G.Ghini, Salamov e i racconti della Kolyma

da IL GIORNALE

Giuseppe Ghini

Esce Visera, terribile preludio ai Racconti della Kolyma. Lo scrittore forzato Varlam Salamov racconta la nascita dei lager sovietici. Saviano: “Editori vicini al partito comunista lo ritennero reazionario e favolistico”
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C’è una letteratura che spesso si preferisce dimenticare, rimuovere. Šalamov, l’autore dei Racconti della Kolyma, appartiene a questa letteratura. Non per ragioni ideologiche, almeno non noi. Per ragioni ideologiche l’ha rifiutato l’Einaudi degli anni Settanta, l’ha rimosso l’intelligencija di sinistra, quella che si dimetteva pur di non presiedere la Biennale del dissenso del 1977, quella che ancor oggi si scandalizza del revisionismo relativo ai Lager nazisti e che ha sulla coscienza un peccato identico di negazionismo per quanto riguarda i GULag sovietici.

No, non è (solo) per questo che viene rimosso e accantonato uno scrittore eccelso come Šalamov. Il fatto è che i suoi scritti ci ricordano implacabilmente di quali abissi di male è capace l’uomo, anzi gli uomini concreti. Di quali abissi di male siamo capaci noi. E questo proprio non siamo disposti ad ammetterlo, a ricordarlo.
Non solo. Šalamov ci ricorda anche qual è il prezzo che dobbiamo affrontare per rimanere uomini. E non nell’Unione Sovietica di Stalin, ma ora, qui, sempre. Per questo è uno scrittore scomodo; per questo, però, è uno scrittore eterno.

Višera, il cosiddetto antiromanzo che Claudia Zonghetti traduce per la prima volta in italiano per l’Adelphi (pagg. 234, euro 18), appartiene a questa letteratura scomoda, che ci incalza nella nostra umanità. Šalamov vi racconta del suo primo arresto e delle sue prime esperienze del GULag, ancora negli anni Venti, quando il sistema concentrazionario sovietico era giovane, quando ancora la parola zek (da zakljucennyj, il recluso dei campi sovietici) non esisteva ancora. «La perfezione che incontrai alla Kolyma non era il prodotto di una mente geniale e malvagia – venne a poco a poco. Per accumulo di esperienza», scrive infatti l’autore.

Anche se sono contemporanee ai Racconti della Kolyma, non c’è in queste pagine la stessa perfezione formale. Vi risuona tuttavia più chiara la voce dell’autore-recluso, dello stesso Šalamov. L’inizio, non a caso, racconta della sua iniziazione all’universo concentrazionario: «Mi arrestarono il 19 febbraio 1929. Un giorno, un’ora che considero l’inizio della mia vita sociale, il mio primo, vero e durissimo banco di prova. Dopo lo scontro con Merezkovskij quand’ero ancora ragazzo, dopo la passione per la storia del movimento di liberazione russo, dopo la fase vulcanica dell’università di Mosca nel 1927, in una Mosca vulcanica di suo, ero chiamato a mettere alla prova le mie autentiche qualità spirituali».

E queste qualità spirituali emergono fin da subito nel giovane Šalamov imprigionato nel carcere moscovita delle Butyrki, accusato di «propaganda e organizzazione sovversiva», e condannato a scontare tre anni di lavori forzati in uno dei primi lager sovietici, quello di Višera, nel Nord degli Urali. Sono qualità primarie, semplici come numeri primi, irriducibili. Qualità scoperte nella totale solitudine. «La regola più elementare – una comune regola etica, nella migliore delle tradizioni – era astenersi dal rendere una deposizione indipendentemente dalle circostanze». Si tratta del principio universale «non tradire» a cui il carcerato Šalamov impegna se stesso fin dalle prime ore e per tutta la vita. «Non tradire» a nessun costo ed essere onesti. «Per me l’onestà, la forma più elementare di onestà era il migliore dei pregi. Il difetto peggiore la viltà».

Onestà, integrità, significava essere fedeli alla propria coscienza. «In quel periodo avevo deciso fermamente – una volta per tutte! – che avrei agito solo secondo coscienza. Infischiandomene delle opinioni altrui. Bella o brutta, avrei vissuto la mia vita senza dar retta a nessuno, né ai “grandi uomini” né ai “piccoli”».
Sono questi valori di umanità che permettono e obbligano ad un tempo Šalamov a prendere le difese di un carcerato picchiato senza motivo («Se non mi fossi fatto avanto non avrei più avuto rispetto per me stesso»). Sono questi valori che gli consentono di resistere alla corruzione materiale e soprattutto morale del GULag.
Višera presenta infatti uno spaccato della storia del sistema concentrazionario sovietico, dove la riorganizzazione su base economica – la cosiddetta riforgiatura – portò ad una corruzione prima sconosciuta, al dominio dei delinquenti comuni, alla legge della jungla, alla prevaricazione di tutti contro tutti.

In questa situazione il merito di Šalamov è di resistere, di non cedere. È la grandezza, l’esemplarità che gli ha riconosciuto Roberto Saviano, autore di un significativo saggio introduttivo che segue l’intervento dello scorso anno nel programma televisivo di Fazio. Di fronte a un meccanismo di micidiale e scientifica spersonalizzazione, Šalamov dimostra che si può essere fedeli a se stessi, alla propria coscienza, che si può evitare di cadere nella disperazione. Ed è una verità che vale per lui, per il forzato dei GULag staliniani, ma vale anche per noi. Anche noi possiamo ripetere la nobile protesta di un personaggio di Šalamov, che, nudo, davanti al guardiano che gli chiede cos’altro abbia da dargli, gli urla in faccia: «No, l’anima non ve la do!».

G.Ghini, Salamov e i racconti della Kolymaultima modifica: 2010-06-29T16:54:13+02:00da mangano1
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Un pensiero su “G.Ghini, Salamov e i racconti della Kolyma

  1. C’è qualcosa di profondamente inquietante nella prefazione di Saviano a Višera di Šalamov pubblicata in anteprima sul Domenicale del Sole 24 Ore: nonostante gli infiniti giri di parole e di sinonimi, è arduo capire quale sia il punto.

    Nelle prime righe Saviano spiega che la lettura di Šalamov gli ha cambiato la vita, ma non specifica perché e pare difficile che si tratti solo del banale motivo che ha lasciato un marchio indelebile in quei pochi che hanno letto I Racconti della Kolyma: non solo quel volume parla di uno dei più grandi crimini contro l’umanità con dettagli che fanno rabbrividire, ma rappresenta anche uno dei più grandi crimini contro l’intelligenza umana compiuto da troppi intellettuali – non solo italiani – che hanno finto di non sapere. Con tutta evidenza Saviano ci vuol dire altro perché poco racconta dell’enormità di quell’infernale “universo concentrazionario” — ma è mai possibile usare queste formule da burocrati della USL? — ma pare avvinghiarsi «stretto a un’opera per piazzare le sue osservazioni e crearsi un uditorio», per dirla con Kierkegard anche se Saviano l’uditorio deve solo più coltivarlo.

    Molto più banalmente di Saviano, dopo aver letto quei Racconti, Aleksandr Solgenitsin – che pur sembrava la massima autorità in fatto di gulag – ebbe a dire che ciò che lui aveva vissuto e raccontato nella Giornata di Ivan Denisovič era una sorta di villaggio vacanze rispetto a ciò che aveva conosciuto Šalamov. Il quale, con quella timidezza che lascia intuire Saviano, rispose che lo aveva capito perché nel campo dov’era recluso Solgenitsin avevano un cane come mascotte: nella Kolyma sarebbe finito in pentola, o forse mangiato crudo. Ma questi paiono dettagli per Saviano che non spende neppure una delle sue molte parole – invariabilmente sottolineate da sinonimi, proposizioni incidentali e subordinate – per spiegare che gli scritti di Šalamov sono preziosissimi sopratutto perché destinati a restare unici nel loro orrendo genere: dalla Kolyma quasi nessuno è tornato vivo – Šalamov, miracolosamente, riuscì ad imboscarsi in un centro di cura – e dunque quasi nessun altro ne ha scritto. Questo perché «Kolyma znaczit smert» – più o meno «la Kolyma significa morte» – come bisbigliavano sottovoce i Russi traumatizzati dal terrore, come doveva esserlo la moglie di Šalamov che, dalle parole di Saviano, pare quasi un mostro.

    Fosse uno dei soliti dibattiti intorno al niente che riempiono gli inserti culturali, qualcuno potrebbe tranquillamente sostenere che Auschvitz sta alla Kolyma come l’eutanasia sta ad una dolorosissima agonia mortale. Perché la Kolyma, non a caso nota nella Russia di Stalin come il Crematorio Bianco, non solo non è Siberia, ma è addirittura peggio della Siberia, più lontana e più fredda. Da Magadan, porto all’estremo nord del mar di Okhotsk costruito per gestire il commercio degli esseri umani che andavano a scavare a mani nude l’oro della Kolyma — in parte servito a finanziare pezzi di quella nostra editoria che tutta, o quasi tutta, ha sempre finto di non sapere — quella povera umanità ha costruito una strada che si snoda per circa duemila chilometri in una natura che non perdona, fino a Yakutsk, capitale della Sakha che oggi reclamizza come primaria attrazione turistica il Polo del Freddo, il punto dove apparentemente sono state registrate le temperature più basse sulla terra al di fuori del polo sud. Peggio della Siberia, appunto. Si chiama strada della Kolyma ma è più nota come Strada delle Ossa perché quando gli schiavi che la stavano costruendo cadevano morti, venivano buttati nel pietrisco con cui veniva fatta la massicciata. Scavare tombe nel permafrost sarebbe stato troppo faticoso, e poi ne morivano troppi: la leggenda narra che ne sono caduti, in media, uno ogni metro.

    Ma quella strada è solo un dettaglio di quell’inferno dal quale nessuno poteva scappare perché la natura da quelle parti è ancor più brutale di quanto lo fossero i carcerieri. Si trattava solo di una strada per trasportare quell’oro che serviva a Stalin per ridare fiato ad un’economia distrutta dalle carestie provocate intenzionalmente per punire quei poveri contadini che non volevano rinunciare al pezzettino di terra che, appena una sessantina di anni prima, lo Zar aveva concesso loro quando abolì la schiavitù. Quelle orrende carestie durante le quali ci furono quegli inconfessabili casi di bambini mangiati da genitori impazziti per la fame, vittime innocenti ricordate solo perché, nella nostra grassa e vigliacchissima società dell’informazione, sono addirittura finiti in battuta. A Stalin servivano schiavi perché, come ricordava la scritta sopra i cancelli dei campi di lavoro forzato, «questo paese ha bisogno di metallo»: chissà per quale perverso ragionamento fu scelto di scrivere metallo anziché oro. Negli anni precedenti la guerra la produzione d’oro nella Kolyma raggiunse circa 500 tonnellate l’anno di cui, in media, ogni schiavo ne estraeva appena un chilo prima di morire di stenti: secondo lo storico Inglese Robert Conquest circa il 30% degli schiavi moriva nel corso del primo anno in Kolyma, la quasi totalità nel secondo. Son numeri da cui se ne potrebbero desumere altri ancora più agghiaccianti se si volesse fare qualche moltiplicazione, ma sono numeri che andrebbero verificati se non fosse ormai tardi: il complice silenzio di troppi intellettuali ha reso la cosa impossibile.

    Pur riconoscendo che di tutto questo pochi sanno, Saviano non ritiene di dover raccontare molti dettagli: è altro ciò che interessa al nostro più osannato scrittore, anche se quell’altro non è mai specificato con chiarezza. Fa impressione imparare che «leggendo queste pagine [di Salamov] non si ha mai un senso di malinconia, di depressione. Di scoramento». Per quanto mi sforzi non riesco ad immaginare cosa possa aver letto di più deprimente Saviano. Mi viene anzi da credere che dia un significato tutto suo alla depressione indotta dalla lettura, anche perché di senso di scoramento, di depressione e di malinconia mi pare d’aver molto letto nelle infinite — e riccamente farcite di sinonimi — elucubrazioni intorno agli scritti di Saviano sulla camorra e sull’omertà che la protegge. «Incredibilmente — scrive ancora Saviano — le pagine di Salamov trasudano speranza nella resistenza»: della parola resistenza si è discusso a tal punto che è difficile definirla, ma il primo significato che mi viene in mente in relazione ai Racconti è la resistenza al freddo, alla fame, agli stenti e alla violenza, una resistenza maledettamente breve nei rigori della Kolyma.

    Oppure mi vien da pensare alla resistenza, quella invece molto lunga, dei muri di gomma che svettano ancora nel panorama editoriale e culturale, come quelli di un cremino nell’infinita monotonia della foresta russa. Visto che della Kolyma è Saviano a parlarne c’è da credere che in molti saranno pronti a riconoscergli il merito d’aver rotto un altro tabù, felici di assecondarlo nei suoi infiniti giri di sinonimi per svicolare dalla questione che ci riguarda più da vicino: il colpevole silenzio di quanti, pur sapendo, hanno preferito non scriverne. Per questo suona stonato leggere che «la speranza, l’unica, passa esclusivamente attraverso la scrittura». Sembra quasi che Saviano voglia suggerire un parallelo con l’aura di cui gode, ma un parallelo tra le due vicende non può esserci, sarebbe ridicolo anche solo come retropensiero. Ma più che altro è un parallelo impossibile perché quei Racconti testimoniano una verità assolutamente opposta a questa bella favola: nel corso dell’ultimo secolo, scrivere, e molto, è servito più che altro a nascondere la verità, a metterle un bavaglio al cui confronto i bavagli di cui regolarmente narra Saviano sono ridicoli.

    Anziché l’esaltazione del mestiere di scrivere, in una prefazione a Šalamov sarebbe casomai stata più opportuna una riflessione approfondita sulla vera natura di quel mestiere, e suggerirei di partire da quanto scritto da un altro grande Russo, Tolstoj: «Un periodo lungo, contorto, con proposizioni incidentali e subordinate… non solo non è una bellezza, ma quasi sempre nasconde una debolezza di pensiero e sempre una mancanza di chiarezza». Frase che, a parte la lunghezza dei periodi che qui invece sono anche troppo spezzettati, mi pare perfetta per la prefazione di Saviano.

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