Giulio Toffoli – IPOTESI DI LAVORO SUL REVISIONISMO

POLISCRITTURE
 

ANTICIPAZIONI N.8 POLISCRITTURE: Giulio Toffoli – IPOTESI DI LAVORO SUL REVISIONISMO
Giovedì 26 Maggio 2011
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Siamo gli schiavi ancora

di questo persistente egitto.

Ben nutriti e decorosi,

venduti alla rete e alla fragilità

di un piano industriale.

Non all’inesauribile senso

che chiama dal deserto,

ma a chi ci illude diamo ascolto,

rinominandoci risorse umane.[1]

 
UNA PREMESSA NECESSARIA: SUL COSTITUIRSI DI UNA NEOLINGUA

“In origine il linguaggio ha per scopo la comunicazione utile; allo stato di interiezione la comunicazione utile è ancora totale; a partire da questo stadio ogni perfezionamento del linguaggio tende alla comunicazione inutile” o meglio ancora alla manipolazione di chi fruisce della comunicazione. Nell’età del revisionismo la società del mercato globale ha favorito lo sviluppo due diversi e paralleli processi di articolazione della neolingua.

Da un lato si è venuto costituendo un linguaggio talmente perfezionato e artificiale da dare vita a una “comunicazione zero … Se prendiamo come ascissa la perfezione del linguaggio e come ordinata la capacità di comunicazione la curva dell’informazione assume la forma asintotica dell’iperbole, per cui a ogni progresso del linguaggio corrisponde un ulteriore calo della comunicazione”[2]. Facile pensare in questo caso all’esoterismo di molti linguaggi scientifici e letterario filosofici.

Dall’altro si è invece affermato un linguaggio che si potrebbe definire a “comunicazione totale” fondato sull’abuso del significato della parola che viene ridotta a puro gergo a una dimensione, privo di ogni sfumatura e capace di imprimersi con ossessiva evidenza nella mente del fruitore. Così la guerra viene “venduta” come una semplice “azione di polizia internazionale”, svolta con ossessiva ripetitività da una “comunità internazionale” autolegittimantesi o in alternativa da cosiddette “nazioni responsabili”[3]. Chi viene colpito è in genere bombardato da “bombe intelligenti” e inevitabilmente è detentore di “armi di distruzione di massa” ed è responsabile di terribili violenze contro i “diritti umani”[4]. Similmente a livello storiografico ciò che è estraneo alle democrazie liberal-borghesi è necessariamente “totalitarismo” o “dittatura”.La neostoria di stato è scandita da una serie di “giorni della memoria” statuiti per legge e della più varia foggia, non mancano i “viaggi della memoria”, veri e propri pellegrinaggi laici, organizzati in molti casi da “officine della memoria”[5].

Il tutto è poi di volta in volta elaborato attraverso una sperimentata ritualizzazione e spettacolarizzazione di cui sono i nuovi sacerdoti i pubblicitari e i “creativi” che hanno la missione di rendere appetibile questo nostro “disinvolto mondo di criminali”[6].

 
A- DELLA STORIOGRAFIA NELL’EPOCA DEL REVISIONISMO

 
Il revisionismo nell’ambito storiografico, nato nel complesso da una marginale polemica sulle forme della Shoa[7], ha ben presto trovato volonterosi accademici che ne hanno dilatato e approfondito la prospettiva. Sicché si è giunti persino a individuare la causa della eliminazione degli Ebrei d’Europa nella infrazione sovietica alla “legalità borghese” nel 1917. Poi è stato quasi inevitabile fare un paragone fra Hitler e Stalin, tale (almeno entro certi limiti) da sollevare il primo da alcune delle sue più pesanti responsabilità. A questo punto, quasi secondo un modello sillogistico, inossidabili accademici disposti a ogni compromesso per soddisfare il potere, si sono impegnati a rileggere la storia, non solo quella del XX ma anche quella del XIX secolo, come una scia di sangue voluta dal disegno perverso di coloro che, portatori di un’ideologia nefasta, hanno cercato di mette in discussione i sacri princìpi della libertà di mercato[8]. Questo processo non si è fermato neppure di fronte alla stessa rivoluzione borghese per eccellenza, quella del 1789. Anche qui accademici proni alle esigenze dei padroni di turno e volenterosi pubblicisti hanno iniziato a distinguere il buono dal cattivo giungendo financo ad individuare nella Marsigliese un inno sovversivo e sanguinario che andava se non eliminato almeno emendato.

La furia revisionista ha lasciato il suo segno in quasi tutti i territori della ricerca storica, trovando in ogni dove legioni di adepti, che vanno da espliciti nostalgici del fascismo, in tutte le sue possibili espressioni, a patetici eredi dei buoni valori dell’”antico regime”[9].

Capita perfino di trovare cultori di una improbabile interpretazione neoborbonica della storia del Risorgimento italiano; e fioriscono pure i neoasburgici[10].

In più anche in questo settore si fa sentire l’impatto del nuovo Stato etico-spettacolare. Un improbabile deputata del parlamento italiano, che poco conosce i diritti del 1789 ed invece appare una volonterosa allieva alla scuola di Goebbels, ha di recente affermato: “Bisogna istituire subito una commissione parlamentare d’inchiesta sull’imparzialità dei libri di testo scolastici (di storia ndr). A chi è fazioso daremo il tempo di adeguarsi prima di ritirare il prodotto dal mercato”[11]. Fahrenheit 451[12] si profila forse come un oscuro futuro nel nostro destino?

Lo storico materialista deve, senza perdersi in oziose polemiche, ricordare che: “oggi la teoria che afferma che la storia è segnata da un necessario processo di superamento rivoluzionario della struttura classista, appare desueta e non va più di moda parlare di classi sociali e discutere di storia come conflitto sociale. Ma le mode cambiano, e cambieranno ancora”[13].

 
B- DEI NAZIONALISMI

 
Un ufficiale dello stato maggiore italiano nel lontano 1933 ebbe a scrivere:

“Quel che sognammo di abolire: gli oppressi e gli oppressori non venne cancellato. Il principio di nazionalità creduto la scaturigine di ogni giusto diritto territoriale, s’è dimostrato un mito teorico perché i popoli tendono a congiungersi e a disgiungersi secondo necessità insoddisfatte dalle ripartizioni etniche. Né le genti si contengono entro termini definiti, per cui l’appartenenza delle zone di frammischiamento è causa d’altri soprusi e rancori accesi”[14].

Dalla rivoluzione del 1789 l’Europa ha visto crescere nazionalismi  vieppiù aggressivi che si sono intrecciati con le più tragiche e spietate forme di imperialismo coloniale. L’affermazione della borghesia e dei suoi strumenti di gestione del potere ha segnato il destino di una decina di generazioni. Il mito del progresso indefinito e il bisogno di sfruttare ogni materia prima, umana o naturale, ha plasmato il mondo. I cannoni dei Krupp, le mitragliatrici Maxim, i fucili Winchester hanno segnato un nuovo modo di essere della vita fra gli uomini: “la guerra infinita”[15]. Il nazionalismo ne è stato il terreno di coltura. Dietro il suo volto si sono nascosti profittatori, parassiti, guerrafondai, generali, accademici e politicanti di ogni risma e di tutti i paesi. Negli ultimi decenni il nazionalismo ha rialzato la testa generando nuovi e sempre peggiori orrori. Demagoghi d’ogni tipo si sono fatti interpreti del disagio sociale coniugando un frustro principio di libertà con non meno logori concetti come federalismo, regionalismo, localismo, dando così voce ad ogni possibile forma di regressione basata sul culto di illusorie differenze etniche. Al mito della globalizzazione si risponde con l’enfatizzazione del ricorso alle “piccole patrie”. Il materialista storico deve ricordare che tutte le guerre sono causate dalla lotta per il possesso della ricchezza e aggiungere che  non potranno che esserci sempre guerre, finché il capitale governa e opprime usando di volta in volta insicurezza sociale e alienazione mediatica.

 
C – DEI DIRITTI UMANI E CIVILI

 
“Nelle democrazie occidentali … le diseguaglianze si sono truccate da diversità. La società multinazionale o multirazziale richiama a proprio fondamento le dichiarazioni universalistiche del tardo Settecento, ma nel medesimo tempo moltiplica le appartenenze, i sistemi di regole, le corporazioni, i ruoli. Le difficoltà e la rovina delle Sinistre tradizionali sono anche in questo mutamento che, come sempre, ha un aspetto di inganno ideologico, e uno reale di liberazione e di manifestazione delle differenze e delle funzioni”[16].

Negli ultimi decenni infatti si sono fatte sempre più forti le voci che parlano di diritti umani e di diritti civili da acquisire o da difendere.

Nel primo caso la difesa dei diritti umani è diventata lo strumento per riaffermare la funzione delle democrazie liberali che, se nel XIX secolo furono le “esportatrici della civiltà”, oggi si presentano come le “esportatrici della democrazia” rimettendo in auge il diritto di intervento di antica memoria. Non vi sono differenze: gli USA, la Francia, l’Inghilterra e perfino la “proletaria” Italia si sono costituite in una nuova Santa Alleanza, che vede unite destra e sinistra, impegnata a liberare le popolazioni da tempo soggette alle più “turpi dittature”, con l’uso di una buona dose di “bombe intelligenti”. Quelle stesse dittature erano giunte al potere grazie al sostegno delle “democrazie” e sono destinate a cadere per essere sostituite da nuovi padroni più graditi alle classi occidentali europee autolegittimatesi come “democratiche”.

Non dissimile è il caso dei diritti civili e delle affermazioni del diritto alla diversità. Si è trattato indubbiamente di un elemento di liberazione, ma si è trasformato, grazie ad un occhiuto trattamento da parte del capitale, nella creazione di una variegata serie di segmenti di mercato trasformatisi in veri e propri gruppi culturali impermeabili gli uni agli altri. In questo modo all’interno dello stesso stato si è venuta costituendo una vera e propria serie di “citysumers”[17] veri e propri soggetti di una “tribal culture”. Ciascuna si veste, mangia, consuma, forma le proprie convinzioni e azioni all’interno del proprio gruppo artificialmente creato.

In questo contesto perfino l’affermazione che “rivoltarsi è giusto” appare l’eco di una voce lontana. Nell’epoca in cui i potenti della terra e i loro strumenti di “informazione” si sbracciano come non mai a difendere i diritti umani e i diritti civili, appare naturale chiedersi quale senso abbia pensare ad un processo di liberazione dell’uomo dalla sua alienazione. Eppure è necessario ricordarsi della precarietà della nostra condizione quotidiana, segnata, come da una spada di Damocle, da un inesorabile logoramento, anzi, dalla perdita di ogni reale incidenza politica e sociale.

 
D –  DEI MASSACRI E DELLE VIOLENZE

 
Negli ultimi decenni all’interno della articolazione delle discipline storiche indotta dal revisionismo si è venuto costituendo una specie di settore autonomo dedicato al’indagine delle varie forme di violenza del XX secolo e della loro patologia. E’ una disciplina del tutto nuova, a metà strada fra la collazione matematico-positivistica di una miriade di numeri ed una evidente falsa coscienza. Si parte in genere dal gennaio del 1900, quasi fosse una data limite, e di lì si snocciolano le diverse casistiche facendo scelte più o meno arbitrarie fra le decine di violenze di massa che hanno segnato il percorso del XX secolo[18].

Viene così sostanzialmente occultato quello che è stato definito giustamente il “lungo XX secolo”[19], ovvero il dipanarsi di un processo che almeno negli ultimi tre secoli si presenta come un continuum che non può in alcun modo essere diviso, pena una interpretazione manipolatoria degli ultimi cento anni, incapace di comprendere e rappresentare i processi nei quali violenze e massacri si sono venuti iscrivendo. Così l’età vittoriana, se la si legge in una prospettiva critica, perde gran parte di quello splendore che si pretende l’abbia caratterizzata, scandita come è da una serie di veri e propri olocausti.  William Digby[20] alla vigilia della morte della regina Vittoria profetizzò:

“quando tra cinquant’anni il ruolo giocato dall’impero britannico nel XIX secolo sarà studiato dagli storici, le morti inutili di milioni di uomini sarà il monumento principale e più ricordato ?”[21]

Il naturalista Alfred Russel Wallace[22] si dichiarò assolutamente d’accordo. Egli infatti riteneva che la fame di massa fosse una tragedia politica evitabile e non un “disastro” naturale. In un famoso bilancio finale dell’età vittoriana scritto nel 1898 Wallace definì le carestie in India e in Cina, assieme alla povertà dei ghetti delle città industriali: “i più tremendi fallimenti del secolo”. La falsa coscienza della borghesia se ne è rapidamente dimenticata e ha fermato la sua attenzione sul XX secolo, ma anche qui con una ipocrita miopia. Non solo l’accento è posto con martellante reiterazione sui crimini del “comunismo reale”, che oggettivamente furono terribili, ma questo sguardo monodirezionale è solo un modo per scaricarsi dalla coscienza quelli di cui essa fu artefice. Inutile parlare dell’immane massacro, origine di buona parte dei successivi, che fu la Grande Guerra. Le sue cause paiono perdersi in oscuri disegni o in diaboliche macchinazioni. Le dittature del primo dopoguerra, vengono presentate come una forma estrema della “naturale” malvagità umana. La stessa Shoa pare iscriversi nella banale violenza di un folle e dei suoi “volonterosi carnefici”[23].

Come non ricordare invece le parole di un sopravvissuto dai lager:

“Sì eravamo tanti nel lager e se furono tanti a portarci dentro il fatto si dovrebbe capire ancora oggi. Molti di quelli destinati a figurare come prigionieri erano cresciuti con gli stessi principi di quelli che assunsero la parte delle guardie. Si erano dedicati alla stessa nazione impegnandosi per uno sforzo, per un guadagno comuni e se non fossero finiti prigionieri sarebbero potuti riuscire guardie. Smettiamo di affermare con superiorità che il mondo dei lager era incomprensibile. Conoscevamo tutta la società da cui uscì il regime capace di fabbricare i lager. L’ordine che vi regnava, ne conoscevamo il nocciolo, per questo riuscimmo a seguirlo nei suoi sviluppi quando lo sfruttatore poté esercitare il suo potere fino a un grado inaudito e lo sfruttato dovette arrivare a fornire le ceneri delle sue ossa”[24].

E dopo il 1945 quando il primato degli USA si è affermato a livello globale?

Dal V-D Day del 1945 – ha affermato Gore Vidal  – siamo stati impegnati in quella che C.A. Beard ha definito “una guerra perpetua per una pace perpetua” … in svariate centinaia di guerre contro il comunismo, il terrorismo, il narcotraffico e a volte contro niente di speciale, tra Pearl Harbour e il martedì 11 settembre siamo sempre stati noi a sferrare il primo colpo”[25].

Di fronte ad una realtà così tragica, di fronte all’assordante cicaleccio degli storici revisionisti e dei pescecani accademici lo storico materialista non può che esprimere la sua indignazione per l’estrema vergogna cui la cultura si è ridotta “nell’epoca della riduzione della vita umana a pura merce spettacolare”[26].

 
E – DEI RISARCIMENTI

Nikto ne rabyt. Ničto ne rabyto[27].

(Nessuno dimentichi, nulla sia dimenticato)

 
Uno degli esiti più imprevedibili dell’età dei buoni sentimenti affermatasi a cavallo fra il XX e il XXI secolo è l’idea che si possano fare i “conti con la storia”. Sia chiaro, non secondo quella che viene definita come l’obsoleta e pericolosa abitudine ad indagare i processi e le cause che hanno condotto a determinati esiti, ma proprio dal punto di vista contabile, come li farebbe un banchiere svizzero o un agente di borsa di Wall Street. Ci vien detto che si tratta di “esorcizzare la violenza”, anche se rimane il dubbio che quel che si vuole  fare sia più semplicemente liberare la borghesia dall’oscuro senso di colpa che ne segna l’esistenza. Si tratta guarda caso di un’idea statunitense e corrisponde ad una funambolica teoria secondo la quale sono “gli avvocati che si possono assumere il monopolio di rappresentare tutti i perseguitati della terra”. Difficile – crediamo – pensarne una più bella: azzeccagarbugli dei più rinomati studi legali di New York impegnati a difendere l’anima (visto che dei corpi si è persa traccia da decenni se non da secoli) dei “dannati della terra”. Ma, sia chiaro – nessuna paura – la nazione che ha generato questa genia di superuomini , veri ubermenshen della “giustizia”, non ha mai accettato e non accetta che i principi che afferma possano valere per sé e per la sua classe dirigente.

Comunque sia, la “speranza del superamento della storia” – l’inesausto sogno della borghesia all’alba del XXI secolo – produce effetti tanto originali quanto perversi. I neri degli USA che hanno chiesto di essere risarciti per la loro riduzione nella più abietta delle forme di esclusione dalla dignità della vita si sono sentiti rispondere che a loro non spettava alcunché, poiché “ciò che conta è solo il presente”. Gli indigeni che furono espulsi dalle Black Hills nel lontano 1874 hanno ottenuto un risarcimento, ma molti fra essi si sono chiesti se si poteva barattare morte e miseria di generazioni con un pugno di dollari. La sentenza Mabo del 1992 che nei fatti avrebbe riconosciuto i diritti degli aborigeni australiani sulle loro terre è nei fatti sostanzialmente andata inevasa, dopo aver creato uno stato di allarme fra i colonizzatori bianchi del “nuovissimo continente”[28]. Per i Maori della Nuova Zelanda di fronte alla impossibilità di trovare una forma di reale risarcimento, ( come restituire ad un popolo 160 anni di vita rubata?) sono arrivate le “scuse” ufficiali della regina d’Inghilterra. Cosa se ne siano fatti i nativi di quelle terre è altro paio di maniche, visto che la terra nessuno la restituirà mai ai padroni originari, che per altro sono stati in gran parte massacrati e la cui cultura è andata pressoché distrutta.

Ma il paradosso della teoria del risarcimento si è verificato per il cosiddetto “oro degli ebrei”. Gli svizzeri sono stati costretti – pur di malavoglia – a restituire parte dei depositi che gli ebrei d’Europa avevano “messo al sicuro” nelle loro banche. Ma dove sono finiti questi danari? Nelle tasche dei legittimi proprietari o dei loro discendenti diretti? No! In quelle più capienti degli studi legali che avevano istituito le cause. Oltre all’estremo oltraggio la più crudele beffa, fa notare lo storico materialista che invita a diffidare da chi vuole esorcizzare la storia e in questo modo liberarsi in cambio di un piatto di lenticchie del fardello di macerie su cui è stato creato il primato culturale dell’Occidente[29].

Come è inciso sulle pietre del monumento che ricorda le vittime di Leningrado: “Nessuno dimentichi, nulla sia dimenticato!”.

 
F – DELLE RIVOLUZIONI COLORATE E DI QUELLE ALTRE

 
Gli ultimi anni del XX e soprattutto l’inizio del XXI secolo sono stati contraddistinti da un fantasmagorico susseguirsi di rivoluzioni cosiddette “colorate”. Da quella arancione a quella viola è stato un vero e proprio arcobaleno di movimenti sociali che sono stati presentati dai mass-media “democratici” e dai loro promoter pubblicitari come una serie di processi destinati a riportare attraverso le bandiere della libertà e della democrazia il buon ordine che era stato infranto dal disordine comunista[30]. Il nuovo millennio si è aperto, come fu il XIX, sotto il segno della inesausta alleanza fra “trono e altare”, nella nuova forma del primato del potere borghese e del libero mercato. Le borghesie hanno risollevato la testa, dando voce alle antiche parole d’ordine del principio di nazionalità, delle radici etniche, dell’onore, del diritto ad arricchirsi. L’antico invio di Guizot “arricchitevi” informa la nuova epoca! Tutti sono democraticamente stimolati ad arricchirsi senza guardare in faccia agli altri. Basta un computer per entrare nel grande gioco del mercato e poter lucrare. Ogni richiamo a principi di progresso sociale, di equità, di superamento delle diseguaglianze è visto come un segno di un estremismo che può in ogni momento essere colpito dal più pesante degli anatemi: quella di essere la matrice del disordine, del terrorismo. Di quel terrorismo che si è espresso negli “anni di piombo”. Come recita il titolo di un volume fresco di stampa: Anni ’70. I peggiori della nostra vita[31]. Fra gli estensori di questa silloge troviamo baroni accademici, pubblicisti, lobbysti della più varia pasta. Proprio coloro che, pur in una infinita varietà di forme e colori, hanno stimolato e fatto in modo che si realizzassero le rivoluzioni colorate, consolidando il proprio status di oligarchie di potere in una nuova alleanza con inedite oligarchie sorte come funghi nelle nuove “nazioni liberate dalla democrazia”. Che poi siano riusciti a trascinare in questo gioco larghe masse della popolazione, quelle stesse che hanno in prospettiva pagato il prezzo più duro della “novella libertà”, è stato solo il segnale del tragico logoramento di quella coscienza di classe che era stata la forza che aveva, almeno in parte, messo in difficoltà del “buon senso” dello sfruttamento capitalistico.

Un largo revisionismo segna la nostra vita in tutte le sue latitudini. Parlare di ragione, di progresso sociale, di uguaglianza è inattuale. Quella che stiamo vivendo è l’epoca dello spettacolo, del mito, della tecnologia senza limiti, delle forme più esasperate di individualismo. Su di noi incombe un’epoca di irrazionalismo che può gettare una ombra sinistra sul futuro.

 
G – DEL TEMPO

 
Walter Benjamin nelle sue Tesi di filosofia della storia ricorda come nel 1830 a Parigi i rivoluzionari spararono contemporaneamente agli orologi pubblici quasi per “arrestare il tempo” (arrêter le jour)[32]. Alla fine del XX secolo uno storico e politologo statunitense, Francis Fukujama, ha parlato de La fine della storia e l’ultimo uomo[33]. Sotto il segno del capitale la logica dello sfruttamento e della universale reificazione punta a far piazza pulita del tempo storico. La legge inflessibile, quasi ontologica, del mercato si impone come unico orizzonte significante. Fuori di esso e del suo totalitarismo si afferma che non vi è vita e senso. Lo stesso revisionismo degli storici dei regimi liberal-borghesi corre il rischio di apparire un vecchio arnese, una specie di soprammobile intellettuale che svolge una pura funzione ancillare, utile solo a riempire qualche pagina di giornale e a dar vita a qualche polemica fra accademici da dare in pasto a ciò che sopravvive dell’antica  opinione pubblica.

Di fronte alla arroganza del potere universalmente esteso il materialista storico deve continuamente rammentare che infrangere il continuum della storia è necessario al fine che il:

“maggior numero di esseri umani – e in prospettiva la loro totalità – pervenga a vivere in una contraddizione diversa da quella dominante”[34].

 
H – DEL POSTMODERNO E DELLE SUE APORIE

 
Il revisionismo storico è uno dei capisaldi concettuali del postmoderno, ovvero del progetto di riscrivere le coordinate spazio/temporali all’interno delle quali si viene a costruire l’esistenza individuale e collettiva dell’umanità. La nuova realtà che afferma di aver superato la dimensione del conflitto sociale si è costituita come un “carcere dorato”, organizzato intorno a un susseguirsi di pseudo eventi fabbricati ad arte da una realtà massificata che nega l’individuo e insieme un autentico vivere civile e a cui bisogna soggiacere pena l’emarginazione.

L’uomo postmoderno è un individuo che vive in un orizzonte costituito “a tutti i livelli dal consumo della vita”[35]. In questo quadro l’insieme delle conoscenze prodotte in una realtà quale è quella del postmoderno continua a svilupparsi come un pensiero che deve giustificare una società della pura alienazione.

Nella dimensione pubblicitaria, nella cultura prefabbricata delle mostre di un’arte trasformata in un repertorio di ricordi senza una reale incidenza sulla coscienza dei fruitori, nel rito dei premi letterari che si ripete stancamente, nella infinità dell’alienazione delle feste a cui non si può mancare, fino alla palude dei talk show e delle gare a premi televisive si respira chiaro il senso di un cinico disegno degli specialisti del potere e dello spettacolo, che provano disprezzo e nel contempo fruiscono senza remore di un cittadino ridotto a puro cliente.

Nel postmoderno il banale giunge così alla sua estrema enfatizzazione nell’elogio meravigliato per una macchina che funziona nella più radicale irrazionalità, riuscendo ciò nonostante ad affermare il proprio indiscusso primato.

 
I – DELLA CONDIVISIONE

Una pace senza verità è una falsa pace[36]

 
Il nuovo verbo dell’età del revisionismo storico è il superamento della conflittualità, di quella scia di sangue che dal 1793 avrebbe continuato a costituire il segno rosso della violenza contro i sacri principi di ordine, stabilità, rispetto della proprietà e della libera concorrenza che si afferma siano a fondamento del vivere umano. Di qui il richiamo a forme di reciproco riconoscimento simbolico tramite l’identificazione, super partes, di momenti dedicati alla costituzione di una memoria comune che si vuole la più lontana possibile da ogni forma di confronto e di affermazione delle differenze fra le diverse concezioni del mondo. L’idea di realizzare una “remissione dei debiti attraverso la politica” sembra rifarsi all’adagio evangelico: “rimetti i loro debiti …”; ma con l’accento del mercante nel tempio che, mentre  lo afferma, è li con lo sguardo occhiuto a verificare il valore delle monete che gli passano fra le mani. Si parla di guarigione dal passato, di presa di coscienza della necessità di porre fine al continuum delle violenze; e nel contempo si afferma fra le righe che l’unico ordine possibile è quello che la logica del profitto e dello sfruttamento impone agli uomini.

Ne è esempio probante la creazione nel Sud Africa de “La Commissione per la Verità e la Riconciliazione” che, nata sotto gli auspici di un nuovo orizzonte storico che nel riconoscimento delle reciproche colpe avesse la forza di mutare la logica del dominio sociale che di quella regione aveva fatto l’ultimo stato dominato dall’apartheid razziale, ha avuto come esito che nulla sia sostanzialmente mutato. Certo, la classe dirigente bianca ha dovuto cedere parte del potere ma la grande massa ha continuato a vivere e lavorare nella miseria di sempre[37].

Su tutto si è poi consolidata, nella cecità dei popoli e delle classi, l’ipocrisia del politico, l’autonomia di un ceto diventato potere oligarchico. Ne è ragguardevole esempio una legge del febbraio 2005 dell’Unione Europea che riconosce, al di là delle responsabilità dei colonizzatori, anche “gli aspetti positivi della colonizzazione”. Giunti a questo punto sembrerebbe che l’idea stessa che la storia sia storia fondata sulla capacità degli uomini di organizzarsi, di elaborare progetti, di lottare e progredire anche attraverso la conflittualità, appare del tutto esorcizzata. Al suo posto si riafferma la logica dello stato come garante del diritto, come responsabile della vita, della memoria e perfino della definizione di ciò che è storia. L’immagine dello Stato etico si staglia sullo sfondo della nuova società virtuale. Non appare allora strano che si sia potuto scrivere:

“Solo lo Stato può superare il rischio della concorrenza fra le vittime … Le minoranze attive per la difesa della memoria non possono ambire alla stessa forza dello stato che, solo, ci permette di iscriverci nella storia”[38].

Lo storico materialista di fronte a questo tragico carnevale di una filosofia della storia e dello stato si interroga:

“Non sarebbe ora che le vittime e i loro eredi si rivoltassero facendo piazza pulita di quella forma stato che è responsabile storica delle loro infinite sofferenze? La tragedia che ha segnato il percorso delle vittime della storia non è esorcizzabile con qualche vuota cerimonia. Nei loro confronti è dovuta la speranza che alla falsità della condivisione si sostituisca la verità di un mondo senza soprusi”.

 
L – DELLA STORIA SENZA SPIRITO

 
Quella che ci troviamo dinnanzi, ad opera degli storici revisionisti, ma spesso anche più semplicemente di quelli dell’accademia, è una “storia senza spirito”. Una storia che rifugge dal leggere la realtà e il percorso del cammino umano con lo spirito critico di chi, guardando oltre le rovine del passato, è capace di intravvedere ciò che si pone oltre i limiti imposti dal presente ed opera in tale prospettiva. Alla loro miseria di antiquari si oppone la voce del materialista storico.

“Molte vite abbiamo vissuto e molte speranze nutrito nella nostra vita, ma ogni volta che l’alba di un nuovo mondo stava per sorgere, la vecchia gente riapparve e ci rubò la vittoria, rimodellando la società nel modo antiquato al quale era abituata … Non vogliamo essere quella “gente di mondo” descritta dal nostro grande indimenticabile maestro che è stato Rousseau nella Lettre à D’Alambert, “così moderati, che trovano sempre che tutto va bene perché hanno interesse a che nulla vada meglio, che sono sempre contenti di tutto perché non si curano di nessuno …”. La verità è che sempre governi deboli o inetti verso i vecchi e i nuovi interessi costituiti hanno condotto (e conducono) alla fine della libertà e a governi più o meno autoritari; e, come diceva Camus, non basta criticare il proprio tempo, ma bisogna anche dargli una forma e una speranza per l’avvenire. Ed è appunto questo il compito (dello)storico: quasi senza speranza in questa vita che è stata un cimitero di speranze, vogliamo continuare a credere che le promesse tradite possano trasformarsi in certezze e vogliamo continuare a batterci perché ciò possa un giorno avvenire[39].

 
UNA CONCLUSIONE PROVVISORIA: QUALE PROSPETTIVA?

 
I processi politici e intellettuali che hanno permesso di riproporre a un’opinione pubblica facilmente suggestionabile momenti storici e modelli culturali che sembravano ormai consegnati ad un ben preciso giudizio storico stanno di fronte a noi. Sono lo sviluppo di un capitale senza confini né remore, che è riuscito, o almeno afferma di essere riuscito, a eliminare ogni contraddizione sul terreno delle sue “sorti progressive”. Le arcane leggi del mercato dominano ovunque e sembrano aver recluso ogni altra prospettiva, che sia estranea alla sua logica, nel limbo delle utopie.

Di recente ci è capitato di carpire, in una discussione fra persone che si professano democratiche, la seguente affermazione:

“sono un libero professionista, è probabile che camperei più o meno allo stesso modo sia che al governo avessi Hitler o Stalin. Leggermente meglio con Hitler, si sa che la destra è più protettiva verso le libere professioni …”.

Sia chiaro, nulla da scandalizzarsi,forse conviene semplicemente prendere coscienza che questo è il vero revisionismo che è penetrato a fondo nella società del liberismo senza confini ed è quello stesso in cui si dibatté la società di Weimar. L’esito lo conosciamo.

L’angelo di cui parlava Benjamin, se lo guardiamo con attenzione, non ha le ali spiegate. Lo sguardo, rivolto al passato, è sconfortato. La stessa speranza che lo spingeva verso il futuro appare oggi estranea alla sua prospettiva … E’ necessario invece che coloro che costituiscono le classi subordinate ed emarginate di questo mondo acquisiscano la forza per riprendere in mano quel sogno di libertà che gli è stato carpito dal totalitarismo della merce e dello spettacolo e che si costruisce nella fatica di una politica che sia davvero alternativa. Solo allora l’angelo della storia potrà riprendere a volare.

 

[1] Maurizio Meschia, Versicolì economici e sdegnosi, Odissea, 2009

[2] Si legga la prefazione di Rodolfo Wilcock a Matthew P. Shiel, La nube purpurea, Mondadori, 1975

[3] Il concetto di responsabile ha assunto improvvisamente un vero e proprio primato nel teatrino della neolingua. Le nazioni che hanno assalito la Libia sono “responsabili”, i transfughi dalla scissione di Fini nel parlamento italiano sono i “responsabili”. Mai tanto cinismo si è ammantato di responsabilità!

[4] Inutile citare altri migliaia di casi in cui questo linguaggio standardizzato e lontano da ogni realtà si è venuto imponendo.

[5] La dimensione populistico-demagogica di certa sinistra tradizionale con i suoi miti operaisti è davvero infinita!

[6] Nulla di più utile per ripensare a questo discorso sulla neolingua della lettura delle pagine di Peter Handke, Un disinvolto mondo di criminali, Einaudi, 2002. La sua analisi legata alla guerra in Jugoslavia può benissimo essere allargata a tutte le recenti guerre in cui i disinvolti paesi “democratici” hanno portato la loro “democratica libertà”.

[7] Sia chiaro qui non si vuole per nulla mettere in discussione la gravità delle tesi di Faurisson e soci, ma far notare come esse siano state la facile miccia per un discorso di ben diverso momento. Su questo tema per ultimo, se così si può dire,  F. Rotondi, Luna di miele ad Auschwitz. Riflessioni sul negazionismo della Shoah, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2005

[8] Si legga più in generale Domenico Losurdo, Il revisionismo storico. Problemi e miti, Laterza, 2002

[9] Due casi recenti fra i mille che si potrebbero annoverare in questa macabra lista. Il primo è costituito da un rilancio  di un libro di Gabriele Ranzato, L’eclissi della democrazia. La guerra civile spagnola e le sue origini (1931-1939), Bollati Boringhieri, a cui si aggiunge un nuovo volume: La grande paura del 1939. Come la Spagna precipitò nella guerra civile, Laterza 2011. Il dittico propone una rilettura revisionista della fase repubblicana, come dice chiaramente il titolo di un articolo che occupa ben due pagine di Paolo Mieli sul Corriere della Sera del 17 maggio 2011: Spagna, così la sinistra aprì la strada a Franco. Insomma è la sinistra responsabile del franchismo. Guarda caso la stessa tesi vale per i revisionisti di tutte le latitudini, per l’Italia di Mussolini piuttosto che per la Germania di Hitler e compagnia cantando!

Ma forse più macabro è il caso dei cosiddetti liberali russi, che hanno chiesto che siano modificati i nomi delle vie o delle piazze dedicate ai “boia” comunisti, fra cui quello di Rosa Luxemburg, accusata di terrorismo e di aver scatenato una guerra civile. Si legga Le fantômes de la place Rouge di Jean-Marie Chauvier, Le Monde diplomatique, avril 2011

[10] In questa festa degli orrori si può leggere, se si ha il fegato, il volumetto di Angela Pellicciari, I panni sporchi dei Mille, Liberal edizioni, 2009, dove attraverso una lettura tutta ideologica e manipolatoria di alcuni documenti si cerca di mostrare che il Risorgimento altro non fu che una congiura contro Pio IX.

[11] Si legga l’articolo di Alessandra Longo, pubblicato su Repubblica (13 aprile 2011), “Libri di testo comunisti e anti-Berlusconi” Il PDL chiede la commissione d’inchiesta

[12] Come dimenticare Ray Bradbury, Fahrenheit 451 e la sua cupa profezia di una società dominata dallo spettacolo e in cui i libri vengono “ritirati dal mercato”?

[13] C.J. Sansom, L’enigma del gallo nero, Sperling&Kupfer, 2003

[14] R. Mandel, Storia popolare illustrata della grande guerra, Armando Gorlini, Milano, 1933.

[15] Secondo la “formidabile” formula dell’irraggiungibile G. W. Bush

[16] Franco Fortini, Extrema ratio, Garzanti, 1990

[17] Si legga ad esempio: Maria Teresa Melodia, “Citysumers”, l’era del consumatore urbano alla conquista della città, Affaritaliani.it, 07-02-2011

[18] Marcello Flores, Tutta la violenza di un secolo, Feltrinelli, 2005

[19] Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, Edizione NET, 2010

[20] William Digby (1849-1904), scrittore e  giornalista inglese, è stato uno fra i più importanti intellettuali dell’età vittoriana

[21] Mike Davis, Olocausti tardovittoriani, Feltrinelli, 2002

[22] Alfred Russel Wallace (1823 -1913) naturalista e geografo gallese. Formulò una personale teoria evoluzionistica simile a quella di Charles Darwin nello stesso periodo in cui lo Darwin elaborava la propria

[23] Ovviamente ci si riferisce al discusso volume di Daniel J. Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler, Mondadori, 1997

[24] Peter Weiss, L’istruttoria, Einaudi, 1966

[25] Gore Vidal, La fine della libertà, Fazi editore, 2001

[26] Guy Debord, La società dello spettacolo, Massari editore, 2002

[27] Chris Bellemy, Guerra assoluta, Einaudi, 2010

[28] Per un primo approfondimento si veda: Barbara Faedda, Il diritto aborigeno e l’Australia, www.diritto.it/articoli/antropologia/faedda6.html

[29] Antoine Garapon, Chiudere i conti con la storia, Raffaello Cortina Editore, 2009

[30] Le rivoluzioni colorate “coronate da successo” si sono avute in Serbia (la cosiddetta Rivoluzione del  5 ottobre del 2000), Georgia (Rivoluzione delle Rose, 2003), Ucraina (Rivoluzione Arancione, dicembre2004 e gennaio 2005) e (benché con derive violente) Kirghizistan (Rivoluzione dei Tulipani, 2005). Inutile citare le “rivoluzioni” in Tunisia, in Egitto e quella fomentata dalla NATO in Libia ancora in corso, con la sua dose di “democratiche” bombe. Si legga fra l’altro Vikten Cheterian, Le strane rivoluzioni che avvengono all’est, Le Monde diplomatique, Ottobre 2005. Forse merita di essere letto su questo tema un intervento di Rossen Vassilev di Global Research, Il tragico fallimento del post-comunismo nell’Europa dell’Est, 11-04-2011,http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=23616

[31] AA.VV., Anni ’70. I peggiori della nostra vita, Marsilio 2011

[32] Walter Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, 1997

[33] Francis Fukujama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, 1992

[34] Franco Fortini, cit.

[35] Guy Debord, cit.

[36] Mendel di Kotzk in V. Malka, Così parlavano i chassidim, Edizioni Paoline, 1996

[37] La Commissione per la verità e la riconciliazione è stata creata nel 1995 da Nelson Mandela, poi si è allargata a macchia d’olio a infiniti altri casi. Oggi se ne contano più di 35 dal Cile al Ghana, dalle Isole Figi, alla Liberia, al Marocco e paradossalmente agli stessi Usa con creazione della Commissione per la Verità e la Riconciliazione di Greensboro (Greensboro Truth and Reconciliation Commission). Si può leggere su questo tema il discutibile volume di  Jaudel Étienne, Giustizia senza punizione. Le commissioni verità e riconciliazione, O barra O edizioni, 2010

[38] Antoine Garapon, cit.

[39] Franco Catalano, Dal trionfo dei fascismi alla resistenza europea, Vangelista editore, 1979

Giulio Toffoli – IPOTESI DI LAVORO SUL REVISIONISMOultima modifica: 2011-05-29T16:23:50+02:00da mangano1
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