduzione di G. Bevilacqua, Einaudi, Torino 1993.
Scritti rumeni, a cura di M. Mincu, traduzione di F. Del Fabbro, Campanotto, Udine 1994.
Di soglia in soglia, traduzione di G. Bevilacqua, Einaudi, Torino 1996.
Poesie, traduzione e saggio introduttivo di G. Bevilacqua, Mondadori, Milano 1998.
Conseguito silenzio, traduzione di M. Ranchetti e J. Leskien, Einaudi, Torino 1998.
Sotto il tiro di presagi, traduzione di M. Ranchetti e J. Leskien, Einaudi, Torino 2001.
Tra le monografie italiane segnaliamo l’indispensabile Letture celaniane di Giuseppe Bevilacqua pubblicato dall’edizioni Le Lettere, Francesco Camera e il suo Paul Celan. Poesia e religione edito dal Melangolo, e il recente volume di Camilla Miglio, Vita a fronte. Saggio su Paul Celan, edizioni Quodlibet.

t.p.

  
La vita, la malattia, il suicidio
1920 Paul Pessach Antschel nasce il 23 novembre a Czernowitz (oggi Cernovcy), in Bucovina. È l’unico figlio di Fritzi Schrager e Leo Antschel.
1926-27 Scuola elementare tedesca.
1927-30 Scuola elementare ebraica.
1930-35 Ginnasio statale rumeno.
1934 Bar Mizwà.
1935-38 Ginnasio statale ucraino. Le lezioni si svolgono in tedesco.
1937-1938 Sono di questi anni le prime poesie che si siano conservate.
1938 Giugno. Esame di maturità. 9-10 novembre viaggio a Parigi, passando per Cracovia e Berlino. Poi facoltà di Medicina a Tours.
1939 Luglio. Ritorno a Czernowitz. Settembre. Corso di laurea in Romanistica presso la facoltà di Lettere.





1940 20 giugno L’Armata Rossa entra a Czernowitz. Estate. Paul conosce l’attrice Ruth Lackner. Settembre. Corso di laurea in Romanistica e Slavistica.
1941 5-6 luglio Czernowitz è occupata dalle SS. Vengono uccisi oltre 3.000 ebrei. 11 ottobre Viene costituito il ghetto di Czernowitz. Prime deportazioni in Transnistria. Paul svolge lavoro forzato in città.
1942 Giugno. Seconda ondata di deportazioni. Il 27 giugno Paul cerca di convincere invano i genitori a riparare con lui in un buon nascondiglio. Dopo aver litigato col padre, passa la notte fuori di casa. Al ritorno trova la porta sbarrata. Non rivedrà mai più i genitori. Luglio. Lavoro forzato sulla rete stradale di Tabarasti, nella Moldavia meridionale. Autunno-inverno. Morte del padre, poi della madre nel campo di concentramento di Michailovka, a est del Bug.
1944 Lavora come assistente in una clinica psichiatrica. Si iscrive poi alla facoltà di Anglistica, e ordina le sue prime poesie in due raccolte, donate a Ruth prima della partenza da Czernowitz.
1945 Aprile. Paul lascia Czernowitz alla volta di Bucarest. Diventa redattore e traduttore presso la casa editrice Cartea Rusa.
1947 2 maggio. Todesfuge viene pubblicata in traduzione rumena (Tangoul mortii) con lo pseudonimo "Paul Celan". Metà dicembre. Fuga a Vienna.
1948 Gennaio. Incontro con Ingeborg Bach-mann con cui inizia una relazione d’amore. Febbraio. Diciassette poesie vengono pubblicate dalla rivista viennese Plan. Luglio. Si trasferisce a Parigi. Settembre. Esce Der Sand aus den Urnen (La sabbia dalle urne) di cui chiede il ritiro del libro. Inizia gli studi di germanistica e di linguistica alla Sorbona.
1949 Conosce il poeta Yvan Goll che morirà il 27 febbraio 1950.
1950 Conseguimento della licenza alla Ens. Pubblicazione degli aforismi Gegenlicht (Controluce).
1951 Novembre. Incontro con la disegnatrice grafica Gisèle de Lestrange (1927-1991), la sposerà un anno dopo.
1952 Maggio. Celan è in Germania per la prima volta dopo il 1938. Legge le sue poesie all’incontro del Gruppo 47 a Niendorf sul Baltico. Rivede Ingeborg Bachmann. Esce la sua prima raccolta Mohn und Gedächtnis (Papavero e memoria).
1953 Contatti con vari personaggi della cultura francese, fra cui René Char. A ottobre nasce il primo figlio, François, che muore poche ore dopo la nascita. La vedova di Yvan Goll avvia una prima campagna diffamatoria nei confronti di Celan, calunniandolo per un presunto plagio.
1954 Traduzioni di varie opere altrui, fra cui il Sommario di decomposizione di Cioran, che sarà fra gli ultimi amici del poeta, fino alla morte. Inizia un lungo carteggio epistolare con la poetessa Nelly Sachs.
1955 Cittadinanza francese. Nasce il figlio Eric. Pubblicazione di Von Schwelle zu Schwelle (Di soglia in soglia). Continua l’intensa attività di traduttore.




1956 Premio letterario del Circolo culturale dell’Associazione federale degli industriali tedeschi.
1957 Sempre più frequenti inviti in Germania, per alcune letture di poesie.
1958 Premio letterario della Città di Brema.
1959 Inizia il lavoro come lettore di lingua tedesca all’Ens, che proseguirà fino alla morte. Continua l’attività di traduttore (importanti le traduzioni da Mandel’štam e Valery) e pubblica Sprachgitter (Grata di parole).
1960 Nuove accuse di plagio da parte di Claire Goll. Incontra Nelly Sachs, ricoverata a Stoccolma in clinica psichiatrica. In ottobre riceve il Premio Büchner, in occasione del quale pronuncia il discorso "Der Meridian" ("Il meridiano").
1962 Primo ricovero psichiatrico.
1963 In autunno, pubblica Die Niemandsrose (La rosa di nessuno).
1964 Grosser Preis della regione Nord-Westfalia.
1965 Nuovi soggiorni in clinica psichiatrica. Al Goethe-Institut di Parigi viene esposta l’edizione di lusso di Atemkristall.
1967 Nuovo aggravamento delle condizioni psichiche, decide di andare a vivere da solo. A luglio tiene una lettura di poesie a Friburgo e incontra Martin Heidegger nella sua baita a Todtnauberg. In autunno esce Atemwende ("Svolta del respiro").
1968 Durante i moti studenteschi parigini, dopo un’iniziale appoggio si dissocia. In autunno pubblica Fadensonnen (Filamenti di sole), l’ultima silloge edita in vita.
1969 Ulteriori soggiorni in clinica. A metà anno, pubblica Schwarzmaut (Pedaggio al nero), una plaquette illustrata con acquerelli. A fine anno, viaggio in Israele.
1970 Ultime letture pubbliche di poesie, fra cui una a Friburgo. Tra gli ascoltatori vi è Heidegger. Presumibilmente il 20 aprile, si suicida gettandosi dal ponte Mirabeau nelle acque della Senna. Postume escono tre raccolte di poesie, che Celan aveva portato a termine prima della morte: nel 1970 Lichtzwang (Luce coatta); nel
1971 Schneepart (Parte di neve) e nel 1976 Zeitgehöft (Dimora del tempo).

Federico La Sala, Nascita, battesimo e genitorialità

AL DI LA' DELL'ORDINE SIMBOLICO DI "MAMMONA" E DI "MAMMASANTISSIMA"!  LA "SACRA FAMIGLIA" DELLA GERARCHIA CATTOLICO-ROMANA E’ ZOPPA E CIECA: IL FIGLIO HA PRESO IL POSTO DEL PADRE "GIUSEPPE" E DELLO STESSO "PADRE NOSTRO" ... E CONTINUA A "GIRARE" IL SUO FILM PRE-ISTORICO PREFERITO, "IL PADRINO"!!!
QUALE BATTESIMO? QUELLO DEL FIGLIO DI "ADAMO ED EVA" O DI "MARIA E GIUSEPPE"? Una nota di don Giuseppe Dossetti - con alcuni appunti
(...) come il primo mondo uscito all’inizio dalle mani di Dio e violato poi dal peccato, aveva un capo e delle membra, Adamo e i suoi discendenti, così il nuovo mondo, la nuova creazione scaturita da questa notte pasquale, ha un nuovo capo e nuove membra: il capo, il Cristo risorto (...)

a c. di Federico La Salabambina.jpeg

 

 

 

 

Materiali sul tema:
COSTANTINO, SANT’ELENA, E NAPOLEONE. L’immaginario del cattolicesimo romano.
FEDE E CARITA’ ("CHARITAS"): CREDERE "ALL’AMORE" ("CHARITATI"). Enzo Bianchi si domanda "come si può credere in Dio se non si crede nell’altro?", ma non si rende conto che è il quadro teologico costantiniano e mammonico che va abbandonato!
PIRANDELLO E LA BUONA-NOVELLA. DALL’ITALIA, DALLA SICILIA, DA AGRIGENTO, DA BONN, DA ROMA, DA MILANO, DA NAPOLI, DA SAN GIOVANNI IN FIORE, E DA GERUSALEMME: UN "URLO" MAGISTRALE PER BENEDETTO XV ... E BENEDETTO XVI. Basta con la vecchia, zoppa e cieca, famiglia cattolico-romana, camuffata da "sacra famiglia"!!!
L’ITALIA E L’ANNO DELLA VERGOGNA (1994): L’ALLARME DI DON GIUSEPPE DOSSETTI E IL SILENZIO GENERALE SULL’INVESTITURA ATEO-DEVOTA DEL "NUOVO" PRESIDENTE DELLA "REPUBBLICA" ("FORZA ITALIA").
VIVA L’ITALIA!!! LA QUESTIONE "CATTOLICA" E LO SPIRITO DEI NOSTRI PADRI E E DELLE NOSTRE MADRI COSTITUENTI. (fls)
_______________________________________________________________________________________
Il battesimo
di G.Dossetti (dalla Omelia del sabato di Pasqua - 1970)
“Una sola cosa diciamo: un ulteriore commento lo faremo in un atto di potenza, tra pochi istanti, con la celebrazione del rito del battesimo che è rito di potenza, con il quale nel nome del Signore, in Cristo risorto, per la potenza dello Spirito, la comunità della Chiesa che siamo tutti noi genera alla vita divina un nuovo figlio.
Battezzeremo adesso un piccolo con la nuova acqua battesimale fecondata dalla potenza dello Spirito del Signore risorto. E’ questa, per eccellenza, l’ora messianica, nella quale viene compiuta veramente la nuova creazione. Come l’antica creazione, come il primo mondo uscito all’inizio dalle mani di Dio e violato poi dal peccato, aveva un capo e delle membra, Adamo e i suoi discendenti, così il nuovo mondo, la nuova creazione scaturita da questa notte pasquale, ha un nuovo capo e nuove membra: il capo, il Cristo risorto; le membra, i figli rigenerati dall’acqua del battesimo fecondata dalla potenza del suo Spirito effuso attraverso la sua passione e la sua risurrezione.
E noi ci dobbiamo sempre più abituare - ed ecco il commento nel rito di potenza che compiremo adesso - a vedere questa notte pasquale non solo come la notte in cui Cristo è risorto, ma la notte in cui viene al mondo un uomo nuovo, un uomo diverso da quello che viene generato secondo la carne e il sangue.
Il bimbo che fra poco battezzeremo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, generato dai suoi genitori è carne e soffio vitale, ma generato dall’acqua scaturita dal costato di Cristo, nella potenza del battesimo della sua morte e della sua risurrezione, è carne e Spirito Santo. Il suo destino umano sarebbe la morte, il destino divino che viene suggellato su di lui dal risorto presente tra noi e tra noi operante è la vita e la vita divina. Ecco allora quello che non noi, ma il Signore presente tra di noi opererà tra poco.”


Venerdì 11 Gennaio,2013 Ore: 19:49
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Commenti
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Autore    Città    Giorno    Ora
Federico La Sala    Milano    12/1/2013    12.57
Titolo:GENITORIALITA' SECONDO LO SPIRITO, NON SECONDO NATURA
"I bambini crescono bene anche nelle famiglie gay"

la svolta della Cassazione

di Elsa Vinci (la Repubblica, 12 gennaio 2013)

Basta pregiudizi. «Un bambino può crescere in modo sano ed equilibrato anche con una coppia omosex, non vi sono certezze scientifiche o dati di esperienza che provino il contrario». La sentenza, definita «storica» dall’Arcigay, è quella con cui la Corte di Cassazione ha legittimato l ’affido di un bimbo a una coppia formata da due donne. La presidente della prima sezione civile, Maria Gabriella Luccioli, aveva aperto il solco della giurisprudenza nel marzo dell’anno scorso, quando sancì che «i gay hanno diritto a una vita familiare». Adesso afferma quanto «il mero pregiudizio possa essere dannoso per lo sviluppo di un minore».

Così è stato respinto il ricorso di un padre musulmano. L’uomo, un egiziano che vive a Brescia, si era rivolto alla Suprema Corte per contestare la sentenza d’appello che nel luglio 2011 aveva affidato la figlia alla ex compagna. Il padre lamentava che la donna fosse andata a vivere con una assistente sociale della comunità per tossicodipendenti in cui, anni prima, era andata a disintossicarsi. «Non è idoneo per mia figlia essere educata in un contesto formato da due donne legate da una relazione omosessuale», contestava. Proprio lui che si era allontanato dalla bimba quando aveva solo 10 mesi, si è messo a invocare l’articolo 29 della Costituzione e, sottolineando di essere musulmano, il diritto del minore ad essere educato secondo i principi religiosi di entrambi i genitori.

La Corte gli ha ricordato che con la sua condotta violenta - aggrediva l’ex compagna - è stato lui piuttosto a turbare la figlia. Poi si è sottratto agli incontri protetti con la piccola e ha assunto «un comportamento non improntato a volontà di recupero e poco coerente con la richiesta di affidamento condiviso». Sulla relazione omosessuale dell’ex convivente, la Cassazione ha sottolineato come «alla base delle doglianze del ricorrente non sono poste certezze scientifiche o dati di esperienza, ma solo mero pregiudizio». Insomma «si è dato per scontato ciò che invece è da dimostrare». Maria Gabriella Luccioli, prima donna a essere nominata presidente di sezione della Suprema Corte, è nota per importanti innovazioni nel diritto di famiglia.

Esultano le associazioni omosex, ma restano divisi i politici. E c’è lo sconcerto della Conferenza episcopale: «Non si può costruire una civiltà sui tribunali», dice monsignor Domenico Sigalini, presidente della commissione Cei per il Laicato. Scontate le critiche di Carlo Giovanardi e Maurizio Gasparri del Pdl, ma da un altro esponente del Popolo della libertà, Giancarlo Galan, arriva un giudizio opposto. «Questa sentenza è un passo avanti - dice - Perché lo Stato laico deve ascoltare i cittadini e nessun altro».

Per Ignazio Marino, del Pd, la Corte ha sancito un principio di civiltà: «La capacità di crescere un figlio non è prerogativa esclusiva della coppia eterosessuale ma riguarda anche gli omosessuali e i single. L ’importante è che l’adozione venga disposta nell’interesse del minore». Non è favorevole il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, che auspica però «maggiore tutela per le coppie di fatto». Contrario anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che nello specifico tuttavia giudica la sentenza «sacrosanta». Medici e specialisti invitano a valutare di volta in volta ma il Movimento italiano genitori invoca «i principi di natura». Mentre la polemica si infiamma, le associazioni omosessuali chiedono alla futura maggioranza di legiferare in merito.

In Europa l’adozione per gli omosessuali è legale in diversi paesi: Gran Bretagna, Spagna, Svezia, Belgio, Olanda. Nel 2008 la Corte di Strasburgo ha stabilito infatti che anche i gay hanno diritto alla genitorialità, lasciando ai paesi dell’Unione la libertà di decidere. Le legislazioni restano molto diverse.
Autore    Città    Giorno    Ora
Federico La Sala    Milano    12/1/2013    13.56
Titolo:L'INTERESSE DEL BAMBINO ....
L’interesse del bambino

di Carlo Rimini (La Stampa, 12 gennaio 2013)

Leggendo in controluce la sentenza della Cassazione depositata ieri, si vedono immagini di profonda sofferenza. Sono frammenti interrotti: non un racconto dettagliato, perché la Cassazione non ha il compito di ricostruire i fatti, ma solo quello di interpretare il diritto e applicarlo ai fatti già accertati nei precedenti gradi del giudizio.

Le parti sono i genitori non sposati di un bambino. La madre è stata tossicodipendente ma ha superato il suo problema con l’aiuto di un’altra donna alla quale si è legata fino ad iniziare con lei una convivenza, scoprendo una nuova dimensione della propria sessualità.

In un altro fotogramma la Cassazione descrive la sofferenza e la rabbia del bambino che ha assistito alla violenta aggressione del padre verso la compagna e convivente della madre: l’uomo non poteva accettare, anche per ragioni culturali e religiose, che suo figlio crescesse con due donne e non ha trattenuto le mani.

Il tribunale ha cercato di raccogliere i cocci: ha previsto che il padre e il bambino potessero incontrarsi solo alla presenza degli operatori dei servizi sociali fino a che il bambino non avesse riacquistato fiducia nel papà e quest’ultimo non avesse dato prova di saper controlla la sua ira.

Ma il padre non si è adeguato al progetto e si è rivolto alla corte d’appello: due donne, ha affermato, non possono crescere suo figlio. E perché no? Il giudice valuta solo l’interesse del bambino sulla base dei fatti e cerca di proteggerlo da ciò che può compromettere la sua serenità.

L’unica cosa che è apparsa sicura al giudice è che un padre rabbioso che alza le mani contro una donna di fronte a suo figlio non è un genitore idoneo. La convivenza omosessuale della madre non è in sé rilevante, sino a che non si traduce in comportamenti dannosi per il bambino. Lo stesso principio era già stato affermato dal tribunale di Napoli nel 2006 e dal tribunale di Bologna nel 2008. La corte d’appello ha quindi confermato la sentenza del tribunale e ha affidato il bambino alla mamma.

Il padre, non convinto, si è rivolto alla Cassazione. Ma nel nostro ordinamento, l’accertamento dell’interesse del minore è una valutazione dei fatti riservata ai giudici di primo e di secondo grado, la cui valutazione non può essere modificata dalla Cassazione. L’esito era quindi scontato: il ricorso è inammissibile. La madre non si è neppure curata di difendersi.

È tuttavia interessante la motivazione della sentenza della Cassazione: non si limita a dire - come generalmente avviene in questi casi - che il padre ha chiesto una nuova valutazione dei fatti, improponibile dopo la sentenza d’Appello, ma sottolinea che la tesi per cui la crescita di un bambino in una famiglia composta da due donne legate da una relazione omosessuale non garantisce lo sviluppo di un bambino non è sorretta da certezze scientifiche o dati di esperienza, ma si basa sul mero pregiudizio.

Sono parole che hanno un peso, soprattutto considerando che il dibattito sui diritti degli omosessuali e sul loro rapporto con i figli è di grande attualità e non solo in Italia.
Autore    Città    Giorno    Ora
Federico La Sala    Milano    12/1/2013    18.55
Titolo:GUARDARE AVANTI ...
Il battesimo, la confermazione della fede e la chiamata universale al sacerdozio (LG I, 11a)


“Quando trovo la forza di seppellire il passato e di guardare avanti, lo posso fare solo radicandomi nel mio battesimo: è questo Sacramento che mi dà la forza. E voglio citare un bel testo di Roger Schutz, fratel Roger, fondatore delle Comunità di Taizè, un uomo di 77 anni, che lascia trasparire dalle parole, dagli occhi, dalla preghiera la vita nuova battesimale.

Egli scrive: «Mi chiedi talvolta dove sia la sorgente, dove sia la gioia della speranza. Ti risponderò: tutto il tuo passato, perfino l’istante appena trascorso, è già sepolto, sommerso con Cristo nell’acqua del tuo Battesimo. Non volgere lo sguardo indietro; in ciò consiste una parte della libertà del cristiano che è la libertà di correre avanti. Rinuncia a guardare indietro. Se la tua immaginazione ti presenta l’immagine distruttrice del passato, sappi che Dio non ne tiene più conto, e questo anzitutto in grazia del Battesimo e poi in grazia del sacramento della Penitenza, che rinnova in noi la prima grazia di purificazione».

Quindi, ogni volta che trovo la forza di seppellire il mio passato e di guardare avanti, attualizzo il mio Battesimo.”

(C.M.Martini)
Autore    Città    Giorno    Ora
Federico La Sala    Milano    12/1/2013    22.38
Titolo:Qual è il bene che va tutelato ...
- Qual è il bene che va tutelato
- Giusta la decisione della Cassazione se tutela il bene del bambino

- di Silvia Vegetti Finzi Corriere della Sera, 12 gennaio 2013)

Per un bambino è meglio crescere con un papà e una mamma. Ma ciò non autorizza, in situazioni diverse, a intervenire nella sua vita con provvedimenti violenti.

La questione dell’omosessualità, a lungo considerata una colpa o una malattia, sta subendo una radicale trasformazione. Riconosciuta coma un’inclinazione sessuale, né immorale né patologica, si sta ridefinendo come una modalità relazionale, come uno scambio di sentimenti e comportamenti che coinvolgono altri, che non necessariamente condividono la medesima inclinazione.

Questa prospettiva rende il problema più complesso ma al tempo stesso impedisce di appellarsi a principi astratti e impersonali, lontani dalla realtà, che è sempre particolare e contingente. Fermo restando che per un bambino è meglio crescere con un papà e una mamma, ciò non autorizza, in situazioni diverse, a intervenire nella sua vita con provvedimenti violenti, che frantumano il fragile tessuto dei legami affettivi.

Non sempre una relazione di coppia prosegue così com’era iniziata, capita che, per motivi non sempre comprensibili, si interrompa e che il figlio sia posto di fronte a un bivio esistenziale.

In questo caso le posizioni dei genitori sono molto diverse: l’uomo che si è rivelato violento e incapace di mantenere relazioni paterne, mentre la madre ha sempre tenuto accanto a sé il figlio, convivendo con l’assistente sociale conosciuta nella comunità in cui si era precedentemente disintossicata. Per questo le era stato concesso l’affidamento esclusivo del bambino.

Affidamento contestato dal padre soprattutto in nome della religione musulmana che non ammette figli educati da coppie omosessuali.

Ma i giudici della Cassazione hanno preso in considerazione il bene del minore. Un bene, che non consiste nei diritti dei genitori, e neppure in una situazione familiare formalmente «normale», ma nella possibilità di crescere e di realizzare le sue potenzialità.

È sempre accaduto che, in determinate circostanze, i bambini siano stati accuditi e amati da due donne. E di solito se la sono cavata piuttosto bene. Su questa constatazione si basa la decisione dei giudici di salvaguardare, anche in condizioni difficili, il benessere del bambino, ma non solo. La pretesa del padre è stata rigettata perché l’uomo «non ha fornito alcuna specificazione delle ripercussioni negative... dell’ambiente familiare in cui il minore vive presso la madre».

La sentenza afferma quindi l’opportunità di valutare la situazione concreta e di mettere al primo posto l’interesse del figlio, a scapito delle affermazioni di principi generali e astratti, incapaci di cogliere gli aspetti vitali di alcune relazioni parentali.
Autore    Città    Giorno    Ora
Federico La Sala    Milano    13/1/2013    17.20
Titolo:IL BATTESIMO DI GESU'
Lc 3,15-16.21-22:

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».

Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».

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