David Bidussa,Se i partiti sono usa e getta

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David Bidussa

29 luglio 2012

E tuttavia quel testo del 1943 non era solo. Nelle stesse settimane in cui Simone Weil propone la soppressione dei partiti politici pensa anche a un progetto di idee fondamentali per una nuova costituzione che vale la pena considerare (il testo, dal titolo «Idées essentielles pour une nouvelle constitution», si trova nel volume Ecrits de Londres, pagg. 93-97). La premessa è appunto che occorre designare degli uomini e non dei partiti perché, scrive, «i partiti non pensano. Pensano meno del popolo» (pag. 93).
Poi prosegue: «La magistratura sceglie al suo interno il Presidente della Repubblica con il mandato di essere il sorvegliante del potere giudiziario. Egli è nominato a vita. Egli nomina un primo ministro per cinque anni. Può revocarlo nei primi tre mesi, dopo né lui né nessun altro può revocarlo. Il popolo sceglie ogni cinque anni una Camera legislativa. Ogni venti anni il popolo è invitato a dire, attraverso un referendum, se giudica la vita pubblica soddisfacente» (pagg. 96-97).
È ancora affascinante il progetto dell’abolizione dei partiti politici?
Quella proposta di soppressione dei partiti poggiava su molte suggestioni, alcune di grande profondità, altre squisitamente antidemocratiche. Ma detto questo sarebbe altrettanto sbagliato “gettare” Simone Weil.
Il problema è smettere di pensare che una riflessione sia un “Kleenex”. Nella ricerca febbricitante, contratta, che Simone Weil batte nell’arco di un decennio tra il 1932 e la morte ci sono grandi intuizioni che sarebbe davvero un peccato perdere. Riguardano: i temi dell’oppressione e gli spazi di libertà, le note sul lavoro e l’alienazione che riempiono il diario della sua esperienza di fabbrica; la cooperazione come sistema di regole oltre lo Stato; l’hitlerismo come espressione coerente del rapporto tra individuo e potere, per niente contingente o specifico, ma che si iscrive con coerenza e profondità nella cultura politica occidentale.
Alla conclusione di Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale (Adelphi), che compone nel 1934, contro il progressivo processo di centralizzazione che schiaccia l’individuo, Weil osserva che occorre «favorire tutto ciò che è suscettibile, nell’ambito della politica, dell’economia o della tecnica, di lasciare qua e là all’individuo una certa libertà di movimento all’interno dei legami con cui l’organizzazione sociale lo avvolge» e allo stesso tempo operare per una civiltà futura «lavorando a fare l’inventario della civiltà presente» distinguendo così quanto vi è di oppressivo per l’uomo da quanto può concorrere a liberarlo (pagg. 126-128).
Era una suggestione di metodo, e non solo di contenuto, proficua anche per noi, ora. Sarebbe un peccato dimenticarla.
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Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi, Roma, pagg. 60, € 6,00
la storia editoriale
Simone Weil scrive «Note sur la suppression générale des partis politiques» all’inizio del 1943, pubblicato su rivista nel 1950 («La Table Ronde», n. 26, febbraio 1950, pagg. 9-28) e raccolto nel 1957 nel suo volume Ecrits de Londres et dernieres lettres (Gallimard), nella collana «Espoir» diretta da Albert Camus. In Italia esce nel 1951 sul mensile «Comunità» (n. 10, pagg. 1-5) tradotto e presentato da Franco Ferrarotti con il titolo «Appunti sulla soppressione dei partiti politici». Il semestrale «Diario», diretto da Piergiorgio Bellocchio e Alfonso Berardinelli, lo ripropone circa quaranta anni dopo (n. 6, giugno 1988, pagg. 3-20) con il titolo «Nota sulla soppressione generale dei partiti politici» (traduzione di Giancarlo Gaeta; ora ricompreso in: Simone Weil, Pagine scelte, Marietti 2009, pagg. 205-223). Nel 2008 Castelvecchi lo propone per la prima volta come libro autonomo con il titolo Manifesto per la soppressione dei partiti politici. Una ristampa è uscita in queste settimane.

David Bidussa,Se i partiti sono usa e gettaultima modifica: 2012-07-31T10:09:57+02:00da mangano1
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