Giovanni De Luna,Memoria spezzata

da il manifesto del 29 Ottobre 2008
Memoria SPEZZATA – UNA GENERAZIONE RIBELLE CONDANNATA ALL’OBLIO
Giuseppe Pinelli, Walter Rossi, Pietro Bruno, Tonino Miccichè. Sono solo alcuni dei nomi dei militanti della sinistra uccisi negli anni Settanta. Un’anticipazione dal volume, «La piuma e la montagna», che racconta le loro vite
giovanni2.jpg

GIOVANNI DE LUNA

Penso alle vite di Miccichè, Franceschi, Bruno, Lorusso e di tutti gli altri come a un dono generoso e disinteressato giovanni1.jpgfatto a tutti noi. Furono dei militanti politici. Ma i tratti salienti della loro militanza si sottrassero alla cappa plumbea delle ideologie novecentesche. C’era un approccio critico che investiva compiutamente i modelli etici e culturali tradizionali, contestando una società in cui il ruolo dell’individuo e le sue esigenze andavano completamente ridefiniti; la politica ma anche il rapporto fra i sessi, i sentimenti, la famiglia. C’erano bisogni e desideri affettivi, sentimentali e sessuali variamente repressi che dovevano trovare il modo di esprimersi liberamente, al di fuori delle convenzioni e delle costruzioni giuridiche. Quello che avevano in mente non era tanto il comunismo ma il rifiuto dell’ipocrisia, dell’opportunismo, dell’egoismo. Così, tra i valori ereditati dalle tradizioni rivoluzionarie più che la libertà, erano l’uguaglianza e, soprattutto, la fraternità a segnare i loro orizzonti esistenziali e politici. (…) Tutti si sentirono parte integrante di una comunità giovanile (lo dicono con molta efficacia gli amici di Walter Rossi in questo volume La piuma e la montagna, manifestolibri) che si riconosceva solo in se stessa, autorappresentandosi come altra e separata rispetto al resto del mondo.
La loro speranza di una società buona e perfetta li spinse a infrangere tutte le certezze che fino ad allora avevano alimentato i percorsi dalla giovinezza alla maturità: non già guadagni più alti o una vita migliore, ma un impegno assiduo, senza pause, una purezza che spingeva al sacrifico della felicità privata sull’altare del bene pubblico. Dalle testimonianze raccolte emerge chiaramente come per tutti loro far parte del movimento significava agire in prima persona, impegnarsi direttamente per cambiare le cose; quelle scelte contrapponevano alla parsimonia e all’avarizia dei valori «borghesi» la totale dissipazione delle proprie energie intellettuali e di se stessi. Sei quello che fai fu lo slogan simbolicamente più efficace del ’68, quello in cui si riconobbero Franceschi e gli altri.

Una lunga marcia
Era una scelta che non lasciava spazio a quella concezione ossessiva e totalizzante dell’Organizzazione che aveva caratterizzato i militanti rivoluzionari del Novecento. L’unica forma organizzativa accettata era un «movimento permamente»; non esisteva un modello precostituito della «nuova società» che sarebbe nata dopo la presa del potere; a determinarlo avrebbero concorso esclusivamente gli sviluppi concreti assunti dal processo rivoluzionario.
Allora la differenza tra il comunismo cinese (capace di esprimere dal suo interno una «rivoluzione culturale» tale da rimettere in discussione assetti di potere e rendite di posizione dei vecchi militanti rivoluzionari) e quello sovietico, (mummificato nel rigido dogmatismo di un esercizio del potere fine a se stesso) era considerata genetica, si riferiva cioè essenzialmente alla diversità del loro percorso di impianto; da un lato la presa del Palazzo d’Inverno (…) tesa solo alla conquista del potere politico immediato senza che niente intorno cambiasse, delegando tutto al dopo; dall’altro la «lunga marcia», una lotta protrattasi negli anni, un percorso rivoluzionario di lungo periodo, tale da far maturare «uomini nuovi» prima della presa del potere.
La lotta trasforma. Il conflitto libera le energie migliori degli uomini e dei soggetti collettivi. Ogni stato di equilibrio, appena raggiunto, va destabilizzato, in un divenire incessante che preserva l’organizzazione dalla sclerosi burocratica e dalla gestione amministrativa del potere. Alla ricerca di nuovi «modelli esistenziali», gli studenti adottarono Ernesto «Che» Guevara come simbolo di questa concezione della politica. (…) Il «Che» si poneva come l’antitesi piè immediata della monumentalità e della staticità del comunismo reale. Per la sua educazione politica e sentimentale la strada era stata più importante dei libri e nei suoi viaggi adolescenziali, in motocicletta, in America Latina (Cile, Venezuela, Perè, Guatemala) aveva incontrato «i comunisti» piuttosto che «il comunismo». Dopo la vittoria della rivoluzione cubana (1959), assurto al vertice del potere castrista, avrebbe tentato di tradurre quel lontano apprendistato in una coerente linea politica e programmatica. Poi, però, smise di fare il ministro, riprese le armi, ritornò guerrigliero: «Creare due, tre… molti Vietnam», lo slogan da lui lanciato il 16 aprile 1967, si riferiva da un lato alla dimensione permanente del conflitto, dall’altro proprio alla necessità di rifiutare ogni «delega» tale da sottrarre i rivoluzionari all’impegno di agire direttamente e in prima persona.

Lo stato del desiderio
Credo che a questi modelli, a questa concezione dell’Organizzazione e della Politica siano riconducibili anche i risvolti piè tipicamente esistenziali di quell’esperienza: «Chi partecipò al sessantotto – scrisse a suo tempo Elvio Facchinelli – comprese che ciò che conta non è tanto l’oggetto del desiderio quanto lo stato del desiderio, e che la soddisfazione del desiderio è la morte del gruppo». Fu il cuore del radicalismo sessantottesco: a una società che fondava l’esistente sulla soddisfazione dei bisogni si contrappose un «perenne non basta», il beffardo smascheramento della realizzazione dei desideri come mistificante illusione del potere. E fu un’altra drastica rottura con la tradizione della Terza Internazionale che sulla «soddisfazione dei bisogni» aveva modellato le sue parole d’ordine di rivoluzione e di rivolta. C’è ancora un’altra, decisiva valenza del «sei quello che fai», ed è quella legata all’incontro con la classe operaia.
Vivere la vita degli operai, respirarne gli stessi problemi, coglierne nell’aria le aspirazioni politiche e i desideri personali, i valori morali e le tradizioni culturali per poi fissarli sulla carta delle rivendicazioni e delle lotte apparve ai giovani del ’68 come il vero unico antidoto contro le tossine delle vecchie ideologie novecentesche. «L’ideologia – scrisse allora Guido Viale – non incontra mai il proprio nemico. Entrambe vivono in una realtà separata. Per questo ha continuamente bisogno di simboli: per rappresentare se stessa come per individuare l’avversario»; la politica del ’68, invece, «non si erige a sistema ma non le viene mai meno qualcosa – o qualcuno – contro cui combattere nella concretezza della vita quotidiana». Di qui, la scelta per un incontro con la classe operaia in cui – come si esprimeva allora lo stesso Viale – gli studenti «avrebbero portato la loro critica radicale della struttura gerarchica della società e delle sue forme di dominio, il bisogno di rompere l’isolamento dei compartimenti stagni su cui essa si fonda, la critica della vita quotidiana come campo privilegiato della lotta politica», gli operai «il senso materiale e terreno del proprio corpo: della propria salute… degli orari, dei turni… del salario, che è la forma in cui ogni ora di lavoro viene ripartita tra chi fatica e chi si appropria della ricchezza prodotta… il senso di sé più pieno, che è il modo in cui viene vissuto e speso il proprio tempo».

Il quotidiano è politico
Lo racconta Daria Basso, a proposito di Tonino Miccichè, operaio della Fiat a Torino: «Lavoravo anch’io alla Fiat. Una scelta molto importante per il valore che aveva agli occhi di chi a Torino faceva militanza politica e per come questo ci faceva sentire, noi lavoratori ventenni, tra coetanei anche molto diversi: operai, impiegati, studenti, intellettuali, militanti di base, responsabili di sezione, sia donne che uomini… Ci conoscevamo tutti e ci conoscevano tutti… La nostra vita era scandita dagli incontri politici, spessissimo di pomeriggio, ma anche il sabato sera, a volte anche la domenica. In un modo o nell’altro si stava sempre insieme. Con Tonino e alcuni altri operai Fiat ci vedevamo piè spesso a cena perché avevamo in comune la solitudine. I nostri genitori non erano a Torino e nessuno ci aspettava a casa. Di conseguenza facevamo un po’ famiglia. Ma nello spirito eravamo vagabondi, come diceva mio padre. Potevamo dormire dove capitava. Insieme ci sentivamo davvero liberi».
Era quella che allora si definì la politicizzazione del quotidiano e che scardinò tutti i tradizionali riferimenti organizzativi a cui era stata ancorata fino ad allora la distinzione pubblico/privato. Il militante rivoluzionario novecentesco era nato insieme alle regole «cospirative» della Terza Internazionale; il settarismo, l’ostinata chiusura verso l’esterno, il sospetto assunto come norma anche nei rapporti umani e affettivi, una rappresentazione di se stessi legata all’interpretazione totalizzante della propria militanza politica, incidevano sugli stessi contorni esistenziali dei militanti.
La carica finalistica che li animava garantiva una solidarietà ideologica granitica e compatta; si sentivano depositari di grandi certezze e di grandi verità, sorretti da una speranza di rivoluzione che era anche un progetto di complessiva palingenesi sociale. Avevano, insomma, una fede da testimoniare. Era questa la loro forza, il grande patrimonio umano e morale a cui poteva attingere la loro linea politica. Ma c’era ovviamente un prezzo da pagare: gli avversari erano tutti nemici; i dissensi interni, le rinunce alla militanza politica, erano eventi altamente drammatizzati come sempre avviene nei gruppi fortemente centralizzati e con esasperati vincoli disciplinari. L’incubo degli eretici e dei «traditori» rendeva molto improbabile che un compagno potesse diventare anche un amico.

In nome dell’antiautoritarismo
Con il ’68 si affermò invece una forma inedita di militanza senza pause, senza soluzione di continuità tra i suoi aspetti privati e quelli pubblici. Le assemblee strutturarono una inedita comunità studentesca, come le occupazioni delle fabbriche nell’autunno caldo avrebbero dato vita alle «comunità operaie»: si viveva tutti insieme, condividendo gli spazi ludici dell’esistenza intrecciandoli con quelli della militanza e del dovere. Le affinità elettive si intrecciarono con le solidarietà politiche, lo «stato di cose presenti» fu contestato nelle sue articolazioni apparentemente piè impolitiche e tuttavia rilevantisssime sul piano esistenziale (…). In questo nuovo orizzonte della quotidianità la famiglia fu il nucleo attorno a cui si concentrarono le tensioni forse più rilevanti: la lotta antiautoritaria, pur avendo bersagli pubblici, istituzionali, poteri considerati privi di legittimità sostanziale, attaccò soprattutto i rapporti parentali tra le generazioni e i sessi. Franco Serantini era senza famiglia. Tonino Miccichè stava per farsene una ma non ne ebbe il tempo e fu ucciso. La famiglia di Walter Rossi viene così descritta dagli amici: «Il nonno era stato un antifascista. Il papà era commerciante. Votava Pci. Un tipo piuttosto autoritario e fra loro c’erano dei grossi conflitti. Ogni tanto veniva a dormire a casa mia perché avevano litigato.
«Per un periodo trovammo una stanza dove andare a rifugiarci per conto nostro, suonare la chitarra. Si trattava di uno scontro generazionale all’epoca assai diffuso». Roberto Franceschi ebbe una madre solidale e partecipe. Più difficile fu la scelta di Francesco Lorusso: «Inizialmente in famiglia la scelta di Francesco non venne presa bene. Poi la sua spiccata personalità riuscì a dominare anche il malumore di mio padre il quale aveva certamente una tendenza repressiva», ricorda il fratello Lorenzo. Situazioni diverse, accomunate oggi da una memoria dolente che cerca in tutti i modi di opporsi all’oblio e alla cancellazione regalandoci così uno dei paradossi più sconcertanti tra i molti innescati dal ’68: quella stessa famiglia allora negata, derisa, combattuta, quarant’anni dopo si presenta come l’unico ambito in cui sopravvive il ricordo di quelle vite generose. Ma è un altro tipo di famiglia. Il dolore resta ancora uno spazio privato, ma si intreccia con forme di aggregazione e di solidarietà che non hanno piè niente di familistico. il lutto dei parenti ha infranto le barriere degli interni domestici ed è diventato il grimaldello attraverso cui si è spezzato il muro dell’omertà istituzionale. In questo senso, a legare l’intervento di Haidi Giuliani a quello delle altre madri e degli altri familiari che portano ancora i segni dei lutti degli anni ’70 non è tanto un’improbabile continuità tra quella stagione (ancora totalmente novecentesca) e quella che ha segnato gli eventi culminati nelle giornate di Genova nel luglio 2001; si tratta dell’appartenenza a una «rete» comune, diventata ormai solida e stabile, al cui interno il dolore privato si è trasformato nella tutela dell’interesse pubblico alla verità e alla giustizia: e questo è uno dei segni di più rilevante discontinuità introdotti dal ’68 in una tradizione italiana che ha sempre visto in radicale contrapposizione familismo «amorale» da un lato, senso civico dall’altro.

Giovanni De Luna,Memoria spezzataultima modifica: 2008-10-30T19:05:00+01:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento