Francesco Lamendola ,Analogie e differenze fra Plotino e Jung

Analogie e differenze fra Plotino e Jung nel pensiero di James Hillman
di Francesco Lamendola – 21/04/2010

Fonte: Arianna Editrice Hillmann.jpeg

Jung, apparentemente, non aveva molte ragioni per amare Plotino; non si sa se lo avesse letto (due volumi di Plotino giacevano intonsi nella sua libreria), ma è cerro che Jung, l’empirista e il nemico della metafisica, non era sulla stessa lunghezza d’onda di pensiero di Plotino, il grande odiatore della materia, di cui ci è stato tramandato che si comportava come uno che si vergogna di possedere un corpo.
E tuttavia…
A prendersi la briga di mostrare quante somiglianze vi siano tra la concezione degli archetipi di Jung, e, più in generale, tra la sua psicologia intesa come continua ricerca e rifiuto del sistema (a differenza di quella di Freud, classico esempio di sistema di pensiero chiuso e autoreferenziale) e la filosofia di Plotino, incentrata sulla metafora dell’anima protesa alla ricerca delle verità eterne e universali, è stato, in un saggio del 1973, James Hillman, lo psicanalista e filosofo statunitense che ha avuto il coraggio di reintrodurre nella cultura occidentale la nozione di “anima”, da cui era stata cacciata ormai da alcuni secoli a causa dei fortissimi pregiudizi antireligiosi e antispiritualistici di matrice illuminista e positivista.
Scrive, dunque, Hillman nel suo pregevole saggio «Plotino, Ficino e Vico, precursori della psicologia junghiana», traduzione di Priscilla Artom, in «Rivista di psicologia analitica», Roma, n. 2, ottobre 1973, pp. 326-331):

«Lasciate ora che vi esponga – a mo’ di scheletri – una mezza dozzina  di strutture fondamentali del pensiero di Plotino che corrono parallele agli elementi di base della psicologia della psicologia degli archetipi. Per presentarvi questi elementi strutturali con brevità, sarò obbligato ad essere astratto e chiedo scusa in anticipo per la secchezza di questa lezione d’anatomia.
1) l’uomo può agire inconsciamente. Può esservi coscienza  ad un livello dell’anima e, simultaneamente,  non-coscienza ad un altro livello. La psiche ha dei ricordi di cui non è cosciente (“Enneadi”, IV, 4, 4).  Esistono azioni, abitudini e ricordi inconsci. Plotino è stato chiamato “lo scopritore dell’inconscio”., e la sua psiche universale “unica” è stata paraginata  all’inconscio collettivo di Jung;
2)  la coscienza è mobile e molteplice. La coscienza non può essere attribuita ad un solo centro  o attività soggettiva, ad esempio un Io singolo. La psiche va descritta in termini di molteplicità  “perché l’uomo è molti” (I, 1, 9).  Jung ci presenta un’analoga molteplicità d coscienza nella sua idea della dissociabilità della psiche in molti complessi ciascuno con la sua “luce naturale”, la sua “scintilla”. Per Plotino, la coscienza non può identificarsi con l’una o l’altra di queste parti. Il “noi” (ciò che chiameremmo l’Io), trae la sua identità, il suo essere dal livello di attività che attua e svolge. Il “noi” si muove attraverso l’anima come l’Io onirico nella casa sognata da Jung [il “sogno dei due teschi2 narrato da Jung in “Ricordi, sogni e riflessioni”, Milano, 1965, p. 161); la coscienza esiste ora ad un livello ora ad un altro.
Sia per Plotino che per Jung l’anima non è l’Io; la vera coscienza sta nella consapevolezza che l’anima ha di sé quale riflesso della psiche collettiva universale e certamente non nella consapevolezza che ha di sé quale soggettività singola e separata.  Ciò che oggi chiamiamo coscienza dell’Io – il livello della quotidianità e dell’abitudine, la sfera della physis o della percezione naturale sensibile, in cui il mondo viene assunto alla lettera, in base al suo valore nominale – è per Plotino il più basso dei possibili livelli di attività ed una forma di non-coscienza. Egli ci dimostra che la psicologia dei nostri giorni, nella maggioranza dei casi, capovolge il vero ordine della psiche. La psicologia dello sviluppo dell’Io, del rafforzamento dell’Io, fallisce il suo stesso scopo, restringendo il campo della coscienza anziché ampliarlo. Per Plotino, infatti, non esiste “alcun fulcro fisso di autocoscienza, concepito come centro del nostro mondo e delle nostre attività” (W. R. Inge, The Philosophy of Plotinus”, 1929). Noi diventiamo esattamente l’attività che svolgiamo, i ricordi che ricordiamo; l’uomo è molti – Proteo che fluisce ovunque come l’anima universale ed è in potenza tutte le cose. Rafforzare il “noi”, al livello della “physis” – il livello in cui affrontiamo la dura realtà” – significa, per definizione, sommergere e obliterare la coscienza.
3) la coscienza dipende dall’immaginazione e l’immaginazione occupa un posto centrale nell’anima. “L’immaginazione è il ‘terminus ad quem’ di ogni esperienza cosciente e propriamente umana; è quella facoltà dell’uomo senza la quale non può esservi esperienza cosciente”  (Warren), “Imagination in Plotinus,”, “Classical Quaterly”, 1966). Quando l’immaginazione è al posto giusto, quando funziona in modo corretto, opera come uno specchio (I, 4, 10; IV, 3, 29). Attraverso il quale si realizza il riflesso della coscienza. Benché  sia uno specchio l’immaginazione è un potere attivo, un’attività puramente psichica, che appartiene soltanto al’anima, indipendentemente dagli organi. La similitudine di Plotino dell’immaginazione come specchio implica l’idea – così preziosa per la terapia archetipica – che i disordini della coscienza debbano attribuirsi  a disordini nella riflessione delle immagini; infatti se la coscienza è basata sull’immaginazione  anche i suoi disordini lo saranno.  Uno dei segni di un disturbo psichico è il pensiero senza immagini, la consapevolezza di idee e concetti che non sono riflessi  nel loro sostrato psichico, disancorati dalle loro immagini speculari. La terapia della coscienza richiede un esame dell’immaginazione  e della relazione funzionale tra coscienza e immaginazione; attraverso la terapia, idee e concetti devono giungere a corrispondere alle immagini dell’anima e alla luce di queste essere corretti.
La psicologia della coscienza di Plotino è dunque una vera psicologia e non una fisiologia mascherata in cui la coscienza viene fatta derivare dai processi cerebrali.  Questo modo di vedere è tipico anche di Jung. Jung non sottolinea mai la separabilità della psiche dalla fisiologia  però non ne accentua neppure i punti di contatto, perché desidera sempre mantenere la psicologia indipendente  dai modelli organologici. […]
4) Plotino è solito non fare distinzioni tra la psiche individuale e la psiche intesa come “anima mundi” – la psiche collettiva che trascende il suo portatore individuale. Quindi se si legge Plotino, con una mentalità aristotelica o cartesiana, si è tentati di chiedersi. Sta parlando di processi nelle persone singole o di processi dell’anima in generale? Fa della psicologia o della metapsicologia? Un simile modo di accostarsi alla psicologia è proprio anche di Platone, ma non di Aristotele. Questi si comportava da empirista e “biologo”, movendo dall’osservazione dei casi individuali e localizzando la psiche nei corpi particolari. Da questo punto di vista molta della psicologia di oggi è aristotelica. La psicologia di Plotino non lo è mai; quella di Jung nemmeno. Jung cerca di dimostrare empiricamente la sua tesi della impersonalità  e universalità dei processi psichici di base, raccogliendo – al modo aristotelico –  prove empiriche tratte dalle anime degli alienati e dalle culture esotiche. Plotino non compie alcun tentativo del genere, non cerca di convalidare nulla partendo dal basso (da lì per lui non può venire alcuna conferma). Dunque  Jung parla da discepolo di Plotino  quando illustra il punto di vista di Sendivoglio  (punto di vista che, a mio parere, egli stesso condivide). “L’anima funziona nel corpo, ma molta parte delle sue funzioni hanno luogo fori dal corpo… Fuori da corpo  immagina molte cose della più straordinaria profondità, proprio come Dio” (lettera di Jung a Kerenyj, 12-VII-1951). Quando la psicologia degli archetipi discute i processi immaginativi del mito, descrive, al tempo stesso, con esattezza, le operazioni della psiche individuale, anche se nel’anima individuale esistono le tracce e le sfumature della vita personale.  Dal momento che i miti esprimono la psicologia dell’anima del mondo e, di conseguenza, anche quelli dell’anima individuale,  la psicologia degli archetipi non ha bisogno di raccogliere  casi clinici per evidenziare la dinamica della psiche.  Portare degli esempi significherebbe procedere in modo aristotelico. La forza del metodo aristotelico sta nella capacità  di osservare o organizzare, non in quella di immaginare o interpretare  che è invece platonica e anche junghiana.
5)  Com’è verosimile, tra Plotino e Jung esiste un’affinità di stile. […] Plotino e Jung condividono la stessa concezione di base, fondata sulla metafora primaria dell’anima: qualunque cosa venga detta emana l’anima e riguarda l’anima. Per loro l’anima è insieme soggetto e oggetto. È neoplatonica l’idea che l’anima “scrive” in perpetuo su se stessa: “psicologizzare” è un’operazione inesauribile.»

A parere di Hillman, ciò che differenzia veramente Jung da Plotino è che lo psicanalista svizzero si accosta al magazzino dell’immaginazione ponendosi davanti ai suoi esseri mitici come se, trovandosi in un immaginario manicomio, dovesse curarne gli abitanti. In pratica, secondo Hillman, Jung mette le immagini del mito e l’idea della percezione simbolica in collegamento con la psicopatologia, fondando, sulla basse degli archetipi, la terapia per le nostre sofferenze.
C’è sicuramente del vero in questa interpretazione, ma c’è anche, forse, una certa forzatura; e, probabilmente, era inevitabile che così fosse.
Il modello della psiche proposto da Hillman è quello che si incentra sull’anima, da lui definita come «una modalità che riconosce ogni realtà come primariamente simbolica o metaforica», una sorta di base poetica che svolge la funzione di collegare fra loro le immagini degli eventi, amplificandone le risonanze affettive. In questo senso, l’anima opera in maniera da conservare la globalità dell’esperienza , operando in direzione contraria a quella della mente analitica che, viceversa, tende ad assolutizzare i contenuti dei singoli eventi, prendendoli, per così dire, alla lettera.
Contro la letteralizzazione delle singole immagini e contro la tendenza della mente a fornire spiegazioni univoche e categoriche alle domande che la vita continuamente pone, Hillman privilegia un punto di vista secondo cui la psicologia deve abbandonare la pretesa di giungere a conclusioni definitive e a sistemi immutabilmente veri.
Duro critico della psicanalisi, che accusa di fondare la sua concezione della psiche in senso arbitrariamente “apollineo”, negandone il lato oscuro, femminile,  nonché di aver elaborato una visione gerarchica della stessa, che parte dalle profondità dell’inconscio per arrivare alle altezze del Super-Io, », Hillman ritiene che l’approccio freudiano alle patologie della psiche finisca per favorire proprio  quegli aspetti degenerativi che, in teoria, sostiene di voler combattere.
Per lui, i miti e gli archetipi (i quali, sostanzialmente, esprimono in forme diverse il medesimo concetto), proprio per il loro carattere polimorfo che resiste a ogni tentativo di spiegazione univoca della realtà, si prestano a una interpretazione problematica e complessa degli eventi; mentre la psicanalisi classica pretende di analizzarli e, così facendo, si lascia sfuggire il loro significato profondo, che non è riducibile alle categorie del Logos razionale.
Gli eventi, per Hillman, nascondono un senso; e, per coglierlo, non ci si può affidare a una scienza che pretende di ridurre ogni cosa a oggetto di analisi, ma è necessario esplorare le trame invisibili della psiche, le quali rappresentano altrettante direzioni possibili di lettura della realtà. Secondo lui, come per il suo maestro Jung, «ogni interpretazione di un sogno, ogni legge psicologica, ogni intuizione è al tempo stesso una risposta e una nuova domanda».
Jung, infatti, descrive le sue ricerche nel regno del’immaginazione come delle “fantasie” o  dei “miti”, ovviamente nell’accezione originaria di quest’ultima parola; vale a dire che egli fa ricorso al mito allo stesso modo in cui lo fanno Plotino e il suo maestro Platone, là dove devono illustrare un concetto che non può essere ridotto alle sole modalità del pensiero razionale.
D’altra parte, ci sembra che vi sia qualche forzatura nell’idea di Hillman secondo la quale Jung si sarebbe riallacciato al platonismo, ma «su di un gradino più elevato», allorché si addentra nei regni della mitologia come in un immenso manicomio, riducendo la mitologia a psicopatologia. Crediamo che Plotino sarebbe inorridito davanti alla pretesa sacrilega di trattare i personaggi del mito come altrettanti degenti di un manicomio bisognosi di cure; e, pur tenendo conto della immensa differenza dei rispettivi contesti culturali, ci sembra che il divario fra i due pensatori, Plotino e Jung, sia costruito su di una ipotesi piuttosto azzardata.
Se davvero Jung ha inteso fare questo, allora non ci sembra di poter concordare con Hillman allorché questi sostiene che la psicanalisi junghiana non è che un platonismo spostato su un livello più alto di consapevolezza, come se Plotino fosse stato uno psicanalista «in nuce», ma non abbastanza coraggioso da portare avanti con coerenza le proprie intuizioni.
I cinque punti nei quali Hillman illustra le analogie e le concordanze fra il pensiero di Plotino e quello di Jung sono abbastanza condivisibili; tuttavia, si nota in essi una sottile tendenza a leggere il primo come una specie di precursore o anticipatore del secondo, come uno psicanalista junghiano “ante litteram”. Solo così si può comprendere l’infelice (a nostro avviso) affermazione che Jung ha portato il platonismo su un gradino più alto.
Il platonismo è quello che è: può essere accettato o criticato, ma non vi si dovrebbe vedere il primo piano di una costruzione che Jung ha innalzato fino al tetto; tanto più che una simile interpretazione, provenendo da un seguace di quest’ultimo, ha il sapore, non del tutto simpatico, di una presa di posizione partigiana e apertamente autocelebrativa.
Vi è qualcosa di irrispettoso e di intellettualmente contorto nella pretesa di trattare Plotino come uno psicanalista non abbastanza evoluto e Jung come un platonico che ha oltrepassato i maestri, perché le loro rispettive visioni si collocano su due piani di realtà profondamente diversi. Quella di Plotino (e di Platone) è una ricerca filosofica avente lo scopo di indicare all’uomo la sua dimora originaria, al di là del mondo illusorio delle realtà sensibili, verso il mondo dell’Assoluto; quella di Jung è una ricerca psicologica avente l’obiettivo di guidare l’individuo a ritrovare le proprie radici più profonde per mezzo dell’individuazione, ossia l’incontro dell’Io con il Sé.
In un certo senso, entrambe le strade vorrebbero condurre l’essere umano alla liberazione; ma i presupposti e le modalità sono radicalmente diversi, così come enormemente diverso è il quadro di riferimento generale.
Vi è anche qualcosa di forzato e di prevaricante nel pretendere di ridurre la mitologia a psicanalisi, perché, se è valida l’intuizione che negli archetipi mitologici risiede un profondo significato universale e terapeutico, indubbiamente vi è un preconcetto positivista nel voler ridurre tutta la mitologia soltanto a psicanalisi e tutte le sue creature a simboli aventi la capacità di aiutarci a curare la sofferenza dell’anima.
Il mondo mitologico ha indubbiamente, per Plotino, un valore simbolico; ma di qui a sostenere che esso è, in se stesso, un mondo puramente  ed esclusivamente simbolico, il passo è lungo: così facendo, lo si rimpicciolisce e lo si razionalizza, fino al punto di snaturarlo, nell’ottica di una scienza della psiche che pretende – contraddicendo la stessa impostazione di Jung – di dare prontamente ad ogni domanda la sua risposta.
L’uomo non può sapere tutto, non può capire tutto: il senso del limite e il senso del mistero sono parte del suo statuto ontologico. Questo sapevano Platone e Plotino e questo, in linea di massima, aveva presente anche Jung.
Spingere oltre il parallelismo fra platonismo e neoplatonismo da una parte, e psicologia analitica dall’altra, sarebbe un voler forzare le cose.
Meglio rispettarne le profonde, inevitabili differenze.

Francesco Lamendola ,Analogie e differenze fra Plotino e Jungultima modifica: 2010-04-29T15:23:43+02:00da mangano1
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