Raffaele Morani,Un rugbysta chiamato il Che

Da  IL FONDO
Un rugbysta chiamato il Che
31st gen 2011
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Raffaele Morani
.Il padre dice al figlio: «I medici dicono che  questo sport per te è un suicidio, hai l’asma. Il tuo cuore non può sopportare questi sforzi». Il giovane giocatore risponde al padre: «Papà, il rugby mi piace e, dovessi crepare, continuerò a giocarlo».

A chi non è mai capitato da bambino o ragazzo di sentirsi dire dai propri genitori di stare attento nello sport, specie in uno sport duro e di contatto come il rugby,  questo dialogo non è proprio unico,  ma il padre ed il figlio in questione sono un  architetto argentino, appassionato della pallaovale, ed uno dei suoi figli che gioca a rugby nonostante il forte asma, malattia che ha già obbligato l’intera famiglia a trasferirsi dalla nativa Rosario a Cordoba, in cerca di un clima più favorevole al figlio.

Il padre si chiamava Ernesto Guevara Lynch e questo episodio è raccontato nel suo libro autobiografico Mio figlio il Che, mentre il figlio si chiamava Ernesto  Guevara de la Serna, rugbysta destinato qualche anno dopo  a divenire famoso per altri motivi e con il soprannome di “Che” , proprio lui il mitico guerrigliero sudamericano.

All’epoca il Che era un ragazzo che nonostante l’asma praticava oltre al rugby molti sport, tra cui calcio, tennis, pallavolo, alpinismo, ma il rugby era insieme alla lettura una delle sue grandi passioni. Del resto le scene iniziali del celebre film sulla giovinezza del Che, I diari della motocicletta di Walter Salles non si svolgono in un campo da rugby? Il protagonista placca gli avversari e ad un certo punto si ferma a bordo campo ad aspirare ventolin per evitare un attacco d’asma, piccoli episodi che si verificavano in ogni partita a cui partecipava Ernesto. Una grande voglia di giocare, una naturale predisposizione al placcaggio, con qualche piccolo intervallo per riprendere fiato, questo era il rugbysta Ernesto Guevara, che in campo gridava “Scansatevi, arriva il Furibondo Serna”, tanto da essere soprannominato dai compagni Fuser, il cognome della madre unito un aggettivo che per tutti riassumeva le sue caratteristiche.

Ernesto Guevara ha praticato il rugby per nove anni, dal 1942 al 1951, giocava centro o ala sinistra, era un gran placcatore, uno dei pochi inoltre ad utilizzare ogni tanto il caschetto paraorecchie, furono due suoi amici che lo avvicinarono all’ovale, i fratelli Tomas e Alberto Granado. Alberto, con cui in seguito compì il celebre viaggio in motocicletta per tutta l’America Latina, giocava nell’Estudiantes, ma non era convinto delle possibilità del giovane malato di asma, e come racconta Paco Ignacio Taibo II in Senza perdere la tenerezza, gli chiese di saltare un manico di scopa, appoggiato su due sedie ad un’altezza di un metro e venti e ricadere sulla spalla. Ernesto comincia a saltare e i Granado dovettero fermarlo prima che facesse un buco nel pavimento del cortile.

Un altro soprannome affibiatogli dai compagni di squadra fu Chancho (maiale), a causa del suo scarso entusiasmo per bagni e docce, un’abitudine presa fin dall’infanzia in quanto l’acqua fredda a volte gli scatenava gli attacchi di asma. Ma al giovane Ernesto non mancava certo l’ironia e nella rivista di rugby che fondò assieme ad alcuni amici e compagni di squadra, dal titolo Tackle (placcaggio), firmò i suoi articoli con lo psudonimo di Chang Cho, che ha la stessa pronuncia di Chancho.

Nel 1946 la famiglia rientra a Buenos Aires, dove Ernesto si iscrive a Medicina. Il padre lo portò al San Isidro Club, la sua vecchia squadra, ma quando i medici gli parlarono dei rischi che Ernesto avrebbe corso, cercò in tutti i modi di farlo escludere dalla rosa. Come abbiamo visto il giovane Ernesto non era d’accordo e si trovò un altro club, l’Atayala, dove continuò a giocare, a volte anche sotto falso nome assieme al fratello Roberto fino al 1951. In questi anni Ernesto compì il suo viaggio con l’amico Granado, si laureò e poi divenne il celebre rivoluzionario che tutti conoscono, anche solo per sentito dire. Uno dei principi base del rugby, uno dei suoi valori fondamentali, è il sostegno, che vuol dire andare in soccorso del compagno in difficoltà, in fondo non è una cosa poi così diversa dal lottare al servizio dei poveri e degli oppressi, come fece Ernesto Che Guevara fino alla tragica morte avvenuta in Bolivia il 9 ottobre 1967.

Giusto quarant’anni dopo la morte del Che, la nazionale di rugby argentina, i Pumas,  affrontò il campionato del mondo in Francia, arrivando a sorpresa alle semifinali, dopo aver battuto la Scozia proprio il 7 ottobre del 2007, quasi a quarant’anni esatti dalla morte di Fuser. Battuti in semifinale dal fortissimo Sudafrica poi vincitore del torneo, i Pumas si classificarono comunque terzi superando la favoritissima Francia, che avevano sconfitto a sorpresa anche nella prima partita del torneo.

L’Argentina è una delle poche federazioni in cui il Rugby è ancora giocato a livelli non professionistici, al punto che quasi tutti i giocatori della nazionale giocano all’estero. Inoltre, all’epoca vi era una forte polemica tra i giocatori e la federazione, accusata di trascurare i giovani, di troppa disorganizzazione e scarsa voglia di cercare sponsor per avere una nazionale veramente competitiva. All’inizio del torneo i giocatori più pagati si autotassavano in modo che il compenso fosse uguale per tutti, sia professionisti che dilettanti.

Un episodio alquanto insolito in un mondo che sempre più assomiglia agli sport più miliardari, ma soprattutto il capitano dei Pumas, Augustin Pichot, disse durante il torneo, che se fossero arrivati in finale lui ed i suoi compagni avrebbero dedicato la vittoria al Che. Ad un giornalista di Le Figaro stupito di un tale omaggio Pichot rispose: «Certo che esiste una linea che ci unisce a Che Guevara. Lui ha amato il gioco come lo amiamo noi, lui ha combattuto per cambiare il mondo e noi nel nostro piccolo combattiamo per avere quei riconoscimenti che siamo convinti di meritare. Mi piace pensare che lui avrebbe apprezzato quello che stiamo facendo in Francia. Se ci siamo riusciti è anche merito suo perché, come ha insegnato il Comandante, noi siamo realisti, esigiamo l’impossibile».

Raffaele Morani

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Raffaele Morani,Un rugbysta chiamato il Cheultima modifica: 2011-02-01T17:34:34+01:00da mangano1
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