venerdì, 28 settembre 2012

Alda Merini,NOn credere che remare..

 

 

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NOn credere che remare
su una barca
col peso degli anni sulle braccia,
su una barca
che rischia di affondare,
sia la gloria o la vita
è soltanto la paura lontana
che quel fiume possa anche
travolgerci nel cuore
Il sentimento non è mai parola
e nemmeno pietà
ma solamente un grazie
della vita
che domanda se l'amico
sia vero
o solo un sogno
ALDA MERINI

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martedì, 27 marzo 2012

Roberto Pierri, Maestri e compagni


Roberto Pierri ha pubblicato qualcosa nel gruppo FILOSOFIA ROMA.
    dialogo del graffito col tempo e lo spazio .jpg
Roberto Pierri    27 marzo 2.10.36
"La cultura è l'unico bene dell'umanità che, diviso tra tutti, anziché diminuire diventa più grande" (H. G. Gadamer)
<http://www.youtube.com/user/MAESTRIeCOMPAGNI>
    MAESTRI & COMPAGNI
<www.youtube.com>
Maestri & Compagni, constatata l'insufficienza del dibattito culturale contemporaneo e conscio delle...

giovedì, 08 marzo 2012

0reste Scalzone,Diffusione delle lotte NO TAV

Voila, pour information / per conoscenza   Salut! Oreste
notav3zk.gif
From: notavfrance@riseup.net

Subject: Paris – Assemblée Générale No-TAV/No-TGV !!!
To:

- Paris – Assemblée Générale No-TAV/No-TGV !!!
<http://notavfrance.noblogs.org/post/2012/03/07/solidarite-avec-la-lutte-en-val-de-susa-contre-la-logique-de-la-grande-vitesse/>

- Témoignage des camarades de Luca Abbà sur son accident provoqué par les
flics :
<http://notavfrance.noblogs.org/post/2012/03/07/temoignage-des-camarades-de-luca-abba-sur-son-accident-provoque-par-les-flics/>

- Ni TAV ni LGV – Solidarité! Communiqué de l’Assemblée contre le TGV au
Pays Basque :
<http://notavfrance.noblogs.org/post/2012/03/07/ni-tav-ni-lgv-solidarite-communique-de-lassemblee-contre-le-tgv-le-5-mars/>

- Paris – Siège de la RAI occupé en solidarité avec le mouvement NoTAV
<http://notavfrance.noblogs.org/post/2012/03/07/occupation-du-reseau-de-la-rai-a-paris-en-solidarite-avec-la-lutte-notav/>

- Turi sur le pylone, Tobia en grève de la faim :
<http://notavfrance.noblogs.org/post/2012/03/05/turi-sur-le-pylone-tobia-en-greve-de-la-faim/>

- No-TAV Paris – Assemblée sur le parvis du Centre Pompidou et
manifestation :
<http://notavfrance.noblogs.org/post/2012/03/04/no-tav-paris-assemblee-sur-le-parvis-du-centre-pompidou-et-manifestation-ce-samedi-3032012/>

- Pays-Basque – Contre la Ligne à Grande Vitesse Bordeaux-Madrid :
<http://notavfrance.noblogs.org/post/2012/03/04/au-pays-basque/>

- La lutte contre la TAV représente aujourd’hui toutes les luttes :
<http://notavfrance.noblogs.org/post/2012/03/04/218/>

- Du nucléaire au TAV, un seul et même monde à combattre !
<http://notavfrance.noblogs.org/post/2012/03/04/du-nucleaire-au-tav-un-seul-et-meme-monde-a-combattre/>

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lunedì, 26 dicembre 2011

ANDREA TARQUINI,Praga dice addio a Vaclav Havel


LUTTO
Praga dice addio a Vaclav Havel
città in silenzio per il presidente
Ventun colpi di cannone sono stati sparati dalla collina di Petrin di fronte al castello, per salutare l'uomo che traghettò la Cecoslovacchia fuori dal comunismo. Il corpo sarà cremato e le ceneri deposte nella tomba di famiglia dopo natale. Papa Benedetto XVI: "Leader visionario, padre di democrazia"
dal nostro inviato ANDREA TARQUINI

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Vaclav Klaus e Dagmar Havlova ai funerali

  (lapresse)
PRAGA - Un paese intero si è fermato nel minuto di silenzio, i Grandi del mondo sono venuti a Praga alla solenne cerimonia, la gente ha riempito piazze e strade raccogliendosi composta per l'ultimo saluto, Piazza San Venceslao era un mare di candeline. E'stato così, un evento mondiale rilanciato dai tv networks e da internet ovunque, l'addio a Vaclav Havel (è morto nel sonno domenica scorsa a 75 anni 1) nella splendida capitale cèca. L'intellettuale che scelse l'impegno politico, l'eroe e martire dell'opposizione alla dittatura neostaliniana, poi padre della 'rivoluzione di vellutò del 1989 e presidente della Cecoslovacchia tornata alla democrazia e poi della repubblica cèca, ha ricevuto un omaggio mondiale, quasi come un Karol Wojtyla laico.

LE FOTO 2

La segretario di Stato Usa Hillary Rodham Clinton e il marito ex presidente Bill, il premier britannico David Cameron e il presidente francese Nicolas Sarkozy, l'ex leader della rivoluzione polacca, capo di Stato e Nobel per la pace Lech Walesa, i principi ereditari d'Olanda e del Belgio, il presidente della Commissione europea José Manuel Durao Barroso, statisti e dignitari da ogni parte del mondo sono venuti a Praga, e hanno partecipato

alla grande cerimonia nel duomo di San Vito, la splendida cattedrale gotica nel Castello che domina la Città d'oro.

E' arrivato, assolutamente insolito, anche un messaggio del Papa. Benedetto XVI ha lodato il laico Havel come "il visionario coraggioso a cui il suo popolo deve la riconquista della libertà". La Filarmonica di Praga, il cui direttore guida abitualmente l'orchestra sinfonica della Bbc, ha eseguito il Requiem di Antonìn Dvorak. L'arcivescovo di Praga, Dominik Duka, ha ricordato officiando la messa come "l'insegnamento di Havel, il suo slogan secondo cui 'verità e amore devono vincere su menzogna e odio', è sempre attuale per tutti". L'ex segretario di Stato Usa, signora Madeleine Albright, parlando in cèco sua lingua d'origine, ha ricordato Havel come 'uno dei grandi del nostro pianeta'. Sarkozy ha ricordato Havel, "non dimentichiamo il suo messaggio: vale la pena di battersi per ciò in cui si crede". Al suo fianco, triste e scuro in volto, c'era anche l'attore Alain Delon, che conosceva da tempo Havel.

A mezzogiorno in punto, tutto il paese si è fermato nel minuto di silenzio, anche treni, autobus, tram e auto della polizia, e hanno suonato le campane di tutte le chiese e le sirene d'ogni fabbrica. A conclusione, la Filarmonica ha suonato l'inno nazionale, "Dov'è il mio paese, le cascate e le foreste, le montagne e i giardini fioriti", e l'artiglieria dell'esercito ha sparato 21 salve di cannone. Poi i soldati hanno portato fuori la bara, avvolta nel tricolore cèco. La folla enorme l'ha accolta con un applauso commosso, e molti facevano tintinnare i mazzi di chiavi, come si faceva nelle manifestazioni contro la dittatura nell'89 per chiedere di aprire le prigioni. La vedova, la giovane moglie Dagmar Havlova, e i familiari hanno accompagnato il feretro al crematorio. A sera, è stato anche allegro il saluto estremo all'eroe-statista che amava il rock: alla Lucerna, il palazzo nel centro di Praga, si è tenuto un concerto rock. Ospite d'onore il gruppo rock cèco Plastic people of the universe: quando fu proibito dalla dittatura, Havel reagì fondando Charta 77, il movimento del dissenso. (ha collaborato Petr Pisa)

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domenica, 13 novembre 2011

Strike, occupy, shut down! Occupy Oakland oltre lo sciopero generale

Strike, occupy, shut down! Occupy Oakland oltre lo sciopero generale

Intervista ad Alessandro De Giorgi, professore presso il Department of Justice Studies, San José State University, California.

A cura di Claudia Bernardi e Paolo Do

Negli ultimi giorni stiamo assistendo a un’inedita intensificazione del movimento Occupy. Non si tratta soltanto di una maggior diffusione delle occupazioni su tutto il territorio statunitense, piuttosto, la West Coast, in particolare Oakland, sta assumendo nuova centralità, qualificandosi come lo spazio più interessante per la capacità di rilanciare sul terreno delle pratiche e della composizione. Qual è il contesto specifico in cui nasce questa occupazione?

Oakland è una città dalla storia straordinaria, attraversata da profondissime contraddizioni socioeconomiche che si sovrappongono a quelle razziali; il suo passato è fatto di lotte sociali e mobilitazioni radicali. Qui sono nate le Black Panters, partendo dai programmi d’intervento sociale nel quartiere, per poi trasformarsi nel partito rivoluzionario che tutti conosciamo. Oakland è il luogo dove tutto questo è iniziato. Una città che, nonostante abbia subito gli effetti della feroce ristrutturazione capitalistica degli anni Ottanta, ha mantenuto un fortissimo tessuto di attivismo sociale.

Questi gruppi hanno continuato a lavorare sulle tematiche razziali e sulla questione urbana, affrontando i problemi legati alla disoccupazione, al welfare, alla droga e alla criminalità. Nel contesto della metropoli americana, queste forme di attivismo sociale hanno un significato immediatamente politico – basti pensare all’intervento di quartiere su tematiche come la violenza della polizia, che colpisce selettivamente le minoranze afroamericane e latine. Queste reti di intervento sociale si sono sedimentate negli ultimi trent’anni in uno scenario urbano molto difficile. Basti pensare che Oakland è la quarta città più pericolosa d’America, con un numero di omicidi al limite di un territorio di guerra (una media di 130-140 morti l`anno), e un tasso di incarcerazione impressionante che si concentra quasi esclusivamente nei quartieri afro-americani e latini. Questa città rappresenta una miscela singolare di contraddizioni sociali e attivismo politico, le quali hanno fatto sì che Oakland si facesse trovare pronta allo scoppio di questo nuovo movimento.

OccupyOakland è nata sulla scia del movimento Occupy Wall Street iniziato il 17 settembre a New York. A Oakland il movimento di occupazione è iniziato il 10 ottobre, andando avanti in maniera abbastanza anonima fino al 23 di Ottobre, quando la sindaca progressista Jean Quan ha disposto un raid della polizia (presto degenerato in violenza) per sgomberare l`accampamento che si era insediato di fronte al municipio. La sera stessa, quando il movimento è tornato per riprendersi la piazza, nel tentativo di disperdere i manifestanti la polizia ha gravemente ferito Scott Olsen, giovane veterano dei marines per due volte in Iraq, che partecipava all’occupazione. Questo episodio di gratuita violenza poliziesca ha di fatto messo sotto scacco l’intera macchina politica della città. Il movimento è riuscito così a riconquistare la piazza e l’accampamento di circa 200 tende si è ricostituito, dandosi forme organizzative davvero molto interessanti.

La parola d`ordine “noi siamo il 99%” allude alle drammatiche diseguaglianze economiche degli Stati Uniti, dove secondo un rapporto ufficiale pubblicato proprio in questi giorni dal Congressional Budget Office, tra il 1979 e il 2007 l’1% più ricco della popolazione ha visto aumentare i propri redditi del 275%, mentre per il quinto più povero il reddito è rimasto praticamente fermo.

Questo movimento ha una struttura estremamente varia, che include i militanti che si sono formati negli anni di Seattle e delle grosse manifestazioni contro i summit globali dei primi anni Duemila, così come attivisti di ben più vecchia data – gli ‘hippie’ degli anni Sessanta e Settanta – e gente comune. Ma ha anche una composizione interna che ben rappresenta la geografia sociale ed economica di Oakland: giovani afroamericani e latini che subiscono quotidianamente la violenza della polizia nei loro quartieri degradati; famiglie che hanno perso la casa (il numero delle case requisite dalle banche in questa città in seguito alla crisi immobiliare è sconcertante). Ci sono disoccupati che si sono trovati, da un giorno all`altro, privi di qualsiasi assistenza sanitaria; madri singole che non hanno risorse per mandare i figli all`asilo e devono lavorare allo stesso tempo; studenti le cui scuole sono diventate infrequentabili perché i tagli all’istruzione hanno determinato aumenti delle tasse del 100% nel giro di pochi anni; reduci di guerra giovani e meno giovani che condividono le stesse tragedie personali, dall’impossibilità di curarsi al fatto di non avere casa e nessun tipo di sussidio.

Questo vasto assortimento di figure sociali si è manifestato prepotentemente nello sciopero generale del 2 Novembre: una manifestazione di massa che ha davvero sorpreso tutti, compreso il movimento. Nessuno si aspettava che decine di migliaia di persone si sarebbero riversate nelle strade, marciando dalla piazza centrale fino al porto, attraversando uno dei quartieri più difficili della città – il ghetto di West Oakland –  per poi occupare e e bloccare completamente il porto per un’intera giornata. Vale la pena di ricordare che questo è il primo sciopero generale negli Stati Uniti dal 1946, e l`ultimo aveva avuto luogo proprio qui, a Oakland. Tecnicamente non si è trattato di un vero e proprio sciopero generale, dato che non tutte le attività produttive della città si sono fermate, ma è stato un momento di fortissima partecipazione collettiva. E questo nonostante l’atmosfera fosse stata saturata dai messaggi allarmistici dei media: tutti avevano previsto una violenza che non si è manifestata, mentre nessuno aveva previsto una così ampia partecipazione.

A partire dalla manifestazione del 5 ottobre a New York, le Occupy statunitensi hanno iniziato a relazionarsi con i sindacati, tentando di costruire uno spazio condiviso. Qual è stato il rapporto con i sindacati a Oakland?

Negli ultimi trent’anni, la guerra contro le organizzazioni del lavoro e il movimento sindacale americano, iniziata con Reagan e proseguita dai Bush e da Clinton, è stata vittoriosa: oggi solo il 7% della forza lavoro americana del settore privato è sindacalizzata. Al contempo, però, l’intero movimento #Occupy statunitense è stato fortemente ispirato dalle lotte sindacali degli ultimi mesi. Per esempio, in Wisconsin tra gennaio e febbraio 2011 c`è stata una lotta asprissima dei sindacati del pubblico impiego per mantenere il diritto alla contrattazione collettiva che il governatore repubblicano aveva di fatto depennato con una legge da lui promossa e poi approvata dal congresso a maggioranza repubblicana dello stato. Un intenso ciclo di lotte durato diversi mesi, e che non si è di fatto ancora concluso.

Qui a Oakland diverse organizzazioni sindacali hanno dialogato con questo movimento. Purtroppo, il diritto di sciopero in sé è stato prosciugato negli ultimi tre decenni, in parte per via legislativa e in parte mediante lo smembramento della contrattazione collettiva. Per questo, in molti casi è difficile per un sindacato dichiarare lo sciopero. In alcune città americane i sindacati pubblici hanno praticamente perso il diritto di indire scioperi (nello stato di New York lo sciopero costituisce addirittura un reato penale per i sindacati del settore pubblico).

Anche a Oakland i sindacati incontrano ostacoli politici, economici e amministrativi all’esercizio di questo diritto, ma nonostante queste difficoltà i portuali hanno mostrato il loro sostegno e indubbiamente hanno contribuito al blocco integrale del porto di Oakland il 2 novembre. Ma ancora una volta la composizione di questo movimento va molto al di là dei sindacati e abbraccia un insieme di organizzazioni comunitarie, associazioni e gruppi che vanno delle Black Panthers ai collettivi LGBT. Insomma, un movimento davvero composito.

In questo contesto, quali sono le relazioni che Occupy Oakland intrattiene con le altre occupy che in questo mese sono nate a San Francisco e nelle altre città della Bay Area?

Le varie Occupy sono fiorite nell’ultimo mese e mezzo in modo significativo; San Francisco ha una sua iniziativa così come Berkeley e altre città minori della Bay Area; ci sono poi le Occupy-Cal (occupazioni studentesche molto determinate, che stanno nascendo nei vari campus universitari). Certamente Oakland, per una serie di motivi, ha conquistato il centro della scena politica del movimento. Credo non sia un’esagerazione dire che intorno alla giornata del 2 novembre  l’epicentro dell’intero movimento di occupazioni negli USA si è spostato da New York alla West Coast. Questo non ha significato per Oakland entrare in competizione con New York (proprio in questi giorni Occupy Oakland ha ricevuto una donazione di 20.000 dollari inviata da Occupy Wall Street durante i giorni del raid poliziesco). Tuttavia, per le forme in cui il movimento si esprime in questa città, Oakland ha assunto una posizione centrale all’interno del movimento americano.

Organizzativamente, Occupy Oakland ruota attorno a un’assemblea generale che si riunisce quattro giorni alla settimana, alle 18, nell’anfiteatro antistante la piazza occupata del municipio. L’assemblea segue un metodo di democrazia quasi diretta, con una regola di maggioranza del 90% per prendere tutte le decisioni. La sensazione è di una completa trasparenza della decisione; queste pratiche hanno l’obbiettivo di riconquistare margini di democrazia diretta attraverso la liberazione di spazi che la privatizzazione e la militarizzazione urbana hanno sottratto alla loro destinazione pubblica.

L’enfasi del movimento sull’assenza di leader è univoca, tanto che negli ultimi giorni l’assemblea ha rilasciato un’interessante risoluzione nella quale si diffida chiunque dal parlare (soprattutto ai media e ai politici locali) “a nome” del movimento. Questo è molto interessante, soprattutto alla luce delle questioni che i media mainstream continuano a porre al movimento. Le due principali domande poste agli occupanti sono le seguenti: chi sono i vostri leader? Che cosa chiedete? Entrambe le domande rivelano l’incapacità di cogliere l’elemento costitutivo di questo movimento, che non consiste in ciò che chiede ma in ciò che fa, e nel modo in cui lo fa.

Il messaggio di Occupy Oakland, e in generale del movimento Occupy negli Stati Uniti, sta nelle pratiche, nella sua capacità di occupare/costruire spazi pubblici e restituirli a una funzione democratica, nella sua capacità di deliberare collettivamente a partire da bisogni collettivamente espressi. In questo il movimento è caratterizzato da elementi di novità anche rispetto alle grandi mobilitazioni contro la guerra del 2003 e contro i summit dell`inizio del 2000. Questo movimento non ha leader e non ha un’agenda non perché non abbia istanze che porta avanti, ma perché queste sono assorbite nel processo democratico che il movimento ha messo in atto.

Inoltre, negli USA molto spesso la politica funziona su single issues. I gruppi e le associazioni esercitano pressione politica (e spesso economica) su questioni specifiche, e questo era in parte anche il limite della politica indipendente o di base: la specializzazione di ciascun gruppo su questioni specifiche. Questo movimento esprime una grossa novità perché di fatto supera questa logica rivendicativa da “gruppo di pressione”.

 Con la grande manifestazione del 2 novembre e questo salto di qualità prodotto da Oakland ci chiediamo cosa si prefigura per il futuro. Cosa ha intenzione di fare adesso il movimento delle Occupy?

Il problema che si pone adesso è quello delle forme di lotta che il movimento intende darsi. Fino ad ora il suo elemento di forza è consistito nella sua visibilità: l’accampamento in zone cruciali e strategiche delle città ha indubbiamente costituito un punto di forza, soprattutto quando associato – come a Oakland – a un metodo profondamente democratico. Tuttavia, tale visibilità dipende dalla forma di lotta dell’accampamento stesso nelle zone simbolo delle città, e va detto che per ragioni anche solo logistiche questa pratica potrebbe non durare all`infinito: il freddo insostenibile di alcune città del Nordest (New York, per esempio) non si concilia con le tende a tempo indeterminato e gli accampamenti potrebbero non essere più praticabili. Inoltre, c`è il rischio di ridursi ad una semplice presenza di tipo testimoniale, una forma di presenza simbolica alla quale la città si abitua, magari fino ad ignorarla.

C`è però uno sviluppo interessante a cui guardare: la sera dello sciopero generale ci sono stati alcuni scontri nati dal fatto che una parte del movimento aveva occupato un  edificio abbandonato al centro di Oakland, al cui interno fino a un mese fa lavorava un’associazione che forniva servizi e assistenza ai senza casa. Questa frangia del movimento aveva occupato il palazzo con l’intenzione di restituirlo a quest’associazione, che ne era stata sfrattata a seguito dei tagli ai finanziamenti pubblici che si sono verificati negli ultimi mesi. L’occupazione è durata però solo un’ora, fino a quando la poliza ha attaccato ancora una volta violentemente i manifestanti costringendoli ad abbandonare il posto. Negli ultimi giorni l’ipotesi di dare vita a un movimento di occupazioni (di case e di edifici al centro di Oakland) è circolata all’interno di Occupy Oakland, e buona parte del movimento si sta orientando in questa direzione: da un lato, famiglie senza casa o recentemente sfrattate che si riprendono le case requisite dalle banche, dall’altro, occupazione di luoghi centrali della città per costruire dal basso partecipazione e reti di servizi alla comunità che sono state distrutte dalle politiche di austerity. Resta il fatto che neanche un’ora dopo la polizia è intervenuta, per cui occorre verificare se questo movimento sarà in grado di intraprendere un percorso di questo tipo, dato che il movimento americano non ha una tradizione di occupazioni significativa. Si tratta però di qualcosa di cui si sta discutendo.

Un’altra questione che il movimento si è posto negli ultimi giorni è come diversificare il proprio intervento, non sciogliendo l’accampamento centrale in piazza, ma affiancando a questo una presenza nei quartieri di Oakland: forme assembleari che replicano il modello dell’assemblea generale, occupazioni simboliche o altri accampamenti. I modi potranno essere diversi, ma la questione fondamentale è come spostare il lavoro politico verso i quartieri. Se si considera la geografia economica e razziale di una città come Oakland, la questione può diventare molto interessante; non dimentichiamo che le Black Panthers nacquero all’interno di quartieri di Oakland che tuttora subiscono la segregazione, il degrado, la povertà e la violenza poliziesca. Se il movimento si rivelasse capace di raggiungere questi quartieri, si aprirebbe sicuramente una pagina nuova.

 

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martedì, 01 febbraio 2011

Walter G.Pozzi,Altri destini Una storia degli anni Settanta

Walter G. Pozzi
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Altri destini
Una storia degli anni Settanta

Il romanzo sul processo 7 aprile
Il romanzo mai scritto sugli anni Settanta
Il romanzo che inaugura la “letteratura della tensione”



edizioni: paginauno
collana: narrativa
anno: 2011
formato: 14 x 21 - pagg. 256
prezzo: 14,00 euro
ISBN: 9788890496219

Lo trovi in libreria e nelle principali librerie online oppure puoi acquistarlo sul nostro sito al prezzo scontato di 12,00 euro senza alcuna spesa aggiuntiva per la spedizione
L’Autore - Intervista all’Autore - Rassegna stampa - Presentazioni

La vicenda di un giornalista indipendente preso tra le maglie della repressione politica e giudiziaria, riemerge trent’anni dopo dalle indagini del figlio in cerca della verità e di una memoria di cui diventare partecipe. Sullo sfondo, gli anni Settanta culminati nel processo “7 aprile”.

Dal casuale ritrovamento in un armadio di un maglione sporco di sangue, inizia il viaggio a ritroso nel tempo dell’introverso e disimpegnato Roman Zeri; un viaggio che lo porta a indagare sulla vita di suo padre Max, coraggioso direttore di un settimanale indipendente, e sugli oscuri motivi che lo hanno scaraventato in una storia kafkiana fatta di arresti, interrogatori e processi. Un susseguirsi di colpi di scena scandisce il percorso, anche interiore, di Roman, il quale, scartabellando tra vecchi documenti, fotografie del passato e ritagli di giornali, entra in contatto con una realtà che fino a quel momento aveva ritenuto impensabile. Sullo sfondo della vicenda, la nostra Storia, quella tragica e tuttora irrisolta degli “anni di piombo”, delle manifestazioni, degli scontri con le forze dell’ordine, del “terrorismo”, delle bugie di Stato, del processo “7 aprile”, della violenza che ha stravolto le vite di tutti. E cambiata risulterà anche l’esistenza di Roman, la sua visione del mondo, la prospettiva con la quale guarderà al suo futuro, tanto da esclamare, al culmine di una profonda crisi di coscienza: «Non si sta bene sotto le coperte calde dell’ignoranza.»
Walter G. Pozzi, con Altri destini, inaugura nuovi percorsi gettando le basi della letteratura della tensione.

Di notte scendevo in strada a correre. Sentivo i miei piedi pestare l’asfalto. Da anni non riuscivo più a dormire. All’improvviso, la mente non era stata più in grado di lasciarsi andare. «È di ordine psicologico» mi aveva detto mia madre. Aveva intuito che l’insonnia era dovuta all’arresto di mio padre.
In casa non ne avevamo mai parlato molto, né durante né dopo i quattro anni che erano seguiti da quando lo avevano arrestato. Dopo un po’ mi abituai. Mio padre era fuori di casa, e basta. L’insonnia era stata l’unica reazione. Come se il mio inconscio raccogliesse e tenesse per sé ogni previsione sul futuro.
I primi tempi tiravo mattina nel silenzio, tra le coperte. Poi ho cominciato a coinvolgere mia madre. Era il tipo di donna che perpetuava lo stesso dolore per l’eternità, coltivandolo instancabilmente.
La corsetta notturna era un prodotto della solitudine, nata dopo essere andato via di casa passati i vent’anni. Macinavo i chilometri sotto gli occhi divertiti delle prostitute e dei clienti. Sentivo i commenti e le risate al mio passaggio. I più spudorati erano i transessuali con le loro voci pastose. I fari delle auto mi illuminavano da dietro allungando la mia ombra sul selciato.
Reietti, extracomunitari, puttane, clienti alla ricerca di travestiti più belli delle donne, drogati barcollanti e auto che sgommavano ripartendo a velocità da gara. Neanche un poliziotto per strada. Una città abbandonata. Si sentivano le voci lontane, l’accelerazione di auto esaltate, e i miei passi ripetitivi… il respiro era ritmo, cadenza.



L’Autore: Walter G. Pozzi, nato a Monza nel 1962, è scrittore, cofondatore e direttore editoriale della rivista di analisi politica Paginauno e insegnante di scrittura creativa.
Ha pubblicato i romanzi: Il corpo e l’abbandono (Tranchida 1997 e 2000) e L’infedeltà (Tranchida 2000).



Intervista all’Autore
di Giuseppe Ciarallo

Con i tuoi primi due romanzi, Il corpo e l’abbandono e L’infedeltà, ci avevi abituato a una dimensione del romanzo quasi intimista, dove la tua attenzione era puntata sulla vita interiore, a volte segreta dei vari personaggi; un’indagine psicologica tesa a scandagliare, con fredda determinazione, i comportamenti dei tuoi protagonisti. Nel nuovo lavoro tutto questo viene diluito in una visione più ampia; la piccola storia (“piccola” intesa come personale) di singoli individui, inserita nel crogiolo della grande Storia, quella con la maiuscola, la storia di una nazione, di un’epoca, dell’intera umanità. Un cambiamento di rotta, questo, che i lettori non potranno non cogliere. È solo una parentesi la tua oppure è cambiato qualcosa in te, come scrittore e ancor prima come uomo?
Altri destini è un romanzo diverso da L’infedeltà, esattamente come quest’ultimo apparteneva a una concezione di scrittura assai lontana dal precedente Il corpo e l’abbandono. È una considerazione valida soprattutto se si ragiona su una cifra stilistica. Credo però che da un punto di vista tematico non sia totalmente esatto definire il cambiamento operato in Altri destini come un mutamento di rotta o, eventualmente, una parentesi. Al termine di questo terzo romanzo è stato per me inevitabile cominciare a tirare le somme per comprendere i meccanismi messi in moto, anche come individuo, dall’attività di scrittore. Mi sono, così, reso conto di avere attraversato, con i miei personaggi e le mie storie, diversi stadi dell’essere, e di avere tracciato una sorta di tragitto umano. Voglio provare a riassumerlo.

Ne Il corpo e l’abbandono il giovane protagonista malato e destinato alla morte è costretto a uno stringente confronto con l’idea della propria scomparsa. Il corpo è diventato improvvisamente la sua prigione; una struttura detentiva priva di carcerieri e di sbarre nella quale non esistono verità in grado di garantire un conforto. Si muore, e basta. L’antagonista è la condizione umana che relega l’individuo in un contenitore di carne, muscoli e nervi, ponendolo in balia dei suoi funzionamenti.

Il romanzo seguente, L’infedeltà, sposta l’attenzione su un altro tipo di prigione, quella del condizionamento sociale. I personaggi, due coppie di innamorati, vivono nella necessità di compiere delle scelte, esattamente come accade a chiunque di noi. Passano gli anni, e un giorno si accorgono di avere sbagliato tutto. Nasce allora un confronto con se stessi, e con gli altri, che sfocia nell’analisi del concetto di infedeltà (intesa nella sua accezione più vasta); quella zona d’ombra in cui sono costretti a muoversi, per sopravvivere, tutti gli esseri umani nel confronto con l’altro. L’infedeltà quindi diventa un modo di evadere dalla prigione dei condizionamenti sociali ed etici che, con la loro pressione, conducono a scelte obbligate. Che so, mi viene a mente, come esempio, l’istituzione familiare.

In questo senso Altri destini diviene una sorta di compimento delle tematiche già espresse nei precedenti due romanzi. È la Storia, come dicevi tu, a entrare prepotentemente nella vita dei personaggi, schiacciandoli senza pietà. Il carcere di massima sicurezza in cui viene rinchiuso Max Zeri, diventa una reclusione fisica, ma soprattutto mentale. Qualcosa di più della malattia che affliggeva il personaggio de Il corpo e l’abbandono, durante la quale, almeno, era padrone di riflettere liberamente su di sé e sugli altri. In Altri destini però ritengo sia importante comprendere gli argomenti nascosti attraverso i quali le moderne forme occidentali di potere occupano gli spazi, anche i più intimi e personali, dell’individuo. E per farlo occorre seguire un percorso a ritroso che affonda nell’essenza stessa del sapere umano e che solamente chi scrive può intraprendere ed evidenziare.

Il primo passo è la denuncia di quella che io chiamo la “presa del Vocabolario”. Ogni forma di potere, nell’ambito di ciò che definiamo con molta leggerezza “società democratica”, per prima cosa s’impossessa del linguaggio, attribuendo i significati a concetti astratti quali Libertà, Democrazia, Famiglia, Patria, Guerra, Pace, Cultura. Senza che ce ne accorgiamo, vengono cambiate le definizioni di parole che rappresentano le colonne portanti del vivere quotidiano, archetipi di fronte ai quali qualunque discussione viene impedita. Così che la parola possa essere utilizzata per nascondere i concetti, invece di rivelarli. Consultando un vecchio vocabolario, mi sono divertito a notare il cambiamento di significato del termine “idealisa” dal 1972 a oggi. Il confronto è stato particolarmente illuminante perché mi ha mostrato in che maniera, cambiando il significato alle parole si possa cambiare il senso del mondo. Nel 1972 l’idealista era un individuo “mosso da un alto fattore”; oggi è una persona che “insegue sogni irrealizzabili”. E su questo dovrebbe riflettere chi scrive, invece di perdere il proprio tempo su noiosissimi romanzi di genere.

I protagonisti del tuo romanzo sono Max e Roman Zeri. Padre e figlio. Leggendo velocemente il nome di quest’ultimo, non può sfuggire l’assonanza con la parola “romanziere”. Considerando che il lavoro di Max è il giornalismo e quello di Roman la scrittura, viene da pensare che non si tratti di un caso.
Infatti non lo è. Padre e figlio, a parte una veloce parentesi al centro del romanzo in cui Roman è trentenne, entrano in scena a venticinque anni di distanza l’uno dall’altro, quando hanno quarant’anni. Simbolicamente assistiamo a un passaggio di testimone che il figlio fatica a raccogliere. La sua appare immediatamente come un’impresa difficile, perché non sa e, forse, perché non è completamente disposto a conoscere e ad accettare fino in fondo l’eredità morale che gli viene trasmessa. Non è un caso che Max, il padre, sia un giornalista e Roman uno scrittore. Il cronista ha il compito di informare dell’attualità , della vita di ogni giorno, legato com’è da un punto di vista professionale alla notizia. Al contrario lo scrittore interviene a clamori smorzati. Si siede, inforca gli occhiali, raccoglie e, se ne ha le capacità, rende duraturo, restituisce vita alla vita, tempo al tempo, a quel “sempre presente” che ingloba in sé la dialettica superficiale del divenire: passato/presente/futuro. Purtroppo, Roman è coinvolto in maniera personale, e da questo nascono le sue difficoltà.

Tema centrale del libro è indubbiamente la Memoria. La memoria vista come un esercizio da praticare costantemente, per mantenere viva l’attenzione onde evitare gli errori/orrori del passato. La memoria avvertita come un dovere , come un sentire da tramandare, al pari di un testimone (che nome azzeccato per un semplice bastoncino di legno!) di generazione in generazione. Il tuo romanzo tratta di un periodo storico un po’ scomodo, raramente visitato in letteratura, quello dei cosiddetti “anni di piombo”, del terrorismo, della teoria degli opposti estremismi, argomento questo poco “nobile”, facilmente travisabile rispetto a già metabolizzati momenti quali la Resistenza, la Shoah ecc.; ecco, per te, che ruolo può avere la Memoria in un’epoca difficile come la nostra, un’epoca in cui sta prendendo pericolosamente piede la pratica del revisionismo storico teso a negare orrori ampiamente documentati, a confondere le vittime con i carnefici, a banalizzare e ridicolizzare la sofferenza e i destini di milioni di individui stritolati dagli ingranaggi disumani della Storia?
Alla fine torniamo ancora alla presa del Vocabolario. Tu parli di memoria, e ci accorgiamo immediatamente che non sappiamo più di cosa stiamo parlando esattamente. O meglio, tu e io lo sappiamo perché siamo legati da una certa affinità e perché comunichiamo nella stessa “lingua”; per cui quando diciamo Olocausto sappiamo di parlare della stessa cosa. Eppure, discutendone anni dopo (al momento quindi della memoria), quando anche l’ultimo testimone non c’è più, potremmo trovare tre persone che ne parlano con intenti diversi l’uno dall’altro. Il primo ne negherebbe l’esistenza, il secondo l’affermerebbe per tenerne vivo il ricordo così che gli orrori non si ripetano mai più, e il terzo, se ne approprierebbe usandolo per propri fini. La domanda quindi ritorna: di quale memoria parliamo? Chi ha in mano il vocabolario?

Il revisionismo in fondo non è un’esclusiva di questa epoca ma un fenomeno prodotto dal concetto stesso di storia, dalla sua malleabilità e, di conseguenza, della sua interpretabilità. Sappiamo bene quanto la politica faccia uso dei paradigmi storici. Ciò non rappresenta necessariamente una buona ragione per non prendere posizione, e per chi scrive il modo migliore per farlo consiste nel ripercorrere i fatti, mostrandoli così come sono avvenuti. E poi, a chi tocca il compito della memoria? La risposta in Altri destini è: ai Roman Zeri. Se devo sapere cos’è stato il fascismo leggerò dei saggi storici, ma mi affiderò anche ai romanzi dell’epoca. Leggerò Cronache di poveri amanti di Pratolini, Il partigiano Johnny di Fenoglio… Il buon romanzo ha la forza di puntare il proprio fascio di luce sull’uomo tenendone sotto controllo la temperatura. In realtà, la letteratura è l’unica vera forma di coscienza dell’umanità, una possibilità per essa di specchiarsi, creare analogie e accorgersi del suo stato. Il check-up che gli permette di curarsi prima che sia troppo tardi. Per questo ritengo che in futuro avremo sempre più bisogno della narrativa. Non di tutta, certamente; e nella ricerca dei buoni libri di sicuro non ci aiuterà il prepotente affermarsi dell’industria editoriale con il suo asservimento alle dinamiche commerciali. Ma chi vorrà sapere avrà modo di soddisfare il proprio bisogno.

Per cui la morte del romanzo è ancora molto lontana.
Sicuro. Sono le forme del potere a desiderarne il decesso. Chi gestisce il sistema – con la complicità di scrittori e case editrici – che, depauperizzandolo, lo concepisce solo come forma di evasione e di distrazione. Per cui hai ragione quando affermi che la memoria va avvertita come un dovere. Mi fa piacere che tu dica che Altri destini punta lo sguardo sui cosiddetti “anni di piombo”. Tratta di un episodio volutamente dimenticato e ignorato da politici, storici e scrittori, e sceneggiatori, rei in questi trent’anni, di avere sempre trattato gli anni Settanta con polsi e gambe tremanti. Fiumi di parole; eppure, in realtà, nessuno ha ancora avuto il coraggio di compiere un’operazione di igiene mentale: allontanarsi dal linguaggio del regime e di schieramento per comprendere, per raccontare veramente quegli anni. Chi scrive ha il dovere della lucidità e del distacco. Per lo scrittore vero non esiste differenza tra il sublime e l’abietto. Yeats scrisse che “abbiamo nutrito il cuore di fantasie, e quel cibo ha reso il cuore brutale”. Tanto più scendi in profondità, tanto più la verità appare orribile. Contrariamente a quanto si pensa, per fare chiarezza occorre spostarsi dalla luce al buio, non il contrario.

In molti mi hanno chiesto perché scrivere oggi un romanzo sugli anni Settanta. Un’osservazione del genere denota proprio l’idea che su quel periodo la storia abbia ormai detto tutto. Ma nel momento in cui Gasparri può in Parlamento auspicare un nuovo processo 7 aprile (tra l’altro collocandolo nel 1978, invece che l’anno seguente), senza sollevare indignazione né nel mondo politico né in quello intellettuale, capiamo fino a che punto l’Italia sia un Paese incapace di fare i conti con la propria storia; nonché il livello di ignoranza, se non di malafede, in cui vive l’intellettualità ufficiale. Ecco perché pubblicare un romanzo su quel periodo. Altri destini mostra proprio quale funzione svolgano processi come quello del 7 aprile 1979.
In Altri destini ho cercato di limitarmi a mostrare le cose così come sono accadute, che sia il lettore a giudicare in piena autonomia; che veda ciò che la televisione non ha trasmesso e che legga ciò che i giornali non hanno scritto. E capisca la gravità delle parole di Gasparri.

Già nel 2001, dopo i tragici giorni del G8 di Genova, ma ancora oggi, se si pensa alle proteste degli studenti a Roma, è emerso il tanto preoccupante quanto incomprensibile silenzio, salvo pochissime eccezioni sorte dal mondo della cultura non ufficiale, di un’intera classe di artisti e intellettuali del nostro Paese. Un silenzio che pesa come un macigno vista la portata dei recenti provvedimenti che vanno a incidere su tutti gli ambiti della nostra vita comunitaria: dalla cultura alla giustizia, dalla sanità alla scuola, dai servizi sociali all’esercizio dei più elementari diritti individuali. Cosa ne pensi del ruolo degli intellettuali in una società come la nostra? È lecito che uno scrittore si rinchiuda nel suo piccolo mondo e si limiti a scrutare l’esterno con una sorta di distacco o ha il dovere morale di intervenire, di denunciare all’occorrenza, di essere testimone e coscienza critica della sua gente?
Nel silenzio di cui parli non ho visto alcunché di nuovo. E gli intellettuali, quei pochi, che adesso si sbracciano, qualche anno fa tacevano davanti alle nefandezze che anche i governi del centro-sinistra mettevano in pratica (l’introduzione della flessibilità lavorativa, i bombardamenti sui civili in Kosovo, lo sdoganamento dei tangentisti, l’indifferenza di fronte al conflitto di interessi di Berlusconi…). E questo silenzio a cosa era dovuto? Il problema dell’intellettualità italiana ha radici antiche e risale al concetto di corte.

I protagonisti della cultura italiana sono fondamentalmente cortigiani. Ma per fortuna esistono anche scrittori che dissentono dalle dinamiche del potere, quale che esso sia; il problema è che non è dato loro modo di accedere ai grandi mezzi di comunicazione. L’ordine culturale è un nucleo serrato come un pugno, una sorta di corporazione alla quale si accede solamente passando dall’interno. Per questo li sentiamo insorgere quando vengono privati di un privilegio o quando viene attaccata la loro fazione. Non è così che può funzionare. L’intellettuale deve essere un nervo scoperto della società. Con un governo di destra deve porsi a sinistra, con un governo di sinistra deve stare ancora più a sinistra.

Quali sono, secondo te, i doveri di un intellettuale?
Conservare la libertà, criticare senza riserve le idee preconcette, rifiutare ogni alternativa troppo semplicistica e restituire i problemi alla loro complessità.

Per scrivere il tuo romanzo Altri destini, avrai senz’altro passato molto tempo a scartabellare tra giornali e documenti dell’epoca, a interrogare testimoni di quel periodo della nostra storia. Quali sono state le tue emozioni, cos’hai provato nello scoprire quei mondi sistematicamente banditi dai media, autentici tabù come le pratiche disumane nelle carceri, le torture in un Paese che si vanta di essere esempio di democrazia e che anzi ha la presunzione di affermare, attraverso i suoi capi, l’esigenza di esportarla anche imponendola con le armi?
Sull’esigenza di esportare la democrazia con le armi, è inutile spendere parole, dato che si tratta di una colossale menzogna per nobilitare e riesumare l’antico colonialismo. Per quanto riguarda le scoperte sui giornali dell’epoca, è una pratica che consiglio a tutti. Per realizzare la grande quantità di “inesattezze” costruite non esiste niente di più indicato che andare in biblioteca a consultare i vecchi quotidiani, adesso che alcune verità sono state ripristinate. E siccome la memoria è uno specchio dell’attualità, bisogna pensare che stia accadendo la medesima cosa per quanto riguarda gli avvenimenti attuali.

In Altri destini ho voluto evidenziare questa pratica pubblicando per intero un articolo uscito su un importante quotidiano nazionale il giorno dopo la repressione della rivolta in un noto carcere di massima sicurezza. Sul giornale non era però descritta la violenza usata dagli agenti su persone disarmate, inermi a già immobilizzate. Al contrario venivano esaltati “i ragazzi dei reparti speciali” addestrati a combattere senza uccidere, a usare proiettili di gomma, a fare del male solamente se costretti… La realtà poi era un po’ diversa, ma a quanto pare non doveva essere raccontata. Giusto così, tutto sommato. Tocca a Roman Zeri tornare sul luogo del delitto e restituire vita alla vita, attraverso la finzione.

Un capitolo del libro, solo apparentemente staccato dal resto della narrazione, è ambientato in una prigione argentina, Paese in cui, all’epoca dei fatti raccontati, era in atto una sanguinosa repressione da parte di una feroce dittatura militare. Come a dire: stesso periodo storico, situazioni apparentemente diverse, metodi simili. Forse non aveva affatto torto Fabrizio De André quando in una delle sue più belle canzoni affermava che “non esistono poteri buoni”.
Una frase del genere, condivisibile, se vera, o se accettata come verità assoluta, ci inchioderebbe definitivamente all’inattività e alla rassegnazione. Continuo a credere che possano esistere, se non poteri buoni, almeno poteri mossi da alti valori. Mi rendo conto che è difficile credere all’esistenza di un regime democratico, nell’accezione fin qui esistente; ma rifiuto di credere che non esistano altre strade. I miglioramenti devono passare prima attraverso gli individui. Chi si occupa di cultura deve prendersi la briga di tornare a pensare l’essere, ripartendo da quelle basi etiche insite nel subconscio dell’uomo sin dalla notte dei tempi. Niente che non sia già stato scritto; quelle due o tre cose che gli uomini devono riconoscersi a vicenda, sulle quali ricostruire un nuovo individuo. Difficile? Può darsi, ma forse nemmeno troppo. Basterebbe semplicemente che ognuno assumesse su di sé l’onere di rappresentare personalmente l’essere umano che ritiene essere ideale e andare a spasso, proponendo la pubblicità di se stesso invece che delle grandi firme.


Rassegna stampa

Radio Sherwood, trasmissione Sapevatelo!
4 gennaio 2011 (ascolta la trasmissione)


Presentazioni

Giovedì 3 febbraio 2011 ore 19.00
Libreria Altrimenti
15 avenue de la Faïencerie, L-1510 Luxembourg
Diego Lo Piccolo introduce e dialoga con Walter G. Pozzi

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17:37 Scritto da mangano1 in per il '68 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

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