Felice Besostr, Sinistra,Israele e Palestinai

30 dicembre 2008
dal blog del circolo Rosselli di Milano

FELICE BESOSTRI, noi di sinistra, Israele e la Palestina
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I fatti recenti in Israele/Palestina dalla rottura della tregua alla massiccia e
violenta rappresaglia israeliana scuotono sia le piazze del mondo arabo che
la coscienza di ciascuno di noi, che ne siamo spettatori senza la possibilità di
essere, non dico protagonisti, ma soggetti attivi, cioè in grado di influire, sia
pure in forma limitata, sugli avvenimenti.
C’è una differenza fondamentale tra due campi dell’opinione pubblica, che
non è quella tra filo-palestinesi e filo-israeliani, bensì tra tutti i filo da un lato e
dall’altro tutti coloro che hanno a cuore i due popoli e le singole persone, che
li compongono.
Questa divisione è trasversale, ma particolarmente acuta nella sinistra e nelle
coscienze individuali, di chi della sinistra fa parte.
C’è una forma sottile dell’antisemitismo, quella per cui gli ebrei – e per
traslazione gli israeliani – non solo sono diversi dagli altri, ma lo devono
essere nel bene e nel male, anzi più nel male che nel bene.
Agli ebrei e, particolarmente, agli ebrei israeliani non si perdona nulla o si
giustifica tutto in nome della loro storia, dalle persecuzioni che hanno patito
alle esigenze di sicurezza.
La sicurezza per gli israeliani non è semplicemente essere al riparo dalle
violenze del terrorismo, ma garanzia di potere sopravvivere come popolo e
come Stato in quell’area del Medio-Oriente.
I palestinesi, come ogni popolo della terra, hanno diritto alla loro identità ed
all’autodeterminazione, allo sviluppo ed alla dignità collettiva ed individuale:
in tutta la Palestina, ma soprattutto nella Striscia di Gaza, non ne possono
godere.
Il dramma, che allo stato appare insuperabile, è che le reciproche esigenze
non possano essere soddisfatte, che con la negazione totale e radicale
dell’altro.
Per Hamas la creazione di uno Stato Palestinese richiede l’annientamento
dell'”entità sionista” e lo stato futuro dovrebbe essere retto dalla sharia: uno
stato dove non ci sarà spazio per gli israeliani ma neppure per gli arabi
cristiani.
Per settori israeliani l’unica sicurezza concepibile consiste non solo
nell’erezione di muri invalicabili, ma nella deportazione fuori dai confini di
Israele della popolazione araba, compresa quella araba di nazionalità
israeliana: una sicurezza ossessiva troppo simile ad un’ideologia
totalizzante, come la purezza della razza.
Se il dilemma è questo, dobbiamo confessare la nostra impotenza e quindi
schierarsi da una parte o dall’altra.
Questa scelta di campo significa anche non poter andare troppo nel sottile
nel scegliersi la compagnia. Per tutti quelli che comunque ritengono
intollerabile la scomparsa di Israele e l’annientamento del suo popolo, stare
in compagnia di ex o post-fascisti di recente convertiti alla causa di Israele.
Per chi è preoccupato delle sorti del popolo di Palestina essere complice del
fanatismo integralista, dei terroristi e nel migliore dei casi tacere sul regime
iraniano.
Per chi ha coscienza non si può rimanere indifferenti rispetto all’umiliazione
quotidiana dei palestinesi ed alle vittime civili delle rappresaglie israeliane,
che non si possono liquidare come effetti collaterali, un prezzo comunque da
pagare, come delle vittime israeliane dei kamikaze e delle loro bombe sugli
autobus, nei mercati e nei luoghi di ritrovo.
L’indifferenza non si può giustificare con il fatto che gli avvenimenti sono
visibili in presa diretta e perciò vissuti come manipolazione dell’opinione
pubblica.
Al Jazeera ha allestito un secondo canale esclusivamente dedicato alle
rappresaglie israeliane e alle vittime palestinesi con l’effetto di moltiplicare la
collera delle masse arabe in contrasto con l’inerzia dei loro governi.
Cosa cambia rispetto ai fatti che non abbiamo gli stessi reportage dei
massacri nel Sud Sudan o che i genocidi del Ruanda sono stati perpetrati
lontano dalle telecamere?
Il fatto grave è la copertura mediatica del conflitto israelo-palestinese o non,
piuttosto, che in questo nostro villaggio globale le violenze in altre parti del
mondo non abbiano, non possano avere o non interessa avere una copertura
mediatica?
Fossimo soltanto degli impassibili analisti potremmo ridurre l’impatto emotivo
contestualizzando i sanguinosi avvenimenti: ci saranno le elezioni in Israele
e la strategia di Hamas è dettata non dalla dirigenza locale, bensì da quella
in esilio e pertanto sotto l’influenza, se non il controllo, degli Hezbollah
libanesi e dei loro patron siriani e libanesi. Sono cose ovvie, ma non riducono
il dolore delle madri delle vittime o la disperazione dei sopravvissuti alla
distruzione delle proprie case o dei familiari di chi è stato colpito da un razzo
Qassam.
La protesta degli amici di Israele contro la sproporzione della reazione
militare potrebbe essere più forte ed influente, se gli amici dei palestinesi non
tacessero sui lanci dei razzi, sulla detenzione del sergente Shalit, diventata
uno spettacolo teatrale, sugli atti di terrorismo, sui massacri di prigionieri o
sulle esecuzioni sommarie di presunti collaboratori, per non fare che alcuni
esempi, o sulla mancanza di libertà civili e sulla corruzione delle autorità
politiche ed amministrative palestinesi o sulle manifestazioni di giubilo ogni
volta che vi siano vittime israeliane o di ebrei, anche al di fuori della zona di
conflitto.
Chi crede nella possibilità,per quanto remota, di una futura possibile
convivenza ed uno sviluppo economico e sociale in Israele e Palestina, che
soltanto la pace o una tregua duratura possono garantire, deve continuare a
testimoniare.
L’alternativa è tacere e, perciò, richiudersi nelle proprie contraddizioni, in
altre parole abdicare, cioè rinunciare alle proprie idee di libertà e giustizia.
Questo prezzo non dobbiamo essere disposti a pagarlo, tanto più ora in
questi drammatici momenti.

Felice Besostri
di Sinistra per Israele

Felice Besostr, Sinistra,Israele e Palestinaiultima modifica: 2008-12-30T21:57:00+01:00da mangano1
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