Antonella Foderaro, Destinati a esser vivi

dal blog   filosofi per caso l

SABATO, 27 GIUGNO 2009
Destinati a esser vivi – Pro/Testo
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Se volessimo bonariamente prenderci gioco di un amico “idealista”, dall’aria riflessiva ed assorta, estremamente sensibile, che tende a porsi domande ed a trovare risposte a parer nostro “improbabili”, lo chiameremmo “filosofo” per non dargli impietosamente dell’astruso logorroico “poeta”, per non dirgli chiaramente “illuso” ed “artista” qualora volessimo generosamente metterne in evidenza il carattere estroverso, bizzarro, insomma … folle …

Sono solo alcuni dei tanti “modi” per nominare quello “scarto” di diversità che rende una persona apparentemente “comune” fuori dalla “norma”: non omologata e – ancor meno – omologabile.

Questo spirito di “resistenza” alla banalità dei luoghi comuni, all’intimistica rassicurante consolazione che deriva dall’adulante, gretta, supina condiscendenza agli stereotipi sociali, è sintomatico di un’esistenza che si muove in una sorta di “margine” instabile e destabilizzante e quindi – come tale – pericolosa.
Essere marginalizzato come “scarto” significa essere socialmente considerato meno di un “avanzo”: se quest’ultimo infatti è comunque innocuo in quanto letteralmente “di troppo” e può essere eventualmente riciclato, il primo sembra comunicarci a priori quella paura che deriva dalla totale assenza di garanzie “d’uso”.
Tuttavia, anche questa “pericolosità” può essere omologata, basta lasciarla fagocitare in una tipologia che la renda niente di più che una nuovaantonella1.jpeg “tendenza”, ecco allora che essere contestatari con le sole parole diventa una moda che rende “tipi” estremamente alternativi ed a volte, se ciò è supportato da una discreta intelligenza ed una cultura minima, anche “interessanti”; esserlo concretamente, con atteggiamenti di reale “disobbedienza”, ci rende delle “individualità” ingovernabili e sempre più spesso, purtroppo, solo sterili se non autolesive e distruttive; esserlo con intelligenza, prospettiva, verticalità di contenuti, incisività del linguaggio, motivata/motivante operosità, significa realmente restituire carattere e vivacità alle coscienze immobilizzate dal torpore, appiattite in un amorfo conformismo. Quest’ultima modalità d’esprimere dissenso è l’unica, in realtà, capace di elevare il nostro personale “malessere”, noto come “inadeguatezza”, a pubblica protesta in quanto la denuncia nello stesso momento in cui decostruisce è capace di offrire nuovi orizzonti di senso grazie alla carica propositiva e inesauribilmente creativa – perché fondata nell’originalità personale – che ne è la reale forza ed irriducibile, irrinunciabile, prerogativa.
Il frinire di una cicala nell’afa di un indolente ferragosto: stridente dissonanza nella mimetica che la nasconde nel tronco alla mano che vorrebbe silenziarla.
Il “frinire” di più poeti nella staticità apatica di una società depauperata da qualunque ideale, in preda ad una voracità insaziabile che la rende obesa finanche nell’inedia: canto d’amore che si fa protesta e che non si consuma prima di aver fecondato la terra con il frutto di quella passione che ne è richiamo e voce.
Le promesse di un falso benessere individuale confondono le coscienze con miraggi consolatori il cui unico fine è infiocchettarci nella solitudine di una vita che si lascia scorrere senza la spinta di alcun ideale e reale impegno politico, l’accorato grido dei poeti e dei filosofi ci restituisce la corretta visione della realtà: “Un uomo che lavori, fabbrichi ed edifichi un mondo abitato solo da lui sarebbe sì un costruttore, ma non homo faber: avrebbe perduto la sua qualità specificamente umana e sarebbe piuttosto un dio – non certamente il Creatore ma un demiurgo divino come quello descritto da Platone in uno dei suo miti. Solo l’azione è l’esclusiva prerogativa dell’uomo; né una bestia né un dio ne sono capaci, ed essa solo dipende dalla costante presenza degli altri”  (H. Arendt, Vita activa, la condizione umana).
Può un’antologia poetica mantenere questa tensione etica contribuendo realmente al “risveglio” di quanti ne ascolteranno e condivideranno il “tono” di denuncia e rivolta? Non finirà piuttosto con l’essere uno dei tanti volumi impolverati abbandonati in basso negli scaffali di una libreria di élite? Quanti vi hanno partecipato scrivendo e promuovendone la stampa e la diffusione credono fermamente che questo non sia l’unico destino possibile … tocca, infine, a ciascuno di noi il dovere di “agire” perché la realtà che ci circonda possa migliorare anche a partire da piccoli gesti come questo.
Oggi che il nostro tempo è povero di singolari esistenze poetiche, filosofiche ed artistiche proviamo a far diventare la poesia, la filosofia, l’arte un segnale di protesta e vivacità intellettuale, senza vergognarci di essere per questo considerati dei noiosi, fastidiosi insetti …
Certo, è vero che nessuno ascolta volentieri una cicala, ma quando non se ne sentisse più il frinire, sarebbe triste segno che la primavera è finita ….
Antonella Foderaro

Pro/Testo
Versi
a cura di Luca Ariano e Luca Paci
introduzione di Mimmo Cangiano
opere di
Luca Ariano – Marco Bini
Dome Bulfaro – Natàlia Castaldi
Enrico Cerquiglini – Carmine De Falco
Salvatore Della Capa – Chiara De Luca
Fabio Donalisio – Matteo Fantuzzi
Fabio Franzin – Marco Giovenale
Lorenzo Mari – Faraòn Meteosès
Simone Molinaroli – Fabio Orecchini
Luca Paci – Massimo Palme
Rossella Renzi – Eleonora Pinzuti
Alesssandro Seri – Tito Truglia
Dale Zaccaria

Fara Editore – di Alessandro Ramberti & C.

Vi proponiamo qui per i motivi che potrete immaginare solo alcune delle “forti” voci presenti nella raccolta come invito sincero alla lettura del Pro/Testo

La cicala

S’io fossi una cicala
frinirei le mie note
nel bramir d’ali e foglie.
Scivolando s’una goccia
nello stagno delle vertebre abbandonate
brandirei pagliuzze dorate:
mozzando capi chini
di vergogne ossequianti,
sederéi mille battaglie
nel sangue dei codardi e dei potenti
per riconquistarti il mondo
nel silenzio del mio canto.

Natàlia Castaldi
*** *** *** ***
ad I.
Vito ex partigiano – già allora lo chiamavano
il terùn – ha combattuto
nei GAP ma ora vive col respiratore dieci ore al giorno:
non ci sta più con la testa e ti racconta
che lui lì era di casa … quelli sì sono bravi ragazzi
– non sa di baci e strette di mano cose loro – .
Suo figlio s’è bruciato i polmoni d’Eternit
in trent’anni di cantiere e suo nipote Nino
ti porta in qualche bettola a cenare;
cibi discount – studente fuori sede –
ma poi dal bancomat preleva un’altra serata etilica.
Teresa e fiulìn in un caffè un po’ chic
paiono usciti da un romanzo francese;
tra le pareti si respira sapore di moka
e fumo di castagne cotte in padella
– quella coi buchi che ti ricorda focolari –
e il tramonto su tangenziale tra pali e fili
brilla anche su cupole e campanili.
Arriva il freddo porco a soffiarti la bocca
di tosse e starnuti e il volo d’uccello
è solo l’arrivederci d’un abbraccio.

(da Nuovi contratti, sezione di una raccolta in fieri)

Luca Ariano
****** *** ***
Per quel che mi è dato di sapere
può essere causa dei mali di qualcuno.
Avrà fatto il pescecane; oppure una vita dignitosa
al suo paese, la sera al bar, la briscola, il vino
qualche bestemmia; forse era tra quelli col moschetto
ai tempi di Salò, o uno che affrontava a viso alto
la carica della celere, sindacalista.
So solo che compare a metà del pomeriggio,
l’astio nello sguardo che riserva per la bionda
che lo tiene per il braccio sistemandogli le braghe
della tuta, che ancora si rivede quella volta,
infreddolita alla frontiera mentre sputa
via, richiudendo la lampo a un’uniforme.
Che si accarezza con la mano la permanente
vistosa, appena fatta, come quella di una signora.

Marco Bini
*** *** *** ***
La canzone delle primule rosse

In un presente privo di memorie
per le croci senza lapide né nome
raccogli secchi papaveri rossi
tra le pagine d’un vecchio diario
e dàlli alle fiamme
di questo stanco cammino.
Nel seme della ribellione
si nasconde il tacito dolore
dell’animo che avanza negli anni represso.
Aprimi varchi tra le nebbie del pensiero
e tornerò libera in catene
al servizio di arroganti minimi.
Ha avuto un nome ogni ideale
scagliato dalle torri
alla diaspora dei mondi
nelle lingue confuse d’incomprensibili déi
e profeti d’uguaglianza
armati d’arroganza e verità.
Falliremo ancora ma ci rialzeremo
nell’urlo delle nostre parole
scritte dal vento sulle tue labbra
e nel pugno chiuso
scagliato al cielo dei padri del pensiero.
Andiamo avanti compagno leggero
cantiamo ancora delle primule rosse
che fioriscono nelle primavere
dei soprusi.
Cantiamo ancora ché non sia finita
la nostra lotta senza strage né terrore
cantiamo ancora e culliamo d’amore
questo nostro stanco ideale.

Natàlia Castaldi
*** *** *** ***
Non c’è posto
per voi negli ospedali
migliori non c’è posto
nelle scuole private per
i giovani che non c’è
posto nei cimiteri
superaccessoriati
non c’è nelle villette
coi viali, per i senza
soldi alle università
dei premi nobel, nei locali
di grido delle capitali, con le liste
bloccate, le preferenze
cancellate, non ci son posti
da aggiungere ai brunch
le domeniche mattina,
nelle strade di campagna i frutti
artigianali non sono in vendita,
la neve costa troppo, e gli skipass
li regaliamo al cliente
non occasionale, e le mansarde
quelle buie e basse e scoperte
son per gli schiavi, nell’entroterra
della Puglia, tra i caseggiati
di questa Terra di lavoro, gli accumuli
di materiali illeciti, le coltri
sui paesini dell’Umbria, famosa
per intricati casi giudiziari, le strade
a scorrimento veloce che aprono
le colline, i tagli tra ramo e ramo
e gli oleodotti, i rigassificatori,
gli impianti a gas
per risparmiare i golfi
infangati da attività portuali
sospette, i pozzi lucani ma non c’è
occupazione e neanche benefit
per gli associati e i laureati
a compilare nuovi cv,
ma serve un master
da 10 mila euro per lo stage
la collaborazione
sottopagata. E si farà a lotta
per sfruttarsi di più. Quale filtro
quale mondo migliore nelle stanzette
da seicento euro nel centro di Roma
o di Bologna con i poster
stropicciati i poveri sballati. Possiamo
ancora comprendere
tutta sta gente che ha dato
in un weekend di medio-autunno 2 milioni
e mezzo al film di Boldi?
Essere generosi
e tolleranti e considerarci
fratelli? Tradizione e dialetti questo
naziocalismo e ci comandano
e decidono. E non è
la democrazia bloccata il sistema
perfetto non è la democrazia
autoritaria e che fine han fatto
i cento milioni del superenalotto
a Catania? E le carte sociali
il bonus bebè per questi padri
sterili, non coniugati, per chi si accolla
la fatica di mandarsi avanti
tra i grumi di stelle esplose. E
non è più tempo per comprare
sport utility vagon, non
è tempo per centrali
nucleari, non c’è più
tempo per rimandare una
redistribuzione, il Ponte sullo
stretto di Messina non c’è
per voi che non c’è posto
nei treni ad alta velocità
e dove sono gli operai
che leggevano libri si riunivano
nei circoli dell’Ilva e Milano
coi suoi volumi e i suoi buchi,
e Napoli con le stalattiti
sotterranee, i detriti
tralasciati senza sforzo
alle pareti, i concorsoni dove candidati
magistrati s’esercitano a bluffare, i musei
della Toscana senza custodi, le opere d’arte
consegnate alla mercé di mani strane
di addetti a compilare
moduli di richiesta aiuti, ma hanno
sperperato i fondi europei e c’è bisogno
di vigilare. Invece, su questi
umani troppo umani, che ci dirigono
fingendosi estranei, ai fatti,
e non potete più lavarvene le mani
e dov’è il giovane che conta
in quest’Italia satura non brilla
se non di cime bianche di chiome
cineree in questo Stato sempre buono,
a salvare le apparenze, a distogliere
l’attenzione, ad archiviare inchieste
dove i nomi, a distribuire contentini
per piccole vite da svaligiare
e non è che “non c’è niente
che sia per sempre”, perché
la bomba nucleare è rilasciare
un po’ di pulizia ai depuratori
delle fogne di chi verrà.
E t’invito a leggerli i poeti,
quelli “giovani”, un po’ dilettanti
forse, ma concreti perché la poesia
quella onesta, va letta prima che scritta
ultimo baluardo di pratica
culturale gratuita, commercio esente, libera
perché inutile ai fini del mercato, avulsa
dalle mode e dai banchetti
irriducibile alla capitalizzazione e alla
banalità. Però gettate i libri spazzatura,
praticate questa rivolta
molle a un sistema
che si nutre d’ignoranza, consumatori, condividete
le scoperte, conquistate luoghi nuovi, diffondetevi
come virusepidemia di chi non ha
fedi irreversibili, di chi sa che c’è una
soluzione ed è quella di governare
il remo a goccia a goccia di mutare
senza accettare il vada come vada
e non camminare
soli, tra sei miliardi la possibilità
e riconoscersi, almeno tra vicini,
spingersi con forza, sopra le mura.

Carmine De Falco
*** *** *** ***
da Interno, Esterno (L’arcolaio, 2008)

Viviamo giorni di pace.
Abbiamo il silenzio conficcato nei fianchi
***
Nei nostri letti stuprano donne senza volto
***
Il giusto massacra il colpevole.
Beve il sangue del figlio
***
Oggi la madre porta il figlio in un fazzoletto.
Pezzo per pezzo.
Dorme accanto a lui un sonno di sciacallo.
Gli ricuce il volto per provarne pietà
***
I nostri figli hanno imparato a bere.
Hanno mosso i primi passi
noi guardavamo altrove.
Hanno appreso il sesso
dalle madri senza vita.
Ora li guardiamo
riempire la bocca di pietre
portare dentro la colpa del padre

***
A Giusy L.
Dentro di te cresce un ventre
di balena che ti nasconde.
Paghi i dolori del parto
di quando sei nata come non dovevi.
E sai del dolore delle bambole
di quelle facce escluse
del tuo redentore morto.
Il male è nel mondo
e ti è crollato addosso.

Salvatore Della Capa

Antonella Foderaro, Destinati a esser viviultima modifica: 2009-06-29T17:47:00+02:00da mangano1
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