lunedì, 19 novembre 2012

federico la sala,AMORE (CHARITAS) O MAMMONA (CARITAS)?

AMORE (CHARITAS) O MAMMONA (CARITAS)? LA FRANCIA E' SOTTO IL PATRONATO DELLA VERGINE MARIA, MA I VESCOVI FRANCESI (E NON SOLO) CONFONDONO ANCORA "MAMMONA" CON MARIA, "LA PIENA DI GRAZIA" ("KE-CHARITO-MENE")!
LA FRANCIA, LA CHARITE' EVANGELICA, E LA CARITAS RATZINGERIANA! I vescovi francesi seguono la parola e la strategia scelta da Benedetto XVI. Una nota di Frédéric Mounier (“La Croix”) - con alcuni appunti
Con parole scelte Benedetto XVI ha espresso sabato il suo sostegno alla strategia messa in atto dall’episcopato francese per opporsi al “matrimonio per tutti”. Esprimendosi davanti a 39 vescovi venuti dalla Francia settentrionale ed orientale in visita ad limina in Vaticano (...)

a c. di Federico La sala

Titolo:COLLETTIVO DI "L E mONDE". Contro una “Santa Alleanza” retrograda
Matrimonio gay: no alla collusione dell’odio

Contro una “Santa Alleanza” retrograda
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di Collettivo *

“Le Monde” del 18 novembre 2012 (traduzione: www.finesettimana.org)

Non passa giorno senza che i gay e le lesbiche francesi siano pubblicamente insultati. Si potrebbe datare l’apparizione di questa aggressione permanente dal 4 febbraio 2005, quando un deputato UMP ha osato dichiarare a loro riguardo: “Dico che sono inferiori moralmente”. È stato l’inizio di una litania astiosa proseguita con una dichiarazione parallela a proposito del matrimonio gay: “E perché non delle unioni con animali?”, nel pieno dei lavori della commissione per le leggi dell’Assemblée Nationale (25 febbraio 2011).

Queste frasi hanno potuto essere pronunciate perché certe persone sono “senza complessi”. Si ritengono autorizzate a dire tutto ciò che pensano, se questo si può definire pensare. Il responsabile di questa degradazione del modo di esprimersi in pubblico è l’ex presidente della Repubblica, la cui campagna elettorale è stata caratterizzata dall’omofobia. Fin dalla sua dichiarazione di candidatura, in piena crisi mondiale, non ha parlato prima di tutto di economia, no, il primo punto da lui presentato è stato il rifiuto del matrimonio gay (11 febbraio).

Alcuni giorni dopo (19 febbraio) dichiarava che i gay “non amano la Francia”. L’idiozia di simile affermazione, considerando la storia, da Luigi XIII al maresciallo Lyautey, non ha trattenuto dal parlare un uomo che, per finire, ha schernito i gay, dicendo che sono in contraddizione nel volere il matrimonio, visto che rivendicano il “diritto alla differenza” (17 aprile). Somiglianza, differenza, qualunque cosa i gay e le lesbiche dicano, hanno torto. Peggio, non ne hanno il diritto. Visto che glielo si rifiuta.

Non bisogna quindi sorprendersi del fatto che i discendenti politici del “sarkozysmo” si siano scatenati all’annuncio del progetto di legge timidamente definito “matrimonio per tutti”, come se le parole gay e lesbica fossero vergognose. Durante il dibattito per la presidenza dell’UMP, Fillon ha dichiarato la sua “opposizione totale al matrimonio omosessuale”,seguito da Copé che ha affermato che “non celebrerà nessun matrimonio omosessuale” (25 ottobre). Tre giorni dopo, lo stesso Copé ha pensato di organizzare delle manifestazioni contro il matrimonio gay.

Si è unita a lui su questo punto quella che alcuni hanno soprannominato sua sorella di latte, Marine Le Pen (1° novembre), che ha poi chiesto un referendum sulla questione (4 novembre); la prossima proposta sarà la gogna? L’offesa è non solo quotidiana, ma pluriquotidiana: lo stesso 4 novembre il deputato Laurent Wauquiez prometteva l’abrogazione se la destra tornasse al potere. Il 5, la deputata Valérie Pécresse prevedeva l’annullamento dei matrimoni. La crescente forza dell’insulto politico è manifestata molto bene dal numero dei deputati e dei senatori UMP che hanno firmato una petizione contro il matrimonio gay: erano 82 nel gennaio 2012, e 180 in ottobre.

Da dove arriva l’idea che il matrimonio gay metterebbe in pericolo la Francia? I dieci paesi del mondo in cui esiste hanno forse visto orde di gay e di lesbiche dipingere di rosa le statue de grandi? David Cameron che dice: “Sono a favore del matrimonio gay perché sono conservatore” (10 ottobre) è forse un cattivo britannico? Un cattivo conservatore? Un cattivo uomo? Barack Obama, che, nel suo discorso di elezione, ha dichiarato: “Che voi siate (...) gay o eterosessuali, potete realizzarvi in America” (7 novembre), vuole forse la distruzione della civiltà occidentale?

I politici francesi che fanno quelle dichiarazioni demagogiche, solleticano un elettorato che dovrebbero invece educare. François Mitterrand ha ottenuto il suo status di statista affermando, mentre era candidato alla presidenza e sapeva che la maggioranza dei francesi era contraria, che avrebbe chiesto l’abrogazione della pena di morte se fosse stato eletto. Nel caso del matrimonio gay, la maggioranza della popolazione lo approva.

I rappresentanti di tutte le religioni si sono uniti nella corsa all’insulto. Il 14 settembre, il cardinale di Lione associava il matrimonio gay alla poligamia e all’incesto. Il 3 novembre era l’arcivescovo di Parigi e cardinale che, in nome della democrazia partecipativa, approvava manifestazioni contro questo matrimonio che “distruggerebbe le basi della nostra società”. Lascio a ciascuno di voi qualificare come vuole un uomo che chiama democrazia partecipativa delle manifestazioni di piazza e invita a parteciparvi, mentre il papa viene eletto da 120 cardinali che non rendono assolutamente conto ad un miliardo di fedeli.

Non insisteremo sul silenzio non partecipativo del clero quando di trattava di impedire i torrenti di pedofilia che hanno portato quasi all’annientamento delle Chiese irlandesi e statunitensi, per non parlare solo dei paesi in cui gli scandali sono diventati pubblici. Usando in maniera molto dubbia la parola “lobby”, il cardinale e arcivescovo di Parigi sa di che cosa parla, poiché, in questo caso come in molti altri, la sua Chiesa fa “lobby” in maniera accanita. Sembrerebbe che per lui “lobby” sia un gruppo che difende interessi che non gli piacciono.

Il cardinale è stato preceduto, il 19 ottobre, da venticinque pagine scritte contro il matrimonio gay dal grande rabbino di Francia e seguìto, il 6 novembre, da una dichiarazione nello stesso senso fatta dal presidente del Consiglio francese del culto musulmano (CFCM). La collusione dell’odio è così patente che il Consiglio francese del culto musulmano, che non sapevamo essere così ecumenico, rinvia, sul suo sito, agli attacchi degli altri culti. La Federazione protestante di Francia assicura che il matrimonio gay “non è un regalo da fare alle generazioni future” in una petizione firmata anche dai ministri delle Chiese luterana, greca, anglicana e armena. Occupandosi di faccende di diritto civile che non le riguardano in considerazione della separazione di Chiesa e Stato, questi culti desidererebbero forse l’unione delle Chiese e dello Stato per un migliore ostracismo dei gay e delle lesbiche?

I media riproducono questi attacchi con una premura che sembra rasentare la compiacenza. Anche qui, attacchi quotidiani contro i gay e le lesbiche, e rarissime pubblicazioni di interventi che presentano il punto di vista opposto. Il 3 ottobre, Le Figaro ha pubblicato diverse pagine contro il matrimonio gay basate sui “psi” [ndr.: psicanalisti, psicologi, ecc.], di cui invita di solito a diffidare. Ogni giorno è tornato alla carica, pubblicando ad esempio un appello di sindaci che intenderebbero “scioperare” contro una legge che non è neppure ancora stata votata. Dov’è il rispetto della legalità giustamente sostenuto da un giornale conservatore?

Il 28 ottobre, Le Monde pubblicava l’intervista di un teologo cattolico membro del Comitato consultivo nazionale di etica, diretta contro i gay: “Gli omosessuali vogliono entrare nella norma sovvertendola”. Che l’autore di un’asserzione di tale disprezzo possa essere membro di un comitato di etica è motivo di stupore. Avrà senza dubbio dimenticato le pratiche dei primi cristiani che hanno sovvertito le istituzioni dell’Impero romano fino ad impadronirsene. Tutti questi insulti non avrebbero potuto essere espressi cinque anni fa. Gli indugi del governo e il rinvio della votazione della legge fanno sì che, fino al momento del voto, gli insulti continueranno. Abbiamo deciso di non sopportarli più pazientemente. Non firmiamo petizioni di professione.

Tra noi ci sono gay, lesbiche, eterosessuali. Alcuni di sinistra, altri di destra, alcuni cristiani, altri ebrei, altri agnostici. Indipendentemente dal loro orientamento sessuale, alcuni hanno figli. Alcuni sono celibi o nubili, altri sposati. Nessuno deve render conto a nessuno sul proprio modo di vivere. La maggior parte ha avuto genitori eterosessuali e, tra loro, alcuni hanno avuto un’infanzia infelice. Non accusano di questo l’eterosessualità. Alcuni hanno genitori omosessuali e hanno avuto un’infanzia felice. Non ne attribuiscono il merito all’omosessualità. Non abbiamo i pregiudizi dei nostri nemici.

I gay e le lesbiche rendono servizi alla Francia non meno di strani teologi o politici senza idee. I populisti omofobi si rendono conto che le loro diatribe facilitano il passaggio all’azione? Che, se delle persone, che si presuppone siano responsabili, parlano in maniera irresponsabile, la brutalità si sentirà giustificata? In tutto questo, il matrimonio è un pretesto. Una volta che sarà acquisito, l’omofobia non cesserà, ed è quella che bisogna criminalizzare. Se c’è qualcosa di pericoloso in una società è la lobby della stupidità e dell’odio.

*
- Collettivo

- Charles Dantzig, scrittore;
- Dominique Fernandez, scrittore;
- Christophe Honoré, regista;
- Olivier Poivre d’Arvor, direttore di France Culture;
- Ludivine Sagnier, attrice;
- Danièle Sallenave, scrittrice

Altri sottoscrittori del testo:

Josyane Balasko, attrice; Jean-Luc Barré, scrittore, direttore della collezione Bouquins; Alex Beaupain, cantante; Pierre Bergé, presidente della Fondazione Pierre Bergé - Yves Saint Laurent, azionista di Le Monde; Martin Béthenod, direttore di Palazzo Grassi - Punta della Dogana; Geneviève Brisac, scrittrice; Sylvain Bourmeau, giornalista; Robert Cantarella, regista; Maxime Catroux, editrice; Manuel Carcassonne, vicedirettore generale delle editzioni Grasset; Edmonde Charles-Roux, scrittrice, presidente dell’Académie Goncourt; Patrice Chéreau, regista; Jean-Paul Civeyrac, regista; Kéthévane Davrichewy, scrittrice; Jean-Baptiste Del Amo, scrittore; Vincent Delerm, cantante; Diastème, regista; Virginie Despentes, scrittrice; Florence Dormoy, produttrice; Ferrante Ferranti, fotografo; Marcial Di Fonzo Bo, regista; Marina Foïs, attrice; Louis Garrel, attore; Thomas Gornet,scrittore; Olivier Gluzman, produttore; Marianne James, attrice; Pierre Jourde, scrittore; Thierry Klifa, regista; Jean-Marie Laclavetine, scrittore; Valérie Lang, attrice; Eric Lartigau, regista; Catherine Leblanc, scrittrice; Katia Lewkowicz, regista; Claude Lévêque, artista; Amin Maalouf, scrittore, dell’Académie française; Thierry Magnier, editore; Sébastien Marnier, scrittore; Philippe Martin, produttore; Chiara Mastroianni, attrice; Arnaud Meunier, regista; Jean-Paul Montanari, direttore di Montpellier Danse; Gaël Morel, regista; Amélie Nothomb, scrittrice; Anne Percin, scrittrice; Patrick Rambaud, éscrittore, membro dell’Académie Goncourt ; Eric Reinhardt, scrittore; Serge Renko, attore; Mathieu Riboulet, scrittore, premio Décembre 2012; François de Ricqlès, presidente de Christie’s France; Pierre Rigal, coreografo; Cédric Rivrain, disegnatore; Thomas Scotto, scrittore; Abdellah Taïa, scrittore; Karin Viard, attrice; Eric Vigner, regista; Edouard Weil, produttore e Cathy Ytak, scrittrice.
Autore    Città    Giorno    Ora
Federico La Sala    Milano    19/11/2012    13.29
Titolo:EDITORIALE DI "LE MONDE". Una riforma legittima, necessaria e progressista
Una riforma legittima, necessaria e progressista

- Editoriale
- “Le Monde” del 18 novembre 2012
- (traduzione: www.finesettimana.org)

Fin d’ora, una cosa è certa: nel gennaio 2013, quando arriverà in discussione davanti al Parlamento, il progetto di legge che allarga a “due persone dello stesso sesso” il diritto di sposarsi, sarà stato oggetto di un dibattito pubblico molto approfondito.

È una cosa positiva. Infatti, al di là del codice civile, questa riforma riguarda ciascuno in ciò che ha di più intimo: la sua concezione dell’amore, della coppia, della genitorialità e della famiglia; ma anche le sue convinzioni filosofiche, morali e religiose.

Di fatto, fin dall’estate, dibattiti e scontri sono incessanti. I rappresentanti delle religioni, a cominciare dall’episcopato francese, hanno espresso con molto vigore la loro opposizione a questa riforma, che minaccerebbe, poco o tanto, i fondamenti stessi della famiglia e della società.

Altri, soprattutto psicanalisti, hanno contestato, nel diritto all’adozione, la cancellazione simbolica del padre e un “diritto al figlio” che dimenticherebbe pericolosamente i diritti del figlio. La destra, infine, non ha mancato di infiammare la polemica, nella speranza di mettere in difficoltà il governo, se non addirittura di costringerlo a rinunciare, come è successo nel 1984 per la scuola privata.

Mentre i contrari al progetto si mobilitano in questo fine settimana in tutta la Francia, è venuto il momento di ripeterlo: questa riforma - tutta questa riforma e, a questo stadio, solo questa riforma - è legittima, necessaria e progressista. Essa obbedisce, innanzitutto, ad una logica storica. Da una trentina d’anni, gli omosessuali sono passati dall’ostracismo (essendo l’omosessualità considerata nei casi migliori una malattia, nei peggiore un crimine) alla tolleranza, poi al riconoscimento, quasi all’indifferenza. In tutti i paesi occidentali, l’evoluzione dei costumi e delle mentalità è stata spettacolare.

Aggiungiamo che la famiglia non si conforma più ad un modello unico o dominante. Meno della metà delle coppie francesi sono “legali”, sposate o unite dal “pacs”. Il matrimonio stesso non obbedisce più ai motivi tradizionali di lignaggio o di religione, ma piuttosto alle esigenze e alle scelte della vita affettiva, che sono simili tra persone dello stesso sesso o di sessi diversi. La riforma risponde poi ad una necessità democratica: quella dell’uguaglianza dei diritti.

L’instaurazione dei pacs, nel 1999, ha riconosciuto legalmente la coppia omosessuale, ma l’ha esclusa dal diritto all’adozione e alla famiglia. Il progetto di legge del governo mette fine a questa discriminazione e assicura, inoltre, una migliore sicurezza per il coniuge. Come già accade in paesi diversi tra loro come la Svezia, la Spagna, la Norvegia, i Paesi-Bassi o il Belgio.

Infine, aprendo alle coppie omosessuali il diritto all’adozione (in particolare del figlio di uno dei coniugi), il progetto di legge permetterà di regolarizzare molte situazioni, raffazzonate ed incerte, che già esistono. Permetterà ai figli che hanno un solo genitore biologico ed un genitore “sociale” di avere una doppia filiazione, come gli altri bambini.

Questo dibattito è tutt’altro che anodino. È opportuno, anche per il governo, che sia portato avanti con convinzione e serenità.
Autore    Città    Giorno    Ora
Federico La Sala    Milano    19/11/2012    13.44
Titolo:I DUE "CRISTIANESIMI". ELOGIO DEL DISSENSO ....
Fuori dal gregge

di Antonio Thellung (mosaico di pace, luglio 2012)

L’obbedienza non è più una virtù, diceva don Milani, esortando a coltivare la presa di coscienza. Non per contrapporsi all’autorità, ma per educare ciascuno ad assumere le proprie responsabilità, senza pretendere di scaricarle su altri. L’obbedienza, infatti, può anche dirsi una virtù, ma soltanto se si mantiene entro limiti equilibrati, da valutare appunto con coscienza. Perché l’obbedienza cieca è il tipico strumento utilizzato dalle strutture autoritarie gerarchico-imperialistiche per esercitare il potere, offrendo in cambio ai sudditi lo scarico della responsabilità personale. Tipico esempio si è avuto nel dopoguerra quando pareva che nessuno dei feroci gerarchi nazisti fosse colpevole, perché sostenevano tutti di aver semplicemente obbedito a ordini superiori.

Il Vangelo è chiarissimo: "Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?", ma la cristianità che si è affermata nella storia ha preferito mutuare dall’Impero Romano un’impostazione imperialistica che si mantiene presente tuttora, sia pure adattata ai tempi odierni. Un’impostazione che riduce i fedeli a "docile gregge", come li definiva a suo tempo Pio X. Il Vangelo, inoltre, esorta anche a non chiamare nessuno padre sulla terra, un lampante invito a non cadere nelle tentazioni del paternalismo, che svaluta la dignità delle persone. Ma l’uso di chiamare "padre" i ministri del culto la dice lunga. Nello stesso brano, poi, Gesù in persona ammonisce i suoi apostoli a non farsi chiamare maestri perché solo Cristo è il maestro, ma sorprendentemente su taluni documenti ecclesiastici anche dei tempi presenti, come ad esempio il Documento di Base del 1970, si legge nientemeno che: "Per disposizione di Cristo, gli Apostoli affidarono ai loro successori, i Vescovi, il proprio ufficio di Maestri". Incredibile!

Si potrebbe dire che il magistero ha sempre richiesto ai fedeli un’obbedienza cieca, e non pochi tra coloro che hanno cercato di opporsi hanno pagato talvolta perfino con la vita. San Francesco, nella sua prima regola, aveva provato a scrivere che un frate non è tenuto a obbedire al superiore se questi gli ordina qualcosa di contrario alla sua coscienza, ma naturalmente papa Innocenzo III si è guardato bene dall’approvarla. In tempi più recenti, nel 1832, Gregorio XVI definiva un delirio la libertà di coscienza e nel 1954 Pio XII scriveva: "È giusto che la Chiesa respinga la tendenza di molti cattolici a essere considerati ormai adulti". Non è stupefacente?

Chi esercita il potere, di qualsiasi tipo, vorrebbe dai sudditi una delega in bianco, perché teme le coscienze adulte, che sono difficilmente governabili per il loro coraggio di esprimere dissenso, quand’è il caso. E tanto più il potere è prepotente e prevaricante, tanto più esige un’obbedienza cieca. Il magistero ecclesiastico ha sempre mostrata una grande avversione al dissenso, trattandolo come un nemico da combattere perfino con metodi violenti, nel caso, senza capire che proprio il dissenso è il miglior amico degli insegnamenti di Cristo, perché agisce come sentinella delle coscienze.

Il dissenso, nella Chiesa, c’è sempre stato, con buona pace di coloro che nelle varie epoche storiche hanno preteso di soffocarlo usando talvolta armi che sono incompatibili con l’insegnamento di Gesù. Sarebbe ora che l’autorità prendesse atto che il dissenso non è un nemico ma, anzi, un grande amico, anche se può rendere più complesso e faticoso il cammino. Il Concilio Vaticano II mostrava di averlo capito quando scriveva, nella Gaudium et Spes: "La Chiesa confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino dall’opposizione di quanti la avversano o la perseguitano". Ma ben presto, poi, sono prevalsi nuovamente gli atteggiamenti di repressione e condanna verso chi tenta coraggiosamente di alzare la testa. essere credibili

Personalmente non dubito che un magistero ecclesiastico sia necessario e prezioso, ma di quale tipo? Qualsiasi coscienza adulta sa che di fronte a disaccordi e perplessità non avrebbe alcun senso rifiutare l’autorità o ribellarsi tout court: non sarebbe costruttivo. Ma sente però il dovere, prima ancora che il diritto, di chiedergli maggiore credibilità, di esigere che sappia proporre senza imporre, con rispettoso ascolto delle opinioni altrui. Gli ascoltatori di Gesù "rimanevano colpiti dal suo insegnamento", perché "parlava con autorità", e non perché aveva cariche istituzionali. Così il magistero può sperare di essere creduto, dalle coscienze adulte, quando offre messaggi autorevoli e convincenti, e non per il solo fatto di essere l’autorità costituita. Oggi la credibilità dei vertici ecclesiastici, con tutti gli scandali di questi tempi, è fortemente minata, e si potrebbe dire che solo facendo leva surrettiziamente sulla grande fede in Gesù Cristo che continua a sostenere tante persone (malgrado tutto) evita di porsi in caduta libera. Ma fino a quando, se permane la pretesa di continuare a proporsi come magistero di un "docile gregge?".

La parabola della zizzania insegna che la Chiesa è comunione di consensi e dissensi, perciò, per recuperare credibilità, le autorità dovrebbero finalmente prenderne atto e imparare a dialogare con tutti alla pari, e in particolare proprio con il dissenso. Dovrebbero educarsi ed educare ad accoglierlo con l’attenzione che merita. Perché un dissenso respinto e represso a priori diventa facilmente aspro, arrabbiato, distruttivo mentre, se accolto con benevolenza, può diventare costruttivo, benevolo, e perfino affettuoso.

Una buona educazione al dissenso potrebbe diventare la miglior scuola alla formazione di coscienze adulte, capaci di confrontarsi senza acquiescenze o confusioni e censure. Capaci, cioè, di non farsi travolgere da vergognosi intrallazzi di qualsiasi tipo.

Personalmente, cerco, nel mio piccolo, di fare quel che posso. Qualche anno fa l’editrice la meridiana ha pubblicato un mio libro dal titolo "Elogio del dissenso", e per ottobre prossimo ha in programma di pubblicare un mio nuovo saggio dal titolo "I due cristianesimi", scritto per sottolineare le differenze tra il messaggio originale di Cristo e l’imperialismo cristiano, non solo come si è affermato nella storia, ma anche come si manifesta al presente. L’interrogativo è focalizzato sulla speranza nel futuro, mentre le critiche a quanto è stato ed è contrabbandato in nome di Cristo servono solo per capire meglio come si potrebbe uscir fuori dalle tante macrocontraddizioni.

La speranza è irrinunciabilmente legata a una Chiesa delle coscienze adulte, perciò sogno un magistero impegnato a farle crescere senza sottoporle a pressioni psicologiche; un magistero capace d’insegnare a distinguere il bene dal male senza imporre valutazioni precostituite; lieto di aiutare ognuno a diventare adulto e autonomo senza costringerlo a sottomettersi; volto a stimolare una sempre maggiore consapevolezza rinunciando a imposizioni precostituite. Un magistero che affermi i suoi principi senza pretendere di stigmatizzare le opinioni diverse; che proponga la propria verità senza disprezzare le verità altrui. In altre parole, sogno una Chiesa dove sia possibile ricercare, discutere, confrontarsi, camminare assieme.

Sogno un magistero che affermi il patrimonio positivo della fede, libero dalla preoccupazione di puntualizzare il negativo; che sappia offrire gratuitamente l’acqua della vita, senza voler giudicare chi beve; che proponga la verità di Cristo, esortando a non accettarla supinamente; che tracci la strada, ammonendo a non seguirla passivamente; che offra strumenti per imparare a scegliere, a non essere acquiescenti, a non accontentarsi di un cristianesimo mediocre e tiepido. Un Magistero che preferisca circondarsi da persone esigenti, irrequiete, contestatrici, piuttosto che passive, pavide, addormentate. Esso per primo ne trarrebbe grandi benefici: sarebbe il magistero di un popolo adulto, maturo, responsabile.

Etimologicamente la parola obbedienza significa ascolto, e sarebbe ora di educarci tutti a questo tipo di obbedienza reciproca: i fedeli verso l’autorità, ma anche l’autorità verso chiunque appartenga al Popolo di Dio, non importa con quale ruolo. Solo questa obbedienza è autentica virtù. Chissà se San Paolo, quando esortava a sperare contro ogni speranza, si riferiva anche alle utopie!

16:35 Scritto da mangano1 in opinioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

giovedì, 01 novembre 2012

Sciopero della fame di Farina-Coscioni

Sclerosi Laterale Amiotrofica
Sciopero della fame di Farina-Coscioni
 

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Aderiscono numerosi malati di SLA e di altre patologie neuro degenerative. Si lotta contro il mancato aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e del Nomenclatore che affida al Sistema Sanitario le spese per i moderni dispositivi, indispensabili la comunicazione. Della decisione è informato il presidente del Consiglio Monti e i ministri della Salute Balduzzi e delle politiche sociali Fornero
di Maria Antonietta Farina Coscioni *
 
ROMA - Il lettore provi a immaginarsi per un momento malato di Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) o di essere affetto da un'altra grave patologia neuro-degenerativa; provi a immaginarsi progressivamente con la mente lucida e il corpo che, giorno dopo giorno, ti abbandona, ti rende incapace di svolgere funzioni elementari come lavarsi, accudirsi, vestirsi... Provi a immaginarsi bisognoso di assistenza ventiquattr'ore su ventiquattro; e l'aiuto di cui si ha diritto che viene negato, perché lo Stato nelle sue articolazioni garantisce appena qualche ora la settimana, e per il resto deve pensarci la famiglia se può, se ha... Perché si tratta di malattie costose, che ti dissanguano, oltre a prostrarti e assorbirti.

La scelta dello sciopero della fame. Il lettore provi a immagina re tutto questo, e ora pensi che i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e il Nomenclatore - il tariffario che inserisca nel Servizio Sanitario Nazionale i moderni dispositivi d'aiuto, indispensabili per l'espressione e la comunicazione - da anni attendono di essere aggiornati, fermi a dieci e più anni. E ritualmente, ciclicamente, un mondo politico che è lesto ad approvare norme ad personam o a garantirsi privilegi e quote di finanziamento, invece ogni volta rimanda e promette, promette e rimanda. Questa questione dell'aggiornamento dei LEA e del Nomenclatore è una delle prime cose che mi ha visto impegnata quando ho varcato la soglia di Montecitorio. Da allora sono passati più di quattro anni, e siamo ancora al punto di partenza. Per questo dalla mezzanotte di sabato scorso ho intrapreso uno sciopero della fame, del quale fra qualche ora informerò il presidente del Consiglio Monti e i ministri della Salute Balduzzi e del Lavoro e politiche sociali Fornero.

La stessa protesta di numerosi malati di SLA. Nei giorni scorsi, numerosi malati di SLA e di altre malattie neurodegenerative hanno intrapreso una analoga iniziativa, una difficile, estrema iniziativa che vivono con grande fierezza, nonostante le intuibili difficoltà. Io - con il mio corpo sano - ho voluto prendere il loro posto di malati: iniziativa insieme di "supplenza" e di dialogo, che intende - con gli strumenti della nonviolenza - fornire un'arma in più per superare gli ostacoli e gli impedimenti alla soluzione di questa annosa questione. Già in passato ho dialogato con scioperi della fame e dato corpo ad altre iniziative per la libertà di cura. Nonostante l'impegno e le numerose assicurazioni, nonostante gli impegni formali assunti dal Gov erno la situazione, come ho detto, è ben lontana dall'essere risolta.

Eppure basterebbe davvero poco. Basterebbe una autentica volontà politica e uno stanziamento di risorse piuttosto modesto. E dunque: perché nonostante le ripetute assicurazioni, le tante promesse (un ordine del giorno approvato di cui sono prima firmataria impegna il governo in questo senso), ancora non si è fatto nulla? Per questo è importante, essenziale, che si parli, si sappia, si conosca.

* Maria Antonietta Farina Coscioni è Deputato Radicale, eletta nelle liste del Partito Democratico, Segretario della Commissione Affari Sociali e Presidente onorario dell'Associazione Luca Coscioni
 

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mercoledì, 25 aprile 2012

LIBREIDEE,Monti sbaglia tutto: e da oggi, salvare l’Italia sarà illegale

SEGNALATO DA ROSARIA LA CIURA

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Monti sbaglia tutto: e da oggi, salvare l’Italia sarà illegale
Scritto il 21/4/12 •
http://www.libreidee.org/2012/04/monti-sbaglia-tutto-e-da-oggi-salvare-litalia-sara-illegale/

Il pareggio di bilancio, di fatto, sancisce l’illegalità del keynesismo. Secondo John Maynard Keynes, nei periodi di recessione, con la “domanda aggregata” insufficiente, era lo Stato, tramite il deficit spending, a far ripartire l’economia. Secondo questo principio, il deficit si sarebbe poi ripagato quando la crescita fosse ripresa. Ora, impedendo costituzionalmente il deficit di bilancio dello Stato – se non per casi eccezionali e comunque per periodi di tempo limitati – tutto ciò sarà impossibile. Da oggi il nostro paese abbraccia ufficialmente l’ideologia economica per la quale la priorità è evitare il deficit spending, ossia che lo Stato possa finanziare parte della domanda indebitandosi. Questa cosa può sembrare apparentemente ragionevole per paesi indebitati come il nostro, ma in realtà è assolutamente folle. Così facendo, si stanno replicando gli errori drammatici degli anni ’30.

Quando ci si trova alle prese con la recessione, oggi come ottanta anni fa, accade che i privati investono meno. Ed è qui che sarebbe fondamentale un




deciso intervento pubblico, con investimenti che facciano in modo che la “domanda aggregata”, cioè l’insieme dell’economia, aumenti, per ripresa. Questi effetti benefici, poi, si riassorbirebbero negli anni a seguire con effetti positivi sui conti pubblici. Ad esempio, con un maggior introito di tasse, il governo avrebbe avuto un rientro maggiore. Da oggi, invece, questo non sarà più possibile. Cosa significa questo per un paese come l’Italia? Semplicemente che sarà impossibile mettere soldi nei settori che invece richiedono un forte investimento. Ad esempio nella cultura, nella ricerca o nelle infrastrutture “utili”: come la Salerno-Reggio Calabria, per intenderci, e non come il Ponte sullo Stretto.

Non è un caso se il nostro è un paese che per la ricerca spende meno della media europea. Non è un caso se il nostro è un paese con un sistema scolare e post-scolare che versa in condizioni drammatiche a causa dei tagli iniziati nel 2008. Non è un caso se tra gli Stati europei il nostro è ai primi posti, insieme ai paesi più arretrati d’Europa (in primis Portogallo e Grecia), per bassa qualifica dei nostri lavoratori. Oggi abbiamo reso illegale il deficit spending. Questo significa che sarà impossibile investire ma soprattutto attivare una serie di diritti previsti dalla nostra Costituzione: il diritto alla scolarità che non deve essere “per ceto”, l’assistenza sanitaria gratuita per tutti, il diritto a una serie di servizi alla persona. Ora, interpretando la




Costituzione facendo perno sull’articolo 81 come modificato, tutti questi diritti primari non saranno più esigibili. O almeno saranno subordinati all’articolo 81.

La questione è molto semplice. Il senso di questa riforma costituzionale è che se uno “vuole” dei diritti, se li deve pagare. Non sarà più lo Stato a raccogliere risorse per i suoi cittadini. Peccato, però, che guardando alla crescita economica di lungo periodo, per uscire da una crisi come quella che stiamo attraversando, servirebbero tutta una serie di investimenti che il privato non si sobbarcherà mai. Per diverso tempo, Tremonti – all’epoca del suo dicastero all’Economia – ha ingannato i mercati facendo leva su false previsioni di crescita, parlando di una crescita maggiore di quella che si sarebbe poi verificata. Ma il meccanismo di queste “bugie” era chiaro: si aveva bisogno della crescita per far sì che il deficit diminuisse.

Comunque la si voglia vedere, i dati di fatto da cui partire per analizzare le conseguenze di questa riforma sono due. Il primo: con la crisi, sono diminuite le entrate fiscali e sono aumentate le spese per gli ammortizzatori sociali. Il secondo: si continua a incentrare qualsiasi analisi sul rapporto tra debito e Pil. Dove il debito è il numeratore e il Pil il denominatore. Io posso far calare il numeratore all’infinito (in questo caso, tagliando all’inverosimile la spesa pubblica) ma, se è il numeratore a diminuire più velocemente (e il




Pil è la ricchezza prodotta), ecco che il rapporto sarà sempre destinato a peggiorare. Sembra una cosa evidente, ma per qualcuno al governo evidentemente non lo è.

Basterebbe ragionare partendo da questo aspetto per capire che una vera manovra per uscire dalla crisi dovrebbe essere calibrata per fare in modo che si impedisca al Pil di scendere. Cosa che, invece, puntualmente accade con ogni manovra di austerity. Dopo i 55 miliardi di tagli di Berlusconi, siamo ai 30 miliardi di tagli di Monti. Ma questi 85 miliardi di tagli hanno impattato fortemente sulla crescita. Si è lavorato sullo “stabilizzatore keynesiano”, ma al contrario: è crollata la domanda privata, e di riflesso è crollata la domanda pubblica. Così, di colpo, abbiamo settori di imprese rivolte al mercato interno in grave difficoltà, mentre quelle imprese che lavorano sul mercato estero sono in ripresa. Ma così si è soltanto indebolita l’economia italiana.

Qui la sfida è una crescita reale, possibile solo abbandonando le ricette adoperate negli ultimi tempi. Se si riduce drammaticamente la spesa pubblica in tempo di crisi, il futuro è la Grecia. C’è poco da girarci attorno. Con i tagli su tagli, l’economia greca di obbedienza all’Unione Europea è crollata del 6,5% per tre anni consecutivi. E’ praticamente implosa, e il Pil crollato. Il risultato, per fare esempi chiari da vita quotidiana, è che oggi in Grecia si comprano il 20% in meno di medicine. E parliamo di un bene




essenziale. Con la Grecia si è andati dietro l’ideologia folle che nasce dall’incomprensione di quanto è successo. Il debito pubblico non è la causa della crisi, ma la sua conseguenza.

Il debito pubblico nasce dal tentativo di tamponare la crisi, ad esempio salvando le banche. Un esempio: la Germania ha “coperto” le banche con qualcosa come 200 miliardi di euro negli ultimi dieci anni. Risultato: il debito pubblico tedesco è cresciuto di 750 miliardi di euro in dieci anni. La cosa bizzarra, però, è che i tedeschi hanno adottato misure di compensazione del deficit spending per far fronte a questa situazione e nel 2009 hanno speso il 3% del Pil per salvare le loro imprese. Ebbene, quella stessa Germania oggi impone il divieto di deficit spending ai paesi più deboli dell’Unione europea.

Vie d’uscita? Una sola: guardare meno al “giorno per giorno” e progettare per il lungo periodo. Purtroppo il nostro governo tecnico nasce per l’emergenza e non riesce a progettare nel lungo periodo, anche perchè per farlo servirebbe una larga investitura popolare. Ma se continuiamo a vivere nell’emergenza, e questo governo continua a fare politiche da “stato di emergenza”, è inevitabile infilarci in un tunnel senza uscita. Non è un caso che per alcuni istituti il Pil quest’anno diminuirà del 2,6%, con una




diminuzione prevista per il prossimo anno del 2,9%. Stando così le cose, sarà inevitabile dover ricorrere a nuove manovre di austerity. Ed ecco qui la spirale, innestata proprio dal vincolo costituzionale del pareggio di bilancio.

Facendo due rapidi calcoli, a partire dall’obbligo sancito dal Fiscal Compact di dover ridurre il debito pubblico del 5% annuo per quanto eccede il Pil del 60% – ergo, un ventesimo del Pil – ecco che per un certo numero di anni il nostro paese sarebbe chiamato a manovre annuali di 45 miliardi di euro. Senza considerare quanto paghiamo di interessi sul debito: nel 2012 qualcosa come 72 miliardi di euro. Di fatto, l’Italia per i prossimi anni sarebbe costretta a manovre, per ridurre il suo debito pubblico, di circa 120 miliardi di euro l’anno. Una follia. O meglio, la perfetta ricetta per il disastro economico. Un disastro motivato dall’assurda idea di fondo che si debba cancellare il debito pubblico. Ma la realtà è un altra: nessuno ti chiede di azzerare il debito. Quello che interessa i mercati, infatti, non è che il debito venga cancellato, ma che si stabilizzi. L’obiettivo dovrebbe essere non far crescere tendenzialmente il debito.

(Vladimiro Giacchè, dichiarazioni rilasciate a Daniele Nalbone per l’intervista apparsa su “Today” il 17 aprile 2012, “Da oggi Keynes è fuorilegge: impossibile investire”. Autorevole economista, Giacchè è autore di libri come “Titanic Europa, la crisi che non ci hanno raccontato”, edito nel 2012 da Aliberti).

http://www.libreidee.org/2012/04/monti-sbaglia-tutto-e-da-oggi-salvare-litalia-sara-illegale/

19:57 Scritto da mangano1 in opinioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

sabato, 24 marzo 2012

Alberto Battaglia,Art. 18 e cause di lavoro? In Tribunale è una lotteria

un contributo  alla discussione di cui mi scuso per la lunghezza, ma come potete immaginare la materia è complessa, ma vorrei prestaste attenzione ai dati ufficiali che vi fornisco rilevati da fonti qualificate e la ove possibile anche i più recenti.
Spero per questo che la discussione sia il meno possibile relativa ad aspetti ideologici e che consideri le tematiche, anche dell'art. 18, solo una parte del complesso delle norme.
Spero partecipiate numerosi e sarei lieto se potessimo chiudere la discussione con un documento da inviare alla Segreteria Provinciale come contributo al dibattito nel partito.
Buona lettura e buone riflessioni..



--
 
alberto battaglia

cell. 340 9892528
skype albertobattaglia1
via Laghetto del Monsereno 4
23898 Imbersago (Lecco)




Art. 18 e cause di lavoro? In Tribunale è una lotteria



GATTI NELLA NOTTE..jpgAndrea Ichino e Paolo Pinotti* Infografica di Carlo Manzo

Con le modifiche che il governo ha presentato sull’articolo 18 il giudice avrà una nuova centralità in merito alle decisioni sui licenziamenti. Ma i tempi dei procedimenti giudiziari variano moltissimo da città a città. E varia in modo estremo, da giudice a giudice, la percentuale di volte in cui viene data ragione al lavoratore o al datore di lavoro. Insomma, una vera lotteria. Molto costosa per le aziende, e non troppo conveniente neanche per i lavoratori. 

Tutti i dati nella nostra infografica, tratta da un articolo di Andrea Ichino e Paolo Pinotti su lavoce.info.

Le cause di lavoro in Italia

Le cause di lavoro in Italia

7 marzo 2012

“Monetizzare i diritti” è considerato un segno di inciviltà da una parte dell’opinione pubblica italiana, che preferisce affidarne la tutela a un procedimento giudiziale. Ad esempio, per difendere il lavoratore da licenziamenti ingiusti si preferisce chiedere al giudice di valutare l’esistenza di un giustificato motivo o di una giusta causa, invece di stabilire, come accade in altri Paesi, un prezzo monetario, magari molto alto, che l’azienda debba pagare al lavoratore per essere libera di sciogliere il rapporto di lavoro.

I tribunali di Milano, Roma e Torino

Ma, fanno bene i lavoratori ad affidare ai giudici la tutela dei loro diritti? Abbiamo selezionato i casi di licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo oggettivo o soggettivo, iscritti a ruolo nei Tribunali di Milano, Roma e Torino negli anni 2003-2005. Si tratta, rispettivamente, di 3.419, 6.444 e 1.736 casi nelle tre città, affidati a 22, 56 e 14 giudici, con un carico medio per giudice di 155, 115 e 124 di questi casi. Abbiamo escluso i giudici (e i relativi casi) che in questi tre anni hanno ricevuto in assegnazione meno di 50 processi per licenziamento. Queste esclusioni ci consentono di confrontare tra loro solo giudici che abbiano trattato un campione statisticamente significativo di casi (il numero totale di giudici che in qualche momento dei tre anni considerati hanno prestato servizio nelle Sezioni Lavoro dei tre tribunali è stato quindi superiore a quello indicato: di 6 unità a Milano, di 10 a Roma e di 1 a Torino). Per il 98% di queste controversie osserviamo la storia completa, dall’iscrizione a ruolo alla conclusione che normalmente coincide con il deposito della sentenza (in primo grado) o con la conciliazione (In una minoranza di casi sono possibili anche altri esiti, come ad esempio la dichiarazione di incompetenza territoriale da parte del giudice.

 

 

 In questi casi la durata del processo viene calcolata dall’iscrizione a ruolo alla data dell’evento di chiusura del caso). Quindi possiamo calcolare la durata completa della quasi totalità di questi processi per licenziamento.
La durata media è molto diversa nei tre tribunali: 266 giorni a Milano, 429 a Roma e 200 a Torino. Se le cause di licenziamento fossero simili nelle tre città, verrebbe naturale chiedersi per quale motivo i lavoratori di Roma (e i rispettivi datori di lavoro) debbano aspettare il doppio di quelli di Torino e oltre un terzo in più di quelli di Milano per conoscere la loro sorte.


Però è possibile che i casi di Roma siano più complessi di quelli delle altre città e quindi richiedano più tempo per essere decisi. Il confronto corretto può solo essere fatto tra giudici di uno stesso tribunale, perché, all’interno di ciascuna sede, i processi iscritti a ruolo sono assegnati a sorte tra i diversi magistrati. Quindi, per la legge dei grandi numeri, ogni giudice di uno stesso ufficio dovrebbe avere, mediamente, casi di pari complessità. Per questo motivo consideriamo solo giudici che abbiano ricevuto almeno 50 assegnazioni nel periodo considerato. E questo ci consente di verificare statisticamente che, in effetti, le caratteristiche osservabili dei processi assegnati ai diversi giudici sono mediamente simili. Ad esempio, lo sono le proporzioni di ricorsi per giusta causa o giustificato motivo.

C’è giudice e giudice

A Roma il lavoratore e l’impresa che per sorte vengano assegnati al giudice mediamente più veloce possono sperare di veder decisa la loro causa in 179 giorni. I giorni diventerebbero invece 693 se venissero assegnati al giudice più lento: un incremento di quasi 4 volte. Se, prudenzialmente, vogliamo escludere i giudici più lenti o più veloci del 10 per cento dei loro colleghi, il lavoratore e l’impresa fronteggerebbero, sempre a Roma, una forbice di durate che varia da 284 a 569 giorni: un incremento di oltre 2 volte tra la durata inferiore e quella maggiore. A Milano e Torino le differenze tra giudici veloci e lenti non sono meno sorprendenti: escludendo gli outliers, si passa da 193 a 333 giorni nel capoluogo lombardo e da 97 a 318 in quello piemontese. Anche in questi tribunali, quindi, le durate dei processi possono, rispettivamente, quasi raddoppiare o più che triplicare a seconda del giudice a cui il caso viene per sorte assegnato.

Come una lotteria

Per l’impresa, la lotteria generata da questa forbice di durate è particolarmente costosa perché qualora il giudice decidesse in favore del lavoratore, il datore di lavoro dovrebbe versare a lui o lei non solo la retribuzione non pagata nelle more del giudizio e i relativi contributi sociali. Dovrebbe anche pagare all’Inps una multa sostanziosa per gli omessi contributi sociali, multa che aumenterebbe o diminuirebbe a seconda di quanto tempo impiega il giudice a decidere.
Però la domanda che ci siamo posti è se convenga ai lavoratori affidarsi ai giudici per tutelare i loro diritti e, da questo punto di vista, i costi per le imprese legati ai tempi di decisione possono apparire poco rilevanti. Sebbene sia difficile pensare che questi tempi siano irrilevanti per un lavoratore, essendo in gioco la possibilità di rimanere senza stipendio per 693 giorni invece che 179, come ad esempio accade a Roma, è probabile che ciò che conta maggiormente per i lavoratori sia la probabilità che il loro ricorso contro il licenziamento sia accolto. Ma anche in questo caso, dai dati emerge che l’accertamento giudiziale del giustificato motivo è una roulette russa.
Abbiamo trasformato in barre grafiche la probabilità dei diversi esiti di un processo per licenziamento nei tribunali di Milano e Roma (il dato non è disponibile per Torino). Per ogni giudice, fatto 100 il numero totale dei processi a lui o lei assegnati, le quattro parti della barra verticale misurano le proporzioni di sentenze favorevoli al ricorrente (ossia il lavoratore nella stragrande maggioranza dei casi; per il Tribunale di Roma, ad esempio, possiamo verificare che il ricorrente è persona fisica nel 97,2% dei casi), di sentenze favorevoli al convenuto (il datore di lavoro), di conciliazioni e di altri esiti.

L’incertezza dell’esito

A Milano, ad esempio, l’ultimo giudice sulla destra della tabella (vedi infografica) è favorevole al lavoratore circa 4 volte più frequentemente che il primo giudice sulla sinistra. Quest’ultimo infatti decide il 7 per cento dei casi a favore del lavoratore, mentre il suo collega all’estremo opposto decide a favore del lavoratore il 27 per cento dei processi. L’incertezza di esito a seconda del giudice assegnato è ancora maggiore per l’impresa che può passare da un giudice a lei favorevole solo nel 2 per cento dei casi fino ad un giudice che invece le da ragione nel 20 per cento dei casi, con un incremento di ben 10 volte della probabilità di vittoria. A Roma, è la probabilità di vittoria del lavoratore che può aumentare di 10 volte a seconda del giudice: dal 4 per cento del primo giudice a sinistra al 40% dell’ultimo giudice. La forbice per le imprese è invece più contenuta, ma sempre considerevole, passando dal 4 per cento al 19 per cento di probabilità di vittoria. È interessante notare che mentre a Milano nessun giudice emette sentenze favorevoli alle imprese più frequentemente di quelle favorevoli al lavoratore, a Roma i lavoratori non possono certamente contare su una totalità di giudici a loro favorevoli.

 


Purtroppo non abbiamo dati sufficienti per valutare quale delle due parti possa considerare la conciliazione come una quasi vittoria. Ma, in ogni caso, anche la probabilità di questo esito varia molto tra i giudici, nonostante il loro portafoglio di casi sia simile. A Milano si passa infatti da giudici che inducono le parti a una transazione nel 49 per cento dei casi, fino a giudici per cui questo esito si verifica nel 76 per cento delle controversie, mentre a Roma la differenza tra le percentuali corrispondenti è ancora più ampia, passando dal 27 per cento al 69 per cento.
Sotto l’ipotesi che la frazione di sentenze favorevoli al lavoratore emesse da un giudice sia proporzionale al grado in cui le conciliazioni indotte dallo stesso giudice siano favorevoli al lavoratore, possiamo concludere che, anche tenendo conto dell’elevato numero di conciliazioni, la lotteria derivante dall’assegnazione casuale dei processi ai magistrati di un tribunale implica probabilità di vittoria molto differenti a seconda della sorte.

Quel che i sindacati non sanno

Se a tutto questo si aggiungono i risultati di uno studio del 2003 di Michele Polo, Enrico Rettore e Andrea Ichino, secondo cui giudici diversi decidono diversamente casi molto simili a seconda della regione in cui il rapporto di lavoro ha luogo e in funzione del tasso di disoccupazione locale, viene naturale chiedersi se davvero affidarsi alla magistratura sia un buon modo per tutelarsi dal punto di vista dei lavoratori, data l’alea che questo affidamento implica.
Forse i lavoratori e i sindacati pensano che sia meglio così solo perché non hanno mai visto questi numeri. Ma la nostra impressione è che questo stato di cose serva solo ad arricchire gli avvocati e costringa i giudici ad occuparsi di controversie che potrebbero benissimo essere risolte in altro modo: ad esempio stabilendo un prezzo adeguato per la possibilità di licenziare, quando ovviamente il motivo non sia discriminatorio e il lavoratore non abbia commesso colpa grave.
In ogni caso, se davvero la disciplina attuale dei licenziamenti fosse posta a protezione di un diritto fondamentale della persona, come può ammettersi che questa protezione sia affidata alla roulette russa che si attiva con l’assegnazione casuale dei processi a giudici così diversi tra loro per tempi e orientamento della decisione?

Originariamente pubblicato su lavoce.info il 3 marzo

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venerdì, 24 febbraio 2012

Guido Viale,La Grecia siamo noi


La Grecia siamo noi
di Guido VialeUnknown-1.jpeg
Il Manifesto




A due anni dalla denuncia dello stato comatoso delle sue finanze (ma gli interessati, in Germania e alla Bce, lo sapevano da tempo: erano stati loro a nasconderlo) la Grecia, sotto la cura imposta dalla cosiddetta Troika (Bce, Commissione europea e Fmi) presenta l’aspetto di un paese bombardato: un’economia in dissesto; aziende chiuse; salari da fame; disoccupazione dilagante; file interminabili al collocamento e alle mense dei poveri; gente che fruga nei cassonetti; ospedali senza farmaci; altri licenziamenti in arrivo; tasse iperboliche sulla casa e sfratti; beni comuni in svendita. E ora anche una città in fiamme.

Ma a bombardare il paese non è stata la Luftwaffe, bensì il debito contratto e confermato dai suoi governanti di ieri e di oggi nell’interesse della finanza internazionale. Con la conseguenza che, a differenza di un paese uscito da una guerra, in Grecia non c’è in vista alcuna “ricostruzione”, o “rinascita”, “ripresa”; ma solo un fallimento ormai certo – e dato per certo da tutti gli economisti che l’avevano negato fino a pochi giorni o mesi fa – procrastinato solo per portare a termine il saccheggio del paese e, se possibile, il salvataggio delle banche che detengono quel debito; o di quelle che lo hanno assicurato. Le armi però c’entrano eccome. All’origine di quel debito, oltre alla corruzione e all’evasione fiscale, ci sono le Olimpiadi del 2004 (costate oltre un decimo del Pil) e l’acquisto di armi, che la Grecia è costretta a comprare e pagare a Francia e Germania come contropartita della “benevolenza” europea, per importi annui che arrivano al 3 per cento del Pil. Quattro fattori, armi (come F135), Grandi eventi (Olimpiadi o Expò, o Mondiali, o G8), evasione fiscale e corruzione che accomunano strettamente Grecia e Italia. Ma non solo.

Nel pacchetto, il quinto in due anni, delle misure imposte alla Grecia – liberalizzazioni di tariffe, mercati e lavoro, privatizzazioni dei servizi pubblici, blocco delle assunzioni, definanziamento di scuole, ospedali, Università, servizi sociali – c’è pari pari il programma del governo Monti (anch’esso cucinato da Bce e Commissione europea). La Grecia è solo un anno più avanti di noi sulla strada del disastro e Monti è il Papademos italico incaricato di accompagnarvi l’Italia spacciandosi per il suo salvatore e garantendone il saccheggio. Aggiungi il patto di stabilità (Fiscal Compact) che impone di riportare il debito di entrambi i paesi, ormai chiaramente in recessione, al 60 per cento del PIL in regime di parità di bilancio, e avrete i termini di una politica senza ritorno imposta da una classe al potere senza un’idea di futuro che non sia la propria perpetuazione. Per loro contano solo i bilanci: tutto il resto crepi! Quando l’Unione europea avrà tagliato gli ormeggi alla Grecia per abbandonarla alla deriva, avrà messo il vascello in condizioni di non poter più navigare per decine di anni.

Nessuno degli economisti entusiasti degli “sforzi” di Monti ha la minima idea di come si possano raggiungere gli obiettivi del Fiscal Compact. E allora? Il fatto è che per loro “non c’è alternativa”; perché non sanno immaginare un futuro diverso dal presente: all’Università non lo hanno studiato e non si sono dotati di strumenti per concepirlo (tranne che per le loro carriere). “Non esiste un piano B per la Grecia, ha detto Draghi. Ma nemmeno per l’Italia. Per questo Monti non è la soluzione, ma il problema.

Ma un “piano B” per l’Europa va messo a punto, e in fretta; perché quello “A” è un strada senza uscita; e non si fa politica, né opposizione, senza un’idea sul da farsi appena il contesto la renda plausibile. E quel momento potrebbe essere vicino, perché il mondo sta cambiando in fretta. Ma l’Italia non è la Grecia, ripetono i supporter di Monti. E perché mai? Perché l’Italia ha un tessuto industriale robusto e perché è “troppo grande per fallire”. Due tesi per lo meno parziali. Neanche la Grecia era priva di un tessuto industriale, anche se fragile, che le manovre deflattive imposte dalla Troika hanno mandato in pezzi. Una vicenda attraverso cui erano già passati anni fa – e per decenni – molti paesi dell’America Latina presi per la gola dal FMI.

Quanto all’Italia, un inventario dei danni prodotti dal ventennio berlusconiano, non solo sullo “spirito pubblico” – e non è poco – ma anche sul tessuto industriale non è ancora stato fatto. Ma accanto ad alcune medie imprese che si sono ristrutturate ed esportano, tre dei maggiori gruppi industriali (Fiat, Finmeccanica e Fincantieri) sono alle corde e nel tessuto industriale residuo chiude una fabbrica al giorno. “Non si produce più niente” ripetono coloro che guardano la realtà senza lenti deformanti. Ma non è che tra un mese o tra un anno (o anche due) quelle fabbriche riapriranno, gli operai ritorneranno al loro posto di lavoro e le aziende riprenderanno a produrre come prima. Un enorme patrimonio di esperienze, di professionalità, di knowhow, di attitudine all’innovazione e al lavoro di gruppo viene disperso e scompare per sempre. Né ci sono in vista iniziative imprenditoriali in grado di mettere al lavoro, avviandole dal nulla, nuove produzioni, nuovi addetti e risorse gestionali in grado di riempire quei vuoti. E quanto agli investimenti stranieri, sono bloccati dall’articolo 18, dalla mancanza di infrastrutture come il Tav Torino Lione, dalle tasse troppo alte che nessuno paga, o dalla corruzione e dalla burocrazia che il governo Monti si è tirato in casa? BCE e governo Monti sono destinati a imprimere una accelerazione decisiva al lungo declino dell’economia italiana.

In secondo luogo, se l’Italia è troppo grande per fallire, è anche – come ci viene ripetuto spesso – “troppo grande per essere salvata”. Qui sta la sua forza e la sua debolezza. La debolezza è quel continuo richiamo a fare “i compiti a casa” (un’espressione da deficienti) e a “cavarsela da sola” (sulla base, però, dei diktat di altri). Un compito impossibile, che i governi greci hanno già provato a svolgere nonostante la sua palese assurdità. La forza sta nel fatto che se il governo Italiano non sarà in grado di azzerare il deficit e dimezzare il debito, o anche solo di rifinanziarlo, perché il suo PIL precipita, “salta” anche l’euro – il che, forse, è già stato messo in conto. O verrà messo in conto tra poco – ma salta anche, probabilmente, l’Unione europea e con essa l’economia di mezzo mondo. E forse anche quella dell’altra metà. Non siamo più negli anni ’30, quando la partita si giocava tra cinque o sei Stati. Il circuito finanziario ha ormai coperto e avviluppato l’intero pianeta.

Un piano B per l’Europa deve innanzitutto evitare un default disordinato (come ormai viene chiamata la prossima bancarotta degli Stati a rischio di insolvenza; e non sono pochi) e promuovere un “concordato preventivo”: cioè un accordo che dimezzi in modo selettivo i debiti pubblici che non possono essere ripagati o che ne sterilizzi (con una moratoria delle scadenze) una buona metà. Il che trasferirebbe l’insolvenza sulle banche, costringendo anche la BCE e gli Stati più forti e arroganti a correre in loro soccorso: con nazionalizzazioni, “bad bank” e separando finalmente il credito commerciale dal pozzo senza fondo degli investimenti speculativi. Quanti più saranno gli Stati a rischio che si impegnano su questa strada, tanta maggiore sarà la forza per imporla.

Certamente, sia che l’euro venga conservato, sia che si torni alle vecchie divise, il caos economico che incombe sul paese e sull’Europa è spaventoso; ma non minore di quello in cui ci sta trascinando il tentativo di rinviare giorno per giorno una resa dei conti. In tempi di crisi valutaria, ciò con cui bisognerà fare i conti, a livello nazionale e locale, saranno gli approvvigionamenti: innanzitutto quelli energetici e alimentari. L’unica risorsa a cui attingere a piene mani nel giro di pochi mesi e pochi anni sono risparmio ed efficienza energetica. La condizione di paese bombardato apparirà allora in tutta evidenza: spente le luminarie che non servono per vedere ma per farsi vedere; auto ferme e mezzi pubblici strapieni (scarseggerà il carburante); orari cambiati per garantire il pieno utilizzo dei mezzi durante tutto l’arco della giornata; conversione in tempi rapidi – come all’inizio di una guerra – delle fabbriche compatibili con la produzione di impianti per le fonti rinnovabili o di cogenerazione, di mezzi di trasporto collettivi o condivisi a basso consumo; interventi sugli edifici per eliminarne la dispersione energetica. ecc. Giusto quello che si sarebbe dovuto fare – e ancora potrebbe essere fatto – in questi anni, con esiti economici certo migliori. Lo stesso vale per l’approvvigionamento alimentare: occorrerà restituire a ogni territorio la sovranità alimentare con un’agricoltura meno dipendente dal petrolio e un’alimentazione meno dipendente da derrate importate: una operazione da mettere in cantiere con una nuova leva di giovani da avviare a un’attività ad alta intensità di innovazione e di lavoro che potrebbe cambiare l’aspetto del paese.

Analogamente occorrerà intervenire sul patrimonio edilizio inutilizzato, sul ciclo di vita dei materiali (risorse e rifiuti), su scuola, università, sanità con interventi che riducono gli sprechi e producono occupazione di qualità. Ma soprattutto ci vorrà una revisione generale degli acquisti quotidiani: spesa condivisa, rapporti diretti con il produttore e Km0 (i GAS), riduzione degli imballaggi e del superfluo, ricorso all’usato e alla riparazione e alla condivisione dei beni: tutti campi in cui il sostegno di un’amministrazione locale conta molto. E tante altre cose simili su cui occorre riflettere: sono tutti interventi da concepire, programmare e gestire a livello locale – con la partecipazione diretta della cittadinanza attiva – che potranno essere agevolati anche da un circuito parallelo di monete garantite dalle autorità locali, come era avvenuto con successo in molti paesi occidentali – compresa la Germania nazista – durante la grande crisi degli anni ’30. Fantascienza? Forse; comunque un programma meno irrealistico dell’idea di affidare alla liberalizzazione dei servizi e dei rapporti di lavoro la ripresa di una crescita che sottragga l’Italia al cappio del debito; e magari anche alla crisi ambientale – ah! questa sconosciuta! – che investe il pianeta.

Fonte: www.ilmanifesto.it

http://www.oltrelacoltre.com/?p=11989



Tratto da: La Grecia siamo noi | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/02/19/la-grecia-siamo-noi/#ixzz1mqv7YoYV
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

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lunedì, 31 ottobre 2011

Bauman: "Berlusconi? Un incidente Gli italiani sapranno andare avanti"

da LA STAMPA

29/10/2011 - INTERVISTA
Bauman: "Berlusconi? Un incidente
Gli italiani sapranno andare avanti"


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Zygmunt Bauma, sociologo e filosofo polacco, è nato nel 1925

"La precarietà è in aumento
ci troviamo su un campo minato
Gli indignati? Senza programmi"
FLAVIO ALIVERNINI

Zygmunt Bauman è a Roma, al Salone dell'Editoria Sociale per una lectio magistralis, introdotta da Guliano Battiston, sul tema "Etica e Responsabilità pubblica". L'abbiamo incontrato ieri a pochi passi dal centro due ore dopo il suo arrivo e l'occasione è sembrata propizia per proporgli una riflessione sulla nostra maniera di intendere morale e politica.

Il tema dell'etica nella responsabilità pubblica tocca da vicino noi italiani. Che idea si è fatto del nostro primo ministro?
Berlusconi è un fenomeno unico che non si è manifestato in nessun altra cultura politica democratica. E' molto astuto e riesce sempre a manipolare gli alleati nonostante le differenze che esistono fra di loro: ha le capacità che servono a mantenere il potere. Che poi abbia anche la qualità necessaria a guidare un meraviglioso paese come Italia con le sue grandiose tradizioni di indipendenza e autonomia, questa è un'altra questione. Ne parlo con tante persone ma nessuno mi da una buona spiegazione: forse è un momento di mancanza di attenzione, dove non si guarda alla vera essenza delle cose. Sono convinto, però, che tra poco gli italiani guarderanno indietro e si domanderanno: come è possibile che sia successo tutto questo? Berlusconi è un incidente: tutti i paesi hanno qualche dispiacere dalla storia.

Ma se Sarkozy e la Merkel ridono di noi si prendono gioco dell'Europa intera, non crede?
De Gasperi è stato uno dei pionieri dell'Europa e l'Italia è stata coinvolta nella formulazione dell'idea fin dall'inizio ma adesso tutto il Vecchio Continente è in crisi. Una crisi legata agli eventi di un mondo globale: anche se fosse stata più unita economicamente non avrebbe potuto causarla da sola.

L'asse franco-tedesco sta andando nella giusta direzione per risolverla?
La Germania e la Francia hanno avuto il placet dagli altri paesi dell'Ue per la loro strategia ma il piano è quello di ricapitalizzare le banche: significa tornare indietro al punto di partenza. E' un tentativo di gestire la crisi senza rimuovere le vere cause di essa. Penso che nei prossimi anni i cambiamenti saranno profondi: il sistema economico non è stato capace di autoregolarsi.

In Italia il dibattito politico si sta concentrando su una norma del governo che permetterebbe licenziamenti più facili. Sono i lavoratori a pagare il prezzo più alto per la crisi?
E' risaputo che i guadagni tendono a privatizzarsi e le perdite si redistribuiscono. Si pensava che lo sviluppo della classe operaia fosse inarrestabile ma così non è stato: basta vedere cosa sta accadendo alla Fiat e alla Pirelli. Gli operai stanno scomparendo, non avremo più proletari ma precari. E i sentimenti che li guideranno saranno la paura e la perdita di autostima.

Nel mondo infiammano le proteste. Crede che la "rivolta degli indignati" possa canalizzare questi sentimenti negativi?
Non è un movimento rivoluzionario. Non ci si può aspettare una rivoluzione da chi non ha un programma e una visione alternativa di società.

Dove sfocerà la loro protesta?
Questo non lo so, ma siamo in un campo minato: circondati da materiale esplosivo nascosto ma che sicuramente da qualche parte, in qualche momento, esploderà. Non si può dire dove e quando. La gente scende in piazza in tutti i paesi ma l'obiettivo delle proteste è diverso ovunque, non c'è unità. Solo rabbia e rancore. Questa è una nuova forza politica: provare di poter distruggere ciò che non piace. Proprio ciò che è successo a Mubarak, Gheddafi e Ben Ali. Ma lo stesso impeto può concentrarsi nella costruzione di qualcosa? Questo è il problema.

Vede un punto di forza nella struttura sociale italiana?
La forza dell'Italia sta nelle relazioni familiari. In Gran Bretagna, per esempio, è facile sentirsi abbandonati e soli mentre in Italia c'è un sistema di relazioni familiari più esteso. Questo significa che se un membro della famiglia ha successo può condividerlo con tutti gli altri e se ha problemi può aspettarsi l'aiuto di tutti gli altri: una specie di ammortizzatore. Sfortunatamente non è così nell'Europa del Nord dove le cadute sono più dure
 


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