Aldo Giannuli, Il caso Bisignani-P4

Il caso Bisignani-P4
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Sin dal giorno dell’arresto di Luigi Bisignani si è parlato di “caso P4”, con evidente riferimento alla P2 di Gelli cui, nel 2010, si dette un seguito (giornalistico) con la cd P3, una cricca di affaristi, faccendieri, politici e  magistrati dediti ad “aggiustare” sentenze e appalti. Per la verità, non si capisce perchè questa di oggi sia cosa diversa rispetto a quella precedente, visto che il giro della cd P3 è in larga parte coincidente con quello della attuale P4, ma questo è secondario. Il punto più importante è che questa formula giornalistica rischia di  confondere le idee più di quanto non le chiarisca.
Evocare il precedente della P2 fa pensare ad una associazione segreta, con tanto di liste di affiliati, schede di adesione, cariche sociali ecc. Non è affatto detto che qualcosa di simile non esista da qualche parte e neppure è possibile escludere che Bisignani  e/o altri protagonisti di questa vicenda non ne facciano parte, e, d’altra parte è lecito chiedersi sino a che punto organismi come l’Aspen non svolgano una funzione analoga. Ma, per ora nulla ci dice che questo organismo debba necessariamente esistere e che Bisignani ne sia a capo.

Quello che abbiamo sono le registrazioni delle sue conversazioni, le sue agende, la sua rete di rapporti ed un mazzo di deposizioni che riferiscono di fatti e comportamenti, ma non tirano in causa alcuna organizzazione segreta o no. Unico e vago riferimento assimilabile a qualcosa del genere è quello che ha detto Tremonti ai magistrati parlando di “cordate” nella Guardia di Finanza, ma, come vedremo, si tratta di una cosa a sè stante e “cordata” non significa organizzazione.

Quello che abbiamo davanti è una ragnatela di rapporti da cui scaturiscono  episodi di corruzione, di condizionamenti del terzo e del quarto potere, di intrighi politici e finanziari, di carriere troncate e di rapide ascese.
Bisignani presenta tutto questo come una attività di lobbing, lamentando che in Italia le lobbies non siano riconosciute e regolamentate per legge. E, in effetti, negli Usa molte delle sue attività –come la raccolta di fondi per sostenere la campagna elettorale di un partito o di un candidato e la conseguente attività per ottenere benefici di legge a favore dei sottoscrittori- sarebbero considerate tipiche attività da lobbista. Ma, per la verità, anche negli Usa farebbero qualche fatica a considerare attività come lo spionaggio nei confronti di istruttorie penali o il condizionamento corruttivo di gare d’appalto  attività di lobbing per quanto pesante.

Soprattutto, temiamo, sarebbero poco comprensivi nei confronti di illeciti tributari o di pressioni sui mass media.
Piuttosto, questo caso sembra offrire un mirabile spaccato del potere in Italia al tempo di Berlusconi.

Il primo dato che balza agli occhi è proprio l’alta informalità di questa rete di potere: nessun rapporto di subordinazione formale lega Bisignani alla Prestgiacomo o a Scaroni o a Masi, nè risulta che egli ricopra una qualche carica istituzionale o nel Pdl e neppure che abbia avuto una qualche delega formale da parte di Berlusconi. Eppure dalle tre “ministre” a Frattini, da Scaroni a Masi, da Papa a Santini tutti hanno ritenuto di doverlo consultare e di considerare in sommo grado il suo illuminato parere. Ed è lui stesso a definirsi uno che, in ambienti e momenti particolari deve essere consultato. Per quanto possa godere di ascendente personale, ci si chiede in nome di quale potere egli debba essere consultato nelle scelte di potere più delicate. Di qui l’idea che lui –novello Licio Gelli- sia a capo di un qualche organismo para massonico da cui scaturirebbe questo potere.  Forse è così, ma questo non è affatto necessario. La forza di Bisignani sta nella sua grande capacità di tessere relazioni e nel capitale di informazioni che ne deriva.

Letta è stato sincero quando ha detto: “ Luigi è persona brillante e bene informata. E’ amico di tutti. E’ l’uomo più conosciuto che io conosca. Bisignani è uomo di relazioni”.
Appunto, un uomo di relazioni molto ben informato. E questo ha un valore  inestimabile nell’epoca della globalizzazione neo liberista, che ha segnato una brutale caduta dei tassi di trasparenza del potere politico ed economico. E’ proprio questo tipo di globalizzazione che implica una predominanza del potere finanziario, per sua natura vocato alla massima opacità. Ed è altrettanto ad essa che dobbiamo il ritorno alla brutale logica della geopolitica basata su rapporti di forza in gran parte costruiti attraverso l’azione dei servizi di intelligence (ovviamente coperta dal più fitto segreto).

Ma quando il potere si fa tanto opaco, l’informazione diventa un bene raro e, perciò stesso, ad altissimo valore aggiunto. Forse una P 4 o 3 esiste, ma Bisignani (che fu il più giovane piduista) non ne avrebbe bisogno, perchè lui stesso è una “P2” vivente.
Anche la definizione di “faccendiere” (versione spregiativa di lobbista) che gli viene attribuita, quasi per un riflesso condizionato, gli va decisamente stretta, lui è molto di più ed è anche di più di un lobbista come ce ne sono tanti. Egli è il “manager del potere nascosto”. Una nuova figura professionale (se ci si passa l’espressione) che unifica  diversi profili professionali precedenti ed al massimo livello: il lobbista, l’avvocato d’affari, il public relations man, il consulente finanziario, il mediatore di conflitti, il tutto con una spiccata vocazione all’intelligence e con qualche punto di somiglianza con il “consigliori” mafioso. Una figura richiesta proprio dagli assetti di potere attuali che fondono politica e finanza, che chiedono costante aggiornamento informativo ma che, soprattutto, sono caratterizzati da una forte carenza di regole.

Questo ultimo punto richiede qualche spiegazione. Il neo liberismo ha avuto uno dei suoi presupposti logici fondamentali nella eliminazione del maggior numero possibile di norme statali, sostituite dalle “regole spontanee” del mercato e dalle conseguenti norme pattizie (e, infatti, ci sono anche giuristi eminenti come Taubner o Galgano) che parlano di una nuova lex mercatoria, che ormai sommerge la sovranità statale. Ed, infatti la deregulation è stata una delle parole-chiave della cultura neo liberista.

Soprattutto nei rapporti fra politica ed economia, questo processo di deregulation è stato il presupposto per una crescente confusione di ruoli, come dimostra abbondantemente il dilagare dei “conflitti di interesse” (che non è una peculiarità solo italiana ma ormai pervade di sè tutti i paesi occidentali). D’altro canto, nel tempo della “liquidità”, per usare l’espressione di Bauman, anche le categorie del pensiero politico, a cominciare dall’idea di guerra, di sovranità, di diritto, di democrazia ecc. perdono i loro contorni per diventare una prassi sempre più informale e  meno regolamentata.

In Italia tutto questo è stato amplificato dal processo di sostanziale decostituzionalizzazione dell’ordinamento aperto dal referendum golpista di Segni ed Occhetto nel 1993. Il conseguente scioglimento dei partiti politici (sostituiti da coalizioni ed ectoplasmi a vocazione carismatica) ha ulteriormente spinto in questa direzione. Il risultato è, appunto, la generalizzazione del metodo delle “cordate”, cioè alleanze trasversali fra pezzi di potere politico, apparati burocratici, finanza, servizi segreti, mondo dei mass media ecc. Ma le “cordate”, appunto, non sono organizzazioni o istituzioni e vivono sin quando ci sia convergenza di interessi, per riaggregarsi in altre cordate perdendo vecchi partners ed acquisendone di nuovi. Una forma di organizzazione del potere basata solo sulla convenienza del momento, quindi, per definizione, instabile, ma, soprattutto, “coperta” e priva di regole cogenti.

E’ in questo quadro che acquista funzione la presenza di personaggi come Bisignani: questa assenza di regole condivise e questa organizzazione del potere per rete clanica esige la presenza di mediatori che compongano i conflitti, spianino la strada agli accordi, favoriscano la conclusione di affari. Tutte cose che richiedono senso politico, vasta rete di relazioni, conoscenze di ordine giuridico, economico e politico, ma soprattutto grande abilità nella raccolta di informazioni riservate. Per questo possiamo parlare di “manager del potere nascosto” che è ben altro che un semplice faccendiere o, se si preferisce, lobbist.

Sempre sul filo di questa riflessione sulle trasformazioni del potere merita qualche parola in più la vicenda della Guardia di Finanza. Tremonti ha parlato ai magistrati della Procura napoletana di una cordata di alti ufficiali della GdF e del rapporto privilegiato di essa con il Presidente del Consiglio (quindi, sottintendendo, contro se stesso), in vista della successione dell’attuale Comandante Generale. Ma ha pudicamente sfumato sull’esistenza di un’altra cordata rivale, che sta con lui. La stessa frase “Niente metodo Boffo con me” autorizza a pensarlo, potendosi leggere sia come un richiesta o una sfida politica, sia come un avvertimento.

Si tratta quindi di una lotta interna fra due componenti del corpo, che hanno trovato ciascuna il proprio referente politico, appunto, secondo il modello delle cordate trasversali di cui dicevamo prima.
Il fenomeno non è affatto nuovo, come non lo è il coinvolgimento delle fiamme gialle in un certo tipo di scandali: già in occasione dell’affaire Telekom, quattro o cinque anni fa, emerse la rivalità fra la cordata del Generale Pollari e quella del suo predecessore e già in quella occasione era stato possibile notare le differenze rispetto al passato, quando, pure, c’erano state rivalità interne ma con altri comportamenti. La prima diversità del passato l’ha notata lo stesso Tremonti accennando alle conseguenze della normativa che ha premesso, per la prima volta, agli ufficiali del corpo di accedere al posto di Comandante Generale, sino a quel punto riservato ai generali di Corpo d’Armata di altre armi (gli ufficiali della GdF, come peraltro quelli dei carabinieri, si fermano al grado di generali di divisione, non avendo il corpo unità di livello superiore). E questo ha avuto, con ogni probabilità, il suo peso nel  determinare questo scontro, ma, probabilmente si tratta solo dell’epifenomeno, mentre ci sono cause più profonde.

Anche in questo caso è il contesto generale a fare da bussola. Sino agli anni ottanta, la GdF è stata il nostro corpo di polizia meno rilevante, per numero e per influenza politica, mentre la scena era ampiamente dominata da carabinieri (che controllavano il servizio di informazioni militari) e polizia (che controllava l’Ufficio Affari Riservati). La Gdf ha sempre avuto numerose attribuzioni spesso esclusive (polizia tributaria, guardia di confine, sorveglianza e repressione del contrabbando, repressione delle falsificazioni di moneta ecc) ma ha avuto sempre una posizione marginale nella raccolta informativa di interesse politico che, sino agli anni ottanta, era il cuore del potere.

A partire dagli anni novanta abbiamo assistito ad una costante ascesa politica delle fiamme gialle che, alle competenze di sempre hanno aggiunto quella della sicurezza valutaria ed economica del paese e della connessa raccolta informativa. Di riflesso è cresciuto il potere del corpo  i cui comandanti sono anche diventati direttori del Sismi in due occasioni (cosa mi accaduta prima). In particolare con l’arrivo al servizio di Nicolò Pollari e la costituzione del nucleo “guerra economica” del Sismi, il rapporto fra servizio militare e Gdf divenne particolarmente rilevante. Si è trattato dell’ovvio riflesso del primato della finanza sull’economia e sulla politica ulteriormente esaltato dall’alto livello professionale del corpo.

Istituzionalmente, la GdF è sempre stata alle dipendenze personali del Ministro delle Finanze, una particolarità del corpo, dato che i carabinieri, pur inseriti nel Ministero della Difesa, non sono alle dipendenze del Ministro come anche la Polizia rispetto al Ministro dell’Interno. Con l’unificazione del Ministero delle Finanze con quello del Tesoro (che ha sempre avuto un suo particolare apparato informativo) si è creata una concentrazione di potere senza precedenti che ha il suo riflesso anche di natura informativa e, nell’attuale architettura di potere la Guardia di Finanza è una delle principali caselle da controllare, ponte istituzionale fra politica ed economia.

Dunque, non sorprende affatto che su questo particolarissimo organo di polizia si scarichino tensioni ed appetiti ben più forti del passato, tanto più che il permanere della dipendenza funzionale dalla persona del Ministro (una anomalia su cui riflettere) politicizza ulteriormente il corpo.

Tornando al caso Bisignani, osserviamo come esso non sia del tutto comprensibile al di fuori  dell’ondata di scandali del 2010 che ne sono stati l’immediato antefatto (Protezione civile, Finmeccanica, Propaganda Fide-Ior, Verdini ecc.)  nei quali spuntano qui e lì le fiamme gialle. Ma tornano anche diversi nomi di oggi e torna soprattutto Finmeccanica, la grande holding delle armi italiane, di cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze è l’azionista di riferimento con il 32,4% delle azioni (nessun altro azionista raggiunge il 3%). Oggi Finmeccanica rappresenta una delle voci attive di maggiore importanza della nostra bilancia commerciale, in particolare nel settore delle armi individuali e, più ancora, nel settore aerospaziale, nel quale si è conquistata una posizione di riguardo a livello mondiale.

Tutti settori che, da sempre, hanno un forte odore di tangenti  in entrata ed in uscita e nei quali operano istituzionalmente i servizi militari (tanto l’Aise ex Sismi, quando il Sios che ha compiti diretti di sorveglianza nelle fabbriche di armi). Ma soprattutto settori che hanno bisogno vitale della rete di relazioni internazionali più vasta possibile: potreste immaginare un campo d’azione più adatto ad un uomo come Bisignani? Tanto più che egli ha grande familiarità con l’Istituto Opere di Religione, presso il qual disponeva, sin dai primissimi anni novanta,  di un conto coperto intestato ad una inesistente Jonas Foundation.

Dunque, tirando le fila di questo lungo ragionamento, si ha la sensazione che la materia abbia avuto, sin qui, un trattamento troppo condizionato dalle analogie con il passato. Certamente nel sistema di relazioni di Bisignani ricorrono molti elementi che furono propri della P2, della quale esso è, per molti versi,  il diretto sviluppo. Ma ci sono anche aspetti propri come l’altra informalità, la prevalenza dell’economia sulla politica, la diversa composizione sociale dell’area di riferimento ecc che trovano la loro spiegazione negli effetti del processo di globalizzazione neo liberista, sul piano internazionale, e sulle trasformazioni del sistema politico sul piano interno. Pertanto si rende necessaria una riflessione più ampia sulle trasformazione dei rapporti di potere che vada ben al di là delle responsabilità personali di Bisignani.

Aldo Giannuli

Aldo Giannuli, Il caso Bisignani-P4ultima modifica: 2011-12-10T15:10:55+01:00da mangano1
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