Attilio Mangano, L’Italia è cambiata? (tre testi)

L’Italia è cambiata ? se ne può discutere anche seriamente o è solo fuffa? Tre testi ( Cardini, De Giovanni, Macaluso)
26 marzo 2009
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L’epilogo occidentale della destra italiana
di Franco Cardini – 24/03/2009

Fonte: francocardini

Qualcuno li dice in malafede, qualcun altro ha la sensazione che siano disperati, altri ancora li giudicano tattici esperti o furbastri opportunisti. Ma cominciamo a guardarli per quello che davvero sono, questi alti dirigenti di AN d’origine “missina DOC”. Quaranta-cinquantenni (il decano, a parte l’ottantenne Mirko Tremaglia, è il settantenne Matteoli), ancora un quarto di secolo fa avevano buoni motivi ad aver paura d’uscir di casa; li segnavano a dito, non li lasciavano parlare nelle assemblee pubbliche, li sprangavano; nella migliore delle ipotesi – ma erano eccezioni…- affibbiavano loro l’epiteto di “fascisti intelligenti”, sentito come un ossimoro. Erano spesso dei picchiati, eppure i mass media li definivano sempre “picchiatori”. Molti di loro si sarebbero accontentati della prospettiva di diventar consiglieri provinciali. Ed ora eccoli là: ministri, sottosegretari, senatori, deputati, grands commis d’état.
AN si è sciolta, confluendo nel nuovo soggetto politico berlusconiano. Eppure ha molte ragioni Gianfranco Fini, nella sua allocuzione di domenica 22 marzo: quella fine è in realtà un principio, o almeno potrebbe esserlo. Il Presidente della Camera, per un attimo tornato militante e dirigente ma pur sempre terza autorità dello stato, ha insistito soprattutto su due concetti: primo, “non ci sono stati né regalo, né grazia ricevuta”; secondo, la Destra non più AN ma confluita nel Popolo delle Libertà marcia decisa verso l”ammodernamento”.
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C’è un’indubbia coerenza in questa visione. Il MSI, erede contrastato e semicostituzionale del fascismo, ne aveva ereditato soprattutto un aspetto: quello che, defelicianamente, si potrebbe riassumere nella formula “regime versus movimento”. Già prima di De Felice, era stato Gobetti a cogliere l’insanabile contraddizione del fascismo: instabile e paradossale alleanza di un conservatorismo ottuso, benpensante e forcaiolo con un libertarismo violento, iconoclasta, socialoide e genialoide. Soltanto la geniale demagogia carismatica d’un agitatore socialista prestato al ristabilimento dell’ordine, Benito Mussolini, era riuscito a tener insieme e a gestire per un quarto di secolo quell’instabile amalgama.
Il regime fascista fu forse – entro certi limiti – una realtà “di destra”, cioè conservatrice e liberista, corretta però dal dirigismo statalista autoritario; mentre il “movimento” si disperdeva nei rivoli di mille fronde, dal tradizionalismo cattolico o neopagano fino al sindacalismo rivoluzionario e massimalista che, non a caso, nella repubblica di Salò seppe trascinare dalla sua perfino un vecchio comunista come Nicola Bombacci, che rarissima avis saltò all’ultimo momento sul carro degli sconfitti (scelta folle, ma ben più rispettabile di quella dei soliti troppi italioti che usano correre in extremis in aiuto al vincitore). Ma va pur detto che le “fronde fasciste” furono il fenomeno di gran lunga più interessante nel panorama intellettuale italiano fra le due guerre.
Quindi, tra ’46 e ’93, il MSI si dibatté entro questi veri e propri “opposti estremismi”, anche se poco di tutto ciò trapelava nella vita ufficiale e parlamentare del partito.
Ma le iterate emorragie di giovani missini (e non i peggiori) che dagli Anni Cinquanta in poi se ne andavano sciamando verso il nasserismo, il castrismo, il guevarismo, il “nazional-europeismo sociale” di Jean Thiriart o la “Nuova Destra” di Alain Benoist la dicevano lunga al riguardo: mentre i dirigenti sognavano la costruzione di “grandi destre” e di un “partito degli italiani” che però per il momento era potenzialmente congelato e ingabbiato ingabbiato nella Democrazia Cristiana.
Quando Montanelli fondo’ “Il Giornale”, una delle sue tesi era che si dovessero recuperare e rendere utili al centro democratico i tre milioni di voti che stavano nel “frigorifero” antifascista. Berlusconi, che Montanelli era uno dei pochi ad aver capito sul serio quando eravamo ancora in tempo, ha rovesciato quel teorema montanelliano: dimostrando che il vero frigorifero era la DC, che con quel tanto di patina cattolica teneva un po’ a freno il cinismo, l’egoismo e la mancanza di cultura dell’ “opinione media” italiana. Consentendole di diventare senza più pudori quel che in effetti essa è, il Cavaliere è riuscito adesso a far confluire in quella palude anche gli ex neo-post-antifascisti finalmente liberati dall’equivoco movimentista (e soprattutto da quel molto o poco che in esso c’era di buono).
Gianfranco Fini, però, con tutto questo originariamente non c’entrava. Non era né un nostalgico del “si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio” né del “quando-c’era-Lui,-caro-Lei”; non si era mai innamorato né di José Antonio, né di Codreanu; era un ragazzo delle magistrali che voleva farsi i fatti suoi e andar al cinema a vedere John Wayne: e dovette stupirsi non poco quando si accorse di essere entrato in un partito nel quale non erano rari attilio2.jpgquelli che invece tifavano, guarda un po’, per i Vietcong. Tuttavia Fini, che non è mai stato fascista e non ha mai avuto una cultura fascista, seppe essere buon allievo e poi delfino di un Almirante che aveva ben intuito le potenzialità “di governo” del partito di emarginati e di refrattari che guidava: sarebbe bastato un nulla, un colpo di fortuna; chi si aspettava che sarebbe arrivato Berlusconi? E Fini è stato il protagonista del lungo viaggio che, cominciato non senza difficoltà e attraverso la fondamentale tappa di Fiuggi, ha alla fine portato la Destra conservatrice e benpensante italiana, ambiguamente afascista o non-antifascista, a depurarsi del tutto delle scorie del movimentismo rivoluzionario politicamente e culturalmente d’estrema destra e socialmente d’estrema sinistra.
Per chi tuttavia, passando dal MSI ad AN, non era ancora guarito dalle vecchie illusioni e dai sogni rivoluzionari, per chi non sapeva rinunziare del tutto a Sorel e a Corridoni ed era reticente a dichiararsi “tory” o “conservatore”, restava ancora un’illusione. I dirigenti di AN sapevano di gestire un partito “pesante”, che aveva una storia, un passato, una dignità e un’identità per quanto questo patrimonio era sempre meno spendibile e sempre piu implicito e magari rinnegato; i loro alleati di Forza Italia, per contro, costituivano un partito “leggero”, evanescente, praticamente privo di vita interna, istituzionalmente inconsistente, prono al volere del loro Padre-Padrone Presidente del Consiglio ma anche di Mediaset, di vari giornali, perfino di una squadra di calcio. Ma. ragionavano quelli di AN, Berlusconi non è eterno: e i nostri quadri dirigenti sono migliori di quelli di FI; quando il padre-Padrone, per raggiunti limiti di età o per qualunque altra ragione si tirerà da parte, saremo noi a gestire il nuovo partito della destra unificata. E insomma, com’è scappato scritto al vecchio Giano Accame su “Liberal” del 21 marzo: visto che ora c’è l’occasione, è meglio comandare. E magari chiedere gli arretrati del tempo delle catacombe.
Ma i continui sdoganamenti e i non meno continui compromessi accettati talvolta con palese ipocrisia o con trasparente malumore hanno frattanto svuotato AN di qualunque originale contenuto. Al punto da vederli talmente in malafede a ridursi ad applaudire le tesi “antimercatiste” del liberale Tremonti: tesi che avrebbero dovuto semmai esser proprio loro ad esprimere, e con ben maggiore fermezza.
Ora, gli ex-missini di AN si trovano, di fronte ai democristiani, ai craxiani e ai liberali confluiti in FI e ormai loro compagni di partito, nella condizione del soldato che aveva fatto cento prigionieri i quali pero’ non gli permettevano di rientrare dai suoi compagni. Certo, molte delle loro carriere – brillanti, in alcuni casi – si salveranno. Il prezzo politico pero sara’ ed e gia’ la perdita d’identità: il totale cedimento a una forza liberista, occidentalista, atlantista, che ha il suo reale punto di forza nella monopolizzazione della paura di una società civile che si sente arrivare addosso la prossima crisi mondiale e reagisce solo invocando maggior “sicurezza” e rispolverando le vuote banalita retoriche del Dio-Patria-Famiglia. La miseria intellettuale delle idee d’accatto che in fretta e furia si stanno mettendo insieme nei rari think tanks di partito la dice lunga al riguardo.

Chi si salverà in caso che la crisi arrivi davvero a sconvolgere tutto, e quindi anche il quadro politico? Molto probabilmente Fini, che guarda gia oltre: e che, parlando di “nuove sintesi”, non allude al supposto nuovo equilibrio che dovrebbe stabilirsi nel Popolo delle Libertà tra ex-alleanzini ed ex-forzisti, bensi a quel che gli esperti navigatori a vista sapranno trarre da una tempesta dalla quale riemergeranno frammenti della sinistra oggi “in sonno” e del centro oggi guardingo e perplesso. Fossi uno del Popolo delle Libertà, oggi guarderei con una certa fiducia alla diarchia Fini-Tremonti. Comunque, il cammino è appena cominciato. Buon divertimento a tutti.

L’Italia è cambiata e la sinistra vaga nella nebbia

Se imparerà a muoversi nella nuova realtà e non cercherà solo di raccogliere i cocci della vecchia, può tornare ad abitare la città reale

di Biagio de Giovanni (il Riformista, 26.03.2009)

Muoversi nella foresta, fra alberi e liane, fra ostacoli e dislivelli, impedisce di vedere l’insieme; l’orientamento diventa incerto, il suo camminare a zig zag sembra perdersi in sentieri interrotti, in andirivieni privi di direzione, che potrebbero riacquistare un senso solo se egli, d’improvviso, potesse vedere l’intero, giungere al livello della luce che, illuminando la foresta, gli consentisse di comprendere dove si trova, le distanze, i rapporti di spazio, le relazioni fra le cose.

Il viandante di cui sto parlando è il cittadino italiano di sinistra, che, in questo perdersi fra le liane, in un peregrinare che dura da anni, ha perduto il senso delle cose, vede oggetti che non sa nominare, si esprime per gesti o parole in disuso, incomprensibili agli altri, nomi senza corrispondenza nella realtà, e nomina le cose, e quelle, non sapendo più di chiamarsi così, non rispondono, e rimangono “cose”, immobili, indifferenti. Se potessero, ma sono cose, si girerebbero dall’altra parte.

Poi, se all’improvviso avviene quel miracolo, e qualcosa o qualcuno spinge quel cittadino, nel frattempo diventato tendenzialmente apolide, in alto, fino a dominare l’orizzonte, fino a vedere tutta la foresta, capisce che intorno a lui il mondo è cambiato e che, per nominare le cose, deve rimettersi a compitare, riguardare le basi del linguaggio, tornare a lezione dalla realtà. La foresta, in cui il cittadino di sinistra si è disperso, è l’Italia.

Arrivato a livello della luce, egli la vede mutata. Ma che significa che un Paese muta? Non è facile accorgersene. Il panorama, soprattutto nell’immobilismo edilizio degli ultimi anni (siamo nell’età che precede il “piano casa”), è sempre, più o meno, lo stesso. Le case sono lì. Le città, anche. Che cosa significa, dunque, che un Paese muta? Significa che mutano gli orizzonti di idee attraverso i quali quel Paese è interpretato, i sentimenti comuni, i significati delle relazioni fra le cose. Il cittadino si accorge del mutamento anzitutto perché vede rapporti mutati fra luce e ombra rispetto a quelli che ricordava. Capisce che qualcosa di grosso è avvenuto. Alcune cose sono in un cono d’ombra.

La Questione meridionale, scomparsa dal lessico e dall’agenda politica, era il pezzo forte del suo linguaggio, il “dualismo italiano”, il punto su cui far leva per unificare l’Italia, e ora non c’è più. Il Mezzogiorno sì, c’è, ma le parole con cui lo si rappresentava non ci sono più. Oggi si immagina il Mezzogiorno come un pezzo dell’Italia federale, e fra le brume quel cittadino riesce a leggere un cartello che dice “nuova responsabilità delle classi dirigenti rispetto alla spesa pubblica” e comprende che qualcosa è mutato, almeno nelle insegne.

Poi vede disegnarsi contorni sfumati dove una volta erano netti. Netti, come i contorni del racconto mitico. Resistenza, antifascismo, Costituzione. Per carità qualcosa si vede all’orizzonte, eppure tutto appare indistinto.

Il posto “antifascismo” (ricordate? La seconda, terza, quarta tappa della rivoluzione antifascista…) è vuoto, perché si è svuotato quello correlativo che si chiamava fascismo. La massa di uomini che lo presidiava ha trasmigrato e si confonde con tutto il resto, e dove si perde la contrapposizione ogni cosa sfuma nell’indifferenza. Qualcuno rimane a presidio del bastione, ma si ha l’impressione che sia un eremita isolato dal mondo. Il suo grido, perché ogni tanto grida, si perde in una valle senza echi.

La Resistenza è lì, ma le linee sono un po’ confuse, le masse una volta distinte di vincitori e di vinti si sono mescolate; nessuno nega che ci sia stata, ma essa non taglia più in modo netto l’orizzonte, e diventa magmatica, non riesce più a essere il sostegno di tutto: la Resistenza si allarga alle foibe, e ogni cosa cambia.

E infine la Costituzione. Quella c’è, ma colonie di formiche (le temute termiti) penetrano nei fogli e ne intaccano i margini. Poi, il cittadino, sorpreso di questo, nota che gli assembramenti sono diventati rari, ciascuno cammina per conto suo frettolosamente, corre verso casa per non perdere la puntata della fiction.

Le città sono punteggiate da piccole zone di oscurità e, facendo mentalmente i conti, quel cittadino si ricorda che erano le sedi dei partiti dove si discuteva del mondo. Ora, qualche punto-luce si vede ancora, ma dentro c’è una sola persona che parla a sé stessa, realizzandosi così, ma in modo un po’ sinistro, la auspicata identificazione di governanti e governati.

La realtà, insomma, è la stessa: le case, le strade, le piazze; ma nello stesso tempo tutto è cambiato. Quando qualcuno (e fra gli altri il sottoscritto, che lo argomenta in un libro) dice che la destra, in Italia, ha sconfitto l’egemonia della sinistra, e può perfino raccoglierne al proprio interno una parte di eredità come fa Gianfranco Fini, e che perciò il suo governo sarà di lunga durata, è a tutte queste cose che pensa, e a tante altre che potrebbero aggiungersi: la crisi di vecchi stilemi, la divisione e il ruolo dei sindacati etc.

Se il cittadino di sinistra imparerà a muoversi in questa nuova realtà e non cercherà solo di raccogliere i cocci della vecchia, nulla può impedire che egli torni ad abitare la città reale. Giacché dentro quelle rappresentazioni si addensano nuovi problemi, nuove zone di oscurità dalle quali qualche luce può tornare a farsi vedere.

emanuele macaluso, Il partito dei moderati e il carisma di Silvio
da LA STAMPA di oggi

Silvio Berlusconi ha convocato un congresso o meglio una grande assemblea per ratificare la nascita del Pdl. Non c’è dubbio che siamo di fronte a un rilevante fatto politico. Ma questa è l’assise in cui nasce il partito dei moderati? Un partito, hanno scritto alcuni osservatori, fra cui Biagio De Giovanni (Il Riformista) e Aldo Schiavone (la Repubblica), che in Italia non è mai esistito. E perciò, si dice, va salutato come un fatto destinato a colmare un vuoto e a incidere positivamente nella vicenda politica italiana, anche perché rimette il sistema politico nella direzione del bipolarismo.

Io sono meno ottimista dei miei due amici anche perché ho presente nella mia memoria le cose che furono scritte e dette da tanti analisti nel momento in cui nasceva il Pd. Si disse allora che finalmente nasceva il partito dei progressisti italiani, il quale metteva in moto, senza una legge, una riforma del sistema politico fondato sul bipartitismo.

Dopo un anno abbiamo visto un Pd rimpicciolito e in affanno e crescono l’Udc di Casini, l’Idv di Di Pietro e la Lega di Bossi. Anche a sinistra del Pd si riorganizzano forze che sembravano destinate a scomparire. Il Pd, ha cambiato segretario, ma non riesce a darsi un asse politico culturale necessario per essere un partito con un suo progetto e non una coalizione per contrastare il potere berlusconiano.

Anche il Pdl nasce come una coalizione, con un leader carismatico e padronale, in cui convivono ex socialisti che ritengono di essere gli eredi del «vero Psi», ex democristiani, laici e clericali, liberisti e colbertisti, cattolici integralisti e liberalradicali, tutti radunati in Fi, a cui ora si è associata An con la «sua storia e identità», come hanno dichiarato i confluenti. Non c’è dubbio che questo coacervo oggi abbia un insediamento rilevante nelle istituzioni nazionali e locali e anche, come si dice oggi, sul territorio. E non c’è dubbio che si tratti di una coalizione che ha un comune denominatore: non è solo nel Cavaliere, ma anche nell’avversione alla sinistra così come si è espressa in passato (comunista!) ma anche con i governi di Prodi. Un’avversione che oggi si manifesta con una politica di governo e un esercizio del potere in cui si ritrovano gli strati della società che non credono in un’alternativa, per convinzione o per necessità.

È questo il terreno su cui si è costruita «un’egemonia» del berlusconismo. In tale quadro, si può dire che con il Pdl nasce il partito dei moderati destinato, come è stato scritto, a caratterizzare in termini più moderni il sistema politico? Può darsi che mi sbagli, ma io penso di no. Il Pd nacque con Veltroni come forza che archiviava l’antiberlusconismo e inaugurava una competizione bipartitica su un terreno diverso su cui si era costruita l’unione prodiana. Non ha retto su tutti i fronti. Il Pd infatti ha riproposto il «vecchio antiberlusconismo» e non è stato in grado di battersi per un suo programma, per una sua visione rispetto ai problemi posti dalla società: dalle riforme costituzionali necessarie a far funzionare il sistema alle questioni che pongono oggi il Nord e Sud. Per non parlare della forma stessa del partito, della sua vita democratica e della selezione dei gruppi dirigenti.

Nel Pdl in termini diversi e con contenuti diversi, si ripropongono le stesse questioni: sintesi politica, leadership, democrazia interna, forma partito, cultura condivisa. Insomma, sia a destra che a sinistra, con le coalizioni o con i partiti-coalizione, ancora oggi sembra essere sempre in una transizione condizionata dal ruolo che ha assunto la leadership di Berlusconi. Anche le posizioni interessanti ed effettivamente revisioniste assunte da Gianfranco Fini sono condizionate dal ruolo di Berlusconi che obiettivamente limita una reale dialettica democratica nel partito del centrodestra. Aldo Schiavone, a proposito del Pdl, come partito conservatore di massa, dice che «la Dc era un’altra cosa, anche se nel suo amalgama la destra rappresentava una componente essenziale». È vero. Era un’altra cosa, non solo perché aveva un suo riconoscibile asse politico-culturale, ma anche perché le leadership carismatiche di De Gasperi, Fanfani e Moro ebbero una base esclusivamente politica, quindi con ricambi possibili. De Gasperi fu sostituito da Fanfani in un cambio di fase politica. Lo stesso avvenne con Moro che sostituì Fanfani e così di seguito.

Una leadership carismatica, nata nel corso di una crisi di sistema può radunare una coalizione moderata, ma non può dare vita al partito dei moderati se non mette in discussione la sua stessa leadership. Altrimenti la crisi del leader si identificherà con la crisi del partito e la stabilità del sistema, incentrato su quella leadership. Questo è il punto. Comunque è positivo il fatto che anche grazie a questa assise si apra un dibattito che investe l’avvenire del Paese in un momento difficile caratterizzato da una crisi economica senza precedenti. Mi auguro che questa discussione coinvolga le formazioni di destra e di sinistra.

Attilio Mangano, L’Italia è cambiata? (tre testi)ultima modifica: 2009-03-26T20:13:00+01:00da mangano1
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