Roberto Bonuglia, 1925 la VENERE NERA

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1925. La «Venere Nera» Sbarca A Parigi: Joséphine Baker E Il Gonnellino Di Banane
domenica 5 aprile 2009, posted by roberto.bonuglia at 11.34

Quando, il 22 settembre 1925, Joséphine Baker sbarcò a Le Havre dal transatlantico Berengaria non aveva dietro di sé un grande passato artistico. Ancora bambina aveva partecipato a qualche spettacolino in squallidi teatri di periferia, pagata pochi centesimi; a 16 anni una modesta compagnia di Filadelfia l’aveva scritturata per 25 cent. al giorno, che non le bastavano nemmeno per mangiare: spesso, la notte, doveva dormire all’aperto, sull’erba dei parchi; quindi era passata a New York, ballerina di fila in un locale della 63’ strada e, infine, soubrette al «Chocolate Dandies» nella troupe dei Black Birds, dove guadagnava 125 dollari la settimana.
Il contratto per la tournée parigina prevedeva un compenso doppio: 250 dollari alla settimana. Joséphine aveva 19 anni. Quando arrivò a Parigi, nessuno avrebbe potuto indovinare in lei la futura «Venere nera». «Indossavo», raccontò, «una gonna a scacchi tenuta su da bretelle a scacchi, binocolo e macchina fotografica a tracolla». Ma a Parigi Joséphine portava anche «quel fox-trot rivoluzionario che si chiama charleston», come lo definivano le parole di «Lola cosa fai a scuola», versione italiana di «Yes, sir, that ‘is my baby».
A scoprirla fu Giuseppe (Pepito) Abatino, impresario siciliano assai noto nel mondo dello spettacolo parigino, che la prelevò dal Teatro dei Champs Elysées, dove ballava in coppia con il ballerino negro Joe Alex, per trasferirla alle Folies Bergère. Quando Pepito la raccomandò all’amico Derval, patron delle Folies, questi obiettò che non ci sarebbe stato nessuno spettatore disposto a seguire per 2 ore quei negri che danzavano sfrenatamente. Abatino spiegò che Joséphine aveva altre doti, oltre a quella di battere perfettamente il tempo di punta e di tacco, e la invitò a spogliarsi. Joséphine si rifiutò, e ci volle molta pazienza, e molta diplomazia per convincerla a ballare il black-bottom indossando solo un gonnellino di banane, in cui si è voluto vedere una parodia del tutù delle danzatrici classiche che, diceva la irriverente Joséphine, «sembrano tanti uccellini scemi».
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La Baker raccontò che soffrì molto per essere stata costretta a indossare quel costume: «Mi sentivo degradata al rango di un animale selvatico, capivo che il mio era un successo di curiosità, non di stima». Ma la rivista di Lemarchand «La folie d’un jour», con cui Joséphine debuttò alle Folies nel 1925, fu un trionfo: nel giro di qualche settimana tutta Parigi delirava per quella negretta dalle gambe nervose e dalla dentatura scintillante, con i corti, nerissimi capelli incollati sul capo, esasperando la moda dell’epoca. Nello stesso anno, indice sicuro del suo successo, fu una delle attrazioni del Ballo dei lettini bianchi, il grande galà benefico con intervento del Presidente della Repubblica. Ballò su un ponte di argento, illuminata da 40 mila lampadine. «Ballerò tutta la vita», dichiarò in quell’occasione. In un anno la Baker era già passata alla leggenda, la sua fama si propagava in tutto il mondo: fu a Berlino, ad Amsterdam, a Budapest, a Londra, a Budapest, poi rientrò alle Folies Bergère aprendo nello stesso tempo un suo locale notturno a Montmartre.
Solo qualche anno dopo il debutto divenne cantante. Anche questa volta fu Pepito, che aveva ormai legato le sue fortuneroberto3.jpg a quelle della bella mulatta, a sovrintendere alla trasformazione: la voce di Joséphine era gradevole, sonora e calda e suscitò nel pubblico un entusiasmo che confinava con il fanatismo. Le sue canzoni («La canne à sucre», «La piccola tonchinese», «Yes we have no bananas », «Pretty little baby») diventarono presto famose in tutto il mondo. Ma il suo cavallo di battaglia, che diventò la sua sigla ufficiale, fu la canzone di Vincent roberto4.jpgScotto «J’ai deux amours». Dal 1928 al 1930 Joséphine compì una tournée in 25 nazioni, trionfando in tutti i suoi spettacoli; anche se man mano che diventava sempre più famosa non si esibiva quasi più nuda, preferendo vestirsi di sontuose toilettes cariche di pennacchi e di lustrini. Molta gente però non aveva dimenticato il famoso «gonnellino di banane», che le aveva attirato ovunque l’ostilità di una minoranza di benpensanti. La polizia non doveva proteggerla soltanto dagli assalti di frenetici ammiratori:
in Argentina i moralisti fecero scoppiare petardi nel teatro in cui si esibiva, in Cile apparvero sui muri, al suo arrivo, manifesti in cui era scritto: «I cattolici stiano all’erta, arriva la Baker!». Né mancarono lotte furibonde a pugni e a schiaffi fra ammiratori e nemici di Joséphine. Nel 1932 fu anche in Italia, dove il suo spettacolo fu censurato dal regime, ma non deluse per questo le folle entusiaste: Joséphine, intelligente, sensibile e sinceramente devota, soffrì quando apprese che le autorità fasciste le vietavano di esibirsi a Roma, per rispetto del Vaticano.
Il momento magico durò fino al 1938. Morì il siciliano Abatino, il vecchio «Pepito», lasciando un vuoto che Joséphine non riuscì più a colmare. Invano cercò nel matrimonio con l’aviatore Jean Lyon la pace dei suoi sentimenti. Divorziò poco dopo, mentre stava per scoppiare la Seconda guerra mondiale. Pochi sanno che la «Venere nera» si arruolò come ausiliaria dell’aviazione, diventando il «sottotenente Baker». I nazisti che avevano occupato la Francia la disprezzavano due volte, come americana e come negra; sentivano in lei una nemica e non si sbagliavano. Joséphine giurò che non avrebbe più cantato finché un solo soldato nemico si fosse trovato in Francia e venne arruolata in un servizio di collegamento e di informazione gollista, meritandosi una medaglia al merito accompagnata da una dedica autografa di De Gaulle. Nel 1961, per i suoi meriti di resistente, è stata insignita della Legion d’onore. Joséphine diede anche spettacoli per i soldati dislocati in Marocco e in Algeria, e in Africa venne colpita da una malattia che, per poco, non uccise.
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Finita la guerra, Joséphine aveva ormai 40 anni, ma rimaneva un idolo dei parigini. Nel 1947 sposò il compositore e direttore d’orchestra Bouillon e si ritirò a vivere nel castello delle Milandes, assieme ai bambini che andava adottando, circa una dozzina e di razze diverse: la consolavano del dolore della sua impossibile maternità (dovuta alle operazioni subite durante la guerra) e costituivano allo stesso tempo un esempio nella sua battaglia per l’uguaglianza delle razze. Si occupò di aiuti ai Paesi sottosviluppati: le necessità si moltiplicavano, non bastavano i denari guadagnati in tanti anni di lavoro, Joséphine (nella foto a cena con Simenon) era povera come agli esordi e non voleva che i «suoi» bambini soffrissero come lei il freddo e la fame. Ritornò alle scene, per poterli mantenere. Accettò di cantare in Italia, in show televisivi; non si vergognava di lavorare e quando al microfono esplodeva in «J’ai deux amours» un brivido legava ancora l’interprete eccezionale alla platea.

«Continuerò a cantare finché potrò», disse Joséphine. Parve, a un certo punto, che non potesse più: il cuore era affaticato, compromesso, la Baker sembrava prossima all’addio definitivo. Invece si riprese, continuò la sua battaglia, il suo nobile «apostolato per la fratellanza». Il suo ultimo progetto è stato di fondare un collegio che avrebbe dovuto unire i giovani di tutti i Paesi del mondo e per questo intraprese, nel 1966, un lungo viaggio attraverso l’Europa e l’America alla ricerca di fondi. Per Joséphine, «il problema centrale è di aiutare gli uomini a conoscersi fra di loro, perché possano superare tutte le difficoltà». Joséphine non dimenticava che, a causa dei pregiudizi razziali, non poté, per molto tempo, esibirsi negli Stati Uniti. Solo nel 1947 fu una prima volta a New York, ma dopo lo spettacolo, non le permisero di entrare in un ristorante per bianchi. Prese la sua rivincita qualche anno dopo, quando, scritturata da un famoso locale di Miami, pretese e ottenne di abitare in un albergo per bianchi, imponendo al proprietario del locale in cui si esibiva di fare entrare anche i negri. «Quali uomini», disse, «sono oggi più lontani di un arabo e di un ebreo? Eppure, alle Milandes, il piccolo israeliano Moses e la piccola algerina Marianna si vogliono bene»: la «Venere nera», dunque, fu anche ambasciatrice di pace.
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Gossip artistico:

Origini: figlia di un contadino, che ben presto scomparve di casa, e di una lavandaia, Joséphine Baker è nata il 3 giugno 1906 a Saint Louis, nel Missouri. Ebbe un’infanzia poverissima; nella «stamberga» in cui abitava non c’era nemmeno posto sufficiente per tutta la famiglia, che comprendeva la bisnonna, la nonna, la madre, un fratello e due sorelle che spesso come lei soffrivano la fame.

L’esordio: La piccola Joséphine, come lei stessa racconta nelle sue memorie, ballava freneticamente, per difendersi dal freddo e anche per divertire i fratellini, affamati ed impauriti.

Frasi: «Io non sono donna al 100%, ma al 1000%». «Mi getto tra le braccia del pubblico e lo amo. Il pubblico vuole che lo si ami. Tra due note vuole udire il battito del nostro cuore. Per me è penosissimo costituire solo una curiosità. Del successo non mi affascinano la sorpresa, lo stordimento, l’ammirazione, ma l’amore che vi si nasconde».

Ammiratori: oltre a uomini politici, principi, finanzieri famosi, Joséphine Baker ha avuto ammiratori anche fra gli scrittori. Persino Luigi Pirandello scrisse di lei in termini entusiastici; il poeta Pastonchi la definì «poesia che danza sulle rive degli oceani»; Jean Cocteau le dedicò un’ode.

Roberto Bonuglia, 1925 la VENERE NERAultima modifica: 2009-04-06T19:12:00+02:00da mangano1
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