ennio Abate : Giorgio, adelante con juicio…

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martedì 19 giugno 2012

Ennio Abate
Giorgio, adelante con juicio…
Ancora su alcune poesie
di Maria Rosaria Madonna

Riprendo e rilancio (spero!) in questo post la discussione sulle poesia di Maria Rosaria Madonna già sviluppatasi intensamente (qui). [E.A]

Caro Giorgio [Linguaglossa],
 intervengo sulle poesie di Madonna (qui) tenendo conto sia della discussione a più voci  avvenuta finora   sia delle  tua analisi (integrative) di singoli testi della poetessa. Parto al solito dalle mie impressioni di lettura.

Può il merlo non gracchiare (specie se posato sul frontone di un tempio pagano)?
Può il mare non sciabordare (specie se entra in un peristilio)?
Può un narciso (con la minuscola?) non guardare nello specchio  la propria immagine riflessa?[1]

Queste domande – lo so – sono rivelatrici: dietro o sotto la mia impressione immediata mostrano già (inevitabilmente) la mia “posizione di fondo”, la mia predisposizione o attesa o abbozzo di giudizio. Mi è parso, cioè, di cogliere subito da questi primi versi una vischiosità, una falsa eternità nel linguaggio poetico appartato che Maria Rosaria Madonna ha adottato; e  che lo fa somigliare – vedi un po’ questo dove  ti arriva! – a un linguaggio bloccato,  quasi come quello dell’aritmetica: lì 2+2 fa per forza quattro; e così, qui, un nome si tira dietro un certo aggettivo o viceversa, perché si muove in un sistema (linguistico) consolidato, tradizionale, ben noto. Come se Madonna maneggiasse una «lingua morta», appunto, che dispone di un lessico accertato e ormai, per forza di cosa,  chiuso e “specialistico”.  In questi versi abbonda una terminologia da libro d’arte di un’epoca circoscritta e comunque senza più scosse, immutabile. Si vedano le parole: ‘acquaforte’, ‘incastonate’, ‘nitore’, ‘arabeschi’, ‘intarsi’, feldspato’, ‘agorà’, ‘dande’,  ‘disuso’, ‘periplo’, ‘corbellerie’, ‘balbo’, ‘balbutire’, ‘ostico’, ‘famuli’. Esse vengono usate con la determinazione e la consapevolezza  di chi  vuole proprio  avere a che fare soltanto o prevalentemente con «parole morte». E con la illusione (creativa, certo) che, ad usarle in poesia, un po’ le si fa  resuscitare (almeno un attimo). Ma anche con l’intenzione di compiere una sorta di esercizio spirituale cristiano[2]: perché nel far ciò,  ci si rammenta che siamo morituri, anzi che si sta già morendo, che si finirà nel buio (o nel nulla). Proprio com’è capitato a queste parole in disuso (anzi «desuete»: così ci ricordiamo anche del lavoro raffinato di un critico sensibile come Francesco Orlando[3]) o rare o  per dotti (come dicono i dizionari).
Un fondo nichilista e religioso caratterizza queste poesie di Maria Rosaria Madonna. Perché  è alle prese con la problematica della  «salvezza» o della «resurrezione» (per contrasto: “noi” con quella banalmente storica della crisi: della poesia, dell’economia, della storia, ecc.). Ma attenzione: c’è una limitazione significativa, perché qui si pensa esclusivamente ad una resurrezione delle parole, non più della carne.[4] Ma c’è anche il problema del «male» (vissuto e trattato, però, in forma non storica).  E ci sono le immagini  archetipiche degli angeli e dei demoni. Ne viene fuori, secondo me,  un culto (salvifico, mi pare) della Poesia («la poesia salva la vita e riscatta il mondo/ e sono nel falso e nella menzogna/ coloro che dicono altro»). Che il sottoscritto, in buona compagnia con nonno Fortini, ha già altrove dichiarato di non condividere, mentre qui trova plausi ammirati.[5]
Ho poi colto a volo alcune ossessioni “private” di Madonna, sulle quali sarebbe interessante indagare anche con strumenti psicanalitici: l’immagine della pallina che ritorna; il tempo dello scrivere poesie minacciato da eventi politici eccezionali (la Rivoluzione russa!) come nel richiamo a Dottor Zivago; il ricordo -pare – di un tradimento.
Tuttavia, quando entro (facilmente, è vero) in questo linguaggio poetico, pur così distante da quello pratico quotidiano in cui sono volente o nolente immerso, non mi stupisco più. Anche  quando la poetessa, invece di dirmi che il mare è agitato (cosa che subito mi rievoca qualcosa di vivo nella mia memoria “meridionale”..), mi dice che «è un aquilone che un bambino/tiene per una cordicella»; o che «un antico vento solfeggia per il bosco/ etc…».
Il  surrealismo, che tutti ci ha sfiorati un po’ e poi è diventato (grazie agli investimenti dell’industria culturale) anch’esso «di massa», invadendo il mondo dei creativi e dei pubblicitari, dove è pane quotidiano – distribuito, masticato e rimasticato – nelle nostre vite metropolitane, ritrovato anche in questi versi di Madonna non mi dà più alcuna scossa, ma piuttosto un leggero senso di stanchezza, che mi fa  trovare l’immagine  appena simpatica o “poetica”.

Sto – spero – giocando a carte scoperte. Metto queste mie personalissime impressioni di lettura sul tavolo assieme alle tue note tesi: c’è stata una «riforma moderata» della poesia italiana; è stata introdotta da Giudici; ha dato la stura ai “minimalismi piccolo borghesi”; ha imbottigliato la poesia italiana; solo la «poesia modernista», che è «”altra”  rispetto a quella» riuscirà a far uscire la malcapitata dal collo della bottiglia. E mi chiedo e chiedo a voi tutti/e, che vi affacciate su questo blog: sono davvero queste poesie di Madonna (magari con l’aggiunta delle molte altre inedite) «moderniste»? E una soluzione alternativa a quella che tu attribuisci a Giudici e ai vari minimalisti? Indicano una strada “altra” e capace di  tirarci fuori dalla crisi della poesia (il punto su cui concordiamo – credo – un po’ tutti)?

Tiro lealmente le mie conclusioni, tenendo conto anche  di quelle espresse finora nella discussione. Posso riconoscere che lo stile “colloquiale” di Madonna non sia banale (Diano). Che siamo sicuramente nel campo della «parola poetica» (leggi un po’ di versi e scatta il segnale: qui poesia!, come scriveva Fortini) e non in quello del “quotidianismo”, che si mescola (pare, ma andrebbe accertato caso per caso senza fare di tutt’erba un fascio o un’ammuccchiata) fin troppo con la prosa o con sensazioni che ci assagono giorno per giorno o con il “rumore di fondo” dei linguaggi di massa o – come qui si è detto – con la «lingua dei famuli».[6] Considero  (senza esagerare) il valore, ma anche il disvalore dell’isolamento di Madonna: valore, perché l’isolamento le avrebbe «permesso di elaborare una lingua non sua»; disvalore, perché, senza «modelli e  maestri», scrivendo da autodidatta (ma da autodidatta comunque non rozza e che ha macinato molti libri, come ha notato Mayoor), quasi nessuno si è accorto di lei in vita; e tu, Giorgio, stai ancora in cerca di un editore per il suo  “Tutte le poesie 1985- 2002”. Però a me pare che  l’autorecludersi di Madonna in  questo suo immaginario classicheggiante (dai toni mortuari) sia la scelta di una sorta di monachesimo o eremitaggio poetico,  limitante però e non liberante (per lei e anche per noi lettori della sua poesia).  Tra l’altro la sento “pagana” solo in superficie (sempre in queste poesie qui lette). Come ho detto, un’attesa religiosa, spirituale, di  ricerca di salvezza, una sorta di «sospensione» (Mayoor) dal mondo reale e dalla storia sembrano prevalere. Madonna mi pare troppo attratta dal mistero, dalla magia delle immagini. E crea attorno a sé, come ha ben capito ancora una volta Mayoor,  un clima «restaurativo» o – direi – “restaurativo-umanistico” (ma bisognerebbe contestualizzare questa ricerca  e confrontarla con altre analoghe del periodo  in cui s’è svolta: gli anni Ottanta-Novanta appunto).
Mannacio, che a torto o a ragione diffida delle tue tesi “militanti” contro Giudici e i “minimalisti” o le accantona con più disinvoltura di me, ha fatto un’operazione, forse un po’ dissacrante (come la mia) ed improntata a un sano empirismo (anche questo – in parte – vicino al mio, quando  parto dai testi…): contatto coi versi qui pubblicati, registrazione delle proprie  reazioni di  lettore ”forte”, giudizi sintetici e veloci: calligrafia,  dispersione, retorica, gusto per la parola in sé, didascalismo, «arcaismo senza giustificazione emotiva, approssimazioni formali, spezzoni di realtà divenuti aneddoti etc». E arriva a una conclusione che sento  di far mia (con alcune precisazioni):  accetta Madonna come poetessa, ma non trova «notevole» la sua poesia e tantomeno  un modello per la poesia da farsi per uscire dalla crisi.
Anch’io, aggiungo, di fronte al tuo discorso critico, che troppo metaforizza e a volta tende a un ricamo lirico e all’enfasi,[7] trovo saggi certi richiami di Mannacio. Ad esempio, quando obietta: «Mi sembra che tu [Linguaglossa]” dica molto di più” di quello che ” il testo” dica o suggerisca» o quando  ricorda che «la metafora [nei testi di Madonna] deve essere velata e rivelata dal testo e non dalle acute parole di Giorgio Linguaglossa».
Insomma io pure non vedo «svolta» in questi testi o un’indicazione di poetica a cui dovremmo guardare come a un modello. E non eccezionali mi paiono i meriti che elenchi: il fatto che questa di Madonna non  sia «poesia confessione» (alla Pozzi, alla Merini); che  lei dialoghi da pari a pari con altri poeti del Novecento (nel caso Kavafis); che non ceda ai «sensazionalismi» (alla Rosselli e, ancora, alla Merini); che nei suoi versi ci sia «metaironia»; che ci sia l’impressione di spazio. Certo,  la sua poesia è frammentaria e s’iscriva nella tradizione romantica (da Novalis in poi). E accetto, come tu sostieni, che Madonna «come ogni poeta di grande valore, tenta di ricomporre il frammento, ricomporre l’infranto, ricostruire la totalità ma una totalità di frammenti, di relitti e di delitti». Ma, intendiamoci, la totalità a cui lei, come i romantici, mira è, secondo me, quella statica, archetipica del mito, quella possibile solo in un mondo arcaico  o antico a cui quello d’oggi, anche se si ricomponesse, non assomiglierà mai più. Perché historia fecit saltus (dalla rivoluzione industriale in poi) e la totalità a cui si può mirare è pensabile (che non significa possibile o garantita!) soltanto nelle forme che potrebbero assumere sia le società che questo saltus  hanno compiuto irreversibilmente (quelle “occidentali”, ma ora anche quelle “orientali”) che quelle arcaiche o antiche, che posso pensare blochianamente nostre contemporanee (e quindi non “arretrate” o “sottosviluppate”!), ma non nostro modello, come avviene nella teoria della decrescitaalla Latouche, tanto per avere un riferimento di moda. (Qui so che dovrò riprendere un vecchio “duello” anche con Francesca Diano, che iniziammo su Le parole e le cose; e forse anche con Rita Simonitto… ma spero che nel frattempo, essendosi intensificato il confronto, anche su questioni spinose come queste si possa discutere a tutto campo…).

Questo schema (=ipotesi) mi guida anche nel giudizio delle poesie di Madonna. Se ho parlato di reclusione monacale dai toni mortuari, ritengo perciò che lo  spazio in cui si muove  sia soffocante e claustrofobico e niente affatto aperto.  E anche la temporalità in cui si pone, poiché Madonna pare  scegliere l’antico e l’arcaico cancellando il presente (conflittuale o in crisi; e la crisi, ci tengo a dirlo,  non è solo apocalisse già avvenuta, distruzione  di tutto), mi pare  “troppo chiusa”.
Tu parli di «una grande poesia di relitti, relittuaria, funeraria (non funebre!)». Perplesso mi chiedo: ma cosa  ne facciamo soltanto delle rovine, se non si ha un disegno nuovo in cui inserirle? Ci possiamo accontentare di questo nichilismo di fondo? Della sola pars destruens facendone una totalità?
Non vedo pertanto, come ho già detto, (almeno in queste poesie di Madonna, poi valuterò le altre inedite)  una «gioia della carne […] una gioia pagana irrefrenabile». Non ci può mai più essere oggi il paganesimo di una volta! Mi sento ancora  qui vicino alla posizione sia pur troppo   severa di Mannacio: «Che la situazione dei poeti non sia bella lo sappiamo da tempo, ma non è che cambi attraverso la supervalutazione di uno dei tanti che si aggirano, recitando, tra le tombe».
Non è  un cimitero il luogo in cui ci si possa ballare o sfrenarsi in amplessi amorosi pagani. E, comunque,  anche se alcuni  ci riuscissero, resterebbero in un cimitero. Il congiungimento di amore e morte resta per me irrimediabilmente un mito romantico. Sul quale riflettere a fondo. Ma  prima di  rifugiarsi ancora una volta in esso, tenterei di far uscire la poesia dalla crisi. In Madonna non esce, ma si chiude in un monastero o peggio in un cimitero.
Scendiamo giù dal pero. Siamo in una società capitalistica avanzata e in crisi, che  anche del paganesimo (e persino della cosiddetta “rivoluzione sessuale”) ha già dimostrato di sapersi servire per fare soldi e usarlo come instrumentum regni. E non dimentichiamo che anche se la poesia di Madonna rimettesse, come tu sostieni ( ma non dimostri), sul baricentro «la tradizione didascalica con quella metaforica e allegorica»,  ogni «perfetto equilibrio»  classico sarebbe solo di maniera, continuamente smentito dai conflitti e dal caos che ci  assalta appena  usciamo dalla soglia di casa o ci affacciamo al Web o alla Tv o, da turisti, in qualche paese “esotico”.
(Insomma, darei ragione ache a ‘Il fu GiusCo’ che ha fatto notare che sulla pars destruens forse siamo d’accordo, ma sulla  pars costruens non ci siamo. E questa discussione sulle poesie di Madonna ne è una prova).

Appendice:

Infine alcune annotazioni di contrappunto a singole tue affermazioni:

1. «Il merlo gracchiò sul frontone d’un tempio pagano»

Quando scrivi:

«Semplicissimo ed efficacissimo. Non ci sono trucchi. Tutto è chiaro, limpido. Il mondo pagano è tramontato per sempre. Un’altra civiltà si sta per affacciare, il mondo cristiano con le sue ombre e la sua teologia della crocifissione e della resurrezione».

Mi chiedo: ma cosa aggiunge di nuovo al risaputo storico questa “riassunto in poesia” di Madonna? Ben poco o niente, proprio perché, come tu dici «il lettore abita la contemporaneità del 2012, e sa come sono andate le cose in questi due millenni di Storia». Sul piano del rapporto poesia-storia, qui la poesia non aggiunge alcunché.

1.1. Inoltre dici:

«Madonna omette ogni accenno agli accadimenti dei due millenni di Storia e di stragi che si sono succeduti fino ad oggi, e li omette perché estranei alle esigenze di equilibrio e di armonia della prima strofe. La poesia per Madonna è suprema Armonia, suprema Finzione che hanno in sé la propria giustificazione».

A me  pare che proprio questa omissione della conflittualità della storia in base ad esigenze estetiche («di equilibrio e di armonia della prima strofe») sia grave in poesia. Così davvero la poesia intesa come «suprema Armonia, suprema Finzione», diventa Suprema menzogna! I suo fiori, come diceva Marx, finiscono per coprire le catene.  Siamo sulla sponda opposta di Foscolo: «e alle genti svela di che lacrime grondi e di che sangue».
 Cosa me ne faccio, allora, di questo respiro della dimensione del mito («qui si respira la dimensione del mito, della mitologia pagana, della civiltà ellenistico-romana che è tramontata»), se il mito invece di aiutare a svelare, nasconde?

1.2. Quando dici:

«le monete d’oro sono il simbolo di un tesoro che è stato dissipato: l’armonia del mondo pagano è stata infranta per sempre. Adesso tutto è chiaro: chi è quel merlo nero che «gracchia» sul frontone del tempio pagano? E’ il poeta nero del tempo del mondo cristiano occidentale, costui gracchia, non può che gracchiare, le sue parole sono stridio informe e caotico che non possono più adire all’Armonia e al nitore del mondo pagano, sì, quel mondo scomparso «dove un narciso guardava nello specchio d’un pozzo la propria immagine riflessa e un satiro danzante muoveva…».

Come non vedere che ti fermi a una concezione puramente nostalgica del mito e non tener conto della visione, che a me pare  ben più matura di Leopardi? Egli non dimenticava mai il presente (moderno e conflittuale!), anche quando si calava nel mito. Non vi affondava. Ne riconosceva la Bellezza potente (una volta!), ma sapeva che non era più raggiungibile; e non vi cedeva, perché sapdeva che per l’uomo moderno quell’Armonia sarebbe stata falsa.

1.3 Quando scrivi:

«Qui non c’è arcaismo o senzazionalismo, non ci sono trucchi, le due strofe scorrono liquidiformi sotto gli occhi del lettore il quale deve “leggere” con gli occhi la poesia più che ascoltarla con l’orecchio; deve intelligere dentro la cornice delle sue immagini».
Ma un lettore critico non può dimenticare e abbandonarsi alle immagini e dimenticare che tutta la situazione che la poesia di Madonna gli presenta è un finto arcaismo,  che illude, ti attira, ma non permette ritorno al presente (conflittuale) perché l’ha cancellato (Cfr. 1.1.).
Non è che così uno respinge del tutto la poesia di Madonna, perché non sarebbe in grado di capirla o dimostri «sordità critica» o cede a una «lettura frettolosa». Né siamo tutti ostacolati dall’esserci abbeverati alla «fonte della poesia maggioritaria del minimalismo romano-milanese e dell’esistenzialismo milanese».
Semmai  succede che quei «sottilissimi scarti, quasi invisibili a occhio nudo» della poesia di Madonna siano davvero fragili. E questo  appare anche a chi non è affatto dalla parte dei “minimalisti”.

2 . «Sono arrivati i barbari, console! – dice un messaggero»

Tu sostieni:

«È la metafora del nostro tempo. I barbari hanno già vinto, ed è inutile resistere. Ma chi sono per Madonna i barbari? È la nuova civiltà mediatica che ha già imposto le proprie condizioni: la resa definitiva e senza condizioni dei cittadini di Costantinopoli. In un linguaggio protocollare tombale relittuale Madonna vuole comunicarci la notizia che è stata trovata la soluzione e che occorre accettarla senza ambasce né resistenze. Occorre prendere atto dei nuovi rapporti di forza. Di qui (ma la poesia non lo dice) nascerà una nuova forma di civiltà. Chi parla è un sopravvissuto? Ma la poesia non ci dice nulla neanche su questo punto».

Su questa tua  linea mi  pare che concordino anche  Francesca Diano («Oggi prevale quello che Zolla definisce “l’uomo massa”, accecato dall’illusione dell’industria culturale, da lui già denunciata e criticata nel lontano 1959 nell’”Eclissi dell’intellettuale”») e Paolo Pezzaglia. Dico ancora chiaro e tondo che dissento;  e richiamo quanto ho scritto nel post sulle otto tesi (qui):

«Apprezzerei anche però un “Dante reazionario”( titolo di un libro di Edoardo Sanguineti) o dei Danti reazionari. Mi spiego. Il mondo nuovo che si va preparando molti di noi non lo vivranno e non possono immaginarlo. Ma hanno una buona esperienza di quello in cui hanno vissuto e della poesia del passato (diciamo fino agli anni Settanta in Italia).
Ebbene, assumano almeno l’atteggiamento di Dante. Ce l’aveva a morte coi borghesi della sua Firenze ( le masse d’allora), giudicava poesia solo quella – pensate un po’ di un Virgilio – ma capì che il latino non era più veicolo praticabile, neppure per i poeti come lui, e passò al volgare. Certo da par suo, che era un aristocratico e la sapeva lunga.Noi forse non sappiamo passare al volgare d’oggi. Non lo sappiamo inventare. Ma almeno critichiamolo sapendo che sarà la lingua del futuro e cerchiamo di “grammaticalizzarla”, per quel che ci riesce, secondo il latino ( poetico) che abbiamo appreso».

[1] Questo mio approccio  alquanto irriverente  contrasta, a quanto vedo, con quello più coinvolto sul piano estetico di Rita Simonitto. È come se Rita, a differenza del mio modo di leggere i testi, ne valutasse in primis la loro tessitura simbolica («la poetessa ci fa sperimentare la tragica esperienza del fallimento di un legame estetico») e si muovesse a suo agio su questo piano («Le monete d’oro del narcisismo e dell’edonismo dionisiaco non permettono di prendere in considerazione l’esistenza di un Altro da sé, verso cui muoversi, verso cui sperimentare la spinta verso la bellezza e il conflitto estetico che ne deriva»). In me è forte – lo riconosco – l’esigenza di non autonomizzare il piano simbolico e di legarlo (troppo in fretta?) al piano storico-politico, perché solo da tale confronto il ‘simbolico’  svela il suo “sostrato conflittuale” che esso attutisce o nasconde.

[2] Secondo l’adagio latino: Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris  (“Ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai”). «La fortuna e il persistere di questa espressione, come delle consimili Memento mori (“Ricordati che devi morire”) e Memento novissimorum (“Ricordati dei novissimi”, cioè delle ultime cose, compresa appunto la morte), non risalgono solo al rituale e al formulario religioso ma anche a due tipici aspetti della società medievale, il penitenzialismo e l’ossessione, se non addirittura il compiacimento, della morte. Se ne hanno efficaci rappresentazioni, talora cupe ma anche ironiche, nei temi iconografici della danza macabra, dell’Incontro dei tre morti e dei tre vivi e del Trionfo della morte, poi ripresi e diffusi anche dal Cinquecento barocco della Controriforma fino alla metà del Settecento». (da: http://it.wikipedia.org/wiki/Memento_homo,_quia_pulvis_es_et_in_pulverem_reverteris)

3] Cfr. Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti. Einaudi, Torino 1997.

[4] Mi pare perciò errata l’interpretazione (anch’essa religiosizzante) che ne dà Lucy in un suo commento: «Ci sono parole che dormono…ed è bene non svegliarle..” Perché non svegliarle? Forse è preferibile tacere una verità per evitare di fare del male oppure non svegliare il sonno eterno delle parole evitando di fare affermazioni banali. Ritengo sia più credibile la prima ipotesi. Ma all’improvviso a partire dal terzo verso le parole risorgono ed è interessante l’accostamento “ed è questa la vera resurrezione della carne” per ribadire invece la necessità, l’importanza di esprimere, quasi “gridare” a gran voce i nostri pensieri».
Che la resurrezione della carne “vera” non possa essere ridotta alla resurrezione delle parole, che questo“risveglio” non sia la stessa cosa dell’altro, mi pare ovvio; e, ricordandomi di qualche passo di Michele Ranchetti, non mi sbaglio se dico che è ancora oggetto di discussione accesa tra i credenti.

[5] Vedi quest’altro commento simpatetico sempre di Lucy: «Gli angeli volano via simboleggiando la fuga dalla realtà, i demoni sono costretti a star fermi per sempre; questo avverbio finale sottolinea proprio la drammatica consapevolezza della condanna eterna a rimanere legati ad una realtà che soffoca ed opprime la libertà individuale.
La poesia, infatti, può essere letta in tal modo: una fuga dalla realtà ( il volare degli angeli) come espressione della propria libertà (anelito all’infinito) contro la disperata consapevolezza della debolezza ed incertezza umana e dell’accorata “disperazione singhiozzata” dai demoni. Gli angeli e i demoni: La luce contro le tenebre, lo splendore contro il buio, la vita contro la morte, il bene contro il male. Da notare ancora che la poetessa dedica il maggior numero dei versi alla condanna dei demoni contro il volare degli angeli, come eterna dicotomia dell’essere umano che ha attraversato la cultura religiosa e la filosofia greca. Già nella civiltà greca Platone sosteneva:” che c’è dentro di noi uno spirito divino e uno demoniaco”. Forse è questo ciò che l’autore del componimento vuole comunicare, lo scontro perenne nell’uomo tra il bene e il male».

[6] In proposito mi pare ci sia un equivoco: i «famuli», cioè i servi oggi andrebbero identificati con le badanti o gli “extracomunitari”. Qui, però, si parla (ne ho parlato io pure nel post dedicato al libro di Daniele Santoro) spesso anche di ceto medio (semicolto) e di piccola borghesia, i cui rappresentati veri ‘famuli’ non sono e andrebbero meglio accostati, se proprio vogliamo rifarci al mondo antico, ai ‘liberti’ (o a falsi liberti).

[7] Un esempio: «mi convince la filigrana, le sedimentazioni della civiltà dei secoli. E poi l’oscillazione tra ethos e pathos è talmente vasta da fare venire le vertigini al lettore».

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