Tonia Mastrobuoni,La lotta senza classe della Fiom

da IL RIFORMISTA

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La lotta senza classe della Fiom
di Tonia Mastrobuoni
Fiat lux. Il discorso al Meeting è una vera e propria arringa contro il gattopardismo del Paese e contro la Fiom, portatrice di schemi «anni 60». Ma l’apertura a Epifani e il nuovo commento del Colle hanno messo in moto le grandi manovre per riportare la Fiom al tavolo delle trattative.

Mise informale d’ordinanza, aria un po’ stropicciata forse per le ultime giornate trascorse negli Stati Uniti a occuparsi di Chrysler, Sergio Marchionne ha esordito al Meeting di Rimini con una captatio nei confronti dei giovani, un «voi non amate le conferenze e i congressi che riempiono di parole giornate intere senza dire nulla – non li amo neanche io», accompagnata, nel testo scritto, da un’eloquente foto di un riccioluto ragazzo sul punto di addormentarsi. Una premessa che faceva presagire l’ormai classico discorso da marziano, da supermanager cresciuto all’estero e calato in una realtà come quella italiana, antelucana e prigioniera di bizantinismi demodé, con il compito di issare Fiat faticosamente sul palcoscenico mondiale. Incalzato dai fatti, stavolta il prodigio di origine abruzzese non ha potuto però recitare questo ruolo fino in fondo, è stato costretto, dopo un’appassionata arringa in difesa di Fiat, a entrare nel merito della cronaca di Melfi e dello statu quo dei rapporti con la Cgil, non tanto durante, ma soprattutto dopo l’attesissimo intervento all’incontro annuale di Comunione e Liberazione. Nonostante i toni arrembanti, Marchionne ha fatto qualche apertura che potrebbe rivelarsi importante, nelle prossime settimane. Soprattutto, una nota pomeridiana del Colle potrebbe agitare le acque della finora compattissima Fiom. Una parte del discorso è stata dedicata dunque al “miracolo” Fiat, alla sua internazionalizzazione e alla necessità di «superare vecchi schemi». Ma la zavorra, ha fatto capire in più d’un passaggio, è l’Italia. In particolare, la mancanza di interesse e fiducia per lo sforzo del gruppo di consolidare il ritorno al successo dell’ultimo quinquennio. Da parte di un Paese, oltretutto, immerso in un declino sociale e economico che è soprattutto colpa del gattopardismo, dell’«abitudine di mantenere sempre le cose come stanno». Con la consapevolezza di guidare la prima azienda italiana e citando indirettamente il vecchio adagio di Agnelli, «ciò che va bene alla Fiat, va bene all’Italia», Marchionne ha ricordato che sei anni fa era un’impresa chiusa in se stessa, che aveva perso l’abilità di competere e che oggi questo è lo stesso rischio che corre il Paese. Lo scopo di Fabbrica Italia, ha scandito dinanzi alla paltea di CL che lo ha interrotto più volte con gli applausi, è quella di sanare le inefficienze del sistema industriale, quelle che fanno scappare gli investitori stranieri. Il cuore dell’intervento è quello in cui l’ad del Lingotto ha chiesto «la garanzia che gli stabilimenti possano lavorare in modo affidabile continuo e normale». Da qui il rinnovato attacco a testa bassa a chi non gli garantisce, come la Fiom, questa piena funzionalità degli impianti e la piena esigibilità degli accordi. Un concetto ribadito anche in un passaggio di ringraziamento esplicito solamente a Cisl e Uil «che ci stanno accompagnando in questo processo di rifondazione dell’auto italiana», che hanno firmato l’accordo di Pomigliano e che hanno strappato oltre il 60 per cento dei consensi in quella fabbrica per l’intesa. Il problema, per Marchionne è «che gli accordi stipulati vengano effettivamente applicati». Ed ecco dunque il durissimo passaggio contro il «conflitto», contro le logiche «anni Sessanta» della Fiom, contro «le lotte tra “capitale” e “lavoro”, tra “padroni” e “operai”», con tanto di parole virgolettate. Serve invece, ha sottolineato, un «patto sociale» che consenta di superare le divisioni e di condividere lo sforzo «per dare al Paese la possibilità di andare avanti». Quanto alle «gravi» accuse contro Fiat sul caso Melfi, Marchionne tiene il punto del pieno rispetto della legge e delle decisioni della magistratura. «Certe decisioni come quella di Melfi non sono popolari – ha osservato – ma non si può fare finta di niente». L’ad del Lingotto continua a sostenere la tesi del sabotaggio: alcuni testimoni avrebbero assistito al blocco della produzione «in modo illecito» da parte dei tre operai di Melfi licenziati ma reintegrati, per ora, dal giudice. Al termine del lungo discorso sono arrivate tuttavia due puntualizzazioni che aprono spiragli per il futuro. Alle agenzie Marchionne ha detto di avere «un grandissimo rispetto» per il presidente della Repubblica «come persona e per il suo ruolo istituzionale» ed ha aggiunto, con riferimento alla lettera di Giorgio Napolitano che invitava a superare l’episodio nello stabilimento lucano sospendendo il muro contro muro con la Fiom: «Accetto quello che ha detto come un invito a trovare una soluzione per mandare avanti la situazione». Come, è ancora un mistero. Ieri da Torino trapelava l’intenzione di non cedere sugli operai licenziati. Ma sempre a margine, il supermanager ha rivolto un messaggio distensivo a Guglielmo Epifani. Dopo l’intervista al Corriere della Sera di ieri, in cui segretario generale della Cgil ha lanciato messaggi di apertura e di ritorno al dialogo, Marchionne ha puntualizzato che «sono totalmente aperto anche io a parlare con Epifani. È una persona che rispetto, con un profilo intellettualmente onesto». Il problema, al di là dello scambio di cortesie, non è tanto trovare il modo di riportare la Cgil al tavolo: Epifani è alla fine del mandato e non sembra avere abbastanza presa su un vertice Fiom compattato attorno alla mozione 2, “antiepifaniana”, e dunque avversaria. Anche si sedesse al tavolo con Marchionne, il problema per la Fiat sarebbe che impegni riuscirebbe realisticamente a prendere il leader Cgil anche a nome delle tute blu. L’urgenza, insomma, è quella di far ragionare la Fiom, anche attraverso Epifani. Soprattutto, mentre è ampiamente annunciata la ripresa del negoziato sulle deroghe al contratto dei metalmeccanici proprio sul modello dello stabilimento campano tra Federmeccanica e gli altri sindacati già da metà settembre. Ma una nuova nota giunta ieri pomeriggio dal Colle potrebbe portare a una schiarita. O perlomeno, rendere meno compatta la Fiom. Napolitano ha parlato dell’«imperativo del cambiamento che nasce dalle radicali trasformazioni in atto sul piano globale». E su questo terreno, si legge nel comunicato, «non possono sottrarsi al confronto le istituzioni e le parti sociali, nessuna esclusa», dunque neanche la Fiom. Dai vertici dei metalmeccanici cigiellini sono partite ieri bordate contro l’intervento di Marchionne, definito «reazionario» o «ottocentesco» come l’ha definito Giorgio Cremaschi. Ma il leader della minoranza riformista, Fausto Durante, non è d’accordo e comincia ad alzare la voce. «Quello di Napolitano è un invito a tutti a sedersi al tavolo» ha spiegato al Riformista, «e noi dobbiamo fare lo sforzo, adesso, di evitare che parlino solo dai falchi. Io per esempio considero la dichiarazione di Cremaschi, sul “padrone dell’800”, assolutamente sbagliata. Dipingerlo come il padrone delle ferriere, vuol dire che anche il nostro sindacato è ancora immerso in quel secolo». Durante suggerisce anche l’appiglio per far rientrare la Fiom al tavolo: «facendo riferimento al contratto unitario firmato nel 2008 – l’ultimo sottoscritto dalla Fiom – che prevede commissioni paritetiche e osservatori di settore per trovare delle soluzioni contrattualmente condivise per affrontare i problemi specifici, cerchiamo di individuare le cose che possano garantire l’efficienza e la produttività che la Fiat chiede per realizzare Fabbrica Italia. Se ci fosse prospettata, la Fiom dovrebbe rispondere positivamente a questa ipotesi di ripresa del dialogo. E io farò battaglia per questo».

Tonia Mastrobuoni,La lotta senza classe della Fiomultima modifica: 2010-08-28T15:36:08+02:00da mangano1
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