Gianfranco La GrASSA,GRANDE CONFUSIONE SOTTO IL CIELO, SITUAZIONE PESSIMA

GRANDE CONFUSIONE SOTTO IL CIELO, SITUAZIONE PESSIMA di GLG 26 apr. ‘12

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1. I sondaggi danzano acrobaticamente da un giorno all’altro. Inutile seguirli nel loro dare o non dare credito al governo dei “tecnici”; mediocri come specialisti e zelanti come servi del disegno proveniente da oltreatlantico con precisi referenti, “al più alto livello istituzionale”, nella “semicolonia” Italia e presso la sua “borghesia compradora”. Le uniche sensazioni (non certezze) sono quelle relative ad una qualche diminuzione della popolarità del governo presso la “base elettorale” della sedicente sinistra e di un calo molto più sensibile in quella della “destra”, in particolare nel Pdl, arrivato a bassi livelli nelle intenzioni di voto rispetto ad un anno fa, a causa proprio di una crescente insoddisfazione (direi intolleranza a volte) nei confronti del Berlusconi “coniglietto con macchia e paura”. Poiché c’era il pericolo di uno smottamento elettorale verso la Lega, si è pensato bene di tirare fuori i suoi scheletri dagli armadi, che erano evidentemente ben noti già da tempo. Dirò di più: sono convinto che hanno lasciato fare lo “sporco lavoro” all’ex ministro degli interni, che adesso, con tipica inversione delle sequenze cause-effetti, sostengono fosse spiato del cosiddetto “cerchio magico” leghista; sarebbe comunque stato normale che lo fosse, già qualcuno evidentemente sapeva che il pericolo da lì proveniva, dati i suoi non ignoti rapporti con i “tutori” filo-atlantici (esteri e italiani) dell’attuale operazione governativa.

In questa specifica congiuntura, è difficile appurare se dietro agli avvenimenti dell’ultimo anno (tutto sommato, diciamo pure dalla fine del 2010) ci sia o meno un disegno preciso. Io propendo sempre per la “strategia del caos” nella sua particolare versione “del pantano”. Non manca ovviamente un disegno, però appena abbozzato e sbilanciato più verso l’aspetto distruttivo e di creazione della massima disgregazione politico-sociale che verso un nuovo indirizzo costruttivo; salvo forse un abbozzo molto approssimativo. Per comprendere meglio la differenza con manovre passate, credo sia opportuno fare un confronto tra la tutto sommato “scalcagnata” campagna giudiziaria odierna e quella detta “mani pulite”. Il confronto è utile proprio perché ormai non esiste più da almeno due decenni una, sia pur torbida, lotta politica – che implicherebbe l’esistenza di schieramenti abbastanza ben delineati in fatto di programmi e obiettivi posti, di ideologie e “concezioni” del mondo (sociale) diverse o contrapposte, ecc. – ma solo la pantomima relativa alla corruzione e alla pulizia (anche “etica”) da compiere. 

Poiché di “mani pulite” (iniziata nel 1992) abbiamo parlato più volte, sarò sintetico e darò per scontato che si sia consapevoli del suo carattere di sporca manovra politica dettata da oltreatlantico dopo il crollo del socialismo e soprattutto del “grande nemico storico”, l’Unione Sovietica, già in appannamento con l’ascesa di Gorbaciov. In effetti, la regia fu complessa ma certamente era soprattutto in mano ad ambienti statunitensi; in particolare, come quasi sempre, democratici. Gli Usa hanno avuto spesso ottimi contatti con la mafia siciliana, sia per lo sbarco alleato del 1943, sia per tutta l’oscura trama che vide l’autonomismo siciliano in azione soprattutto con il “bandito Giuliano”, sia per l’installazione della base americana a Comiso, forse anche per l’eliminazione di Mattei (qui sarei più cauto), ecc. Con “mani pulite” si ebbe la “consulenza” (termine ironico) del cosiddetto pentito Buscetta. Ricordo, come episodio non chiave ma comunque rivelatore, che costui aveva cominciato a parlare pure di Cossiga, e la stampa americana iniziò a tirare in ballo quest’ultimo troppo spesso. L’ex presdelarep – lo rivelò più tardi lui stesso – fece sapere a “chi di dovere” che, se non la si smetteva, avrebbe rivelato i retroscena degli accordi tra Usa e mafia per non avere disturbi (manifestazioni o altro) da parte dei maggiori partiti italiani durante la suddetta messa in opera della base di Comiso. E fu lasciato in pace.

Dopo il crollo del socialismo, citerò un altro episodio minore da considerarsi quale “segnalazione” di quanto stava avvenendo. Andreotti manifestava apertamente di non essere troppo soddisfatto e più volte fece pensare perfino al rimpianto (cioè preoccupazione) per l’accaduto; evidentemente, ma lo si capì dopo, egli riteneva probabile un cambiamento storico di primaria grandezza anche in Italia. Craxi fu molto meno lungimirante, forse pensò veramente che si trattasse della rivincita della socialdemocrazia sul comunismo, mentre Occhetto parlò, da sciocco e trombone, del prossimo millennio come di un periodo di pace e prosperità; in ciò dimostrando però quali accordi già fossero in corso con gli ambienti “cospirativi”, ispiratori del cambio di regime in Italia. In realtà, cadeva la funzione di scudo protettivo, di argine alla possibile espansione del soviettismo verso ovest, dei partiti (soprattutto di uno) che si erano impossessati nel 1947 di tutto il governo in Italia grazie alla presenza delle truppe alleate, al piano Marshall, alla tambureggiante campagna sulla “cortina di ferro” e altre operazioni varie; possesso poi certo sancito dalle elezioni del 18 aprile 1948.

 

2. Il crollo socialistico e sovietico aveva creato l’impressione, anche presso gli americani, dell’ormai instauratosi monocentrismo degli Usa in sostituzione del mondo bipolare (appena incrinato dalla presenza del “terzo polo” cinese). Dc e Psi erano sicuri partiti filo-atlantici, non si vede perché gli Usa non dovessero fidarsi di loro. Al fine di comprendere la preferenza per un mutamento radicale dello schieramento al governo in Italia, è necessario andare al di sotto della “scorza”. I partiti, che avevano retto le sorti del paese fino ad allora, erano soprattutto anticomunisti e antisovietici più ancora che filoamericani. Una volta caduto il pericolo sedicente comunista, avrebbero potuto anche sviluppare una politica non certamente sovranista (quest’idea sarebbe balzana), ma comunque meno piegata ai diktat della Nato (cioè degli Usa) soprattutto in direzione del mondo arabo, ecc. Non bisogna scordare due fatti rilevanti. La Dc aveva ereditato il controllo dell’industria pubblica (e delle BIN, le banche di interesse nazionale), nazionalizzata dal fascismo con la creazione dell’Iri: tale settore industriale fu anzi esteso dopo la guerra con Eni ed Enel. Ciò creò continui sordi (talvolta manifesti) contrasti con la Confindustria, guidata in particolare dall’impresa privata italiana più importante, la Fiat.

Indubbiamente, vi fu spesso la polemica, di parte piciista (quando tale partito era ancora fondamentalmente all’opposizione e sosteneva ufficialmente il “socialismo”) contro l’industria pubblica che favoriva quella privata; ricordo le critiche alle Acciaierie di Cornigliano Ligure (Iri) che avrebbero fornito acciaio a sottocosto alla Fiat. Tuttavia, in generale, l’industria pubblica (si pensi in specie all’Eni, ma non solo) si trovò spesso in contrasto con quella privata; ad es., quando fu lanciata la “concertazione” (accordo Lama-Agnelli del 1975 sulla scala mobile). La sfera economica pubblica era controllata per lo più dalla Dc (salvo entrature socialiste all’Enel e alla Bnl). Nel 1976 prese la segreteria socialista Craxi, che pretese di contare maggiormente, ma non mi sembra ottenesse uno strepitoso successo; uno dei motivi, credo, per cui tentò pure operazioni di rafforzamento di settori industriali privati collegati al suo partito (si fa spesso, al proposito, il nome di Berlusconi).

L’accordo di “concertazione” tra gran parte della Confindustria (al seguito di Agnelli) e il sindacato (soprattutto il maggiore, controllato da uomini del Pci), poi il “compromesso storico” spronato dagli Usa, sono momenti salienti di un’operazione durata oltre vent’anni. In effetti, il mutamento di casacca del Pci – operazione condotta in sordina ma che fu cruciale per gli eventi italiani successivi – inizia già alla fine degli anni ’60; credo approfittando perfino del regime dei colonnelli greci, cui il Pci si oppone mentre gli Usa ufficialmente l’appoggiano. Tuttavia, tramite complessi rapporti con il Pc greco clandestino (a maggioranza filosovietico, ma con una minoranza “sedotta”, diciamo umoristicamente così, dall’incipiente “eurocomunismo”, cioè dalle viscide manovre del Pci), inizia lo spostamento di campo di ambienti comunisti italiani (ed europei), che non vanno confusi, nel modo più reciso, con la socialdemocratizzazione di altri settori piciisti, restati in ogni caso agganciati ad una politica non prona agli Usa e favorevoli semmai all’ostpolitik.

L’operazione di spostamento “a ovest” riceve un impulso decisivo con la segreteria Berlinguer e dopo il colpo di Stato in Cile; su tali problemi, in cui s’inquadra pure il “terrorismo” (termine del tutto sbracato e ingannatore), l’affaire Moro, ecc., non posso che rinviare a quanto detto in altri miei interventi con annessi interessanti commenti di alcuni lettori del blog. Qui mi preme rilevare l’interesse dell’industria privata (che controlla Confindustria) alle operazioni “congiunte” del Pci con ambienti statunitensi. Faccio una digressione. L’8 settembre del ’43, l’industria privata italiana (certo strutturata diversamente rispetto a quella di trent’anni più tardi) fu tra i protagonisti del “tradimento”; non credo che il motivo, comunque non certo il primario, fosse la possibilità di impadronirsi dei settori pubblici, del resto rifiutati quando Mussolini glieli offrì un anno dopo la nazionalizzazione, attuata per salvare imprese varie dalla crisi.

In ogni caso, nel dopoguerra, l’unico partito popolare che potesse contrapporsi al Pci era la Dc (appoggiata dalla Chiesa, mai in fondo del tutto china davanti agli Stati Uniti). Tale partito ne approfittò per controllare l’Iri; anzi, come già rilevato, lo potenziò con altre imprese pubbliche di grande rilevanza. Non vi poteva essere dubbio che si sarebbero create frizioni con gli ambienti di tipo liberaloide – cui aderirono anche gli “antifascisti del tradimento”, gli eredi degli “azionisti” (che all’inizio contavano personalità di ben altra levatura e conio) – favorevoli alle privatizzazioni e al presunto “libero mercato”, soprattutto liberato da eccessivi interventi dello Stato. Con la precisazione che quei “liberali” (repressori incalliti all’interno delle loro aziende) erano contrari agli interventi statali correttivi e di indirizzo; molto favorevoli invece a quelli assistenziali e di finanziamento (diretto e indiretto) delle loro imprese e di settori parassitari o comunque non strategici.

 

3. In definitiva, dobbiamo oggi rivedere molti giudizi dati allora con troppa superficialità. Dc e Psi (soprattutto dopo la svolta craxiana) erano appunto partiti anticomunisti, che approfittarono del mondo bipolare per accaparrarsi buone fette del potere e fare affari per l’economia italiana, ma certamente con loro vantaggio che fu spesso pure vantaggio della sfera industriale pubblica. E quando si ha il potere, venire a raccontarci che non esiste alcuna corruzione è una grande menzogna. Tanto più che vi è la necessità, non solo dei partiti ma anche di alcuni loro gruppi dirigenti o perfino di singoli leader, di accantonare riserve in caso di “disavventure” (tipo quella di Craxi espatriato in Tunisia). Finché quei partiti sono al potere, tutto va bene, ma quando il loro tempo scade e s’indeboliscono, subiscono l’assalto degli sciacalli; e anche questo è nella norma (ma è proprio allora che servono le “riserve accantonate”).

Il Pci – lo ribadisco, non nelle sue componenti di socialdemocrazia riformista, anzi proprio in quelle “radicali”, marce e corrotte, recuperate spesso dal movimentismo del ’68 e anni seguenti – divenne il migliore referente degli Usa e dell’atlantismo. Non era certo un partito anticomunista, ma sicuramente antisovietico (pur con frazioni di opposto indirizzo al suo interno, sempre più minoritarie ed infine costrette all’uscita dopo l’aperto tradimento) e soprattutto “vergine” nella sua nuova veste ideologica e di schieramento politico. Non controllava la sfera economica pubblica, malgrado alcuni tentativi effettuati in passato. Si schierò quindi dietro ad Agnelli (e Confindustria) – si ricordi del resto la più tarda battuta rivelatrice di D’Alema sui “capitani coraggiosi” quando vendette ai privati la Telecom, con la compiacenza del direttore del Tesoro Draghi – “tutti insieme appassionatamente” in piena combutta e servitù nei confronti degli Usa. Agnelli (in quanto leader della Confindustria) fu infatti il referente italiano (chiamiamolo referente) della “manina d’oltreoceano” che organizzò il golpe, mascherato da operazione di giustizia, nel 1992 e seguenti. E tuttavia utilizzò soprattutto, nella sfera politica, i post-piciisti: “i miei interessi di destra sono meglio difesi dalla sinistra”, frase pronunciata in appoggio a tali loschi figuri poco prima della disfatta da essi subita ad opera di Berlusconi nella primavera del ’94.

Si rammenti pure un ulteriore fatto non indifferente. Durante la “grande crisi” degli anni ‘30, con l’irizzazione di parte delle imprese industriali (e bancarie) italiane, si costituì in Italia una nuova struttura del cosiddetto capitale finanziario, che considero qui nella sua accezione leniniana di simbiosi tra capitale bancario e industriale. Non vi è dubbio che i marxisti, e pure alcuni pensatori radical di parte “borghese” (termine approssimativo), consideravano prevalente nella simbiosi il capitale bancario, secondo l’esperienza tipica del capitalismo tedesco all’epoca dell’imperialismo e della prima guerra mondiale. Il capitalismo statunitense (non più borghese, anzi quasi mai stato tale, bensì dei funzionari del capitale, di tipo insomma manageriale come ben teorizzò negli anni ’40 Burnham) era differente, e lo divenne ancor più con il New Deal: nella simbiosi prevaleva quello industriale. Le grandi imprese (corporations) di questo settore si autofinanziavano abbondantemente, creavano gruppi bancari al loro interno, da essi controllati appunto al fine del proprio autonomo “accreditarsi”.

 Anche nel dopoguerra, specialmente in ambito marxista – penso al Capitale monopolistico di Baran e Sweezy, ma pure ad un dibattito interno a Critica marxista tra fine ’60 e inizio ’70 – si continuò a porre in luce questo mutamento nell’ambito della simbiosi tra banca e industria; sempre però con la malsana idea degli stadi ormai irreversibili. In realtà, pur con forme di manifestazione differenti, dati caratteri possono tornare (il titolo di un mio libro è di per sé significativo: Tutto torna, ma diverso). Oggi è molto difficile stabilire priorità stabili e definitive, tanto meno irreversibili, nel rapporto tra banca e industria. Il problema va spostato in altro ambito, come sto facendo già da molti anni.  

In ogni caso, nel sistema Iri, non meno che nel capitalismo americano (in particolare nella fase della grande crisi anni ’30), la banca era in qualche modo funzionale al finanziamento dell’industria. Ben diversamente da quanto accadde più tardi nell’industria privata italiana, in particolare alla Fiat dove non a caso – soprattutto negli anni ’80, quelli della propaganda intorno alla qualità totale, alla robotizzazione e informatizzazione dei processi lavorativi in vari reparti, fenomeni enfatizzati pure dai mediocri e insensati intellettuali operaisti derivati dalla degenerazione sessantottesca – vinse in pieno la mentalità dell’operazione finanziaria (e dell’interesse da guadagnare anche a spese dei profitti industriali), come si vide nello scontro tra Romiti e Ghidella (favorevole al pieno sviluppo del ramo industriale), con il primo che fu premiato da Agnelli e prese la direzione del gruppo aziendale.

 

4. Questa mentalità da parassiti degli industriali privati italiani, questa tendenza continua a succhiare le risorse del paese tramite lo Stato, che deve finanziarli e assisterli in vari modi, è all’origine delle storture del sistema Italia, dei continui conflitti tra industria privata e pubblica, con quest’ultima sostenuta appunto da buona parte (non da tutto, sia chiaro) del vecchio regime liquidato con “mani pulite”. Concertazione, compromesso storico, subordinazione piena ma nascosta del Pci agli Usa negli anni ’70 – vanamente contrastata da est e da settori del Pci, magari già socialdemocratizzati ma non antisovietici come i “radical chic” che si finsero maoisti e filo-cinesi per meglio mascherare le loro lerce manovre da rinnegati – furono tappe essenziali del processo che poi sfociò nel golpe giudiziario degli anni ’90, quando l’Urss si dissolse. Ribadisco che il tradimento del Pci (dei suoi settori eurocomunisti) si consumò soprattutto in combutta con gli ambienti democratici americani. Furono questi ad accompagnare e seguire per bene il viaggio di Napolitano nel ’78; e li ritroviamo in ogni appuntamento che segna i peggiori momenti della subordinazione italiana agli Usa, dal governo D’Alema a quest’ultimo di Monti.

Gli interessi della Confindustria italiana al suddetto golpe giudiziario sono fin troppo evidenti; mettere le mani sullo Stato finanziatore e assistenziale e, come ciliegina sulla torta, privatizzare i settori redditizi dell’industria pubblica che fascismo, prima, e poi la Dc si erano alla fine riservati in quanto base non indifferente del loro potere (per quanto, lo ripeto, con scarsa lungimiranza di Mussolini che voleva ricedere tali settori ai privati ad un anno dall’irizzazione, intenzione per fortuna rifiutata dai miopi e parassitari industriali italiani). Sia chiaro che le privatizzazioni – seguite all’indebolimento e poi eliminazione della prima Repubblica – non erano lo scopo principale dell’industria privata italiana, per nulla migliorata rispetto a quando rifiutò l’offerta di Mussolini.

Essa pensava soprattutto alla possibilità di liquidare il regime Dc-Psi, di cui quell’industria rappresentava pur sempre un punto di forza; inoltre, poi, si sarebbe pure potuto cedere quest’ultima a settori esteri per lucrarci sopra, svendendo completamente, da autentici gruppi subdominanti antinazionali, ogni nostro punto di forza strategico. Questa è d’altronde la stoffa di cui sono fatti gli industriali privati italiani, felloni e traditori sempre, senza alcuna visione che non sia piccola e meschina. E sono simili miserabili intrallazzatori che dovrebbero entrare nel nuovo (sic!) partito della nazione pensato dal quell’altro loro pari (nella sfera degli apparati amministrativo-politici) che è Casini con i suoi compari nefandi; oppure nel nuovo partito progettato da Berlusconi, che tenta di coinvolgervi pure il nemico di pochissimi anni (direi anche mesi) fa, Montezemolo.

Credo che gli interessi americani, malgrado l’azione della “manina d’oltreoceano”, siano stati meno cogenti. Per mera analogia storica, i gruppi dominanti statunitensi hanno probabilmente qualche somiglianza con quelli inglesi che, a metà ‘800, appoggiavano i cotonieri del sud degli Usa. Il liberismo (il libero commercio internazionale) è sempre stato negli auspici dei gruppi d’interesse prevalenti nel paese preminente centrale in epoche diverse del capitalismo, poiché i settori avanzati del paese in questione ne risultano esaltati mentre negli altri paesi si sviluppano principalmente settori produttivi ad essi complementari. L’Inghilterra, primo e a lungo unico paese fortemente industrializzato, preferiva che il “Portogallo producesse vino” (sto citando l’esempio fatto da Ricardo per spiegare i vantaggi derivati dai “costi comparati” nei diversi paesi produttori ed esportatori) e che negli Usa prevalessero appunto i cotonieri così come in Germania i grandi proprietari terrieri, ecc. Oggi, data l’industrializzazione generalizzata nei paesi capitalistici avanzati, agli Stati Uniti interessa la preminenza dei settori di passate stagioni dell’industrializzazione nei paesi considerati “periferici”, e tenuti il più possibile in questa situazione di dipendente complementarietà.

Certamente, però, vi erano pure interessi strategici di tipo politico e militare che consigliavano un’Italia nettamente subordinata, mentre durante il bipolarismo esigenze politiche avevano consigliato di lasciare qualche briglia allentata nel controllarla. E di questo approfittarono appunto Dc e poi Psi, senza troppo contravvenire, sia chiaro, alla sudditanza sostanziale all’alleanza atlantica, il che significava subordinazione agli Stati Uniti, d’altronde centro regolatore, a quell’epoca, del sistema economico capitalistico occidentale, tanto da impedire l’esplodere di crisi economiche del tipo anni ’30. Con la presunzione, dei primi anni ’90, di essere ormai in fase monocentrica, assicurarsi una più stretta dipendenza italiana – tramite le frazioni di partiti (maggioritaria quella in auge nel Pci) ormai in pieno rinnegamento del loro passato politico e ideologico – era per gli Usa un’occasione da non perdere. Questo l’intreccio di interessi tra dominanti centrali statunitensi e i subdominanti del tipo di quelli al vertice della Confindustria italiana (i “cotonieri”), intreccio che infine condusse alla dissoluzione della prima Repubblica dopo l’implosione del campo socialista e dell’Unione Sovietica.

Agnelli – un tipico “stratega del capitale”, non un imprenditore schumpeteriano né un manager d’azienda – dimostrò tuttavia la sua insipienza manovriera in politica guidando l’operazione tramite il Pds (ex Pci) di Occhetto. Berlusconi, di cui nessuno poteva mettere in dubbio l’anticomunismo viscerale e il filo-americanismo, aveva dimostrato già allora la sua capacità di tradimento degli “amici” (Craxi in quel caso). Fu però obbligato a difendersi e alla fine dovette decidersi – causa l’impossibilità di mettere in piedi altri schieramenti contrastanti il piano Usa-Confindustria – a scendere in politica, con le conseguenze quasi ventennali già più volte da noi illustrate. Perché fu provocato in quel modo? Era interesse di alcuni altri industriali di impossessarsi delle sue aziende? Non mi convince. Ha giocato l’antipatia e il disprezzo per il parvenu? Mi convince ancora meno.

Probabilmente si voleva compattare una Confindustria ben schierata dietro al “capo” (e al gruppo di vertice), quasi fosse un partito centralista. Non si volevano più dissidi o conflitti pur sordi ma acuti com’era accaduto in passato. Invece, si ottenne un ben diverso risultato: alcuni settori manageriali dell’industria pubblica giocarono sugli interessi privati di Berlusconi per resistere allo smantellamento dei loro gangli di potere; un potere che si è dimostrato tuttavia con gli anni molto debole, tanto da non riuscire mai a sostituire quest’uomo di poche virtù strategiche; furbastro, ma incapace di mettere radici negli apparati statali decisivi per un vero uomo di governo. Agnelli fu uno stratega mancato, Berlusconi una sorta di Re Travicello.

 

5. Il partito dei “Pulcinella cambia casacca” non aveva però migliori titoli (e uomini) per governare. Il suo ceto intellettuale di riferimento, semplicemente costituito da arroganti e presuntuosi, ha occupato, dato il degrado seguito al crollo della prima Repubblica, quasi tutti i media, esercitando un’influenza culturale del tutto deleteria e innescando un vero processo di rapida degenerazione. Politicanti rinnegati ed intellettuali cialtroni non hanno trovato di meglio che gracchiare per vent’anni intorno al Re Travicello, cercando di galleggiare a sue spese tramite un continuo fluire di incredibili falsità, uno spernacchiamento incessante, certamente favoriti dalla fatuità e leggerezza del personaggio. Si è continuato ad usare dello strumento giudiziario in mano a gruppi di magistrati inetti, affamati di pubblicità. I Servizi e altri apparati dello Stato, ecc. hanno svolto la loro parte nella pessima recita di questa che qualcuno ha voluto impropriamente pensare quale seconda Repubblica (mai nata). Si è semplicemente distrutta ogni vestigia della politica, si sono reclutati in questa sfera meschini individui di un’intelligenza ai livelli più bassi dell’intera storia di questo povero paese.

In un clima simile, Berlusconi ha oggettivamente giocato un ruolo meno negativo di quanto potesse dipendere dalle sue scarse qualità personali. Buffoni come quelli dell’intellettualità italiana – in genere finti rivoluzionari e “cattivi maestri” del periodo di massima involuzione che preparò le basi dello sprofondamento della politica italiana – hanno perso ogni capacità di giudicare gli individui non da ciò che sono nelle loro caratteristiche personali, bensì in base alla funzione svolta date le contingenze storiche in essere nei vari periodi. Berlusconi, sicuro anticomunista e filo-americano, funecessitato ad opporsi ai rinnegati, che dalla fine degli anni ’60 (e in particolare da quelli ’70) si erano preparati a guidare il nuovo regime di totale asservimento agli Stati Uniti, una volta che fosse venuto meno l’assillo del “pericolo sovietico” (una delle più grandi menzogne propalate dall’atlantismo nell’epoca bipolare). Nella sua oggettiva funzione, il cavaliere fu aiutato dalla particolare situazione venutasi a creare.

Dal 1991 (dissoluzione dell’Urss) al 2001 (attacco alle due torri gemelle) raggiunse il suo apice la credenza nell’ormai irreversibile (almeno a lungo) monocentrismo statunitense. Due segnali di tale credenza mi sembra utile ricordare. Si sostenne che l’apparato militare del paese centrale era in grado di sostenere contemporaneamente operazioni belliche della massima ampiezza anche in tre teatri di guerra lontani fra loro. Dopo l’aggressione alla Jugoslavia, alcuni ambienti militari Usa (fra cui il gen. Wesley Clark, a capo di quella missione) affermarono che ormai non vi era più bisogno di utilizzare le truppe di terra: le guerre si vincevano in modo definitivo dall’alto degli spazi aerei. Si diffuse pure la voce circa la messa a punto di un prototipo d’“oggetto aereo” che poteva lanciare potenti armi offensive, e con precisione, da 100 Km. d’altezza, essendo quindi “imprendibile”.

Di tutto ciò che ho appena ricordato non so, onestamente, che cosa sia rimasto; certamente gli eserciti di terra sono divenuti nuovamente necessari nella conduzione delle operazioni belliche. Nel 2001 l’aggressione all’Afghanistan, due anni dopo quella all’Irak. Dal 2001, si nota un mutamento nell’atteggiamento americano di fronte ai presunti fasti del monocentrismo. Non sembra inoltre più che sia così semplice condurre in contemporanea fino a tre campagne belliche vincenti (in tempi credibili e non tali da logorare un esercito pur dotato delle armi più potenti del momento). La “guerra al terrorismo”, scatenata con la propaganda forsennata su Al Qaeda e la sua pericolosità grandemente enfatizzata nei riguardi delle sorti della nostra “civiltà” (una bella civiltà da assassini!), mise invece in luce la possibilità di coinvolgere in essa anche paesi potenzialmente avversari come Russia e Cina. La prima concesse, e se non erro concede ancora, un corridoio per l’approvvigionamento (pure in armi) delle truppe dette Nato (dirette dagli Usa) in Afghanistan. In Irak, il problema fu diverso e anzi si cominciò a incrinare notevolmente il fronte “antiterrorista”, ma ciò non condusse per qualche anno ad un più netto confronto tra gli Usa, ancora convinti del loro incontrastato predominio, e altre potenze in crescita e “subdola” contestazione di quest’ultimo.

In un contesto del genere si situa la parte più incisiva dell’azione berlusconiana per una politica estera di qualche vantaggio a favore dei nostri settori avanzati e strategici; in particolare per quanto riguarda l’Eni e, tutto sommato, mi sembra anche la Finmeccanica. Il viaggio di Putin in Sardegna nell’agosto 2003 – sempre se non ricordo male, di ritorno dalla Libia e dall’Algeria – segna l’inizio di questa “più felice” stagione per lo svolgimento di detta politica. All’epoca, qualche voce giunse circa l’“unzione” delle ruote berlusconiane in merito alle successive meritorie attività congiunte svolte da Gazprom ed Eni. Non c’interessano le voci, restano alcuni anni in cui sembrò svilupparsi un’azione italiana rivolta ad alleanze in parte dirette verso est. Di fronte ad esitazioni e intralci presenti all’interno dell’Eni, ci fu nel 2005 la sostituzione dell’ad Mincato con Scaroni, che non sembra oggi aver portato a grandi risultati; ma allora…..

Il massimo di queste novità per la politica estera italiana si raggiunse con la dichiarazione di Berlusconi favorevole alla Russia aggredita dalla Georgia, in quella che è stata una delle prime prove d’assaggio del cambio di strategia da parte degli Usa. E poi, in pieno 2010, vi fu il viaggio di Gheddafi a Roma, accolto con grandi onori e con dichiarazione dell’allora premier italiano in cui si rivolgevano – per la prima volta nella nostra storia – scuse, apparentemente calde e sentite, per le nefandezze (ammesse!) del colonialismo italiano in quel paese. Ed eravamo a fine agosto, in fondo a poco più di mezzo anno di distanza dal tradimento berlusconiano dell’“amico” libico.

L’uomo ha mostrato ciò che era, le sue miserrime qualità umane, la sua furbizia e meschinità da “arte d’arrangiarsi” tipicamente italiana. Tuttavia, continuare a mugugnare perché simili azioni  sono state da noi considerate con favore significa essere schiavi dello stupido (nel caso migliore) antiberlusconismo, diffuso dai rinnegati dell’“eurocomunismo” (con le loro appendici diccì e piesseì) per assolvere i compiti del loro filo-americanismo “senza se e senza ma”. Se Berlusconi, invece di tradire vergognosamente, avesse resistito alle mene Obama-Napolitano, avesse usato degli apparati di Stato per mettere fuori gioco chi danneggiava gli interessi nazionali, noi lo avremmo appoggiato toto corde; anche qualora tale atteggiamento fosse stato propiziato da una “unzione” di particolare entità. Avremmo pienamente appoggiato ogni e qualsiasi repressione dei falsi moralisti, che intendono consegnare il paese alla più abietta subordinazione agli infami gruppi “cotonieri” industrial-finanziari e ai loro “padrini” (non solo “padroni”) d’oltreoceano.

  

6. Gli Usa “repubblicani”, tra il 2001 e (diciamo) il 2006, continuarono a condurre la vecchia strategia, pur tra dubbi ormai sorti in merito al relativamente solido monocentrismo Usa. Il novembre del 2006 – con la sostituzione alla Difesa di Rumsfeld con Gates, ex dirigente della Cia – mi sembra si possa indicare quale fine definitiva della credenza di predominio statunitense pressoché incontrastato, pur se siamo certo lontani da un effettivo policentrismo. Non a caso, ho usato il termine (certo, lo ammetto, ambiguo) di multipolarismo per indicare questa situazione intermedia, che non è detto debba evolvere in una direzione unica e sicura. Esiste l’incertezza delle transizioni. Lo squilibrio – condizione permanente del sedicente essere sociale, per nulla affatto invece un “essere” ma un incessante divenire, mosso da tensioni e conflitti, che il pensiero per esigenze di semplicità interpreta spesso come solo duali e nettamente antagonistici, mentre sono molto complicati e dall’esito “casuale” in quanto strettamente connessi appunto al continuo squilibrio – conosce la sua massima visibilità in tali transizioni, mentre in altre fasi, a volte assai lunghe, sembra quasi vi sia sostanziale equilibrio; uno degli abbagli, sia teorici che pratici, fra i più perniciosi e tuttavia fra i più difficili da combattere nell’“uomo comune” (anche intellettuale), quello che vive secondo l’antica credenza del Sole che sorge ad est e tramonta ad ovest (tanto che cosa cambia nella sua vita quotidiana di fatica e dolore se capisce l’“errore”?).

Con Gates inizia la prova della nuova strategia, che non punta ad attacchi diretti bensì alla vecchia pratica del divide et impera. Si comincia dall’Irak, dove il successo non si può negare, visto che di fatto si è andata assopendo la “resistenza” irachena (soprattutto sunnita) agli Usa e si è scatenata la lotta tra sunniti e sciiti, con i primi, appunto asse della “resistenza”, diventati di fatto referenti degli Usa, con l’assunzione infine del governo (si fa per dire) del paese. In Afghanistan, tutto va a rilento, molto più difficoltoso è intendersi con supposti settori talebani moderati onde dividere il fronte avversario; tuttavia, il tentativo di sganciamento da quel fronte è manifesto. Malgrado tante chiacchiere per gettare fumo, sembra che per gli Usa odierni il principale avversario, nel medio periodo, sia ritenuto essere la Russia e non invece la Cina, di cui ho la sensazione si favoleggi il diventare una potenza pari o quasi agli Usa nel giro di vent’anni. Vent’anni fa si parlava del 2020 come “data fatale”; oggi ci siamo quasi e, alla stessa stregua dell’esaurimento delle fonti energetiche da idrocarburi o delle “rivoluzioni proletarie” secondo i bordighisti, si allontanano i tempi del “futuro avvento” (l’atteggiamento religioso è sempre una “brutta bestia”, come quello di coloro che attendono ancora la venuta del Messia; per fortuna che i cristiani hanno già fatto accadere l’evento, metabolizzandolo almeno in parte, sia pure in un paio di millenni).

La Russia è molto scaduta rispetto all’Urss; e tuttavia torna in primo piano come potenza avversaria in un periodo futuro, incerto da anticipare con sufficiente determinatezza (temporale e fattuale) ma pur sempre più concreto rispetto ad altre previsioni. Gli Stati Uniti “repubblicani” non credo fossero del tutto soddisfatti di certi contatti tra l’Italia berlusconiana e la Russia putiniana; tuttavia, tolleravano alcune “vacanze” del cavaliere. Per quanto ci risulti chiara la necessità di compiere un ben più adeguato sforzo di analisi onde cogliere i mutamenti strategico-tattici Usa – iniziati, lo ripeto, nel novembre 2006, poi accelerati dalla nuova Amministrazione democratica – appare evidente che essi sono in atto; con ancora molte incertezze, accentuate da probabili malcontenti e opposizioni interne. Così come del resto avvenne con la strategia Kissinger-Nixon negli anni ’70, che pure allora fu contrastata e condusse al Watergate e all’atteggiamento ondeggiante degli Usa nella guerra vietnamita con i suoi esiti ben noti (anche se penso andrebbe considerato il risultato di più lungo periodo di quella strategia, non ultima causa dell’indebolimento e poi crollo del socialismo e dell’Urss; e con i capitali americani che oggi rappresentano la più alta quota degli investimenti esteri in Vietnam).

La strategia repubblicana (o forse solo neocon) puntava più nettamente ad accodare agli Usa gli altri paesi “potenzialmente” potenze. La lotta al terrorismo era in fondo una sorta di sfondo generale di più complesse strategie, svolte usando pure a piene mani vari organismi internazionali tradizionalmente controllati dalla potenza centrale. La politica estera Usa non era più aggressiva dell’attuale, solo più sicura di sé e con una mascheratura più superficiale e semplice. Data la necessità di utilizzare il terrorismo come copertura, il mondo islamico era trattato da nemico nel suo complesso (con addirittura la rozzezza culturale dello “scontro di civiltà”). Israele era appoggiata nettamente e in pratica senza screzi. Nel mondo arabo erano “coccolati” regimi del tipo dell’Egitto che, in definitiva, giocavano un ruolo abbastanza favorevole al mondo ebraico contro il fronte avversario. Era al massimo prevista una certa condizione di favore per Quisling tipo i palestinesi alla Abu Mazen, ecc.

Una parola a parte merita il ruolo di Gheddafi. Resta decisa e senza tentennamenti la condanna per il massacro cui è stato sottoposto assieme al suo paese. E non certo solo per il comportamento da miserabili criminali tenuto dagli Usa dell’attuale Amministrazione con i loro sicari (nel caso specifico, Francia e Inghilterra), ma per il complesso della politica statunitense svolta durante la “primavera araba” del 2011 con i suoi “spontanei moti popolari”. Tuttavia, se vogliamo ragionare politicamente, e non con categorie emozional-moralistiche o vetero-antimperialiste, dobbiamo ricordare l’ambiguità di quella Libia nei confronti degli islamici. Forse il regime era con loro tollerante all’interno, ma sul piano internazionale se li inimicava un po’ tutti (e lo si è visto al momento opportuno), ha tenuto un atteggiamento ambiguo (direi piuttosto favorevole) verso Israele, ecc. Ci si ricordi poi dei rapporti stabilitisi nel 2004 tra “occidentali” e Gheddafi con il viaggio in Libia di Blair, la rivelazione di prigionieri islamici che gli “angloamericani” consegnavano ai libici per gli “opportuni interrogatori”, e via dicendo.

 

7. La passata politica Usa è al presente battuta (non si cominci tuttavia a ritenere impensabile ogni ritorno). Almeno due motivi di stampo prettamente economicistico sono stati addotti per il mutamento in oggetto. Innanzitutto l’esplodere della crisi finanziaria nel 2008 che avrebbe messo quasi in ginocchio gli Usa. Oggi si vede chi è in ginocchio; inoltre, la svolta era già in atto dal 2006 (il già ricordato cambio Rumsfeld-Gates), ben prima quindi che si profilasse la crisi economica. Il secondo motivo, connesso al precedente, è un qualche esaurimento delle risorse statunitensi per alimentare una politica imperiale troppo aggressiva e su più fronti. Non si hanno qui prove, sia pure indirette, per smentire tale tesi, che tuttavia mi sembra superficiale e troppo “facile”. La trasformazione delle strategie dipende dai rivolgimenti previsti negli scenari mondiali per un arco temporale, che va oltre la durata presunta di una crisi economica comportante scarsità di risorse a disposizione.

Le persone più avvertite “intuiscono” almeno che tale crisi è tutt’altro che economica (e meno che meno solo finanziaria), dipendendo soprattutto dal venir meno del monocentrismo (vero o creduto che fosse) e della capacità regolatrice del sedicente “mercato mondiale” da parte di un polo complessivamente preminente. Si comincia ad “immaginare” un campo di conflitti e una disposizionedelleforze in campo diversi da quelli precedenti; insomma una situazione in cui non ci sono semplicemente le imprese (le multinazionali ora interpretate come transnazionali) in concorrenza mercantile “virtuosa”, ma premono in specie flussi di forza (squilibranti) multilaterali (non duali e semplicisticamente antagonistici) e ad intensità variabile, pur se resteranno ancora a lungo dotati di un certo grado di prevalenza quelli provenienti dal paese in passato decisamente centrale. D’altronde, ci vuole tempo per capire se la nuova “struttura” conflittuale del campo mondiale, “costruita” per attuarvi il mutamento tattico-strategico, è consona al conseguimento di risultati vittoriosi tali da stabilizzare detto mutamento.

Comunque, si è cominciato a dubitare fortemente, già appunto dal 2006, della congruità della strategia “repubblicana” (almeno “neocon”) e ci si è adoperati al fine di direzionare diversamente i flussi conflittuali, cercando di dividere i nemici che prima si contrastavano nel loro insieme. Si è deciso, mi sembra, di abbandonare progressivamente l’area centro-asiatica, cercando di rafforzare un cordone a sud ed est in Asia (coinvolgendo perfino l’antico nemico vietnamita e mantenendo l’alleanza con l’India). Fondamentale appare l’esigenza di un maggiore controllo dell’area europea e, possibilmente, medio-orientale. Era quindi necessaria una maggiore flessibilità nei confronti del mondo arabo, e islamico in specie, manifestando duttilità nell’alleanza con Israele, anche a costo di qualche “malinteso”. Diveniva poi indispensabile il ribaltamento di regimi arabi ormai vetusti e da “rottamare”. In tale contesto vanno collocati certi gesti “simbolici” (tipo l’assassinio d Bin Laden per dichiarare quanto meno in fase di progressiva chiusura la lotta contro Al Qaeda) e quelli assai meno simbolici relativi alla sedicente “primavera araba”.

Difficile adesso capire come mai uno dei leader arabi, Gheddafi, abbia voluto tanto resistere e sia stato trattato così brutalmente e vilmente. E’ stata la sua dignità oppure, per motivi che non so valutare, non gli si volevano lasciare alternative? Sicuramente, nessun altro governo si è veramente messo a disposizione per ospitarlo in esilio; a parte Chavez, francamente ben lontano e che quindi poteva permettersi il bel gesto con la sicurezza del rifiuto per semplice impossibilità (difficile arrivare laggiù vivo a meno di accordi sotto traccia, che comunque potevano allora essere raggiunti anche per altri paesi più vicini). In ogni caso, si è lasciata in Libia una situazione caotica; e non tranquilla nemmeno in Egitto, sebbene il trapasso sia stato condotto con modalità assai meno traumatiche. Tuttavia, troppo facile interpretare questi risultati quale impasse della nuova strategia Usa. Se essa è, come penso, quella del “pantano”, non si può negare che non è poi andata così male. La Turchia, che sembrava in precedenza irritata e che si era data per ormai lanciata verso est, è tornata sui suoi passi; d’accordo, cercando di mantenere una sua posizione da subpotenza regionale, ma prevalentemente ri-orientata verso l’“occidente” (atlantico).

Russia e Cina sono state spiazzate, forse però nemmeno troppo; non è escluso che abbiano agito come sempre agiscono le potenze e abbiano ritenuto di lasciare perdere la Libia, puntando a tempi più lunghi e a nuovi assestamenti. Anch’esse stanno probabilmente ridisegnando l’“immaginato” campo del conflitto e la nuova disposizione delle loro forze in campo. Hanno ritenuto la Libia gheddafiana troppo legata alla vecchia disposizione. Del resto, come detto, le “rivoluzioni arabe” non sembrano aver ottenuto finora risultati strepitosi, in ogni caso tutt’altro che definitivi. Pur se le previsioni a medio-lungo raggio sono sempre assai provvisorie, mi permetto di pensare che entro una decina d’anni si preciseranno contrasti tra Russia e Cina, in Siberia e ancor più in Kazakistan e centro Asia. Per il momento gli Usa tengono assai elasticamente il “cordone di controllo” nel Pacifico a sud e ad est e attendono di vedere se si verificheranno le condizioni per migliori contatti con i cinesi in funzione anti-russa. La prospettiva non è all’ordine del giorno, ma potrebbe non essere lontanissima (non certa comunque, è indispensabile seguire gli eventi congiuntura dopo congiuntura).

Ho seri dubbi che il BRICS (più magari la Germania), così come credono alcuni, esca veramente rafforzato dalla crisi. Non considero infatti quest’ultima come soltanto economica, bensì soprattutto quale scoordinamento globale, in cui lo squilibrio si manifesterà con ben più netta evidenza, rendendo obsolete e perdenti le strategie orientate dalle varie teorie fondate sugli “equilibri successivi”; per cui lo squilibrio è superficialmente teorizzato quale trapasso da un equilibrio all’altro. Tutto sommato – credo però inconsapevolmente – sembra che gli Stati Uniti stiano adattando la strategia (del “pantano”) allo squilibrio continuo, dotato di aspetti rapidamente cangianti e con direzioni di evoluzione in complicato intreccio reticolare multi-conflittuale. Ripeto ossessivamente: non in duale antagonismo, che è una condizione di breve durata sussistente in contingenze particolari di ormai inevitabile regolamento di conti bellico; ed anche l’entrata in guerra e la sua conduzione non escludono mai una nascosta rete di trame multidirezionate tra i blocchi (“alleati”) formatisi nello scontro aperto.

In questa fase, è per gli Stati Uniti cruciale tenere saldamente le posizioni in Europa (compresa quella ex “socialista”); quindi, ponendo “in sorveglianza” la Germania ove realmente questa volesse riprendere con maggiore coerenza e decisione una ostpolitik (per il momento mi pare molto incerta). Aggiungo, come ultima considerazione, la sensazione che la Cina, dato il suo regime interno (ancora infantilmente e da molti perfetti ignoranti definito comunista), si dimostrerà meno pericolosa per gli americani di quanto è stata fin qui considerata; almeno per un buon periodo di tempo, più lungo del previsto. Quindi, una sua, diciamo così, “flessibilità” verso gli Stati Uniti, anche in vista di eventuali frizioni con la Russia, è pur sempre possibile fra qualche anno.

 

8. In tale nuova più complicata configurazione (multipolare) va collocata pure la “svolta” nella situazione interna italiana. Da tempo andiamo sostenendo che il mutamento è iniziato, ma con modalità che ci sono sembrate all’inizio incerte, dal 2009 almeno. Tuttavia, dalla fine del 2010 e, in modo tumultuoso, nel corso del 2011 si è verificato quello che credo si possa definire il “grande tradimento” di Berlusconi, condito all’inizio di molte incertezze, dubbi, esitazioni (quasi certamente, non sicuramente, semplice finzione). Egli si è in ogni caso schierato infine senza più alcuna residua autonomia sulla linea pretesa dagli Usa di Obama con la loro longa manus in Italia al Quirinale e il controllo di larga parte dei nostri apparati statali addetti alla conduzione della politica estera e militare (nonché dei Servizi), ecc. Oltre all’appoggio al massacro libico e alle altre manovre Nato (e della UE), non si deve dimenticare l’abbandono di affari economici rilevanti in fase di realizzazione da parte di imprese strategiche quali Eni e Finmeccanica. La prima è scesa dal 50 al 20% nel Southstream, che d’altronde si trova in ritardo di realizzazione (malgrado tante chiacchiere che vorrebbero rassicurare) mentre sta andando in porto il Northstream (dov’è importante la presenza tedesca da parte europea).

Ormai i sintomi si moltiplicano. Quello che fu un asse – non certo di ferro, ma comunque esistente a partire dall’agosto del 2003 – tra Russia, Italia e Libia è saltato nel suo “anello debole”, Berlusconi, convinto a desistere da precisi segnali: certo hanno contato anche i processi (oggi in fase di svolta pur essi, malgrado i magistrati, assieme ai buffoni del “Circo Barnum della sinistra”, siano sempre ritardatari nel comprendere i mutamenti di fase) e le difficoltà aziendali per Mediaset, ma forse ancor più un fotografo, che i Servizi hanno lasciato avvicinare fin troppo alla residenza berlusconiana in Sardegna quale probabile monito per una possibile “prossima volta”, in cui non si sarebbe trattato di scattare foto. Non ci si lasci ingannare dal viaggio del cavaliere a Mosca per la vittoria elettorale di Putin. Non mi sembra ci sia stato alcun comunicato caloroso come in altre occasioni, la foto dei due col colbacco era di un altro viaggio in altre condizioni di rapporto tra i due.

Comunque non ci interessano i particolari. Nemmeno mi perderei al momento in eccessive congetture sul cambiamento di Berlusconi con Monti, adducendo la risibile scusa dello spread e delle Borse in rosso (in realtà esse ballano a seconda delle varie manovre al rialzo e al ribasso condotte da chi ha maggiori disponibilità di capitali per speculazione), della diffidenza europea verso Berlusconi mentre si fingeva fosse tanto amato il governo dei “tecnici”; tutte balle per disorientare sempre più il “poppolo” e fargli accettare soluzioni incredibili che stanno mettendo in panne il nostro sistema economico-produttivo. Ancora una volta, penso che il tutto non faccia parte di un disegno preciso, ma solo abbozzato a grandi linee per portarlo avanti con molte possibilità di sfumature e deviazioni delle linee direttrici per ogni evenienza si presentasse. E’ sintomatico che da un po’ di tempo anche i giornali (e organismi internazionali) così “innamorati” di Monti inizino a criticarlo e a vederne molti difetti. Oggi perfino Draghi. Obama (e, in subordine, Napolitano), solo in quanto personificazione di centri strategici probabilmente fra loro differenziati quanto ad intenzioni, stanno conducendo la manovra con più di un’opzione disponibile.

Si è iniziato con il raccontare la storiella più superficiale: Monti serviva per prendere misure necessarie ma impopolari, cosicché venissero in parte salvaguardati dal malcontento popolare gli schieramenti politici esistenti. Ci prendono per deficienti, ma fanno passare anche i governanti per tali (e il fatto che costoro accettino una farsa così sputtanante dimostra la loro “dignità” di puri servitorelli). Chiunque capisce che quando si è instaurata una congiuntura di forte crisi – pur se non è la domanda la “variabile” decisiva per lo sviluppo, e non semplice crescita, di un (sotto)sistema economico, che è soltanto parte di un sistema ben più fondamentale di rapporti sociali – colpire a fondo i consumi, come si sta facendo, non fa che aggravare il problema, a meno che le risorse accumulate con la pazzesca imposizione fiscale non servano allo Stato del paese – non certo però in mano ad ideologi liberisti – per sviluppare una politica estera nazionale munita di tutti gli strumenti necessari a strategie di forte competitività. In questo momento anche organismi interni quali la Banca d’Italia, la Corte dei Conti, ecc. sempre più mugugnano contro misure che mettono in ginocchio la nostra economia con riflessi sociali pesanti. E allora, perché s’insiste?

Intanto, si porta avanti la pantomima della Casta (ceto politico), colpevole di tutto il marcio accumulato in passato, cosicché la popolazione possa essere infinocchiata dalle sirene dell’antipolitica; mentre il vero dramma dell’Italia, iniziato con “mani pulite”, è stato la distruzione di un personale che di politica qualcosa capiva, mentre si è inscenata da allora soltanto una vergognosa tragicommedia imperniata sul dare addosso ad un uomo oppure ad osannarlo come campione del solito, nefasto, liberismo (mai comunque realmente attuato, solo chiacchierato, per ragioni “strutturali” su cui si tornerà in futuro). Sussiste perciò da vent’anni la più completa assenza di politica; si tratta oggi di ripristinarla, non di dichiararle guerra. Il bello è che la diatriba di stampo solo personale, priva di progetti e di una qualsiasi idea, è stata fatta passare come modernità “all’americana”, perché in quel paese esisterebbe un bipolarismo basato sul confronto tra due “personaggi”; questo ci dicono i nostri politologi, giunti all’idiozia pura e non giustificati nemmeno dall’età veneranda.

Negli Usa esisterà magari lo specchietto per le allodole, cioè per la popolazione, ma i “personaggi” in lizza sono portatori di interessi di lobbies che sanno comunque guidare il paese e svilupparne la potenza, in specie in sede estera. In Italia non esiste un ceto politico, semmai gente che mai ha lavorato e si è arrangiata nei luoghi dove in paesi normali si svolge la politica. Promuovere agitazione antipolitica, che poi permette al presdelarep di “fare la ruota” e gonfiarsi il petto, condannando tale atteggiamento, è semplicemente demenziale. Se si chiede che si tolgano di torno tutti quelli che fingono di fare politica, dal più alto Colle ai più bassi Monti, questo risulta comprensibile; ma si devono rimuovere proprio esigendo che in Italia si ricominci infine a fare politica, nel senso di uno Stato nazionale e autonomo, promuovendo la formazione in tal senso di un ceto professionale dotato di qualche valore e capacità. Ovviamente, capacità al servizio del paese, non per conto degli Usa di Obama, giacché quelle non sono assenti; né in “collina” né in “montagna”.

L’azione del governo sta creando ulteriore scompiglio e più ampio disorientamento – forse adesso uniti a crescente preoccupazione ma pure rabbia – in gran parte della popolazione. Ciò dovrebbe consentire, almeno nelle intenzioni dei cialtroni componenti la nostra classe impropriamente detta dirigente, un rimescolamento degli schieramenti esistenti. Alcuni “minorati”, definiti di “centro” (non si sa di che cosa stiano al centro!) pensano al “partito della nazione”, coinvolgendo qualche nuovo miserabile personaggio dell’economia e qualche “tecnico” di un governo di sfasciacarrozze. Il “grande traditore” annuncia, tramite Alfano, che è in atto una mirabolante riedizione di quell’ammasso di dementi e incolti che si è mostrato essere il centro-destra. Intanto, è stato posto in essere un bel processo di sfasciamento della Lega, mettendo in luce la pochezza dei “lumbard”, ma anche ulteriori “preclare” attitudini al tradimento e all’intrallazzo di alcuni di essi. Con tutto questo caos si spera di rimescolare le carte e re-ingannare gli attuali seguaci dell’anti-politica e dell’astensionismo; che è pur sempre manifestazione del vecchio “cretinismo parlamentare”, poiché non votare è semplicemente l’altra faccia della medaglia rispetto alla credenza che il voto manifesti realmente la “volontà popolare”. Per cui non è impossibile il passare da un atteggiamento al suo contrario, dato che l’ideologia sottesa è la stessa.

Il vecchio Schumpeter, economista “borghese”, pur limitandosi all’aspetto economico e all’attività dell’imprenditoria, sapeva almeno che, per creare qualcosa di nuovo (che spazzi via infine il vecchiume), bisogna saper distruggere. Aggiungo io che, quando si distrugge, è solo paralizzante voler sapere con precisione quale sarà l’aspetto nuovo (creato) che dovrà prendere il posto di quello vecchio (distrutto). Essere, per esigenze di corretta ed efficace strategia, contro la pura agitazione scomposta nel più pretto stile anarcoide, non significa invitare a muoversi soltanto quando si è costruita (allora semplicemente a tavolino) una bella organizzazione (architettura) istituzionale alternativa e nuova di zecca, tutta bella luccicante senza un granello di polvere del passato. Significa invece comprendere che, per vincere le forze contrastanti il nuovo, è necessaria l’esistenza di un gruppo molto ben organizzato, capace sia di inserirsi in una situazione di profondo malcontento, che metta in moto masse di sufficiente ampiezza, sia di utilizzare all’uopo un sapere strategico in grado di guidare i suoi “reparti d’assalto” all’occupazione e alla tenuta nel tempo dei gangli del potere prima in mano ai vecchi dominanti.

Dopo si dovrà certo procedere alla ristrutturazione e rivolgimento di detti gangli, ma in una congiuntura (quella detta “rivoluzionaria”) rapidamente cangiante, in evoluzione secondo direttrici quasi mai previste in anticipo, ad andamento spesso casuale, cui il gruppo organizzato deve sapersi adeguare con grande flessibilità, pur mantenendo salda una certa idea di base (ma sempre di larga massima). Comunque, condizioni “oggettive” per il mutamento radicale (di distruzione creatrice) oggi del tutto mancanti. Non esiste la politica, questa la verità nel caso dell’Italia odierna, ormai “colonizzata”, vero “protettorato” statunitense.

 

9. Siamo quindi nel pieno di un processo di profondo degrado e involuzione del sistema economico-sociale, sempre stato in sostanza dipendente, ma mai come oggi privo di ogni minimo sussulto di autonomia. Nella contingenza attuale, torna ad essere un nemico di fondo il liber(al)ismo, che è sempre stato, e sempre sarà, l’ideologia propagandata dal paese centrale (“imperiale” in senso lato) e dai suoi corifei nei paesi dove i subdominanti sono i già nominati “cotonieri”. La subordinazione, cui si è piegata l’Italia, viene mascherata in senso economico dai presunti vantaggi di una complementarietà intersettoriale tra sistema predominante e sue (semi)periferie. In realtà, l’Italia – in quanto 52° stelletta dell’Unione (dato che la 51° è al momento l’Inghilterra nel nord Europa) – ha funzione strategica di discreta rilevanza nell’ambito dell’intenzione statunitense tesa a consolidare l’area anti-russa ad ovest di quel paese.

Poiché questo scritto è già troppo lungo, non entro adesso nei particolari di tale intenzione (in specie nell’attuale congiuntura) verso i paesi europei e l’Italia. Rilevo solo che non si tratta di politica univoca; essa lascia probabilmente aperto un certo ventaglio di possibili opzioni. L’Italia non è però mai stata così subordinata. Si tenta una forte disgregazione sociale, sconvolgendo la “struttura” che si era formata in molti decenni nel dopoguerra, soprattutto a partire dal boom del 1958-63. Questa struttura, nient’affatto solo economica bensì dotata di suoi particolari aspetti sociali (da rimeditare, dandone una nuova valutazione storica), aveva consentito un minimo di mantenimento della specificità italiana, sempre però con debolezze evidenti di mancata “unità nazionale”, che alla fine hanno mostrato quanto permeabili siamo di fronte ad influenze esterne. Oggi si è pure molto rafforzata l’offensiva di distruzione della nostra cultura.

La “memoria storica” è carente, e date operazioni di ripensamento (mi riferisco pure a certi banali e sciocchi film sugli anni detti di piombo, ecc.) distruggono in realtà questa memoria mentre fingono di volerla preservare. Si tende ad annientare perfino la nostra lingua almeno presso i ceti “reclutati” per occupare i posti da cui non certo comandare, ma ben eseguire invece gli ordini centrali. Sembra quasi di essere in India, in Sud Africa, ecc. un secolo e passa fa. Qualche “bello spirito” ha perfino suggerito di togliere quale testo d’insegnamento fondamentale la “Divina Commedia”. Oggi non siamo all’americanismo di cui parlava Gramsci, non siamo all’inondazione del cinema e letteratura americani dell’immediato dopoguerra, favorita da personaggi di rilievo come Pavese, Vittorini, Fenoglio, ecc. Qui siamo alla feccia della cultura statunitense, all’obbrobrio più completo. Basta vedere il successo non travolgente (salvo forse casi rari, che hanno dovuto fare concessioni agli “effettacci speciali”) del migliore cinema d’oltreatlantico, capace ancora di denuncia molto corrosiva sia della politica d’assassinio seguita nel mondo sia del tipo di vita nevrotico e violentemente competitivo cui sono sottoposti gli individui in quel sistema socio-economico-politico; per non parlare del deserto nelle relazioni affettive (“Onora il padre e la madre”, “L’uomo che non c’era”, “Paranoid Park” e via dicendo; cito alla rinfusa e a caso, perché sono ancora in buon numero i film significativi, ma non sono quelli che “fanno cultura”, cioè incultura genuina).

Questo governo italiano rappresenta una transizione, che vorrebbe mettere termine alla pantomima di una seconda Repubblica mai nata. Si deve passare ad “altra epoca”, ma sempre impedendo la nascita di nuovi gruppi che facciano rinverdire la politica in senso proprio. E’ pur sempre l’applicazione del “pantano” in salsa italiana. L’importante è accentuare la rabbia di massa con modalità che comportino il crescente isolamento, e possibilmente ostilità, tra gruppi e perfino tra individui. Il massimo consentito è l’antipolitica informe, la scomposta manifestazione distruttiva di gruppi giovanili (in cui si inseriscono pure anziani irresponsabili, rimasugli sessantottardi e successivi), che si rendono invisi alla maggioranza della popolazione. Provo una certa simpatia “istintiva” per queste “nonne da marciapiede”, ma non si può pretendere rappresentino l’inizio di una rinascita politica. Abbiamo nemici a iosa, ma non ci sono però uomini nuovi né facce che ormai non siano odiose a molti.

Capisco, grosso modo, quale può essere il pensiero più recondito di questa classe (non) dirigente: far commettere al governo di transizione tali corbellerie da provocare un’irritazione incontenibile nei più, per poi presentarci, con i soliti “dadi truccati”, una situazione finanziaria meno peggiore del previsto, che consentirebbe infine un qualche allentamento fiscale. La speranza è che i gonzi, ma anche – poveretti – spaventati e sfibrati dalle continue legnate di questi ultimi mesi, abbocchino, tirino un respiro di sollievo e si riaffaccino come “elettorato” per votare i “nuovi salvatori”. Però…..però batte la crisi, quella vera e non solo finanziaria, teste pensanti al momento non si vedono (si preparano magari tipi alla Montezemolo o alla Marcegaglia; personaggi di cervello e levatura “microminiaturizzati”). Attrezziamoci pensando alle possibilità insite in questa transizione balorda, cerchiamo di fissare quali argomenti di teoria, di storia del paese, di analisi di fase, ecc. ci sembrano i più indispensabili nel momento attuale.   

        

Gianfranco La GrASSA,GRANDE CONFUSIONE SOTTO IL CIELO, SITUAZIONE PESSIMAultima modifica: 2012-04-27T17:09:44+02:00da mangano1
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