Augusto Illuminati, Governo clandestino

GOverno clandestino

di Augusto Illuminati
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27 / 11 / 2011

Le convocazioni del CdM non vengono fatte ritrovare nelle cabine telefoniche per l’unico motivo che le suddette sono state spazzate via dai cellulari. Per il resto nulla manca alla clandestinità, compresi i vertici fantasma dei segretari della maggioranza tripartita, scivolati di contrabbando per il tunnel che collega palazzo Giustiniani al Senato. Soprattutto clandestini (se non per Merkel e Sarkozy che li hanno giudicato “impressionanti”) i piani di riaggiustamento del bilancio e di estorsione per svariati miliardi di euri. Sappiano soltanto che saranno confezionati in “pacchetti” (versione ingentilita dei “pacchi” alla napoletana), secondo il conclamato mix di equità e rigore. Non c’è bisogno ‘a zingara per sapere che vi sarà un forte incremento del reintrodotto Ici e dell’Iva, mentre assai più prudenti, se non inesistenti, saranno i prelievi sui patrimoni. Sempre che la crisi, come tutto lascia prevedere, non precipiti con cifre e tempi accelerati, coinvolgendo tutto il sistema dell’euro e richiedendo sacrifici ben più cospicui. Il governo Monti registra oggi un consenso, questo sì, “impressionante”, che la dice lunga sullo sbandamento delle sinistre, Vendola compreso, e sulla vigliaccheria della destra: Berlusconi dovrebbe spiegare, una volta appurato che con gli spread c’entra fino a un certo punto, perché allora si è dimesso…Tuttavia il vero consenso per tale lenta iniziativa tecnocratica, quello dei mercati, gli sta mancando. I legami con la Goldman Sachs e con il partito americano, che vorrebbe ridimensionare e magari far naufragare l’euro, non è bastato, segno che la crisi è ormai fuori controllo e non si limita a una redistribuzione geo-strategica dei poteri finanziari e politici –anche se lì un giorno potrebbe andare a parare.

Cominciamo a fissare un paio di punti.

Primo: chi parla di «rivoluzione dall’alto» tende a leggere il “riformismo” tecnocratico come una rivoluzione passiva, che si fa carico di parte delle esigenze disorganiche dal basso adattandole però a un progetto organico di riorganizzazione della società accompagnato da un’imposizione ideologica, un mix di restaurazione e rinnovamento in particolari situazioni di equilibrio delle forze o di crisi (nei noti e differenziati esempi gramsciani di Napoleone, Risorgimento italiano, fascismo e fordismo). Tale prospettiva si attagliava alle strategie di welfare dell’epoca fordista, una risposta capitalistica democratica all’Ottobre, con la variante totalitaria nazista. Più difficile, invece, ne sembra l’applicazione al neoliberismo, che si limita –oltre alla cooptazione trasformistica del ceto dirigente di un’opposizione fallita e sfibrata– a mistificare concetti quali riforme, rivoluzione liberale, eguaglianza delle opportunità, merito, ma ben poco concede alle rivendicazioni sporadiche dei subalterni e assai duramente ne attacca le conquiste passate in termini di diritti e livelli salariali, smantellando Stato sociale, sanità e istruzione pubblica gratuita. Dopo la versione clownesca del neoliberismo offerta da Berlusconi in combutta con Gheddafi e Putin, arriva quella quaresimale del governo Monti e dei tecnici-professori, che promette interventi più incisivi e (forse) qualche compensazione nel quadro della flexsecurity. La maggiore seriosità ha avuto finora il prezzo di una messa in mora delle procedure democratiche e delle verifiche elettorali. Probabile che preluda a sacrifici più pesanti delle disinvolte manovre estive di Tremonti, aromatizzati con una disarmante mitologia dell’austerità da usare come clava di fronte a qualsiasi resistenza e rivendicazione.

Secondo: l’involucro “tecnico” e l’insopportabile aura bocconiana della manovra non può nasconderne il nucleo essenziale, cioè il ruolo motore e il tocco conclusivo del Presidente Napoletano. Con questa crisi di governo non solo è stata sospesa l’ordinaria democrazia parlamentare ma si è dato avvio di fatto a una conversione del sistema politico in semi-presidenzialismo alla francese. Per carità di patria, pensiamo a De Gaulle 1958, anche se non sono irrilevanti le analogie con la presidenza Pétain 1940, approvata –guarda guarda– con 569 deputati a favore, 80 contro e 30 astensioni… Dunque, in non casuale concomitanza con i progetti di reintroduzione del Mattarellum uninominale, complemento ideale di un sistema semi-presidenziale, si è adottata, senza variazioni costituzionali formali, una prassi di quel genere, in deroga al parlamentarismo ufficiale ma dopo una lunga abitudine di svuotamento assembleare mediante la ripetizione dei voti di fiducia e l’enfasi sulla dipendenza diretta del governo dal voto popolare. Con un colpo di scena, favorito dall’implosione della maggioranza e dell’uscita di senno del suo leader carismatico nonché dall’incapacità dell’opposizione di sostituirlo (sia rovesciando i numero parlamentari sia forzando l’anticipo delle consultazioni), un Presidente non eletto dal popolo ha imposto un governo di fiducia, rastrellandogli intorno una vastissima quanto eterogenea e precaria maggioranza e rendendo impossibile qualsiasi alternativa, in primo luogo il ricorso alle urne prima della scadenza naturale. Non ripeto qui le puntuali analisi già svolte da F. Brancaccio (La Terza Repubblica del Presidente?) su Global. L’arma di ricatto –quello che fu l’invasione tedesca per Vichy o la rivolta militare in Algeria– è stata offerta dall’ascesa vertiginosa degli spread fra i titoli italiani e i Bund tedeschi, ma ciò significa che se i sintomi della crisi che hanno favorito l’operazione non dovessero sparire, tutta la virata semi-presidenziale andrebbe a puttane. In caso di successo anche parziale e di stabilizzazione del debito italiano, è pronto un consolidamento, vista l’età di Napolitano, e cioè l’ulteriore santificazione di Monti a Presidente della Repubblica, magari con poteri rafforzati, e l’insediamento di Casini (ma ora si parla anche dell’uomo forte, Passera) alla testa dell’esecutivo: in entrambi i casi con una cospicua restituzione dell’esperienza cattolica centrista.

Il modo fallimentare con cui i due maggiori partiti, Pdl e Pd, hanno gestito la fine dell’èra Berlusconi li disarticolerebbe nel nuovo regime, riversandone le componenti moderate nel nuovo blocco di centro e spargendo intorno schegge impazzite anti-europee e fascisteggianti.
Anzi, il ridimensionamento dei due maggiori partiti, già per conto loro discreditati, è una precisa scommessa di Napolitano: si tratta a destra, una volta ibernato il pagliaccio di Arcore, di spezzare il PdL in una minoranza innocua e in una preponderante accolita filo-centrista, a sinistra di condizionare o destituire Bersani con un’aggregazione a sostegno delle “riforme” –vecchio sangue migliorista non mente! L’offensiva contro il responsabile economico Fassina ha un burattinaio poco occulto. Il punto debole del progetto è la fragilità del beneficiario, il centro di Casini e degli sparuti comprimari Fini e Rutelli.. Il semi-presidenzialismo gollista aveva e a lungo conservò fino al declino sarkozista un supporto consistente in un partito storico sperimentato che ha conosciuto vari nomi e frazionamenti fino all’Ump di oggi, mai comunque scendendo sotto il 20%. Il ricompattamento dell’arcipelago centrista dopo il crollo della Dc è dunque un’urgenza improcrastinabile ma tutt’altro che agevole. Tutta la macchina della rappresentanza nella sua forma terminale di Stato dei partiti è però andata in tilt e, almeno in Italia, non sembra avere un futuro.

Il contesto obbligato ma improbabile per il successo di questa temeraria dislocazione costituzionale è che la stabilizzazione economica funzioni e si esca dalla recessione italiana ed europea e che l’Europa commissari de facto l’Italia per il periodo necessario. Tanto che già si parla di piani B, in cui il ruolo commissariale viene attribuito al Fmi, in conformità alle propensioni Usa dell’ex-consulente della Goldman Sachs. Molto dubbio appare però che un simile disegno possa andare in porto: certamente non nel medio periodo, al massimo per un anno o due. La grande manovra costituzionale, di cui l’inserimento nella Carta del pareggio di bilancio e della dittatura del mercato è solo la foglia di fico, testimonia per un verso della necessità di adattamenti periodici, tradisce per l’altro l’arroganza insensata dei neoliberisti, la componente ideologica di una prassi autoimmune e autodistruttiva. Quale direzione potrebbe invece prendere una riforma costituzionale dal basso, una III Repubblica dei movimenti che si faccia strada nella fessura fra l’esautorazione effettuale del troppo unanime Parlamento e il probabile flop dell’iniziativa Napolitano-Monti?

Augusto Illuminati, Governo clandestinoultima modifica: 2011-11-29T11:58:15+01:00da mangano1
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