Giulia D’Agnolo Vallan, Occupy Wall Street teme la neve ma intanto fa storia

FUORIPAGINA
30/10/2011
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  |   Giulia D’Agnolo Vallan
Occupy Wall Street teme la neve ma intanto fa storia

È il 43esimo giorno. Piove, c’è un vento freddo e cattivo. E per l’inizio del pomeriggio è annunciato l’arrivo di una prematura tempesta di neve. Ma questo sabato l’agenda di Occupy Wall Street è piuttosto fitta: alle dieci del mattino si parte da Zuccotti Park per una spedizione in metropolitana a Queens dove, in collaborazione con un gruppo locale (Occupy the hood), è prevista una marcia per la riappropriazione simbolica (cartelli, insegne, festoni..) di case vuote, sequestrate dalle banche perché i proprietari non potevano più pagare il mutuo. Alle due, in collaborazione con studenti e docenti della City University of New York, si terrà una manifestazione contro l’aumento delle tasse d’iscrizione. Più o meno alla stessa ora, davanti al municipio, in un evento cosponsorizzato dai sindacati delle minoranze e dalla National Association for the Advancement of Colored People, avverrà la proiezione di Sing Your Song, un documentario HBO su Harry Belafonte, seguito da un incontro con il grande attore/attivista, che ha già dichiarato pubblicamente appoggio e ammirazione per gli occupiers.
 
Non si sa se si ci sarà molta gente o meno, né se una delle iniziative di oggi avrà il seguito degli happening più fortunati del gruppo newyorkese (per esempio il volantinaggio che invitava a ritirare i propri risparmi da Chase o Citibank, o la marcia ‘uptown’ di fronte alla case dei miliardari), ma in un certo senso, non importa. Decine e decine di iniziative analoghe – più o meno di successo – si terranno in altre città americane – oggi, domani, dopodomani… Per ora l’onda non accenna a fermarsi.
 
Instancabile, in modo ostinatamente decentrato, volutamente «informe», idealista e pragmatico, simbolico e molto concreto, geniale e confuso, il movimento iniziato il 17 settembre scorso su stimolo della rivista canadese Adbusters con l’occupazione di una piazzetta privata a pochi metri dalla strada simbolo della grande finanza a stelle e strisce, diventa sempre più vasto e, a suo modo, «potente».
 
Il fatto che, fino ad ora, non abbia dimostrato interesse a interagire con l’establishment politico istituzionale e che non abbia prodotto una lista univoca di obiettivi traducibili in una trattativa legislativa di stampo tradizionale è stato, per i detrattori, motivo di scherno e, per i sostenitori, di preoccupazione (come capitalizzare su OWS in vista del 2012?). Ma il risultato di questi quarantatre giorni è, innanzitutto, una «rivoluzione» di quello di cui si parla.
Gli occupiers sono riusciti in ciò che un esercito di strateghi della comunicazione di sinistra (in primis quelli della Casa bianca) non ha saputo fare: sovvertire i termini del discorso. Tasse per i miliardari, ingiustizia sociale, avidità delle banche e delle grandi corporation, l’immagine di un 1% di «padroni dell’universo» contro un 99% che ne paga le priorità e gli errori… sono entrati nella conversazione di tutti i giorni – a Washington e nei media mainstream. È un allargamento dell’immaginario che, secondo un recente sondaggio della CBS e del «New York Times», riflette le preoccupazioni del 54% degli americani, e che comincia a fare una certa differenza.
 
È di venerdì, per esempio, la notizia che la Bank of America ha deciso di abbandonare definitivamente l’idea (annunciata a settembre) di addebitare ai propri clienti cinque dollari al mese per l’uso del bancomat. Anche altre grosse banche come Citibank e Morgan Chase, che stavano esplorando la medesima possibilità, hanno desistito.
Simultaneamente la Lower East Side People’s Credit Union, una delle piccole banche newyorkesi «raccomandate» da OWS (è di proprietà sindacale), ha registrato un numero record di nuovi clienti (troppi: non avevano abbastanza personale e moduli per gestirli), reduci da banche più grosse che hanno deciso di trasferire il conto da loro.
Non solo accademici, attivisti e celebrities delle cause liberal visitano, in flusso continuo e molto pubblicizzato, Zuccotti Park e altre sedi di questa manifestazione permanente. È sempre maggiore il numero degli esponenti del partito democratico che, anche da Washington, si dice a favore di OWS.
 
E persino il fronte repubblicano inizia a dare conto del grosso sostegno popolare registrato dal movimento. Tre settimane fa, il leader della maggioranza alla Camera Eric Cantor descriveva OWS come «una torma di gente arrabbiata». Ma, dopo aver frettolosamente cancellato un discorso alla Pennsylvania University perché tra il pubblico ci sarebbero stati membri di Occupy Philadelphia e dei sindacati locali, adesso garantisce che il partito repubblicano incoraggia una maggiore «mobilità dei guadagni». «Pericolosi» è il modo in cui Mitt Romney, il favorito alla nomination repubblicana per le presidenziali del 2012, descriveva gli occupiers all’inizio delle manifestazioni. Oggi, invece, condivide «la loro frustrazione». Su Google, OWS è molto più cliccato del «Tea Party» che sta cominciando a dar segni di patire quest’ondata di populismo di sinistra.
 
In difficoltà soprattutto i municipi delle città «occupate». A Oakland, Denver, Atlanta, Nashville e San Diego si è provato a gestire gli occupiers con le maniere forti -arresti evacuazioni, fino ai lacrimogeni e ai proiettili di gomma. I risultati sono stati o scarsi (gli occupanti ritornano) o catastrofici, come a Oakland, dove un veterano dell’Iraq gravemente ferito durante una carica della polizia è diventato un simbolo nazionale di fronte a cui il sindaco della città, Jean Quan, ha dovuto scusarsi.
 
A New York Michael Bloomberg non fa mistero della sua antipatia per i “residenti” di Zuccotti Park. Ma, dopo aver dovuto fare marcia indietro su un’evacuazione annunciata due settimane fa, adesso tenta tecniche più subdole. Venerdì mattina, alle otto e mezza, i vigili del fuoco si sono presentati al parco e hanno sequestrato i generatori elettrici. Scusa ufficiale, le «ragioni di sicurezza», ma è ovvio che la mancanza di energia per alimentare le stufe e l’illuminazione creerà problemi considerevoli con le nevicate imminenti…. Gli occupanti hanno reagito intensificando le richieste di donazione di sacchi a pelo e biciclette (è efficacissimo il sistema creato per ricevere sia denaro che oggetti vari).Questo week-end di brutto tempo sarà un test difficile. E l’arrivo del generale inverno rischia di averla vinta.
 
Il progetto, per ora, è restare lì a tutti i costi. Anche perché, non importa quanto l’uso della rete, dei social network, dei forum e persino dei media mainstream li stia aiutando, il successo di questo movimento è cominciato – e sta continuando – perché è legato all’occupazione fisica di una serie di luoghi e alla messa in pratica di un modello di vita diverso. In altre parole, ci ha ricordato quando sia importante «esserci».

Giulia D’Agnolo Vallan, Occupy Wall Street teme la neve ma intanto fa storiaultima modifica: 2011-10-31T16:24:27+01:00da mangano1
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