Antonella Randazzo,Intrallazzi mediatici

1119794215.jpgIntrallazzi mediatici. Il potere manipolatorio raggiunto dai mass media
di Antonella Randazzo – 31/07/2008

Fonte: antonellarandazzo.blogspot.com

Nessuno di noi ama l’idea di poter essere condizionato dai mass media, eppure sappiamo che i media hanno un forte potere condizionante, ma preferiamo pensare che tale potere venga esercitato su altri.
Molti studiosi, specie psicologi, sociologi e filosofi, si sono interrogati circa gli effetti che i mass media producono sulla mente e sul comportamento delle persone. Alcuni di essi hanno elaborato concetti utili per comprendere tali effetti e far luce sulle tecniche utilizzate dagli “esperti” mediatici.
Molte pubblicazioni spiegano come e quanto siamo soggetti al condizionamento mediatico, che oggi non riguarda soltanto il campo pubblicitario o dello svago, ma anche quello politico, ideologico e persino religioso.
“Molti di noi vengono oggi influenzati più di quanto non sospettino e la nostra esistenza quotidiana è sottoposta a continue manipolazioni di cui non ci rendiamo conto”, scriveva già negli anni Cinquanta il sociologo americano Vance Packard.
Egli parlava di “persuasori occulti”, ad intendere l’esistenza di “professionisti della comunicazione”, che utilizzavano varie tecniche difficili da riconoscere, mirando ad agire sul subconscio.
Ovviamente, questi “persuasori” sono a servizio dei grandi gruppi bancari e delle grandi imprese, e producono programmi Tv, pubblicità e altri prodotti mediatici, in armonia col sistema da essi creato.

Lo scopo principale dei mass media è quello di renderci “etero-diretti”, ovvero di fare in modo che tutti scelgano il proprio stile di vita, la propria alimentazione, l’abbigliamento e persino le idee politiche e le opinioni, sulla base del mondo mediatico.
Scrive il sociologo David Riesman: “Come in campo commerciale, la suggestione esercitata dalla confezione e dalla pubblicità di un prodotto si sostituisce alla convenienza del prezzo, cosi in campo politico, la suggestione esercitata dalla ‘confezione’ del candidato o mediante una tendenziosa manipolazione dei mezzi di diffusione di massa, si va sostituendo alla ricerca dell’interesse personale che determinava la scelta del tipo auto-diretto”.(1)

Far diventare le persone etero-dirette significa renderle fortemente condizionabili, senza che esse ne abbiano piena consapevolezza, poiché se ne avessero consapevolezza gli effetti sarebbero drasticamente ridotti. Significa creare una sorta di “pensiero collettivo” che tenderà ad uniformare menti, pensieri, opinioni e scelte, in modo tale che qualora apparisse un’idea inconsueta, fuori dal controllo del sistema, essa spingerebbe a guardare in modo sospetto chi la produce, come se “cantare fuori dal coro” rappresentasse di per sé un pericolo. Eppure non c’è vera cultura senza capacità di proporre nuovi punti di vista. Osserva la scrittrice Gloria Capuano:
“Nell’informazione prevalgono un’incivile tifoseria politica, lo scandalismo, la notizia dell’orrore, l’immagine truculenta e pornografica, e una gerarchia di valori affidati alla banalità o allo squallore del sentire… questo tipo di informazione è ciarpame ‘diseducativo’ perché non offre alcuno stimolo di crescita. E’ veramente stupefacente osservare le innumerevoli opportunità e il tempo messo a disposizione di egregie signore del bel mondo o di personaggi dello spettacolo, o di signori esibizionisti e velleitari, o di ex terroristi, mentre la cultura dei contenuti perorata dalla gente più schiva e più isolata ha praticamente il bavaglio. C’è chi teme che si pratichi una ginnastica delle idee non convenzionali. Tutto ciò senza ricordare che questa gente capace di pensare fuori dal contagio di massa, non ha spazio anche perché non ha percorso i canali obbligati della dipendenza politica e culturale. Nel tener conto di questo spaccato di un mondo informativo che si divide… equamente tra la cultura della testimonianza crudele e casuale senza alcun retroterra critico, e la cultura della vanità e dell’esibizionismo, si può ritenere che la cultura sommersa e imbavagliata sia quella in grado d’innestare il nuovo nei contenuti… Siamo quindi ancora e sempre sulla distinzione tra contenuti e contenitori. Povera democrazia! Senza sponsor non ha alcuna possibilità di camminare. E’ certa una considerazione: ogni voce messa a tacere costa un ritardo in democrazia… un ritardo di crescita democratica, perché s’impedisce la conoscenza in genere e il conoscersi tra esseri umani… L’idea di libertà consiste proprio nel coraggio d’esprimere soprattutto ciò che si stacca dall’ufficialità e dalla massificazione”. (2)

Il giornalista William H. Whyte parlò di “conformismo razionalizzato”, che mirava a cancellare il peso dell’individuo come essere pensante e agente autonomamente. Egli scriveva: “Si è giunti insensibilmente alla conclusione che l’individuo non ha di per sé nessun valore se non in quanto appartiene a un gruppo”.(3)

Un’altra definizione utilizzata per indicare l’effetto dei media è “pensiero collettivo”, ovvero un bisogno di conformarsi al gruppo e di rinunciare alla propria più autentica individualità. Le pressioni mediatiche per raggiungere questo scopo sono molteplici: dalle risate di sottofondo poste in alcuni programmi televisivi, che indicano persino il momento giusto per ridere, alla scelta dei gadget, dell’abito o del modello di telefonino più in voga.
Negli anni Cinquanta tale fenomeno appariva ancora inconsueto e degno di attenzioni, a tal punto che la rivista “Fortune” scriveva:
“Uno sbalorditivo arsenale di tecniche e discipline sono state prese a prestito dalle scienze sociali per scatenare una grande offensiva contro l’imprevedibilità dell’uomo… ( le persone) non hanno letteralmente un solo minuto per starsene sole… Gli psicologi hanno ottenuto grandi successi nella cura e nella manipolazione di individui inadattati. Pare a me che nulla ci impedisca di raggiungere risultati altrettanto brillanti applicando le stesse tecniche ai dirigenti d’azienda”.(4)

In quegli anni si poneva il problema di controllare gli individui per renderli più efficienti nel lavoro. Osservava il sociologo Richard Worthington:
“Per controllare gli uomini occorre manipolare i loro [istinti e le loro emozioni] e non già tentar di correggere il loro modo di ragionare. È questo un fatto ben noto a molti uomini politici, che sogliono persuadere i loro elettori facendo leva sui loro sentimenti più che ricorrendo [ad argomenti logici], che non sarebbero ascoltati o che, per lo meno, non basterebbero in nessun caso a commuovere le folle”.(5)

In altre parole, per condizionare la mente e il comportamento delle persone occorre manipolare le loro emozioni, potendo così creare affezione, disaffezione, simpatia, rigetto, coinvolgimento emotivo, suggestione, ecc.
I media, specie la pubblicità, mirano a creare un clima di desideri, bisogni e senso di frustrazione, poiché tale clima è quello psicologicamente più adatto a creare individui dipendenti dalla realtà esterna e inclini all’acquisto di prodotti inutili e persino dannosi.
Siamo invogliati a provare nuovi prodotti o a confrontarci con modelli estetici talmente elevati che la maggior parte delle persone non può che sentire di non essere all’altezza. Tale frustrazione o disagio servirà a stimolare l’acquisto di creme di bellezza o di altri prodotti per l’estetica, e farà crescere la domanda di trattamenti estetici e operazioni di chirurgia estetica.

Oggi le tecniche mediatiche per suscitare consensi politici, o per vendere prodotti sono diventate sempre più sottili ed efficaci, ci vedono ignari di subirle, e pochi sospettano della loro esistenza.
Ad esempio, una tecnica si basa su quello che è stato denominato effetto “interazione parasociale” (IPS), ovvero la creazione di personaggi che producono affezione e dunque agiscono da esche per catturare consenso o per vendere prodotti (commerciali o ideologici). L’effetto IPS è la tendenza psicologica a stabilire legami con personaggi dei media. E’ stato appurato che la presenza di un determinato personaggio può alzare gli indici di ascolto, così come il successo di un programma può dipendere dalla capacità del conduttore di stabilire un “legame” affettivo con il pubblico. L’effetto IPS agisce in modo da farci dimenticare che le persone che hanno ruoli mediatici non sono così empaticamente vicine come possono apparire.
Si tratta di persone che ovviamente i cittadini conoscono soltanto come immagini mediatiche, ma esse ispirano fiducia per ciò che dicono e per lo spazio mediatico che viene loro riservato, e di conseguenza giungono ad avere potere di influenzare una certa quantità di persone. Il loro guadagno e la loro importanza mediatica saranno proporzionali al grado di fiducia suscitato e al conseguente potere di condizionare le persone. I personaggi più efficaci, nei periodi in cui i cittadini nutriranno poca fiducia nelle istituzioni, saranno quelli che si mostreranno come paladini della gente comune, ma al contempo saranno guidati da chi detiene il potere, curandosi di nascondere accuratamente la loro vicinanza verso gli ambienti da essi criticati a parole.
L’effetto IPS farà in modo che le persone percepiscano il personaggio come positivo, e qualora si diventasse consapevoli dell’effetto, il potere condizionante sarebbe drasticamente ridotto. La caratteristica principale di questi “legami” affettivi è quella di non avere una vera conoscenza del personaggio, che potrebbe avere una personalità completamente diversa rispetto all’immagine mediatica, e nemmeno potrà esistere una reciprocità, poiché i “fans” non avranno modo di avvicinare il personaggio per sviluppare un vero rapporto umano. La relazione rimarrà dunque sbilanciata e fittizia. Il fan potrebbe dire “Io so chi tu sei, conosco la tua immagine mediatica, ma tu non mi conosci, ed io rimango anonimo anche se nutro fiducia verso di te e baso la mia opinione sulle informazioni che tu mi dai”.
Lo studioso Giuseppe Mininni parla di “fabbrica dei divi” e spiega:
“I media sono rivelatori e insieme costruttori dello star system. Non solo le posizioni di potere – economico, politico, simbolico – trovano visibilità nell’azione dei mass media, ma questi alimentano in modo possente la tendenza inerente a ogni istituzione sociale, cioè quella di operare per “inclusione ed esclusione”… i divi dello spettacolo, dall’attore… cantante o conduttore sono ammirati perché i media li fanno apparire vincenti e quindi li presentano come modelli di personalità capaci di sottrarsi alle derive omologanti della società attuale”.(6)

Negli ultimi anni, a causa della disaffezione dei cittadini alla politica corrotta degli attuali personaggi, hanno guadagnato spazio persone che informano su ciò che i media non dicono, come Beppe Grillo. Il fattore IPS in questo caso ha agito formando gruppi di fans assai “fidelizzati”, a tal punto da trovare nel personaggio un punto di riferimento saldo per comprendere la realtà e cercare di fare qualcosa per contrastarne gli aspetti negativi. In questi casi vi può essere, secondo Mininni, un vero e proprio culto della personalità: “Il fan non si rende conto di inserire l’oggetto della sua ammirazione in un vero e proprio culto della personalità perché la sua relazione di identificazione parasociale è ispirata a slanci idealistici. I fan… reinterpretano un certo materiale simbolico attraverso l’investimento totale delle proprie risorse – cognitive e affettive, di tempo e di denaro -, ritenendo naturalmente di trarne un vantaggio in termini di benessere o di soddisfazione personale”.(7)

Nel caso estremo e ben più gravoso di effetti, ovvero nel fanatismo politico, il culto della personalità del capo serve a nascondere le magagne di chi assurge ad ideale, a tal punto da ignorare persino l’evidenza. Ad esempio, l’ambasciatore inglese in Italia nel periodo fascista Eric Drummond, osservò che Mussolini utilizzava a suo vantaggio il legame emotivo che la propaganda aveva contribuito a creare: “l’atteggiamento popolare nel suo complesso verso il signor Mussolini (…). il Duce e il sistema fascista sono inestricabilmente connessi, ma è possibile distinguere tra i due – e moltissimi italiani fanno in effetti così”. In altre parole, Drummond avvertiva l’effetto IPS e sosteneva che molti italiani erano indotti, dal fascino e dal rapporto emotivo stabilito col duce, a dissociare il regime ingiusto e tirannico da Mussolini stesso. Per questo motivo il duce, nonostante i disastri, continuava ad essere visto da molti come un capo forte e autorevole, che aveva a cuore le sorti dei lavoratori. Drummond scrisse addirittura che la gente “considera il sistema come il prezzo da pagare in cambio del suo capo”.(8)

Oggi l’effetto IPS può riguardare i personaggi mediatici mostrati come onesti, sinceri e come fossero dalla parte dei cittadini, anche se non può esistere un personaggio del genere nei mezzi mediatici di ampia diffusione, poiché il gruppo stegocratico non lo permetterebbe, sapendo che un personaggio indipendente non si autocensurerebbe e dunque potrebbe parlare di argomenti “scomodi” ad un vasto pubblico. Tale pericolo è attualmente scongiurato dal controllo pressoché totale dei media da parte del gruppo dominante.
Attraverso le tecniche mediatiche elaborate da esperti psicologi e sociologi, si induce uno stato di dipendenza e degrado senza che le vittime ne abbiano alcuna consapevolezza. Come ebbe a dire Alexis de Toqueville, “”Se un potere dispotico s’insediasse nei paesi democratici, esso avrebbe certo caratteristiche diverse che nel passato: sarebbe più esteso ma più sopportabile, e degraderebbe gli uomini senza tormentarli”.

Ovviamente, l’elevato potere dei mass media è garantito dall’assenza di un vero pluralismo nell’informazione, poiché se vi fossero più voci l’effetto condizionante sarebbe relativo.
Per questo motivo, il gruppo al potere vuole controllare ogni canale mediatico che raggiunge un numero elevato di persone, e fa in modo che abbiano potere soltanto quelle persone che appoggiano pienamente il sistema. Come molti sanno, Silvio Berlusconi ha avuto un ruolo importantissimo per il controllo delle emittenti private, e coloro che avrebbero potuto inserire canali non controllati sono stati estromessi. Ad esempio, c’è la vicenda controversa di Vittorio Cecchi Gori, che da recente è stato arrestato per bancarotta. Occorre tenere presente che nell’attuale sistema le banche hanno il potere di trascinare alla rovina praticamente quasi tutte le aziende, e talvolta ciò viene fatto quando le persone intendono procedere in modo autonomo, potendo produrre effetti che non sono quelli che il gruppo dominante si auspica. I commentatori hanno scritto “a seguito di comportamenti ostili da parte del sistema finanziario” per spiegare il fallimento di alcune grandi società italiane specie dagli anni Ottanta e Novanta. La verità è che l’assetto economico-finanziario attuale è congegnato in modo tale da poter mettere fuori gioco tutti coloro che potrebbero voler realizzare risultati diversi da quelli previsti dagli stegocrati. Quasi tutte le aziende italiane sono indebitate con le banche, e qualora queste dovessero decidere di esigere immediatamente il prestito, l’azienda inevitabilmente farebbe bancarotta. Oggi il successo di un’azienda si misura soprattutto dal suo accesso al credito bancario e dall’immagine mediatica che viene creata (se è quotata in borsa questo aspetto sarà fondamentale). Entrambi gli aspetti sono sotto il potere del gruppo dominante. Ovviamente, anche nel settore mediatico tutto dipende dai finanziamenti forniti dalle banche. Osserva lo scrittore Giuliano Vigini: “La linea di demarcazione tra un editore e l’altro non è, a conti fatti, la sua dimensione aziendale o la consistenza del suo fatturato: il vero spartiacque è tra chi ha i soldi e chi non li ha, tra chi ha la possibilità di accesso al credito e chi, non potendo dare garanzie patrimoniali, non riesce ad ottenerlo, tra chi può rischiare un salto produttivo e aziendale per ritagliarsi altri spazi di mercato e chi, invece, è costretto a rimanere nei propri confini di operatività, vivendo alla giornata. … Se all’inizio degli anni settanta si poteva ancora intraprendere un’attività culturale con investimenti abbastanza limitati, nella situazione attuale è difficile poterla esercitare con profitto senza disporre di somme consistenti”.(9)
Ciò implica la possibilità, da parte dei banchieri, di controllare quasi tutta l’editoria, oltre che altre produzioni mediatiche. Da questo assunto si può dedurre ogni spiegazione circa chi ha successo e chi invece no, chi va avanti e chi viene intralciato.
Cecchi Gori intendeva trasformare La7, nata nel 2001 da Telemontecarlo, in una Tv “per le famiglie”, ad intendere che la volgarità e le produzioni violente sarebbero state limitate a favore delle produzioni sportive e culturali. Non si trattava certo di risultati rivoluzionari, è risaputo che Cecchi Gori non è mai stato un anti-sistema, ma si trattava comunque di mantenere una certa indipendenza rispetto al controllo stegocratico, e ciò appariva inaccettabile. In altre parole, poteva nascere una TV con una certa autonomia, ma ciò non è stato permesso.

La rottura del monopolio Rai è servita ad introdurre contenuti accattivanti, per creare una realtà fittizia fatta di donne seminude sculettanti, quiz demenziali e produzioni di basso livello. L’obiettivo era quello di offrire un modo superficiale e immediato di intendere la vita, dando spazio agli aspetti più superficiali della realtà, come l’ammiccamento sessuale o il miraggio del facile guadagno. Non si voleva di certo creare un vero pluralismo mediatico, e con la legge Mammì 223/90, il monopolio diventerà duopolio. C’era l’intento di livellare tutto verso il basso, e dunque di evitare che potesse esistere una Tv che proponesse contenuti realmente pluralistici, ed escludesse (o diminuisse) quelli utili a rimbecillire le masse.
Telemontecarlo (TMC) viene ufficialmente acquistata, nell’agosto 2000, dal gruppo Seat Pagine Gialle, che era controllato da Telecom Italia. C’era un progetto preciso che porterà alla creazione di La7, che inizierà le proprie trasmissioni il 24 giugno 2001.
Il progetto della nuova TV prevedeva di creare un “terzo polo”, assai diverso da quello che offriva il duopolio, offrendo film di qualità, molto sport e cultura.

Vittorio Cecchi Gori lamenta di aver subito una sorta di “espropriazione” della Tv: “Siamo sempre rimasti in possesso del 75% di Tmc-La7, visto che non ci hanno pagato”.(10) Egli ha denunciato comportamenti illegali attuati da Seat e dagli amministratori di sua designazione operanti nella Cecchi Gori Communications, per estrometterlo con successo come socio di maggioranza.
L’acquisizione di Cecchi Gori Communications da parte di Telecom, proprietaria della maggioranza di Seat, avrebbe dunque aspetti poco chiari.
All’epoca Telecom controllava il 63.3% di Seat, e a sua volta Telecom era controllata dal Gruppo Olivetti, il quale deteneva una partecipazione del 55% attraverso la Tecnost Spa.
Il 17 gennaio 2001, l’Autorità delle Comunicazioni si pronunciò contro l’autorizzazione all’operazione di acquisizione della TV perché, in base all’articolo 4, comma 8, della “legge Maccanico”, Telecom non poteva entrare nel settore televisivo in quanto aveva una posizione dominante sul mercato.
Intanto Vittorio Cecchi Gori presentò richiesta di annullamento del contratto di compravendita, ma sia il tribunale civile che il Consiglio di Stato gli negarono la richiesta.
Nonostante la decisione dell’Autorità delle Comunicazioni, attraverso il provvedimento numero 9142 del 23 gennaio 2001 l’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) notificò che l’operazione poteva essere avviata non contrastava con la normativa antitrust italiana.
Di fatto, anziché proporre qualcosa di nuovo rispetto ai canali del duopolio, La7 diventò un canale assai simile agli altri, e come direttore fu scelto l’ex direttore di Italia 1 Roberto Giovalli. I programmi trasmessi sono prodotti dalle stesse società (come Magnolia) che producono programmi sulle altre reti, e i personaggi che figurano sono tutti ben integrati nel sistema. L’unico personaggio di spettacolo autenticamente “deviante” rispetto al sistema era Daniele Luttazzi, che nel dicembre 2007 è stato cacciato.
Diversi lavoratori furono licenziati alcuni mesi dopo l’acquisto da parte di Telecom. Scrive Tiziana Nicolini a nome di un gruppo di persone che lavoravano per La7, nel novembre del 2002:
“Televisione LA7… sta vivendo un momento di grande difficoltà e dolore anche perché oltre ad essere brutalmente sbattuti in mezzo alla strada, nonostante l’impegno che in tutti questi anni e in mezzo a tutte le difficoltà affrontate, si vedono scaricati dai colleghi “più fortunati”che, per paura di essere ugualmente cacciati, si parano il culo e nascondono la testa sotto la sabbia”.(11)
Furono licenziate almeno una settantina di persone, e la Concessionaria di Pubblicità fu smantellata per far posto a persone di fiducia, alcune provenienti dalle reti di Berlusconi.
Oggi le società che producono i programmi televisivi più seguiti sono sotto il controllo delle stesse persone che hanno potere mediatico, finanziario ed economico. Ad esempio, il gruppo De Agostini è un’holding che ha il controllo di Magnolia, oltre che di almeno novanta altre società internazionali. Il controllo dell’altra importante società di produzioni mediatiche, la Endemol, è oggi di Mediaset. Secondo il “Sole 24 Ore” l’acquisizione sarebbe stata promossa dalle banche d’affari: “le banche d’affari sono già al lavoro per un eventuale affiancamento del gruppo televisivo: sul tavolo c’è l’ipotesi di un maxi-prestito sindacato da 2,5 miliardi, ossia l’intero ammontare della capitalizzazione di Endemol”.(12)

Per capire le possibili insidie mediatiche occorrerebbe tener presente che tutti i personaggi mediatici sono immagini, costruzioni, non sappiamo fino a che punto vere. Dato che i media di massa sono controllati dal gruppo stegocratico, non è pensabile che tale gruppo abbia interesse a dare il benché minimo spazio a chi si oppone al sistema. D’altronde, occorre tener presente che se fosse troppo evidente che i media sono tutti controllati, le persone svilupperebbero un senso di estraneità eccessivo, che minerebbe il sistema alla radice, sottraendo pericolosamente consenso. Per questo motivo i media appaiono spesso come “neutri”, oppure danno spazio a persone che apparentemente si ergono a critici del sistema, dando un senso di pluralismo e di fiducia. Queste persone sono indispensabili al sistema, ancora di più di quelli palesemente sottomessi, che suscitano sospetto e diffidenza. Ovviamente, i personaggi che criticano e denunciano, non toccheranno mai le pietre miliari su cui si basa il sistema, limitandosi a toccare argomenti dettagliati, relativi all’assurdità del momento, alle beghe politiche, ecc.
Per misurare il grado di onestà di un personaggio mediatico bisognerebbe chiedersi: “Chi lo paga?”, “Cosa dice e cosa non dice?”, “In quali canali mediatici viene ospitato?”, “Da chi e in che modo viene “promosso?”, “Può un giornalista onesto ignorare ogni riferimento storico e dare le notizie in modo slegato dal contesto storico ed economico?”
Oggi esistono diversi giornalisti molto preparati sotto tanti punti di vista, ma nel contesto mediatico attuale essi vengono tenuti fuori, oppure alcuni di essi vengono limitati nelle loro potenzialità, essendo controllati dall’alto e spesso censurati. (vedi a questo proposito il video: http://www.youtube.com/watch?v=eRwIxlcE2xY)
Viceversa, esistono altri giornalisti ben inseriti nel sistema, che però intendono suscitare fiducia e si comportano come se non vi appartenessero.
Tali personaggi potranno addirittura anche inscenare una loro possibile estraneità al sistema mediatico, lamentando poco spazio oppure tentativi di censura, ma di fatto persino queste loro lamentele godranno di spazio mediatico, mentre i veri esclusi dai media (ad esempio, le persone che lottano per una causa che è contro il sistema, i precari, i centri sociali, le associazioni di lotta per i diritti, gli emarginati, i giovani, i dissidenti, i giornalisti indipendenti, ecc.) non avranno spazio né per le lamentele, né, men che meno, per le proprie istanze.
A questo proposito, Mininni parla di “credibilità costruita”, ad intendere il potere mediatico di convincere circa la buona fede di un personaggio, curandosi al contempo di controllare tale personaggio affinché operi all’interno del sistema e, in ultima analisi, nonostante le apparenze, per il sistema. Scrive Mininni:
“L’enorme potere dei media risiede nella loro capacità di costruire e diffondere rappresentazioni almeno temporaneamente e parzialmente condivise… (esistono) strategie interpretative degli eventi… tese ad una continua e reciproca risaintonizzazione fra bisogni del lettore e programmi dell’enunciatore…La spettacolarizzazione della politica ha rarefatto la disponibilità di un’informazione seria… I media plasmano le identità personali perché essi sono potenti amplificatori delle capacità umane di sperimentare il mondo e di imbastire rapporti sociali… I media si trasformano in strumenti di dominio, alienando la loro natura di artefatti culturali a gestione condivisa in quella di aziende immateriali asservite all’esercizio di un potere divenuto insensibile ai presupposti della giustizia e della solidarietà”.

Per concludere, osserviamo la complessità e il grado di potere manipolatorio che oggi hanno raggiunto i mass media, grazie agli immensi investimenti che gli stegocrati fanno per scoprire sempre nuovi metodi efficaci a condizionare le menti e il comportamento delle persone. L’unico modo per rendersi sempre meno condizionabili è quello di diventare coscienti dell’esistenza di queste insidie, facendo atto di umiltà nel ritenersi, come tutti, influenzabili.

NOTE

1) Riesman David, “La follia solitaria”, Ed. Il Mulino, Bologna 1967, cit. Packard Vance, “I persuasori occulti”, Einaudi 1958, p. 196.
2) Capuano Gloria, “Progetto Informazione per creare un giornalismo di pace”, Edizioni per scuole e Università, Roma 1995, pp. 12-42.
3) Packard Vance, op. cit., p. 215.
4) Packard Vance, op. cit., p. 219.
5) Packard Vance, op. cit., p. 233.
6) Mininni Giuseppe, “Psicologia e media”, Laterza, Bari 2004, p. 27.
7) Mininni Giuseppe, “Psicologia e media”, Laterza, Bari 2004, pp. 28-29.
8) Rapporto Drummond 1935, cit. in Palla Marco, “Il fronte italiano della guerra d’Etiopia. Aspetti e problemi dalle fonti diplomatiche britanniche”, Del Boca Angelo (a cura di), Le guerre coloniali del fascismo, Laterza, Roma-Bari, 1991, p. 439.
9) Vigini Giuliano, “L’Italia del Libro”, Milano, Bibliografica, 1990.
10) http://www.rainews24.rai.it/Notizia.asp?NewsID=13914
11) http://digilander.libero.it/mel_ba/blog/la7_1.htm
12) http://www.key4biz.it/News/2007/02/20/Contenuti/Endemol_fa_ancora_discutere_rest
13) Mininni Giuseppe, “Psicologia e media”, Laterza, Bari 2004, pp. 63-140.

BIBLIOGRAFIA

Capuano Gloria, “Progetto Informazione per creare un giornalismo di pace”, Edizioni per scuole e Università, Roma 1995.
Mininni Giuseppe, “Psicologia e media”, Laterza, Bari 2004
Packard Vance, “I persuasori occulti”, 1958, Einaudi.
Pratkanis Antony R., Aronson Elliot, “L’età della propaganda”, Il Mulino, Bologna 2003.

Antonella Randazzo,Intrallazzi mediaticiultima modifica: 2008-08-01T19:26:00+02:00da mangano1
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3 pensieri su “Antonella Randazzo,Intrallazzi mediatici

  1. La mia era solo una segnalazione, e comunque, in risposta a ciò, sul sito citato c’è già scritta la risposta:
    “Un’ultima considerazione prima di iniziare: alcuni potrebbero chiedersi come mai scrivere e dedicare addirittura un blog ad una scrittrice semisconosciuta e del tutto marginale ai circuiti mediatici. Certo non mancano blog che hanno mirato più in alto, un esempio per tutti è il notissimo “Mastellatiodio” che si occupò (o si occupa) dell’ex Ministro della Giustizia, e che subì diversi tentativi censori; ma la mia risposta è che ho potuto constatare personalmente, e non per mezzo stampa o per interposta persona, quanto sia attenta, capillare, invasiva e alacre l’attività di Antonella Randazzo di censurare, invece di rispondere nel merito, tutte quelle opinioni o commenti critici sui suoi scritti. Per giustificare questa sua censura, lei bolla come “infamanti” commenti motivati e civili, solo perché critici o solo anche perché un po’ arguti o pungenti.
    Questo comportamento mi è sembrato esemplificativo di un certo tipo di creazione del consenso, basato ipocritamente nel praticare ciò che si critica.”

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