P.L.Camagni, Il modello Germania, la Fiat e il nuovo patto sociale

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ll modello Germania, la FIAT e il nuovo patto sociale.
pubblicata da Pier Luigi Camagni il giorno venerdì 27 agosto 2010

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 Marchionne dice che occorre un nuovo patto sociale, che occorre dire basta alla lotta operai-padrone.

Premesso che la “lotta” – e lo dice principalmente l’indice di diseguaglianza dei redditi (indice di Gini), per cui l’Italia è ormai al secondo posto, dietro solo agli USA e avendo superato il Regno Unito, nei paesi dell’area OCSE – non è più tra operai e padrone, ma, in una visione alla Philip Petitt o alla Quentin Skinner, tra soggetti dominanti (banche, finanza, grandi aziende, multinazionali tra tutti) e soggetti che pure in un sistema libero non possono esercitare appieno le loro libertà proprio perchè soggetti al dominio dei primi (operai, quindi, ma anche piccoli e medi imprenditori – strozzati dalle banche e dalla FIAT – artigiani, il popolo delle partite IVA, ecc.), occorre vedere qual’è il nuovo patto sociale proprosto e, soprattutto, qual’è la REALE volontà di raggiungere un accordo frutto di una trattativa che non sia il solo “prendere o lasciare”.
Tra chi sostiene le tesi dell’ad di FIAT, Confindustria, naturalmente, gran parte dell’area politica di centro-destra, ma anche qualcuno a sinistra e nel sindacato, si cita spesso il modello Germania, dove sindacati e organizzazioni padronali hanno raggiunto accordi per nuove basi nelle relazioni industriali.
Vero è che in Germania i sindacati, in un momento di grave crisi economica e finanziaria, hanno fatto delle scelte, anche difficili e di sacrificio, ma analizziamo un po’ la lezione tedesca.
Si dice: «in Germania la Volkswagen ha chiesto e ottenuto cinque giorni di lavoro in più all’anno ai suoi operai, a parità di retribuzione».
Si dimentica, però, di aggiungere che un operaio tedesco, pur in presenza di un costo della vita non molto diverso dal nostro, guadagna il doppio di un operaio italiano.
Certo, la produttività (e questo è un problema di cui, come lavoratori e cittadini ci si dovrà reponsabilmente far carico) di un operaio tedesco è maggiore di quella di un operaio italiano, ma non è sicuramente il doppio; e, comunuqe, la maggior produttività è frutto non solo di un maggior impegno lavorativo, ma di scelte e di investimenti che le aziende tedesche hanno fatto, diversamente che in Italia, anche negli scorsi anni.
Inoltre, pur avendo avuto la Volkswagen molti meno aiuti (diretti e indiretti) da parte dello Stato tedesco, conserva in Germania più del 50% della propria produzione, mentre FIAT ha delocalizzato fuori dall’Italia GIA’ ORA più del 75% della produzione.
Ancora, come ricordava anche ieri Massimo Mucchetti su Il Corriere della Sera,i lavoratori tedeschi partecipano alle decisioni strategiche, i sindacati hanno la metà dei consigli di sorveglianza, non in virtù di partecipazioni azionarie, ma per il ruolo riconosciuto al lavoro.
Per questo, in contropartita, salari e orari possono variare secondo la congiuntura.
Non solo, in Volkswagen, usciti dalla crisi, vi sono stati premi di produzione per tutti, nella logica che quando c’è da fare sacrifici si fanno tutti insieme, ma altrettanto insieme si gioisce quando c’è da gioire.
Ben diverso, mi pare, l’atteggiamento del capitalismo italiano, di cui FIAT è sicuramente il maggior interprete, che figlio degli aiuti statali, e che MAI ha rischiato in proprio, i sacrifici pretende di non farli mai, scaricandoli una volta sulle spalle dello Stato, una volta su quelle dei lavoratori; in un’ottica, poi, di FALSA trattativa e disponibilità, perchè la trattativa non può essere “o dite di sì o ce ne andiamo”, “o si fa come diamo noi o si chiude”, e via di questo tenore.
Forti responsabilità, in questo senso, le ha anche il Governo.
Non dimentichiamo che da più di quattro mesi l’Italia non ha un Ministro dello Sviluppo Economico e non se ne vede, nonostate le sollecitazioni anche del Presidente Napolitano, possibile nomina a breve.
Per concludere, vorrei riportare un pezzo dell’articolo di Mucchetti di ieri, perchè non esiste solo la lezione tedesca, ma anche quella americana (dove esiste un’amministrazione progressista) e quella francese (dove l’amministrazione è conservatrice).
«Negli Usa, i sindacati sono entrati nei board non per inseguire il modello tedesco, ma per tutelare le azioni ricevute in cambio della cancellazione dei crediti sanitari. Le loro rappresentanze sono largamente inferiori alla quota di capitale posseduta. Ma il loro vero tutore è la Casa Bianca, la quale condiziona gli aiuti alla difesa del made in Usa. Il presidente Obama (progressista) presta miliardi di dollari a Marchionne non per delocalizzare ma per tenere aperti in patria quanti più stabilimenti possibile di una Chrysler altrimenti fallita e rifiutata da tutti. La stessa finalità persegue in Francia il presidente Sarkozy (conservatore) con Renault e Psa, senza attendere le difficoltà di Detroit. E la Renault esibisce tuttora una presenza dello Stato nel capitale, mentre Psa, interamente privata, è controllata da una famiglia, i Peugeot che fa parte di un establishment con forti sentimenti nazionali.»

P.L.Camagni, Il modello Germania, la Fiat e il nuovo patto socialeultima modifica: 2010-08-28T15:38:43+02:00da mangano1
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