Franca D’Agostini,Analitici e continentali: c’eravamo tanto odiati

30/08/2011 –
Analitici e continentali
c’eravamo tanto odiati

Unknown.jpeg

Tra le due tradizioni filosofiche che si sono confrontate dalla metà del ‘900 è il tempo delle contaminazioni. Anche nella vecchia Europa
FRANCA D’AGOSTINI

Nella seconda metà del Novecento la filosofia era divisa in due. Due tradizioni filosofiche «si spartivano la Terra» come disse, un po’ drammaticamente, il filosofo spagnolo Ferrater Mora: la filosofia analitica, diffusa soprattutto nei paesi di lingua inglese e in Scandinavia, e l’insieme di correnti attive quasi esclusivamente in Europa, che venne chiamato perciò filosofia «continentale». Di fatto, non c’era una vera uniformità nei due schieramenti, inoltre, mentre l’espressione filosofia analitica indicava bene o male una corrente filosofica, l’espressione filosofia continentale era ovviamente una connotazione geografica. È un po’ come dividere le automobili in «giapponesi» e «a trazione anteriore», commentò perplesso Bernard Williams.

Eppure, la distinzione si presentava come un fatto inequivocabile: per ragioni connesse principalmente al nazismo la filosofia analitica si era sviluppata lontano dall’Europa, diventando dominante appunto in zone non «continentali». Verso la metà del secolo, gli esponenti delle due tradizioni non avevano nessun contatto né occasioni di confronto, le riviste erano accuratamente distinte, anche i bollettini bibliografici principali erano diversi: il Philosopher’s Index per la filosofia analitica, il Répertoire bibliographique de la philosophie per la filosofia europea.

Negli ultimi decenni del Novecento, per varie ragioni (non ultima, la diffusione di alcune filosofie europee negli Stati Uniti) si iniziò a riflettere su questa evidenza, e a chiedersi se lo split dovesse essere colmato o no. Il dibattito su «analitici e continentali» divenne allora la sede di un confronto spesso polemico, in cui gli esponenti delle due tradizioni si accusavano a vicenda di non essere veri filosofi. La questione uscì poi dalle competenze della filosofia interessata alla propria identità, e fu presto allacciata ad altre questioni controverse, come il rapporto tra cultura scientifica e umanistica (si qualificò la filosofia analitica come «amica della scienza», mentre la continentale figurava come oscurantista o nichilista); o il rapporto tra America ed Europa: «l’Occidente diviso», come scrisse Habermas all’epoca della guerra in Iraq.

In effetti nella disputa «analitici/ continentali» entravano, più o meno direttamente, anche queste questioni. Ma il vero problema riguardava piuttosto la domanda: che cosa si fa in filosofia? Le due tradizioni sembravano (in parte sembrano) essere portatrici di due modi molto diversi di fare filosofia: un modo rigoroso, attento ai risultati dalla scienza, da praticarsi in sedi universitarie, e con scarsi contatti o nessuno con la vita pubblica (filosofia analitica); un modo stilisticamente libero, generalmente avverso alla scienza, interessato alla politica e alla vita pubblica (filosofia continentale).

Accanto agli irriducibili (per esempio Gianni Vattimo tra i continentali o Kevin Mulligan tra gli analitici) e ai transfughi (Richard Rorty analitico diventato super-continentale nel corso degli anni) nacque una nutrita schiera di bridge builders , che tentavano in vario modo lo scavalcamento filosofico dell’Atlantico, ispirandosi ai pionieri, come Ernst Tugendhat o Karl Otto Apel. Ma soprattutto cominciò la penetrazione sistematica della filosofia analitica in Europa. Di questa penetrazione ebbero grande merito le Società Filosofiche Analitiche, sorte nei diversi paesi europei, e consorziate nella Società Europea di Filosofia Analitica.

Quale è oggi la situazione, specie in Italia? La diagnosi non è molto difficile. La filosofia analitica in ambito accademico ha una certa priorità, specie in alcune discipline, più o meno tradizionalmente legate allo stile filosofico analitico, come la filosofia del linguaggio o la filosofia della scienza. La filosofia continentale – o meglio: lo stile filosofico continentale – domina quasi indisturbata in ciò che Habermas chiama «la sfera pubblica», ossia nei media. Quanto ai bridge builders , la «contaminazione» è praticata in alcuni settori, per esempio in Estetica (si vedano i lavori di Paolo D’Angelo) o in Ontologia (Maurizio Ferraris). In altri il confronto è ancora teso. Per esempio l’area della filosofia politica sembra divisa tra analitici rawlsiani (da John Rawls) e continentali foucaultiani-arendtiani (da Michel Foucault e Hannah Arendt).

Una circostanza incoraggiante è che alcuni requisiti tipici dello stile analitico, come la chiarezza e la cura per l’argomentazione, sono entrati nella pratica dei filosofi più giovani, che in Europa si sono ormai formati a entrambe le tradizioni. Questa doppia formazione nella maggior parte dei casi ha consentito di scegliere ciò che è preferibile, scartando le versioni caricaturali dei due «stili»: la tendenza analitica a spaccare il capello (il celebre hairsplitting ) perdendosi in distinzioni tanto sottili quanto irrilevanti; la tendenza continentale a declamare senza argomentare, ad asserire ieraticamente senza spiegare.

Franca D’Agostini,Analitici e continentali: c’eravamo tanto odiatiultima modifica: 2011-08-30T18:24:18+02:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento