Anna Simone, Musica e movimento

da LIBERAZIONE 29 OTTOBRE 2008
Anna Simone
Che rapporto intercorre tra la musica e i movimenti di protesta? Di primo acchito potrebbe sembrare una domanda banale
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Che rapporto intercorre tra la musica e i movimenti di protesta? Di primo acchito potrebbe sembrare una domanda banale. Tutti potremmo rispondere dicendo che sempre i grandi movimenti sociali dal ’68 ad oggi hanno portato con sé un supporto musicale facilmente riconoscibile, ma la questione rimarrebbe piuttosto inevasa ed anche un po’ superficialmente affrontata. Almeno per chi intende la politica solo come un unico ordine del discorso teso a fornire il primato linguistico alle parole piuttosto che ai suoni. Ma anche per chi intende la musica solo come una protesi sonora mediamente riconoscibile nella techno, nei sound-system, nel rap etc. ovvero nelle cosiddette musiche del movimento. Come se non ci fosse null’altro a dirci che il linguaggio musicale trascende assai frequentemente gli stessi canoni comunicativi della politica dei movimenti ponendosi in un altrove stilistico, ma non in un altrove politico.
C’è anche dell’altro, altrettanto rivoluzionario. La rivendicazione di autonomia e di rabbia nei confronti del presente può essere, infatti, quasi laanna1.jpg stessa anche se alcune opere musicali non sono immediatamente riducibili a colonna sonora dei movimenti. Se si con l'amaro2.jpgrifiuta quella impostazione secondo cui ad ogni movimento corrisponde un pacchetto musicale ben stabilito e degno di audience. Sembra essere questa la tesi di fondo di Mario Gamba esplicitata sin dalle prime pagine del suo piccolo ma assai divertente libro Gli ultraterrestri. Musiche della rivoluzione globale (pp.209, Cronopio, euro 18). Prima giornalista del Tg3 e ora del manifesto , esperto raffinato di musica contemporanea nonché attento osservatore e conoscitore dei movimenti, l’autore in questo libro ci dice almeno due cose interessanti: la prima è che secondo lui il rifiuto che spesso si ha verso gruppi musicali sperimentali e spesso sconosciuti ai più è proporzionale al rifiuto che alcuni ordini discorsivi di movimento hanno nei confronti di tutto quel che produce “variazioni-rotture-invenzioni”, come se la creatività e la ricerca di nuove forme di vita fosse solo evocata ma di rado praticata; la seconda concerne l’approccio attraverso cui l’arte e la musica in generale entrano a far parte del bagaglio culturale di un movimento e di una stagione di lotte.
Secondo Gamba si tende a considerare la musica solo come una colonna sonora di qualcos’altro (slogan, pratiche di lotta etc.) ma quasi mai come un “testo” con una sua autonomia da decifrare e da comprendere alla stessa stregua, per esempio, di un’opera letteraria. Il primato della parola scritta sui suoni, ma anche il primato della parola stessa usata nei suoni sembra, infatti, produrre una certa involuzione rispetto alle conquiste teoriche fatte dagli interpreti dei segni ovvero i semiotici. Roland Barthes, tra tutti, riuscì negli anni ’60 a dirci che tutto è linguaggio, tutto è segno da interpretare, dai geroglifici giapponesi ai suoni musicali, dalle fotografie ai frammenti di discorso. Chi ha letto il bellissimo Frammenti di un discorso amoroso sa bene, per esempio, che in quel caso non è il canone letterario di questa o di quest’altra opera a reggere l’impatto rivoluzionario del testo, ma il frammento stesso. Un frammento che significa proprio perché dice di un’emozione sfuggente eppure sentita, di una sensazione contingente eppure esplicativa di una significazione della società, della storia, della politica. E quindi come fare per pensare il movimento nato a Seattle senza necessariamente legarlo al tormentone di Manu Chao? Chi nell’ambito della sperimentazione musicale ha saputo tradurre in suoni il capitalismo finanziario e globale nonché i nuovi movimenti globali attraverso la rottura delle partiture canoniche? Gamba si sofferma su alcuni autori come Butch Morris, Sun Ra (che viene da Saturno), il Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza e molti altri. Tutti autori che sembrano non volerne sapere delle riterritorializzazioni “bolsceviche” perché già figli di un presente indecidibile, un tempo dell’arte che procede in avanti, in totale autonomia dalle spinte in avanti che poi tornano sempre indietro a seconda delle stagioni dei movimenti e dei cosiddetti cicli di lotta. Tempi decisi da strategie pre-ordinate non sempre davvero corrispondenti alle nostre vite reali.
Le musiche di cui ci parla Gamba eccedono gli ordini discorsivi, i canoni delle “parole d’ordine” stabilite di volta in volta dai movimenti, non si limitano a “rappresentare” musicalmente un ciclo di lotte, ma ci raccontano, forse, una verità più profonda. E cioè che laddove c’è canone non c’è libertà. Una verità scomoda che si può legittimamente accettare e/o rifiutare, ma pur sempre una verità di cui tener conto. Ad impreziosire il lavoro di Gamba tre interviste/intermezzo fatte ad esponenti noti dei movimenti degli anni 70 (Negri e Bifo) e a Tiziana Terranova, una giovane sociologa della comunicazione dell’Università di Napoli vissuta a lungo negli Stati Uniti e a Londra. Se per Bifo ciò che conta è la pratica del silenzio come gesto di sottrazione dai “rumori” della contemporaneità che tendono a psico-patologizzare le nostre vite (lui preferisce John Cage alla techno), per Tiziana Terranova ciò su cui vale la pena soffermarsi è la quasi totale assenza del mondo dell’arte e quindi anche della musica dalla costruzione dei saperi dell’autonomia politica italiana. Importante, certo, ma considerata solo come un orpello. Una sorta di mondo a parte con cui confrontarsi ogni tanto. Cosa del tutto inesistente – dice Terranova – in Inghilterra e negli Stati Uniti. In fondo, dall’altra parte dell’oceano, sono sempre stati l’avanguardia in tutti i campi, nel bene e nel male. Speriamo allora che questo libro jam-session ci porti verso un nuovo sentiero della libertà fatto di suoni, corpi, affetti, emozioni e politica. Magari femminista.

29/10/2008

Anna Simone, Musica e movimentoultima modifica: 2008-10-29T18:31:00+01:00da mangano1
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