R.Bonuglia,Igino Giordani il coraggio della verità

Roberto Bonuglia: Il coraggio della verità: Igino Giordani e l’epurazione antifascista ai Lincei Appunti per una ricerca

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Testimoniare con le opere, con le parole, con la propria vita l’essere autenticamente cristiano. E’ questo il filo conduttore della biografia di Igino Giordani, scrittore, giornalista e politico italiano, direttore della Biblioteca Apostolica Vaticana negli anni della censura e della persecuzione fascista – fu lui ad assumere, il 3 aprile 1929, Alcide De Gasperi da poco uscito dal carcere – e

cofondatore del Movimento dei Focolari insieme a Chiara Lubich, a don Pasquale Foresi e al vescovo tedesco Klaus Hemmerle.

Come si legge nel bell’articolo di Piersandro Vanzan, (<span style=”font-style: italic;”>Igino Giordani, un credente impegnato</span>, in La Civiltà Cattolica del 6 marzo 2010, quad. 3833) egli «come politico e parlamentare offrì un servizio disinteressato alla comunità, ricercando unicamente l’edificazione di una polis migliore; come giornalista difese sempre e con forza le sue idee, fondate su un cristianesimo nutrito dal pensiero dei Padri della Chiesa; come uomo realizzò una famiglia “Chiesa domestica” e affrontò risoluto lo scontro col fascismo anche rischiando la vita».

L’afflato cristiano – che segnò indelebilmente e costantemente la sua attività politica, culturale e religiosa – è testimoniato dal rilevante contributo che Giordani fornì, ad esempio, in merito a questioni di non trascurabile importanza per la vita sociale e politica italiana: il riconoscimento del diritto di obiezione di coscienza (nel 1949 fu l’autore del primo disegno di legge in materia); la pacatezza, la lucidità, l’equilibrio di cui furono costantemente intrisi i suoi articoli su Il Popolo e sull’Osservatore Romano; il suo contributo propositivamente ecumenico e modernizzante che ne fece un riconosciuto «precursore della stagione conciliare»; la sua originale – e per taluni “scomoda” – posizione sul Patto Atlantico che lo portò a «prendere le distanze dal “neutralismo” che confidava nell’azione diplomatica dell’ONU per dirimere i conflitti internazionali» rifiutando «l’ordine fondato esclusivamente sull’equilibrio militare prodotto dallo spiegamento delle armi» proponendo al contempo una «“Internazione europea” la quale avrebbe potuto assolvere alla funzione di essere sorgente universale di unità».

Ma l’«essere cristiano» di Giordani lo portò a navigare controcorrente non solo in questi casi, i più noti della sua comunque ancora non sufficientemente conosciuta biografia. Anche in una fase delicatissima della storia politico-culturale del nostro Paese come quella dell’Italia post-fascista – che in questi anni la storiografia più attenta sta contribuendo a (ri)scrivere -, Giordani non mancò di far sentire coraggiosamente la sua voce.
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Negli anni della ripartenza democratica della vita pubblica italiana, infatti, pochi hanno finora saputo delle epurazioni antifasciste condotte, per lo più, da «motivazioni prima ancora che politico-ideologiche, personali e nella sua accezione peggiore, accademiche». Anni in cui studiosi riconosciuti e rispettati dalla comunità internazionale come Gioacchino Volpe furono vittime delle «miserie consuete di gente attruppatasi in corporazione» pronta a lanciare «anatemi ideologici» e «vendette a freddo per inimicizie antiche».

Questo il clima che si respirava nelle stanze dei bottoni dell’Accademia italiana. Ma non solo: anche i maggiori enti culturali italiani, infatti, non sfuggirono alle «rivendicazioni personali spesso confinanti nei rancori accademici». Fu così, ad esempio, nell’autunno del 1944, quando il liberale Benedetto Croce accettò con entusiasmo l’incarico di ristrutturare l’Accademia dei Lincei. Contrariamente alla sua formazione e a quanto da lui stesso scritto solo qualche anno prima – nel 1931 nelle pagine di Etica e Politica egli dimostrò come «la politica politicante» non fosse “cosa buona e giusta” per «un filosofo che si rispetti» – il metro di giudizio per assolvere il suo compito e, dunque, «per continuare a far parte dei Lincei» divenne squisitamente politico aprendo, così, a «strumentalizzazioni e rancori».

Ecco una pagina ben poco conosciuta della nostra storia che, a dispetto della «lunga tradizione della letteratura del silenzio», l’ultimo lavoro di Paolo Simoncelli (<span style=”font-style: italic;”>L’epurazione antifascista all’Accademia dei Lincei. Cronache di una controversa «ricostruzione»</span>, Firenze, Le Lettere, 2009), ha il merito di ricostruire con un’ampia e inedita documentazione. E l’accuratezza dell’indagine storiografica compiuta dall’Autore non tralascia di fare luce sul “poco noto” di una vicenda per troppi anni occultata. Le colpe crociane, certo, ma anche i moniti inascoltati di chi all’epurazione “viziata” si oppose.

Tra questi, forte e decisa fu proprio la voce di Giordani che, appena Charles Poletti firmò l’ordine regionale alleato per l’epurazione, «si distinse dalle colonne del “Quotidiano”, organo dell’Azione cattolica»: nei giorni in cui Croce cedeva «agli strepiti e ai rancori», Giordani, invece, in merito a quelle tristi vicende, auspicò di non «aggiungere odio a odio», di non «prolungare il dissanguamento» e invitò tutti – come ricorda Simoncelli citando proprio un articolo di Igino del 4 luglio 1944 dal titolo inequivocabile: Epurazione – «alla ragionevolezza, all’oculatezza che non è debolezza, alla necessità di distinguere («un conto la posizione di uno squadrista che nel 1922 aveva quindici anni […] un conto il caso di uno squadrista che allora aveva 25 anni») ad aggiungere all’ “epurazione degli uffici” “quella delle coscienze”».
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Ma cosa aveva fatto dire a Giordani, in quei giorni, ciò che molti altri tacevano e, cosa ancor più grave, nemmeno pensavano? Nient’altro che la ferma convinzione che – come scrive Francesco Pistoia nelle colonne de L’Avvenire del 23 giugno scorso recensendo l’ultimo volume della collana delle «Opere vive» diretta da Alberto Lo Presti e promossa dal Centro Igino Giordani – «bisogna dire e difendere la verità in ogni occasione».

E quella fornita dal metodo – tutt’altro che imparziale e in buona fede – adottato dal riordino crociano dell’Accademia era un’occasione importante per «portare il Vangelo nella città dell’uomo» invitando “Don Benedetto” e i suoi a valutare l’idoneità dei soci in base ai meriti e non alla loro biografia politica. O, ancor peggio – come avvenne – cedendo alle invidie accademiche e/o personali mettendo all’indice e dunque “epurando” gli avversari e i colleghi scomodi millantando colpevolezze infondate o comunque non del tutto “ponderate”. Quello di Giordani era un monito a stare attenti, a non mettere in pratica un antifascismo settario corrotto da scorie ideologiche che – come sempre – portano gli uomini a dare il peggio di se stessi. Non bastava essere antifascisti per essere democratici, non era sufficiente essere uomini di scienza per perseguire la giustizia. Giustizia, appunto, non giustizialismo, antica tendenza italica al fare di tutta l’erba un fascio e di imbellettare i propri rancori personali con gli abiti raffinati dell’ortodossia di partito, di parte, di palazzo.

Tutto il contrario di quanto Giordani credeva nel suo intimo e

affermava pubblicamente. E proprio qui sta il punto. Dirlo, affermarlo in quei giorni, in quegli anni, era davvero un modo coraggioso di testimoniare la propria convinzione che si ritrova proprio nelle pagine, fresche di ristampa, de La Società cristiana (Roma, Città Nuova, 2010). Pagine intense, nelle quali Giordani evidenzia con forza «l’abisso in cui le ideologie mostruose e processi di materializzazione dell’uomo e di oscuramento della trascendenza hanno gettato l’umanità». E questo, va detto, era vero per quei vent’anni sciagurati che portarono al secondo conflitto mondiale ma poteva dirsi altrettanto per il modo col quale i “moralizzatori” si apprestavano – ai Lincei come nelle Università – a redigere le liste degli “epurati” praticando consapevolmente un fascismo alla rovescia che costò caro a ingegni e intelletti italici di tutto rispetto.

Ma il coraggio di Giordani, autodidatta che di lì a poco sarebbe stato del dotto Croce “collega” all’Assemblea Costituente, aveva visto ben oltre la siepe degli egoismi, delle bassezze accademiche e degli egoismi politici perché della politica aveva una concezione “diversa”. E qualche mese dopo l’articolo citato da Simoncelli, il 31 dicembre 1944, dalle colonne dello stesso “Quotidiano” la spiegò così, con la semplicità e l’intensità di sempre:
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«La politica è fatta per il popolo… Essa è un mezzo, non è un fine… Prima la morale, prima l’uomo, poi il partito, poi le teorie di governo. La politica non deve diventare padrona: non farsi abuso… Qui è la sua funzione e la sua dignità: d’essere servizio sociale, carità in atto: la prima forma della carità di patria».
</div>In altre parole, «la politica come amore», per dirla con Tommaso Sorgi.

E scusate se è poco.

R.Bonuglia,Igino Giordani il coraggio della veritàultima modifica: 2010-06-29T16:50:02+02:00da mangano1
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