fed la sala, In Ungheria svolta xenofoba e razzista

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Decine di migliaia in piazza contro la nuova costituzione

In piazza. Centomila a Budapest contro la nuova Costituzione voluta dal premier Orban
Divieti. Stretta sulla libera informazione, stravolto il ruolo della Banca centrale, limitazioni ai diritti
Ungheria, fa paura all’Europa la svolta ultra-nazionalista

«È il declino della democrazia, una nuova dittatura», denunciano i maggiori intellettuali ungheresi. Bruxelles e Fmi bloccano i negoziati con Budapest. E qualcuno pensa che il Paese possa venire espulso dalla Ue
di Roberto Brunelli (l’Unità, 04.01.2012)
Umorismo magiaro, lo chiamano. «Hey Europa, scusaci per il nostro primo ministro» c’era scritto su uno dei cartelli dei manifestanti che sfilavano lunedì sera per le strade di Budapest. Settantamila, secondo la polizia, centomila per gli organizzatori: cifre comunque inedite in Ungheria, che la dicono lunga sulla profonda inquietudine che ormai attanaglia il Paese, nel quale finora le mobilitazioni muovevano poche centinaia di persone. Questa volta è diverso. Davanti all Teatro dell’Opera c’erano i militanti i partiti della sinistra, certo, ma anche gli ambientalisti, i movimenti della società civile, cittadini comuni. Turbati, oltreché infuriati, per la radicale svolta fieramente reazionaria del governo guidato da Viktor Orban. Una svolta che preoccupa non solo Bruxelles, ma anche Parigi, Washington, l’Fmi. Una svolta cupa e piena di ombre, che fa dire ad un diplomatico di lungo corso, come l’ex ambasciatore americano Mark Palmer, che «l’espulsione dell’Ungheria dalla Ue oggi non è più una prospettiva impensabile».
Sotto accusa c’è la nuova Costituzione, fatta approvare dal premier con un colpo di mano ed entrata in vigore il primo gennaio. Un testo che «distrugge lo Stato democratico», come denuncia in una durissima lettera-appello un gruppo di ex dissidenti ungheresi. Gente che se ne intende di repressione e di Stati totalitari, visto che tra loro figurano storici come Janos Kenedi, scrittori come Gyorgy Konrad e attivisti per i diritti umani come Miklos Haraszti, gente che tra il 1956 e il 1989 non esitò ad opporsi apertamente ai governi comunisti dell’epoca e che oggi non esita a parlare di «declino della democrazia» e di «avvento della dittatura». L’accusa della piazza e degli intellettuali, la preoccupazione delle istituzioni europee ed internazionali, è che Orban abbia preparato il terreno per «rimuovere pesi e contrappesi democratici e di perseguire la sistematica chiusura delle istituzioni indipendenti». Con i numeri di cui dispone, il premier ha potuto agevolmente cucirsi addosso una legge fondamentale su misura: duramente criticata anche dal segretario di Stato Usa Hillary Clinton, la nuova Costituzione non solo rispolvera concetti cari al nazionalismo magiaro, come la Corona di Santo Stefano, ma si scatena su ogni aspetto della vita civile e pubblica. Dal divieto del matrimonio gay al giro di vite sul pluralismo dell’informazione, fino all’indipendenza del sistema giudiziario: il tutto nel nome di Dio, come spesso capita in questi casi.
CONTROLLO TOTALE
Con il suo partito, Fidesz, l’autoritario primo ministro occupa i due terzi dei seggi parlamentari. Una forza che gli ha permesso di stravolgere anche il ruolo dell’autorità monetaria. Nel penultimo giorno del 2011, con apposita legge, Orban ha de facto sottomesso la Banca centrale ungherese al potere politico. La nuova norma fonde l’istituto di emissione del fiorino con l’autorità di controllo finanziario (Pszf), esautorando così il governatore Andras Simor, notoriamente sgradito a Orban, e arriva sinanche a metter mano ai meccanismi che determinano i tassi d’interesse.
L’Europa è in grave ambasce per quello che ogni giorni di più si profila come il «caso Ungheria». Bruxelles, attraverso il portavoce della Commissione Olivier Bailly («siamo molto preoccupati»), fa sapere che si riserva di analizzare i testi costituzionali per verificare la loro compatibilità con il diritto europeo. Bailly ricorda anche che a dicembre Ue e Fmi hanno interrotto i negoziati preliminari sulla richiesta di aiuti finanziari (15-20 miliardi) avanzata da Budapest e che «ancora non è stata decisa» una data per l’avvio delle trattative formali, previste per gennaio. E a Orban che ha dichiara di non ritenere «cruciali» tali negoziati, l’Unione europea ribatte che la modifica dello statuto della Banca centrale è ritenuta una possibile «violazione dell’articolo 130 dei Trattati». Lo stesso presidente Barroso pare abbia «più volte» esercitato pressioni su Viktor Orban: senza alcun effetto visibile. Anche il ministro degli esteri francese, Alain Juppé, lancia l’allarme: «A Budapest c’è un problema oggi». Parigi chiede l’intervento della Commissione europea «nel rispetto del bene comune di tutti i Paesi europei e dei grandi valori democratici». Il sospetto è che sia troppo tardi.
Giorgio Pressburger. La svolta a destra dell’Ungheria
 
“Fermiamo questi zombi xenofobi e razzisti”

di Elisabetta Reguitti (il Fatto, 04.01.2012)
Nessuno può permettersi di considerare marginale quello che sta accadendo in Ungheria”. Lo scrittore e regista Giorgio Pressburger parla nella giornata in cui l’Ue annuncia di voler verificare la compatibilità della nuova Costituzione con il diritto europeo. Contro la Carta, decine di migliaia di ungheresi sono scesi in piazza per chiedere le dimissioni del premier conservatore Viktor Orbán.
Professore chi sono gli “zombi” ungheresi?
È l’immagine delle figure che tornano dal passato più nero dell’Ungheria che agitano i sentimenti nazionalisti, xenofobi e razzisti. Intendo le squadracce che ricordano molto quelle fasciste. Gli obiettivi punitivi sono le popolazioni Rom ma un servizio di questo genere può essere utilizzato anche per altro, soprattutto in un clima di deriva autoritaria come questo.
Cosa è davvero cambiato nella Repubblica ungherese?
Che hanno tolto “Repubblica”. Si è tornati alla denominazione originaria di Paese magiaro, un modo soft per dare un segnale forte della direzione che ha preso questo governo che sottopone tutti i mezzi di comunicazione a uno stretto controllo. L’ultima emittente radiofonica indipendente chiamata Club Rádiò sarà chiusa a febbraio. I magistrati verranno scelti e nominati dal governo. Si teme che possano essere messi in galera gli esponenti dell’ex governo ora a capo dell’opposizione, potrebbero sparire soldi pubblici. Si temono ritorsioni. Potrebbe accadere di tutto, nel silenzio assoluto perché i mezzi di comunicazione sono nelle mani del nuovo esecutivo.
Orbán ha vinto con il 60% dei voti.
Vero. Gli elettori erano troppo scontenti degli ultimi anni di governo di sinistra. Ha pesato molto la profonda crisi economica. L’Ungheria non ha materie prime o risorse naturali, ha solo cervelli e intellettuali che verranno messi nella condizione di non potersi esprimere. Penso a una filosofa come Ágnes Heller che ha sempre lottato contro la deriva antisemita e che ora verrà oscurata. Poi c’è il partito Jobbik (terza forza politica), gli stessi che accusarono i rom di essere i responsabili della riduzione del livello di vita degli ungheresi in questo periodo di crisi.
L’altra sera a migliaia sono scesi in piazza per protestare.
Cinque mesi fa quando sono tornato a Budapest ho sentito abulia tra le persone. L’abulia è un brutto stato d’animo e se aggiungiamo che le notizie sono molto filtrate mi chiedo se quello che si vuole fare sapere è esattamente ciò che avviene anche sulle manifestazioni. È fondamentale che nessuno consideri la situazione ungherese qualcosa di dissociato dagli altri paesi. L’Ungheria è l’unica nazione in tutta l’Europa centrale dove si è arrivati a tanto ma non va dimenticato che due guerre mondiali sono scoppiate in quell’area geografica.
Orbán ha annunciato che l’Ungheria potrebbe anche uscire dall’Europa.
Il Primo ministro ungherese non vede di buon occhio l’appartenenza all’Ue perché non vuole condividere le direttive con nessuno. Ma l’Europa è e rimane un’enorme potenza culturale ed è stato un miracolo che si realizzasse. Per l’Ungheria uscirne sarebbe una pazzia, un gesto di pura follia. Io non mi intendo di economia, oggi tutti parlano di economia. Io preferisco parlare delle persone che non hanno sufficienti mezzi di sostentamento. E poi io scrivo, continuo a scrivere, segnalando i pericoli e gli “zombi” che si aggirano per l’Europa.
Il morbo antico che avvelena l’Ungheria

di Bruno Ventavoli (La Stampa, 04.01.2012)
Erano in centomila i manifestanti la scorsa notte intorno al Teatro dell’Opera, tra i palazzi e i viali più eleganti di Budapest, per protestare contro la nuova carta costituzionale voluta dal premier Orbán e votata dal solo centrodestra. Erano tanti, molti più del solito, in una società civile inebetita dalla crisi economica, ma come inutili ragazzi della via Pál combattevano per un grund ormai perso.
Dentro al Teatro, con orgoglio e luminarie, il governo ha invece festeggiato l’architettura del nuovo Stato bocciato dalla comunità internazionale. Il pacchetto prevede una Banca Centrale sottomessa al potere politico (ideona bizzarra in questo momento di turbolenza finanziaria), insieme alla Corte Costituzionale e ai media (molti giornalisti dissidenti sono già stati licenziati dalla legge-bavaglio sulla stampa), i dirigenti dell’attuale partito socialista possono essere processati retrospettivamente per «crimini comunisti» prima dell’89, e tanti altri dettagli, dagli ungheresi all’estero al matrimonio etero. Il risultato è un Paese più autoritario, antimoderno, che allarma la Ue, l’America di Obama. E il fondo monetario internazionale, che ha congelato i negoziati per un maxiprestito al fiorino esanime.
Orbán, nato liberale, ma presto contaminato dal populismo, e l’estrema destra degli Jobbik, hanno portato a galla un’anima reazionaria che ha preso in contropiede l’Occidente. Chi ha letto i romanzi di Márai o Krúdy forse stenta a riconoscere nella realtà quelle atmosfere letterarie. Ma è proprio lì la chiave per capire i borborigmi fascisti della nuova Ungheria. Márai, come molti altri scrittori nati nel secolo breve, raccontava lo splendido mondo borghese della grande Budapest imperial-regia (il suo capolavoro, non a caso, è «Confessioni di un borghese»). Brillantezza intellettuale, tolleranza, quella civiltà delle buone maniere indagata da Elias, amore patriottico compensato da un naturale e brillante cosmopolitismo. Non poteva essere così, per chi era nato in case foderate da libri dove si parlavano in famiglia, correntemente, tre-quattro lingue. La borghesia era stato il motore dell’Europa moderna, ovunque. Anche in Ungheria. Ma con un problema. Lungo il Danubio, la borghesia, dopo secoli di guerre e dominazioni straniere, era nata in ritardo. E nonostante gli splendori della Belle Époque, era fragilissima.
Quando Márai scriveva, quel mondo borghese già non esisteva più, sepolto dalle macerie della prima guerra mondiale. Terrorizzato da una breve e sanguinaria rivoluzione bolscevica, poi tranquillizzata dal fascismo di Horthy, che però amava simboli, parole d’ordine, pennacchi, nazionalistici e feudali. Negli oltre quarant’anni di democrazia popolare, dal ’48 in poi, naturalmente, l’eutanasia della borghesia è proseguita.
L’economia di mercato introdotta da un giorno all’altro nell’89 ha ridato ossigeno alla classe media. Ma non è bastato. Il fiorino cagionevole ha presto spento i sogni di benessere, di rinascita, di prosperità a livelli occidentali, liberando il campo alle paure e agli orgogli nei quali l’Ungheria è vissuta per secoli, incuneata tra Occidente e Oriente. I valori della democrazia, del pluralismo, del dialogo, della diversità, sembrano superflui e accantonabili nella vita quotidiana dove è faticoso fare la spesa e pagare le bollette. Torna la tentazione del ripiegarsi su se stessi, appigliandosi all’idea di una Grande Ungheria, magari con un pizzico di ottuso vittimismo, per ciò che è successo nel corso della Storia, dalle guerre col turco, all’invasione sovietica, al trattato di pace di Trianon voluto dalla Francia che tolse alla fine della Grande Guerra due terzi del Paese.
Nei momenti di difficoltà, per antico morbo, l’Ungheria più che sentirsi parte del continente rimarca la sua fiera alterità suicida, corroborata da quella lingua dolce e altaica che nessuno in Europa capisce. Quando Orbán ha sfidato la comunità internazionale con la nuova costituzione, «Nessuno può sindacare su quel che facciamo», parlava anche in questo spirito. Le riforme, la modernità, il mercato, possono attendere. Meglio affidarsi a miti imprecisi di purezza, di sacralità della terra (che può essere comprata con quattro fiorini dagli stranieri della globalizzazione), di uomini forti al comando. Ancora una volta la classe media è stata stritolata, dalla farragine dello Stato e dall’inflazione. Ancora una volta torna la tentazione non di sconfiggere gli avversari politici, ma di cancellarli, processarli, zittirli. Ma per non perdere di nuovo i cugini ungheresi dalla famiglia europea, bisogna capire perché si sono ammalati.
 
Parla la filosofa ungherese Agnès Heller
“Questa voglia di democrazia è un nuovo inizio”

All’Europa chiediamo aiuto nel suo interesse, l’autoritarismo è contagioso
Intervista di A. T. (la Repubblica, 04.01.2012)
BUDAPEST «La gente in piazza può essere un nuovo inizio, ma l’autocrazia resta. L’Europa deve aiutarci aiutando i media indipendenti poveri, ostacolati dal regime. Nel suo interesse: l’autoritarismo è contagioso». Agnès Heller, massima intellettuale ungherese di oggi, analizza lucida la crisi magiara.
Quanto conta il nuovo trend di protesta?
«È importante. Molte nuove organizzazioni, da “Szolidaritàs” a “Quarta repubblica”, voglia di libertà di stampa, di diritti civili, libertà della proprietà privata e libertà d’imprese contro gli oligarchi».
Che regime è quello di Orbàn?
«Orban dice: “noi siamo i più grandi, sappiamo fare tutto meglio, gli altri non capiscono quanto siamo bravi, noi siamo il modello per tutta Europa”. Peggio che nazionalismo, è folle mania di grandezza».
Nuova Costituzione, addio Banca centrale… si va verso una dittatura?
«È già una dittatura. Con un distinguo: un dittatore tipico decide su tutto, anche di vita e morte della gente. E può chiudere le frontiere. Qui non c’è la pena di morte e la gente può ancora viaggiare. Molti giovani qualificati vogliono andarsene, non ne avremo più a casa. Se Orbàn potesse chiudere le frontiere lo farebbe».
Fino a quando non potrà?
«Non possono ancora, non sono così pessimista. Hanno abolito il sistema di checks and balances costitutivo della democrazia. Non possono fermare le critiche dall’esterno, vitali anche qui. Qualche media indipendente vive ancora. Ma non è libertà. È come le voci tollerate sotto Horthy (ndr. il dittatore di destra che governò dal 1919 al 1944)».
Horthy è un modello per Orbàn?
«Non so quale sia il suo modello. Orbàn è Orbàn. Come tutti i tiranni è convinto di essere il solo ad avere ragione, e chi non è d’accordo con lui non è ungherese. Né Berlusconi né Putin lo hanno mai detto. Cuore straniero, quasi come dire “sangue straniero”, viene definita l’opposizione».
Fascismo?
«Non amo i paragoni. I partiti siedono in Parlamento. Ma il Parlamento è diventato una macchina per votare le leggi senza dibattito. Con le istituzioni attuali non ci sarebbe più possibile entrare oggi nell’Unione europea. La gente ha paura sul posto di lavoro, ovunque. Paura di venire licenziata senza ragione con ogni pretesto legale di “ristrutturazione” se critica il governo, se non gli piaci».
L’Europa può muoversi?
«Nel suo interesse. La paura è diffusa in tutta la società, nei media pubblici restano solo opportunisti incapaci o chi teme di perdere lo stipendio. Ma molti credono a chi dice che la crisi è colpa di finanza internazionale, America, Israele. Slogan anticapitalisti e anticomunisti rafforzano il consenso del regime, l’idea di cospirazione internazionale e anche ebraica paga ancora, molti sono apatici».
Insisto, cosa può o deve fare l’Europa?
«Aiutare i nostri media indipendenti, e parlare chiaro. Ma prima di tutto dobbiamo aiutarci da soli».

fed la sala, In Ungheria svolta xenofoba e razzistaultima modifica: 2012-01-06T12:33:08+01:00da mangano1
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