Aldo Giannuli, Cina, Nobel e altro

DA www.aldogiannuli.it
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Cina, Nobel e altro.

In queste settimane sta prendendo corpo l’ipotesi di una crisi politica di vaste proporzioni in Cina.
Già dalla fine dell’anno scorso si sono avvertiti i sintomi di una forte tensione interna al gruppo dirigente. Dopo, da giugno, i segnali si sono infittiti, prima con la questione della rivalutazione dello yuan renminbi e la serie di agitazioni operaie, tollerate sin quando riguardavano fabbriche giapponesi, ma duramente represse appena hanno investito imprese cinesi. Dopo sono venute le prime voci sulla bolla immobiliare nelle città, cui faceva seguito uno stress test sullo stato delle banche in caso di abbattimento del costo degli immobili sino al 60% in meno. Le notizie erano pubblicate su un settimanale su cui compaiono spesso importanti inchieste economiche, ma si sospettava la mano di Liu Mingkang, il direttore della China Banking Regulatory Commission. Il tutto mentre esplodeva il caso Bo Xilai, il “Di Pietro cinese” (sic!).
Dopo, in rapida successione è capitata la stranissima vicenda della pretesa defezione di Zhou Xiaochuan il governatore della banca centrale, poi il Nobel per la pace a Liu Xiaobo, l’appello dei veterani contro la censura (firmato anche dal 93enne ex segretario di Mao) e poi quello di 200 intellettuali ancora più spinto che chiede apertamente la scarcerazione di Liu Xiaobo.
Per spiegare tutti i passaggi di questa intricata situazione ci vorrebbe molto più spazio delle poche decine di righe a nostra disposizione, Per ora limitiamoci a cavare il succo politico della cosa e per grandissime linee.
Poco dopo il XVII congresso, nel 2008, si concordò che, in ossequio alle norme per cui i dirigenti lasciano gli incarichi dopo i 65 anni, Hu Jintao avrebbe lasciato le sue tre cariche: Presidente della Repubblica, Segretario del Partito e Presidente della Commissione per le Forze armate) a Xi Jinping, mentre Wen Jiabao (Presidente del Consiglio) avrebbe lasciato la sua a Li Kequiang. Questa sarebbe stata la “squadra dei rivali” come l’hanno definita.
Il congresso aveva sancito l’alleanza fra il gruppo Tuanpai (gli ex della Gioventù comunista) guidato da Hu e da Wen, il gruppo ultraliberista di Shanghai ed il gruppo dei cosiddetti Taizi, principi rossi (i figli e in nipoti degli eroi della grande marcia). Dopo, con la campagna contro la corruzione, i tuanpai hanno colpito duramente il gruppo di Shanghai che ne è uscito molto ridimensionato perdendo anche uno dei suoi membri più autorevoli, il responsabile dell’Ufficio Quadri di partito.

A rigore, Hu Jintao avrebbe dovuto preferire Li Kequiang, suo successore nella Lega giovanile e tuanpai doc. Ma per chissà quali alchimie, sceglieva il “principe rosso” Xi Jin Ping spostando Li al Governo.
Tutti i giochi sembravano fatti e, invece, la successione di Hu Jintao e Wen Jabao non appare affatto indolore. Infatti il gruppo dirigente sembra  spaccato e soprattutto Hu e Wen sembrano ormai su fronti contrapposti.
A giudicare dalle informazioni degli ultimi mesi (per quel che filtra) si starebbero formando due schieramenti: da una parte il grosso dei tuanpai con in testa Hu Jintao, alleati ai Principi rossi e agli ultimi nostalgici di Mao con il probabile appoggio dell’esercito; dall’altra i tuanpai di Wen alleati ai resti del gruppo di Shanghai e i residui seguaci di Ziao Zhiang , con l’appoggio della banca centrale e della maggior parte degli intellettuali. Il primo gruppo sosterrebbe Xi Jinping ed il secondo Li Kequiang.
Le differenze che si possono cogliere parlano di un primo gruppo (Hu-Xi) più orientato al recupero del consenso operaio, quello delle zone interne ecc  e probabilmente meno incline a reinvestire danaro nei titoli americani ed assolutamente chiuso ad ogni riforma democratica.
Il secondo gruppo (Wen-Li) appare più preoccupato di fermare l’inflazione e prevenire un crack bancario di tipo americano, più disponibile ad una democratizzazione politica e forse relativamente più morbido verso gli Usa.

Ovviamente è solo  un primo tentativo di leggere nel loro insieme le notizie accumulate in questi mesi. Quello che fa temere che si tratti dei brontolii di un terremoto in arrivo è l’evidente precipitare dei problemi irrisolti che il tumultuoso sviluppo di questi 30 anni si è lasciati dietro: gli squilibri demografici, il divario crescente fra costa ed interno, l’esasperata polarizzazione delle disuguaglianze sociali, il collasso disastroso di una rete infrastrutturale ormai  assolutamente inadeguata ad una grande potenza economica come è diventata la Cina, il ritardo nella modernizzazione politica ecc. Sembra esaurito il ciclo politico della crescita cinese nella grande stabilità mondiale, grazie al continuo miglioramento dei rapporti con tutti (Usa, Russia, Ue, Brasile ecc.): dell’atmosfera del G2 di un anno fa non c’è la più piccola traccia, la Cina è al centro di un tifone valutario fra i più gravi, il contenzioso con gli Usa si acuisce e si estende ogni giorno, con l’India le tensioni non si appianano ed anche con il Giappone le fasi sono alterne.
Soprattutto l’approssimarsi della crisi demografica (ben presto il numero dei cittadini non attivi lavorativamente supererà e di parecchio quello degli attivi) fa pensare che si stia approssimando la fine del ciclo trentennale di veloce crescita economica.
E’ presto per dire qualcosa, ma è chiaro sin d’ora che i riflettori della politica internazionale saranno puntati su Pechino. E forse i nostri mass media farebbero bene a prenderne atto.

Aldo Giannuli, 18 ottobre ‘10

Aldo Giannuli, Cina, Nobel e altroultima modifica: 2010-10-24T15:46:24+02:00da mangano1
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