su DEMOCRAZIA PROLETARIA di W.GAMBETTA

 

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Caro William
Ho scorso velocemente il tuo libro ed ho avuto un’ottima impressione, però mi riservo di dirti meglio quando lo avrò letto come si deve (prima devo finire un libro che sto scrivendo e che, per fortuna è agli sgoccioli)
Nel frattempo: sei un vero revisionista di destra, come attesta la tua passione per i bolliti: la giusta linea di sinistra sono gli arrosti!
Comunque, se i bolliti ti piacciono tanto avremmo da proporti Ferrero…
ciao
Aldo Giannuli
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Caro Attilio,
non sono riuscito ancora a procurarmi il libro di Gambetta per motivi di distribuzione ma da quel che mi è stato detto si tratta di una ricerca condotta con grande serietà e scrupolo scientifico.Non mi è possibile partire dal libro di William. Comunque Marco ha posto un paio di questioni fondamentali che vanno senza dubbio approfonditi. Partendo anche dalla mia esperienza personale, ritengo che qualsiasi discorso sulla nuova sinistra e sul fallimento dei partiti nati alla sinistra del PCI debba tenere conto di alcuni fattori fondamentali:
1) La presenza di un grande partito di massa come quello comunista capace di rinnovarsi nel corso del tempo e di raccogliere in parte le istanze provenienti dalla società civile;
2) I tanti problemi posti dalle avanguardie studentesche e operaie e venuti al tappetto nel corso del biennio 68-69;
3) Formazione dei gruppi dirigenti della nuova sinistra, affrontato da te nel tuo libro Autocritica e politica di Classe (mi pare che s’intitoli così, se non ricordo male) e poi ripreso da Diego Giachetti nel suo libro Oltre il sessantotto, e sull’affermazione di ideologie tradizionali, come marxismo-leninismo, troskijsmo, stalinismo, maoismo, ecc. ecc.;
4) le divisioni e le contrapposizioni dei vari partiti della nuova sinistra, da cui è derivata l’immagine negativa che hanno offerto gli stessi gruppi minoritari nel contesto politico nazionale nel corso della prima metà degli anni settanta.
5) La presenza del terrorismo.
Ognuno di questi elementi merita un’analisi approfondita che non è possibile condurre in questa sede.
Infine bisogna considerare che la nascita di DP è avvenuta dopo il fallimento delle varie esperiene di nuova sinistra e in un contesto politico nazionale e internazionale completamente mutato rispetto alla fine degli anni sessanta e dei primissimi anni settanta, in cui il tracollo dei vari modelli di socialismo reale è ormai definitivo.
Ci sentiremo meglio nei prossimi giorni. Ti auguro buon lavoro,
Giuseppe Muraca
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caro William,

il mio amichevole ‘rimprovero’ era proprio questo; di aver forse sommerso con la quantità di informazioni alcuni dei nodi storiografici a cui la vicenda dp rimanda. a mio parere si perdono nel testo e forse avresti dovuto sottolinearli con più forza

un abbraccio

Marco Grispigni

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Caro Marco,
mi fa molto piacere avere un commento critico e così articolato da parte tua, eppure non ti nascondo che non sono riuscito a comprendere bene le tue perplessità perché sono perfettamente d’accordo con te nel merito di entrambi gli spunti di riflessione che mi solleciti. Evidentemente non sono riuscito a far emergere con forza le chiavi interpretative che mi proponi.

Rispetto alla prima, quella della difficotà di rappresentare politicamente i conflitti sociali nei quali le stesse organizzazioni della nuova sinistra erano coinvolte, è senz’altro il tema portante di tutto il volume. Tanto che la ricostruzione parte dal 1972, si sofferna particolarmente sul 1975 e 1976, analizzando l’accesa competizione tra i diversi gruppi, e tenta poi, rispetto al 1979, di mostrare il successo del Pdup-pc proprio in relazione alla “critica costruttiva” al Pci a fronte di una Nsu proiettata tutta nell’immaginare e desiderare un movimento unitario e collaterale.

Anche nel merito del formarsi dentro Dp di un piccolo ceto politico non mi sembrava di essere stato distratto, anche perché ho segnalato più volte nel corso del volume il problema della concezione del partito rispetto ai movimenti (partito-strumento o partito-guida), particolarmente rispetto a quello del Settantasette (al quale è dedicato un paragrafo specifico) e il diverso uso delle istituzioni da parte di questa piccola nomenclatura tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta.

Comunque grazie mille, spero di poter riprendere la discussione a voce, magari davanti a un piatto di bolliti e una buona bottiglia di rosso.
Un abbraccio, William

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A causa di impegni presi in Bicocca nella gestione di esami sarò occupato per i prossimi tre o quattro giorni, rispondo pertanto rapidamente promettendo una replica più ampia e puntuale entro questo fine settimana. I temi sollevati da Marco Grispigni sono nevralgici e vanno presi sul serio, anche se Gambetta replica a sua volta di avere avviato le sue osservazioni in proposito, quanto ha pesato l’influenza storico-elettorale- politica del Pci sulla nuova sinistra, quanto fosse un prezzo da pagare pressochè obbligato e quanto invece avrebbe potuto essere aggirato o affrontato diversamente, in un sistema politico in cui comunque l’influenza dei grandi partiti di massa e la logica Dc- Pci ha influito sull’ ” altra sinistra” fibn dai tempi del partito d’azione e poi anche delle aree socialiste. Quanto invece l’elaborazione di un modello alternativo ( ma lo era e lo è davvero? la discussione è aperta alla luce di un dibattito sui movimenti ieri e oggi) come la teoria del partito-strumento e dell’inversione del rapporto soggetto-predicato costituisce un tipo di ricerca che va ancora approfondita.
Un caro saluto, spero che per altri aspetti questo dibattito si allarghi ancora e che si possa invitare altri amici e compagni a concorrervi.
Attilio Mangano

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Caro Marco,
mi fa molto piacere avere un commento critico e così articolato da parte tua, eppure non ti nascondo che non sono riuscito a comprendere bene le tue perplessità perché sono perfettamente d’accordo con te nel merito di entrambi gli spunti di riflessione che mi solleciti. Evidentemente non sono riuscito a far emergere con forza le chiavi interpretative che mi proponi.

Rispetto alla prima, quella della difficotà di rappresentare politicamente i conflitti sociali nei quali le stesse organizzazioni della nuova sinistra erano coinvolte, è senz’altro il tema portante di tutto il volume. Tanto che la ricostruzione parte dal 1972, si sofferna particolarmente sul 1975 e 1976, analizzando l’accesa competizione tra i diversi gruppi, e tenta poi, rispetto al 1979, di mostrare il successo del Pdup-pc proprio in relazione alla “critica costruttiva” al Pci a fronte di una Nsu proiettata tutta nell’immaginare e desiderare un movimento unitario e collaterale.

Anche nel merito del formarsi dentro Dp di un piccolo ceto politico non mi sembrava di essere stato distratto, anche perché ho segnalato più volte nel corso del volume il problema della concezione del partito rispetto ai movimenti (partito-strumento o partito-guida), particolarmente rispetto a quello del Settantasette (al quale è dedicato un paragrafo specifico) e il diverso uso delle istituzioni da parte di questa piccola nomenclatura tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta.

Comunque grazie mille, spero di poter riprendere la discussione a voce, magari davanti a un piatto di bolliti e una buona bottiglia di rosso.
Un abbraccio, William Gambetta
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-Caro William,
Ho finito di leggere con l’attenzione dovuta il tuo libro e come promesso eccomi qua con qualche commento.
Spero che non ti dispiaccia, ma ho messo Attilio in copia perché mi aveva chiesto anche lui che ne pensavo del tuo libro.

Prima di tutto volevo farti i miei complimenti per il lavorone che hai fatto: l’analisi delle fonti è perfetta e una cosa che mi è piaciuta moltissimo è stata la tua capacità di analizzare in concreto DP, con tanto di dati seri sulla consistenza, sull’estrazione sociale e culturale del suo gruppo dirigente. Come dire, hai messo per terra, con dati concreti, l’analisi, fuoriuscendo dalle classiche banalità sui gruppi, frutto normalmente di un pregiudizio negativo ‘a prescidere’.

Anche la questione del contrasto tra un’anima movimentista e un’altra partitica mi sembre molto ben fatto, spiegato e rappresentato correttamente senza indulgere in semplificazioni.

Quello che invece mi ha lasciato perplesso del libro è la scelta di immergersi totalmente nella vicenda DP, tralasciando la possibilità di utilizzare alcuni dei passaggi interni al gruppo come spunti di riflessione su tematiche che vanno al di là della vicenda specifica.

Probabilmente su questo approccio non siamo d’accordo; comprendo la necessità di avere lavori talmente analitici come il tuo per poter fare poi delle sintesi e affrontare con la dovuta conoscenza delle tematiche più generali, ma credo che tu abbia tutti i mezzi e le capacità per farlo direttamente, senza delegarlo ad altri.

Ti lancio qui qualcuno di quei temi che mi sarebbe piaciuto vedere sviluppati all’interno della tua narrazione.
Personalmente quando penso ai fallimenti elettorali degli anni ’70, mi viene da riflettere sul tema della relazione tra capacità di incidere sul conflitto sociale e riscontro elettorale. Mi spiego meglio; negli anni ’70 la nuova sinistra svolge un ruolo e ha un peso effettivo nella direzione e nel sostenere l’ondata di conflitti sociali assolutamente imparagonabile a quello che rifondazione ha avuto negli anni 90 e che oggi le formazioni a sinistra del pd (specialemente sel hanno). A fronte di questo ruolo sociale reale e riconosciuto, il riscontro elettorale si è sempre attestato su percentuali riguardo alle quali lo stesso disastroso risultato della sinistra arcobaleno alle ultime elezioni sarebbe stato considerato un vero e proprio trionfo. Questa situazione di scollamento tra ruolo e peso sociale e ruolo e peso elettorale è un nodo importantissimo, a mio avviso, per comprendere I meccanismi della rappresentanza nel nostro paese. La presenza del pci fu un tappo mortale (anche per le indubbie capacità di quel partito) che ha impedito lo sviluppo di qualsiasi forma di rappresentanza significativa di una sinistra ‘altra’ nel corso dell’intera vicenda repubblicana. Le percentuali della sinistra radicale aumentano solo dopo la scomparsa del pci, indicando come in questa forma di scelta elettorale transiti anche una consistente quota conservatrice, legata a una simbologia immutabile. Tra l’altro, detto per inciso, credo che questo riflesso identitario sia alla base della sciagurata scelta, a mio parere, degli eredi di dp di osteggiare le svolte bertinottiane/vendoliane. Identità, falce e martello, appellazione comunista oggi, come identità tardo leninista nei primi anni ’80 dopo la sconfitta di nsu.

Un’altra questione, sempre in qualche modo legata al tema della rappresentanza, è quella della scelta di difendere un piccolo partito di fronte alla sconfitta storica dei movimenti di trasformazione che introduce anche nell’area della nuova sinistra il tema della formazione di un ceto politico, di un gruppo di persone che vive della politica istituzionale.

Questo discorso è estremamente complesso e rischia di dare spazio a del facile moralismo, ma in un libro che affronta il percorso di un’organizzazione che dalle ceneri dei movimenti si istituzionalizza per scelta politico-strategica, la questione della creazione di un ceto politico che fa parte della casta a pieno titolo, a mio parere avrebbe meritato una riflessione.

Bene la chiudo qua per non esagerare nella lunghezza della mail.
Spero che avremo modo di incontrarci per parlare ancora del tuo libro che, anche dove non mi trova d’accordo, mi ha stimolato riflessioni e spunti

Un abbraccio

Marco Grispigni

su DEMOCRAZIA PROLETARIA di W.GAMBETTAultima modifica: 2011-02-25T16:56:59+01:00da mangano1
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