corrado Bevilacqua , Da una guerra all’altra : Gli anni di George W. Bush

Corrado Bevilacqua

Da una guerra all’altra

Gli anni di George W. Bush

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Sulla cosiddetta “azione preventiva”. Molte polemiche sono state suscitate in tutto il mondo dalla presentazione al Congresso degli Stati Uniti da parte del presidente George W. Bush del rapporto sulla “nuova strategia americana per la sicurezza nazionale” nel quale egli ha rielaborato, alla luce del nuovo contesto politico creato dagli attacchi terroristici dell’11 settembre, la dottrina del cosiddetto “jus ad bellum” (R. Kagan “Il diritto alla guerra”, Mondadori).
Nel rapporto, pubblicato integralmente dal “New York Times” del 20 settembre 2002, il presidente George W. Bush spiega che “the great struggles of the 20th century between liberty and totalitarianism ended with a decisive victory for the forces of freedom” e il raggiungimento d’un “single sustainable model for national success” il quale è fondato su tre pilastri: “freedom, democracy and free enterprise”.
Il successo delle forze della democrazia, continua il presidente George W. Bush nel suo rapporto, ha cambiato lo scenario politico internazionale e ha creato una situazione politica nella quale “only nations that share commitment to protecting basic human rights and guarantening political and economic freedom will be able to unleash the potential of their people and secure their future prosperity”.
Malgrado ciò, il presidente George W. Bush sottolinea nel suo rapporto, la vittoria delle forze della democrazia è ancora lontana dall’essere completa. I nemici della democrazia, infatti, sono ancora molti e sono ancora più pericolosi dei vecchi nemici della democrazia a causa del possesso di armi micidiali come le cosiddette “armi di distruzione di massa” che li pongono nella condizione di vibrare dei colpi mortali alle forze della democrazia.
In questo quadro, nota il presidente George W. Bush nel suo rapporto, va inserita la cosiddetta strategia della “pre-emptive action”, la quale afferma che gli Stati Uniti non permetteranno ai nemici della democrazia di portare a termine i loro attacchi contro gli Stati Uniti, ma che “the United States will act against such emerging threats before they are fully formed”.
Ciò ci porta al centro del problema. Se è vero, infatti, come il presidente George W. Bush afferma nel suo rapporto, che “nations need not suffer an attack before they can lawfully take action to defend themselves”, è altrettanto vero, come il presidente dell’International Institute for Strategic Studies di Londra, sir Michael Howard, ha spiegato in un suo recente articolo, che tale “azione preventiva” può essere giustificata solo in presenza d’un “real and present danger of attack” (M. Howard “Smoke on the Horizon” in “FT”, September 7, 2002).
Il presidente George W. Bush, però, non parla nel suo rapporto di “real and present danger of attack”, ma di “imminent threat of attack”. Il presidente George W. Bush giustifica questo passaggio dal concetto di “danger” (pericolo) in quello di “threat” (minaccia) con le trasformazioni che sono intervenute nel “sistema delle relazioni internazionali” con la fine della Guerra Fredda e il crollo del comunismo che se, da un lato, hanno favorito lo sviluppo della democrazia, dall’altro lato, hanno reso ancora più temibili i nemici della democrazia.
Al tempo della Guerra Fredda, il presidente George W. Bush nota nel suo rapporto, “enemies needed great armies and great industrial capabilities to endanger America. Now shadowy networks of individuals can bring great chaos and suffering to our shores for less than it costs to purchase a single tank” e questo fatto impone agli Stati Uniti un cambiamento della loro strategia per la sicurezza nazionale che non potrà più essere basata, come era accaduto durante la Guerra Fredda, sul concetto di “deterrenza”, ma dovrà essere basata sul concetto di “prevenzione” (R. Levine “Deterrence, Prevention, Pre-emption” in “IHT”, October 24, 2002). 
L’argomentazione di George W. Bush è certamente abile dal punto di vista dialettico, ma non risolve il problema della legittimità giuridica d’una “azione preventiva”. La nozione di “real and present danger” si riferisce, infatti, per usare le parole dello stesso George W. Bush, a una situazione di “carattere oggettivo” come la “visibile mobilization of armies, navies and air forces preparing to attack” la quale è facilmente riscontrabile e fornisce a chi è in procinto d’essere attaccato la possibilità di valutare oggettivamente la consistenza dello stesso “danger of attack”.
La nozione di “imminent threat of attack” si riferisce, invece, a una situazione di “carattere soggettivo”, la quale è, per sua natura, difficilmente quantificabile dal punto di vista pratico e, proprio per questo motivo, essa non è accettabile né dal punto di vista politico né dal punto di vista giuridico perché, se essa dovesse essere accettata, essa finirebbe per creare una sorta di “bellum omnium contra omnes” perché tutti potrebbero sentirsi minacciati da tutti e tutti potrebbero sentirsi autorizzati a porre fine alla minaccia attraverso una “azione preventiva” contro la fonte della presunta minaccia (A. Asor Rosa “La guerra”, Einaudi).
Che fare? Semplice. Dobbiamo ritornare alla politica, anche se, allo stato presente delle cose, ciò si presenta come un’impresa tutt’altro che facile e nulla può fornirci delle garanzie riguardo al suo buon esito. Il mondo è cambiato, infatti, dal tempo della Guerra Fredda, quando il nemico, come sostiene il presidente George W. Bush nel suo rapporto, era facilmente individuabile e facilmente individuabili erano anche i mezzi necessari per contrastarlo. Il nemico può, ora, nascondersi ovunque e, come l’11 settembre ha dimostrato, esso può colpire in ogni momento usando i mezzi più diversi:  dalle armi tradizionali alle “armi di distruzione di massa” (W. Lacquer “No End to War. Terrorism in the Twenty-first Century”, Continuum).
Non sarà, tuttavia, colpendo alla cieca come nel “gioco delle pignatte” delle nostre feste paesane che noi potremmo sconfiggere il “terrorismo islamico”. Noi potremmo sconfiggerlo soltanto se riusciremo a ricucire il tessuto politico di cui è composto il “sistema delle relazioni internazionali” e se riusciremo a creare, come ha recentemente scritto Bill Clinton, un mondo in cui vi siano “more partners and fewer terrorists” (B. Clinton “My Vision for Peace”, in “The Observer”, September 8, 2002).

Quale costituzione per l’Europa? Premetto che non sono un giurista e quello che dirò farà, probabilmente, arricciare il naso a qualche giurista. Malgrado ciò, penso che, pur non essendo un giurista, abbia anch’io il diritto, come qualunque altro cittadino europeo, di dire ciò che penso sul problema della nuova costituzione europea (W. Plaff “A Constitution for Europe”, in “IHT”, November 4, 2002).
Una costituzione, per dirla in termini volgari, è un documento nel quale sono scritti i principi che uno stato intende porre a base della propria azione e nel quale è fissata la struttura istituzionale che esso intende darsi al fine di svolgere la propria azione nel rispetto dei principi che sono stabiliti nella stessa costituzione dello stato (G. De Vergottini “Costituzione” in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, “Dizionario di politica”, UTET).
Ciò pone a coloro che dovranno scrivere la nuova costituzione europea sotto la guida di Valéry Giscard d’Estaing un problema di non facile soluzione. Molti cittadini europei continuano, infatti, a rimanere fedeli all’idea dello “stato nazionale” e pensano all’Europa come a una “confederazione di stati sovrani” piuttosto che ad uno “stato federale”. Altri cittadini europei pensano sia arrivato il momento di superare l’idea di “stato nazionale” e vedrebbero con favore un’Europa costituita in “stato federale”.
Io sono fra questi ultimi e l’Europa che io vorrei è un’Europa costituita nella forma di “stato federale” sul “modello americano” con un presidente eletto a suffragio universale dai cittadini europei, un parlamento europeo composto da due camere, la Camera dei Rappresentanti e il Senato, elette a suffragio universale, e un governo europeo nominato dal parlamento europeo. In questo quadro, gli attuali stati nazionali si trasformerebbero in strutture amministrative nazionali, ciascuna delle quali avrebbe un proprio governatore eletto a suffragio universale dai cittadini dello stato, un proprio parlamento statale e un proprio governo nominato dal parlamento statale.
Naturalmente, mi rendo conto che tutto ciò è destinato a rimanere scritto nel “libro dei sogni”. I cittadini europei non sono ancora pronti a accettare una simile costituzione e, ancora meno pronti dei cittadini europei, sono i governanti europei i quali continuano a dimostrare di non aver alcuna intenzione di rinunciare al potere di cui essi godono attualmente in forza della loro qualità di governanti. Non è, perciò, difficile prevedere che la nuova costituzione europea sarà inevitabilmente una “costituzione di compromesso” la quale creerà più problemi di quanti non ne risolva (T. Fuller “Giscard Offers ‘Architecture’ of New Europe”, in “IHT”, October 29, 2002).

Mamma li turchi! Hanno suscitato scalpore in tutta Europa le dichiarazioni rilasciate recentemente alla stampa dal presidente della commissione incaricata di stendere il testo della nuova costituzione europea, il francese Valéry Giscard d’Estaing, il quale s’è detto contrario all’entrata della Turchia nell’Unione Europea. Qualcuno ha accusato Valéry Giscard d’Estaing d’essere caduto anch’egli vittima della teoria del cosiddetto “clash of civilizations”. Qualcun altro, ha accusato Valéry Giscard d’Estaing di pensare all’Unione Europea come a una sorta di “club chrétien” il cui accesso è precluso agli infedeli (G. Parker “Giscard Attacks Turkey’s Attempt to Join the European Union”, in “FT”, November 9, 2002.).
In realtà, come Daniel Vernet ha scritto su “Le Monde”, “en mettant en doute le caractére européenne de la Turquie et en affirmant que l’entrée de la Turquie dans l’Union Européenne signifierat la fin de celle-ci, Valéry Giscard d’Estaing n’a pas succombé à la theorie du choc des civilizations”. Per Daniel Vernet, Valéry Giscard d’Estaing aveva voluto, invece, sottolineare il fatto che, allargando sempre più i propri confini, l’Unione Europea rischia di perdere la propria identità politica e culturale e rischia di trasformarsi da “unione politica” in “une organization régionale de l’Europe et du Proche-Orient”. Ciò, però, “c’est une autre chose, un autre projet” (D. Vernet “L’Europe sans frontiers”, in “Le Monde”, 10 Novembre 2002).
Una cosa è, infatti, una “unione politica”, un’altra cosa è una “unione geografica”. Per costruire una “unione politica”, l’Unione Europea deve darsi, però, una propria “identità politica”. L’Unione Europea è ancora lontana dall’aver fatto una cosa del genere. Ciò complica il problema dell’annessione della Turchia nell’Unione Europea e spiega la diversità delle reazioni che le dichiarazioni di Valéry Giscard d’Estaing hanno suscitato nei paesi aderenti all’Unione Europea.
“Britain, backed by Denmark, the current EU president, and Greece want to give Turkey a rendez vous, probably next year, to start accession negotiations”, mentre “France, Finland, Sweden and smaller EU coutries say EU enlargment could produce an institutional nightmare in terms of taking decisions”. Per Francia, Finlandia e Svezia, infatti, “with a population by 2015 the same of Germany, Turkey would have a share of votes giving it a powerful voice in the EU’s institutions” (J. Dempsey “Giscard Attacks on Ankara Bid Seen as Targeting Summint”, in “FT”, November 9, 2002).
Sia come sia, io penso che il problema d’una eventuale annessione della Turchia alla Unione Europea non sia, comunque, un problema europeo. Io penso sia un problema turco. E’ la Turchia, infatti, che deve adeguare le sue istituzioni economiche politiche, giuridiche e sociali a quelle esistenti nell’Unione Europea se vuole entrare nell’Unione Europea. Non è l’Unione Europea che deve adeguare le sue istituzioni economiche, politiche, giuridiche e sociali a quelle esistenti in Turchia.
Se la Turchia sarà capace di fare una cosa del genere, nei modi e nei tempi previsti da un eventuale trattato di annesssione, essa sarà la benvenuta nell’Unione Europea. Se la Turchia non dovesse riuscire a fare una cosa del genere, il problema si risolverà da solo. La Turchia potrà diventare un “partner privilegiato” dell’Unione Europea. Essa continuerà a rimanere membro della NATO, ma essa non potrà entrare nell’Unione Europea (“Nos Voisins Turcs. Le Monde Dossier”, in “Le Monde” 15 Décembre 2002).

Riflessioni sull’Europa. Molte cose sono state scritte dai commentatori politici di tutto il mondo su quello che è successo lo scorso week-end in Danimarca dove i capi di stato e di governo di venticinque paesi europei hanno deciso di porre fine alla vecchia “Europa a 15” e di dare finalmente vita alla una nuova “Europa a 25”. Ciò pone due problemi. Il primo problema riguarda quella che è stata chiamata la “identità europea”. Il secondo problema riguarda il genere di rapporto che la nuova “Europa a 25” intende instaurare con la Russia (G. Parker “European Union Opens Door to 75 Million New Citizens”, in “FT”, December 14, 2002).
Come si vede, non si tratta di due problemi di scarsa importanza e questo fatto spiega probabilmente l’interesse che i commentatori politici di tutto il mondo hanno dimostrato per quello che è successo lo scorso week-end in Danimarca, a cominciare dai commetatori politici  americani i quali non ha perso l’occasione per impartire agli europei una lezione di “melting-pot” (C. Power “Who Are We?”, in “Newsweek”, December 23, 2002).
Ora, a me sembra che il “melting-pot” c’entri poco o nulla. In Europa, infatti, diversamente da quello che accadde in America al tempo della “grande migrazione”, non abbiamo a che fare con degli “asylum seekers” alla ricerca d’una terra nella quale rifarsi una vita, ma abbiamo a che fare con interi popoli i quali sono stati, per molti secoli, in guerra fra di loro e che ora, dopo molti secoli di guerra, tentano, tra molte difficoltà, di mettersi finalmente assieme (K. Pomian “L’Europa e le sue nazioni”, Il Saggiatore).
Qualcuno potrebbe obiettare che il problema s’era già posto al tempo della creazione del cosiddetto Mercato Comune Europeo. E’ vero. E’ anche vero, tuttavia, che una cosa è dare vita a una “unione economica” com’era il Mercato Comune Europeo, un’altra cosa è dare vita a una “unione politica”. Una “unione economica” si fonda, infatti, su degli “interessi comuni”. Una “unione politica” si fonda, invece, su dei “valori comuni”. Ciò pone una domanda: “Esistono o non esistono dei valori comuni a tutti i protagonisti del lungo processo di unificazione europea?” (L. Levi “Unificazione europea” in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino “Dizionario di politica”, UTET).
Teoricamente sì. Teoricamente esitono dei valori comuni. Il comunismo è crollato. L’Unione Sovietica non esiste più. La “economia di piano” è stata rinchiusa per sempre nel “gabinetto delle antichità”. Tutti i governi europei, in un modo o nell’altro, dicono d’essere a favore della “economia di mercato”, della “libertà d’impresa” e della difesa dei “diritti dell’uomo e del cittadino”. Praticamente, le cose sono più complesse. Ciascuno stato cerca di tirare l’acqua al proprio mulino e rifiuta di rinunciare a quello che è riuscito a conquistare.
Poi, c’è il problema della Russia, la quale non è più la potenza economica e militare che era un tempo l’Unione Sovietica, ma rimane pur sempre la seconda potenza militare del mondo, dopo gli Stati Uniti. Ciò significa che, se è vero che la Russia appartiene geograficamente all’Europa, è altrettanto vero che la sua dimensione geografica e la sua potenza militare rendono la Russia più un possibile alleato dell’Unione Europea che un suo possibile membro, purché, naturalmente, l’Unione Europea si decida a affrontare il problema della propria sicurezza.
Nel caso contrario, l’Unione Europea continuerà a rimanere un gigante economico dotato d’un mercato interno che può rivaleggiare, per quello che riguarda le sue dimensioni, con il mercato interno americano, ma essa continuerà a rimanere un nano politico e dovrà continuare a  contare sugli Stati Uniti per la propria sicurezza la quale richiede, come sappiamo, non solo l’investimento di notevoli risorse economiche ma richiede anche l’esistenza d’una visione politica condivisa da tutti gli stati membri dell’Unione Europea.

Sulla cosiddetta “guerra giusta”. “Nessuna guerra è giusta”, è stato spesso sostenuto, nel corso dell’ultimo anno, da eminenti personalità religiose e da noti intellettuali, per non parlare dei milioni di cittadini che hanno manifestato recentemente contro la guerra  in tutte le città del mondo. L’affermazione di costoro è certamente suggestiva e ciò spiega il suo successo presso l’opinione pubblica. Essa non aiuta, tuttavia, a risolvere il problema della guerra (M. Walzer “Sulla guerra”, Mondadori).
Per quanto assurdo possa sembrare, perfino la guerra, ove ricorrano determinate condizioni può essere, infatti, considerata giusta. Tali condizioni, come l’ex-presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, ha ricordato in un suo recente articolo, sono: una causa giusta, un’autorità legittima, il male causato dalla guerra dev’essere inferiore al male al quale la guerra intende porre rimedio, non deve esistere alcuna alternativa  alla guerra (J. Carter “An Attack Is Not Justified”, in “IHT”, March 10, 2003).
Chiarito questo punto, possiamo chiederci: “Esistono o non esistono le condizioni per fare guerra all’Iraq?”. La risposta è negativa. Non esistono le condizioni previste dalla dottrina della guerra giusta per fare guerra all’Iraq. La guerra contro l’Iraq sarebbe, perciò, come il vecovo di Oxford, Richard Harris, ha spiegato in un articolo pubblicato su “The Observer” nell’agosto dello scorso anno, una “guerra ingiusta” (R. Harris “This War Would Not Be a Just War”, in “The Observer”, 4 August 2002).
Infine, “last but not least”, c’è il problema di ciò che avverrà in Iraq a guerra finita. Come esistono, infatti, diversi generi di guerra, così esistono diversi generi di pace. Perché la pace funzioni, come lo scrittore tedesco Ernst Jünger spiegò in un saggio scritto a Parigi durante Seconda Guerra Mondiale, essa dev’essere la “pace di tutti”. Essa non può essere soltanto la “pace del vincitore”, neanche se il vincitore si chiama Stati Uniti ed è animato, come sostengono gli Stati Uniti, dalle migliori intenzioni di questo mondo (E. Jünger “La pace”, Guanda).

Impotenza della ragione. “Why America Scares the World”, ovvero, “Perché l’America fa paura al mondo?”, si chiede “Newsweek” sulla copertina del numero oggi in edicola. Accanto al titolo, “Newsweek” pubblica la foto d’una bomba, probabilmente intelligente, che si avvicina minacciosamente al suo obiettivo. La risposta alla domanda posta da “Newsweek” nel titolo di copertina è fornita dallo stesso direttore della rivista, Fareed Zakaria, in un lungo articolo pubblicato nelle pagine interne della rivista (F. Zakaria “The Arrogant Empire”, in “Newsweek”, March 24, 2003).
L’articolo è composto di quattro parti. Nella prima parte, intitolata “The Arrogant Empire”, Fareed Zakaria ricostruisce l’origine del “great divide” che s’è aperto fra America e ne individua le cause  nell’arroganza con la quale l’America tratta, da qualche tempo, il resto del mondo. Nella seconda parte, intitolata “The Age of Generosity”, Fareed Zakaria ricorda che ci fu un tempo, come quello del Piano Marshall, nel quale l’America era amata dal resto del mondo. Nella terza parte, intitolata “Where Bush Went Wrong”, Fareed Zakaria analizza gli errori compiuti dall’amministrazione Bush nel porre la propria posizione in materia di politica internazionale. Nella quarta parte, intitolata “The Way to Buck History”, Fareed Zakaria spiega, infine, come, l’America potrebbe superare l’attuale “divide” e potrebbe ritornare ad essere amata dal resto del mondo.
L’intento del direttore di “Newsweek”, Fareed Zakaria, è certamente positivo e il suo articolo può certamente aiutare il lettore americano a capire perché il mondo ha oggi paura dell’America. Purtroppo, il suo intento è immediatamente vanificato dal Deputy Defence Secretary, Paul Wolfowitz, il quale, in un’intervista pubblicata sullo stesso fascicolo della rivista, ribadisce, con la consueta franchezza, la posizione dell’amministrazione Bush sulla guerra contro l’Iraq e accusa senza mezzi termini coloro che si oppongono alla guerra contro l’Iraq di “opportunismo politico”.
Come Paul Wolfowitz spiega, infatti, nella sua intervista, “people are so used to the United States taking care of problems, so they can reap the benefits in whatever form serves their purposes. Sometimes it’s as simple as they don’t want to buck a domestic tide. Blair is a real stand-up guy and he takes a lot of political courage to do that. But, unfortunately, part of this problem is caused by the numbers of leaders who are actually demagoguing this issue and whipping up opinion” (D. Klaidman “It Will Be a War for the Iraqi People”, in “Newsweek”, March 24, 2003).

Vincitori e vinti. Ciò che tutti noi temevamo accadesse e che tante discusioni aveva suscitato dentro e fuori il palazzo delle Nazioni Unite è purtroppo accaduto. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno lanciato, infatti, il loro attacco contro l’Iraq e, volenti o meno, belligeranti o meno, siamo in guerra (T. Fuller “U.S. and British Troops Open Ground War”, in “IHT”, March 21, 2003).
Ora, che cosa possiamo dire di tutto ciò? La prima cosa che possiamo dire è che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno sbagliato a voler andare in Iraq contro la volontà delle Nazioni Unite. La guerra contro l’Iraq è, infatti, una guerra che è sbagliata sia dal punto di vista politico che dal punto di vista giuridico non sarà la cacciata di Saddam Hussein dal potere a rendere la guerra contro l’Iraq una guerra legittima.
La seconda cosa che possiamo dire è che la decisione di Stati Uniti e Gran Bretagna, considerata la situazione di stallo che s’era venuta a creare in senso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, era una decisione largamente scontata e che Francia, Russia e Cina potevano fare poco o nulla per impedire a Stati Uniti e Gran Bretagna di andare in Iraq contro la volontà delle Nazioni Unite.
Infine, la terza cosa che possiamo dire è che, come ha notato l’editorialista del “New York Times”, Bob Herbert ricordando il “farewell address” pronunciato nel 1961 dal presidente Dwight Eisenhower, indipendentemente dal modo in cui andranno le cose in Iraq, gli unici a uscire vincitori dalla guerra saranno, comunque, i rappresentanti del cosiddetto “complesso militare-industriale” i quali troveranno nelle commesse militari del governo americano nuove occasioni per aumentare i loro profitti (B. Herbert “Who Will Profit from This war?”, in “IHT”, April 11, 2003).

Legalità e giustizia. La critica che viene più frequentemente mossa in questi giorni nei confronti degli Stati Uniti è che la loro decisione di “andare da soli” in Iraq ha dato avvio a una “guerra illegale”, poiché essa, come ha spiegato il giurista francese, Alain Pellet, dell’Università di Nanterre, in un suo recente articolo, non ha avuto la copertura giuridica dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, la quale era l’unica autorità che, a livello internazionale, avrebbe potuto prendere una decisione in merito (A. Pellet “L’agression”, in “Le Monde”, 23 Mars, 2003).
Non si tratta d’un problema nuovo. Esso s’era già posto, infatti, nel 1999, al tempo della discussione sulla Jugoslavia. Come lo storico americano James Chace ebbe, allora, a ricordare, la NATO era, infatti, una “organizzazione militare difensiva” che era stata creata alla fine della Seconda Guerra Mondiale in funzione anti-sovietica e non era, perciò, legittimata a intraprendere “una guerra di aggressione” nei confronti della Jugoslavia per risolvere un problema interno della Jugoslavia (J. Chance “NATO Was never Intended to Be the World’s Policeman”, in “The Washington Post”, April 24, 1999).
La NATO decise, invece, di comportarsi altrimenti e di compiere un atto che non andava solo contro la sua carta costitutiva, ma costituiva un precedente estremamente pericoloso ai sensi dello stesso diritto internazionale poichè avallava, come aveva spiegato il premier svedese Ingvar Carlsson, il diritto da parte d’una qualunque organizzazione internazionale di intromettersi negli affari interni d’uno stato sovrano in nome della difesa d’una parte della sua popolazione (I. Carlsson “NATO’s Vigilante Warfare Gives a Bad Example to the World”, in “IHT”, April 1, 1999).
L’unica organizzazione che avrebbe legittimamente potuto intervenire sarebbe stata l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Cina e Russia, però, si opposero all’intervento delle Nazioni Unite, in nome della difesa del principio della “non-interferenza” e offrirono, in questo modo, alla NATO il pretesto che essa aspettava per poter intervenire in Jugoslavia in nome della necessità di fermare le violenze perpetrate dai serbi contro gli albanesi del Kosovo, a fronte della evidente incapacità delle Nazioni Unite di affrontare il problema (J. Mamou “Slaughter in Kosovo Prompts Nothing but Talk”, in “IHT”, January 21, 1999).
Ovviamente, ricordando questo precedente che ha visto coinvolto anche il nostro paese, allora governato da un governo di centro-sinistra presieduto dal comunista Massimo D’Alema, non intendo giustificare la decisione degli Stati Uniti di “andare da soli” in Iraq. Intendo, invece, evidenziare la contraddizione che può originarsi, alla luce dello stesso diritto internazionale, fra legalità e giustizia (A. Cassese “Il diritto internazionale nel mondo contemporaneo”, Il Mulino).
La guerra contro l’Iraq è, infatti, una “guerra illegale”, ma sarebbe, forse, diventata una “guerra giusta” se essa avesse goduto della copertura giuridica dalle Nazioni Unite? Oppure, per dirla in modo più chiaro e preciso, fino a quale punto la difesa dei “diritti umani” può giustificare una guerra? Fino a quale punto il rovesciamento d’una dittatura sanguinaria e l’instaurazione della democrazia può giustificare una guerra? Fino a quale punto è lecito uccidere in nome della giustizia?

Birra ghiacciata a Bagdad. I soldati americani sono entrati in Bagdad. La guerra contro l’Iraq, però, è tutt’altro che conclusa. Bagdad, infatti, è una città molto grande e molto popolata e non sarà facile assumerne il controllo. Ciò significa che la conquista di Bagad potrebbe rivelarsi ancora più difficile della conquista di Basra, dove gli iracheni hanno dimostrato una capacità di resistenza che ha stupito gli stessi soldati britannici ai quali era stata affidata la conquista della città (T. Fuller “U.S. Units Enter City Center and Meet Stiff Resistence”, in “IHT”, April 8, 2003).
Un’altro dato non meno significativo e che minaccia di far naufragare, ancora prima di essere stato avviato, il progetto elaborato dagli alleati per il dopoguerra in Iraq, è la accoglienza fredda, se non addirittura, ostile che gli iracheni hanno finora riservato ai soldati americani e britannici. Ciò contraddice le aspettative degli alleati e potrebbe indurre gli stessi alleati a rivedere il loro progetto, anche se è difficile immaginare come essi abbiano potuto ingannarsi così profondamente sull’atteggiamento degli iracheni  (B. Knowlton “Pentagon Foresees 6-month Transition”, in “IHT”, April 7, 2003).
Essenziale alla buona riuscita del piano di democratizzazione dell’Iraq elaborato dagli Stati Uniti è, infatti, la collaborazione degli iracheni. La loro collaborazione, a sua volta, non può che basarsi sulla fiducia. Gli iracheni hanno finora dimostrato di non avere molta fiducia nei confronti degli Stati Uniti. Essi sono passati, infatti, da un regime politico all’altro senza mai essere interpellati da nessuno e nessuno dei regimi politici che essi hanno finora conosciuto nel corso della loro storia poteva definirsi democratico.
Non poteva definirsi, infatti, democratico il protettorato britannico instaurato alla fine della Prima Guerra Mondiale a seguito del crollo dell’Impero Turco. Non poteva definirsi democratico il regno hascemita instaurato dalla Gran Bretagna. Non poteva definirsi democratico il regime instaurato dai militari iracheni dopo il colpo di stato del 1958. Non poteva definirsi democratico il regime instaurato dal partito Baath dopo il colpo di stato del 1968 e non poteva definirsi democratico il regime instaurato da Saddam Hussein con il colpo di stato del 1978 (M. Allam “Saddam Hussein”, Mondadori).
Oggi, gli iracheni si trovano di fronte al problema d’essere chiamati a dare il loro consenso a un governo alla cui instaurazione essi non hanno partecipato, ma che altri vogliono instaurare sulle loro spalle con l’aggravante, di non poco conto, che costoro non sono nemmeno degli iracheni, ma sono degli stranieri. Perché dovremmo stupirci, perciò, se gli iracheni, considerata questa situazione, non scendono in piazza a festeggiare i soldati americani e britannici? Io penso che noi dovremmo stupirci se gli iracheni facessero una cosa del genere (T. Ali “Bush in Babylon”, Verso).

Ultimi fuochi. I “tanks” americani hanno raggiunto il centro di Bagdad. La guerra in Iraq non è, però, finita e, probabilmente, essa è destinata a durare ancora a lungo se, come Elizabeth Stanley-Mitchell, esperta di problemi della sicurezza della George Washington University, ha spiegato, oggi, in un suo articolo, le forze della coalizione guidata dagli Stati Uniti non riusciranno a strappare a Saddam Hussein oppure ad un suo rappresentante la firma della  resa (E. Stanley-Mitchell “Seeking a Voice for the Surrender of Iraq”, in “IHT” April 9, 2003).
Secondo la giurista americana, le leggi di guerra sono, infatti, ineludibili e le forze della coalizione guidata dagli Stati Uniti non potranno considerare cessato lo stato di guerra contro l’Iraq finché qualcuno, a nome del governo leggitimo dell’Iraq, non firmerà la resa dell’Iraq. Se ciò non dovesse accadere, lo stato di guerra potrebbe continuare, in teoria all’infinito, a meno che gli alleati non decidano di occupare militarmente l’intero Iraq. Ciò, però, potrebbe richiedere molto tempo e il tempo potrebbe giocare a favore dello stesso Saddam Hussein, il quale potrebbe cercare di organizzare le proprie forze.
Non sono un indovino e non sono in grado di predire ciò che Saddam Hussein farà oppure non farà, purché egli sia ancora vivo e si trovi ancora in Iraq. Quello che posso dire è che egli non salverebbe, comunque, il proprio paese dalle conseguenze negative della guerra. Anzi, egli finirebbe soltanto per aggravarle, poiché, i primi a pagare lo scotto d’un prolungamento della guerra, sarebbero gli iracheni i quali si troverebbero ad essere presi presi tra due fuochi e, inoltre, non so nemmeno se essi accetterebbero di seguirlo nella sua avventura.
Se è vero, infatti, che a nessun popolo piace, essere invaso da soldati stranieri, anche se essi portano la stessa divisa dei soldati che sconfissero Hitler e Mussolini e il loro comandante supremo sembra essere tutto meno che un feroce conquistatore, è anche vero che Saddam Hussein è un uomo che ha costruito il proprio potere politico sul terrore. Il suo mezzo preferito di persuasione era la tortura e non penso, perciò, che molti cittadini iracheni, malgrado il loro odio per gli stranieri, accetterebbero di morire per lui.
Il problema, tuttavia, esiste e potrà essere risolto soltanto dagli stessi americani nel momento in cui essi, consolidata sul campo la loro vittoria militare, installato a Bagdad un nuovo governo provvisorio, si rivolgeranno ai cittadini iracheni e spiegheranno loro il proprio progetto di ricostruzione dell’Iraq, purché, ovviamente, essi ne abbiano uno e purché esso riesca a dare corpo alle aspettative delle diverse componenti etniche e religiose irachene.

Fede e politica. Hanno suscitato clamore alcune recenti affermazioni del presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, riguardanti la propria fede religiosa. Il clamore nasce al fatto che la religione è stata spesso usata, nel corso dei secoli, come strumento della politica e, ogni volta che è accaduta una cosa del genere, come la stoia insegna, essa ha sempre avuto delle conseguenze negative sia sulla politica che sulla religione (M. Dowd “Pentagon Crusaders Add Insult to Injury”, in “IHT”, April 22, 2003).
E’, perciò, comprensibile che qualche commentatore politico si interroghi sul modo in cui le credenze religiose di George W. Bush possano influenzare la sua azione politica e possano condizionare la lotta intrapresa dagli Stati Uniti contro il terrorismo islamico dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre (B. Keller “God and George W. Bush. How Religion Influences the President”, in “IHT”, May 19, 2003).
Inoltre, per usare un’espressione di moda, George W. Bush non è un “born-again Christian” qualsiasi. George W. Bush è il presidente degli Stati Uniti d’America. Ciò significa che, malgrado le sue credenze religiose, egli è l’uomo più ricco e più potente della Terra e il senso comune vuole che ricchezza e potere mal si accordino, generalmente, con la fede religiosa d’una persona (N. Kristof “Born-again Christians Surge in Influence”, in “IHT”, March 5, 2003).
Ovviamente, qualcuno potrebbe ribattere che la fede religiosa d’una persona non ha nulla da spartire con la sua ricchezza e il suo potere. La fede religiosa è, infatti, come insegna la Chiesa Cattolica, un dono di Dio e, in quanto dono di Dio, essa può essere elargita a chiunque sia pronto a riceverla indipendentemente dal fatto che si tratti d’una persona povera o ricca, debole o potente come il presidente degli Stati Uniti, George. W. Bush (H. Fineman “Bush and God”, in “Newsweek”, March 10, 2003).
E’ vero. Il problema non è questo. Il problema è che una cosa è la fede religiosa d’una persona, la quale riguarda quella persona e quella persona soltanto, sia essa il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, oppure, una persona qualunque. Un’altra cosa, come ha osservato ironicamente il teologo americano Martin Marty dell’Università di Chicago, “is the president’s evident convinction that he’s doing God’s will” (M. Marty “The Sin of Pride”, in “Newsweek”, March 10, 2003).

Politica e ragione. Penso che tutti noi possiamo essere d’accordo sul fatto che, come il politologo americano Robert Kagan del Canergie Endowment for International Peace, ha scritto recentemente, se la politica fosse fondata sulla ragione noi avremmo smesso, già da tempo, di occuparci di essa perché, già da tempo, vivremmo in un mondo di pace e di prosperità per tutti. Purtroppo, non è così. Noi non viviamo in un mondo di pace e di prosperità per tutti e, come l’esperienza insegna, le decisioni politiche sono raramente prese in modo razionale (R. Kagan “Real International Life Isn’t Nice”, in “The Washington Post”, December 27, 2002).
Per renderci conto di questo fatto, possiamo pensare all’infortunio che è occorso  recentemente al politologo americano Joseph S. Nye. Sostenitore del cosiddetto “soft power”, critico del cosiddetto “hard power”, Joseph S. Nye aveva appena dato alle stampe un libro nel quale dimostrava con dovizia di argomenti che gli Stati Uniti “can’t go it alone”, che il governo degli Stati Uniti dimostrava che gli Stati Uniti non solo potevano “andare da soli”, ma erano anche in grado di portarsi dietro un nutrito stuolo di alleati (J. S. Nye “The Paradox of American Power. Why the World’s Only Super-Power Can’t Go It Alone”, Oxford University Press).
Gli Stati Uniti sono andati da soli in Iraq. Hanno sconfitto l’esercito iracheno. Hanno rovesciato Saddam Hussein. Hanno insediato un’autorità provvisoria (CPA) presieduta dal diplomatico americano Paul Bremer. La popolazione irachena, però, indipendentemente dalle differenze religiose ed etniche esistenti al suo interno, ha già dimostrato chiaramente di non accettare d’essere governata dagli americani. Essa vuole un proprio governo. Vuole poter decidere da sè il proprio destino e, soprattutto, vuole che gli americani ritornino a casa.
Gli americani non possono, però, tornare a casa. Essi si sono impegnati a portare la democrazia in Iraq e dovranno rimanere in Iraq finché non saranno riusciti a raggiungere il loro obiettivo. Come? La risposta non è facile. Molte sono, infatti, le difficoltà sia economiche che politiche che essi dovranno superare per raggiungere il loro obiettivo, come l’amministratore americano in Iraq, Paul Bremer,  ha spiegato in un suo recente articolo (P. Bremer “How to Negotiate a Dangerous Path in Iraq”, in “IHT”, July 14, 2003).
Se gli Stati Uniti avessero ascoltato Joseph S. Nye, essi non sarebbero andati in Iraq da soli, ma avrebbero cercato di ottenere il consenso delle Nazioni Unite e non dovrebbero affrontare, oggi, da soli, il compito che essi si sono imposti di portare la democrazia in Iraq, ma essi potrebbero condividerne l’onere con le stesse Nazioni Unite (J. S. Nye “Unilateralism vs. Multilateralism”, in “IHT”, June 13, 2003).
Gli Stati Uniti, invece, non hanno ascoltato Joseph S. Nye. Sono andati da soli in Iraq e, adesso, essi sono presi tra due fuochi. Il fuoco della cosiddetta “resistenza irachena” all’occupazione militare e il fuoco dell’opinione pubblica americana la quale, di fronte al quotidiano tributo di soldati americani che cadono nell’adempimento del loro dovere in Iraq, comincia a chiedersi con smpre maggiore insistenza se la guerra fosse davvero necessaria (A. Nagourney “Democrats Open Assault on Bush’s Iraq Policies”, in “IHT”, July 14, 2003).

Guerra e politica. “The Pax Britannica was run on the cheap”, lo storico britannico Paul Kennedy ha scritto in un articolo di qualche tempo fa. “British’s army was smaller than European armies and even the Royal Navy was equal only to the next two navies – right now all the other navies in the world could not dent American maritime supremacy. Charlemagne’s empire was merely western European. The Roman Empire stretched farther afield, but there was another great empire in Persia and a larger one in China. There is therefore no comparision” (P. Kennedy “The Eagle Has Landed”, in “FT”, February 2, 2002).
E’ vero. La potenza militare accumulata dagli Stati Uniti nei confronti delle altre potenze dal crollo dell’Unione Sovietica in poi è senza possibilità di confronto con la potenza di qualunque altro impero della storia ed è pure vero che non c’è alcuna possibilità di fare un confronto fra le dimensioni degli imperi del passato e le dimensioni dell’impero americano. Ciò non significa, tuttavia, che il gioco possa ritenersi chiuso. Anzi, per certi versi, esso sembra essere più che mai aperto (J. Lloyd “Rowing Alone”, in “FT”, August 3, 2002).
Per uno stato che intende dominare il mondo, la potenza militare è importante. Essa, però, non è tutto. Non meno importante della potenza militare, come spiegava il politologo americano Samuel Huntington in un articolo pubblicato qualche anno fa su “The New York Times”, è la capacità di creare relazioni politiche. Purtroppo, come Samuel Huntington notava nel suo articolo, se c’era una cosa che gli Stati Uniti non avevano ancora imparato a fare, era proprio quella di creare relazioni politiche (S. Huntington “Pity the Lonely Superpower that Can’t Do Much Alone”, in “IHT”, March 30, 1999).
Ovviamente, qualcuno potrebbe ovviamente ribattere che l’Impero romano non fu costruito in un giorno, ma occorsero dei secoli per costruirlo, come occorsero dei secoli per costruire l’Impero spagnolo, l’Impero cinese e l’Impero britannico. E’ vero. E’ anche vero, però, che il tempo passa e, più il tempo passa, più siamo indotti a chiederci, se gli Stati Uniti saranno mai capaci di sviluppare una “cultura imperiale” che consenta loro di realizzare quello che i romani, gli spagnoli, gli inglesi e i cinesi riuscirono a realizzare prima di loro (N. Ferguson “Colossus: The Rise and Fall of the American Empire”, Allen Lane).
Che cosa voglio dire? Voglio dire che non si tratta d’essere “either with us or against us”,  “o con l’America o contro l’America”, come ama spesso dire il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush. Meno ancora, si tratta d’essere “from Mars” o “from Venus”, per usare una distinzione resa famosa dal politologo americano Robert Kagan del Canergie Endowment for Internationl Peace (R. Kagan “Paradiso e potere”, Mondadori).
Si tratta, invece, di capire che se è vero, come Robert Dujarric e William Odom hanno scritto in un loro recente libro, che il potere accumulato dagli Stati Uniti nei confronti sia dei loro alleati che dei loro avversari pone gli Stati Uniti in “a strategic position for which history offers no precedent”, è altrettanto vero che “uniliteral use of US military power, while not precluded, is extremely risky for the health of the imperial order” (R. Dujarric, W. E. Odom “America’s Inadvertent Empire”, Yale University Press).

Fede e politica. Penso che tutti noi siamo rimasti profondamente colpiti e, per certi versi, anche ammirati dalla risolutezza con la quale il primo ministro britannico, Tony Blair, ha difeso di fronte all’opinione pubblica britannica la propria decisione di non lasciare che gli Stati Uniti andassero da soli in Iraq, ma di affiancarsi a essi e di inviare in Iraq un ampio contingente di soldati britannici comprendente sia i famosi “Royal Marines” che i non meno famosi “Desert Rats”.
La decisione di Tony Blair non era, infatti, una decisione facile da prendere. L’opinione pubblica britannica era, infatti, profondamente contraria alla guerra. L’Iraq aveva accettato di aprire i propri arsenali militari agli ispettori delle Nazioni Unite. Infine, “last but not least”, Francia, Russia e Cina avevano minacciato il ricorso al diritto di veto in sede di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite qualora gli Stati Uniti avessero presentato una nuova risoluzione nella quale essi chiedevano esplicitamente l’intervento militare delle Nazioni Unite.
Malgrado ciò, Tony Blair aveva deciso di non lasciare che gli Stati Uniti andassero da soli in l’Iraq, ma aveva deciso di affiancarsi ad essi. Perché? Perché, potrebbe rispondere qualcuno, egli s’era spinto talmente avanti nel sostegno alla poltica portata avanti dagli Stati Uniti nei confronti dell’Iraq, che egli non poteva più tirarsi indietro, a meno di non compromettere in modo irreparabile la propria credibilità politica (P. Stephens “Tony Blair. The Making of a World Leader”, Viking).
Perché, potrebbe rispondere qualcun altro, Tony Blair era convinto che fosse la cosa giusta da fare e che, come egli ebbe a sostenere in un discorso pronunciato a Chicago nel 1999, “if we can establish and spread the values of liberty, the rule of law and an open society, then that was in our interest, too. The spread of our values makes us safer” (J. Naughtie “The Accidental American. Tony Blair and the Presidency”, Public Affairs).
Perché, potrebbe rispondere qualcun altro, Tony Blair non è soltanto un uomo che è dotato d’una profonda fede religiosa e di un’altrettanto profonda fede nei valori della democrazia, ma è anche un uomo che, come il “political editor” di “Financial Times”, James Blitz, notava in un suo recente profilo politico del primo ministro britannico, che crede profondamente in se stesso e nella propria capacità di giudizio (J. Blitz “The Believer”, in “FT”, April 26, 2003).
Sia come sia, oggi, con il senno di poi, potremmo obiettare che, forse, sarebbe stato meglio per Tony Blair credere meno in se stesso e prestare, invece, maggior attenzione alle critiche provenienti dall’opinione pubblica britannica. La guerra contro l’Iraq è stata, infatti, vinta. La ricostruzione dell’Iraq procede, però, di male in peggio. Il numero delle vittime alleate aumenta di giorno in giorno e, di giorno in giorno, aumenta pure la resistenza della popolazione irachena all’occupazione militare alleata (P. Stephens “Tony Blair: The Price of Leadership”, Politico’s).

Morte volontaria d’un fedele servitore di Sua Maestà Britannica. Sostiene un antico detto che, di fronte alla morte, siamo tutti uguali. La morte, infatti, non guarda in faccia nessuno. La morte colpisce chi deve colpire senza fare alcuna differenza di sesso, razza, religione e status sociale. E’ anche vero, però, che c’è morte e morte. C’è la morte che coglie l’individuo nella riservatezza della propria casa, circondato dall’affetto di parenti e amici. C’è la morte che coglie l’individuo nella solitidune d’un viottolo di campagna.
David Kelly non era un “homeless” e non conduceva una vita da “tramp”. David Kelly era uno scienziato britannico specializzato in “weapons of mass destruction”. Egli viveva con la famiglia in una piccola città dell’Oxfordshire e non aveva alcun apparente motivo per suicidarsi. Malgrado ciò, David Kelly è morto suicida nella solitudine d’un viottolo di campagna con accanto a sé il coltello che aveva usato per compiere il suo tragico gesto e una confezione del farmaco che egli aveva usato per placare il dolore provocato dal taglio che egli aveva praticato sul polso (P. Beaumont “A Haunted Man. But why Did David Kelly Have to Die?”, in “The Observer”, 20 July, 2003).
Perché? La riposta dei familiari di David Kelly è che egli s’è tolto la vita perché era stato travolto dalla lite che era sorta fra la BBC e il governo britannico sul “sexing up” che, secondo la BBC, il governo britannico aveva operato nei confronti delle informazioni sulle “armi di distruzione di massa” irachene che gli erano state fornite dai servizi d’informazione britannici. Vero? Falso? Nessuno è in grado di rispondere a questa domanda perché David Kelly ha portato con sé nella tomba il segreto della propria morte (J. Burke “Suicide Scientist’s Family Hit out at Downing St and BBC”, in “The Observer”, July 20, 2003).
Quello che possiamo dire è che la morte di David Kelly non è stata, comunque, vana. Malgrado la dichiarazione rilasciata da Tony Blair in una sua recente intervista a “The Observer” che “the intelligence that we had is absolutely clear” e che egli non aveva alcun dubbio che l’Iraq aveva proseguito nel suo programma di armamento dopo che gli ispettori delle Nazioni Unite erano stati espulsi nel 1998, essa ha riaperto, comunque, la discussione sia sulle “armi di distruzione di massa” irachene che sulle cause della guerra contro l’Iraq (K. Ahmed “We Have to Give People a Sense of Our Purpose”, in “The Observer”, July 6, 2003).

L’affare Kelly. L’inchiesta della polizia britannica sul suicidio di David Kelly, lo scienziato britannico esperto in “armi di distruzione di massa” non è ancora ufficialmente iniziata. Il governo britannico sembra, però, aver già individuato in Alastair Campbell, l’assistente per la comunicazione di Tony Blair, lo “scapegoat” al quale addossare la responsabilità della morte dello stesso David Kelly (M. White “Blair’s Intensive Talks over Campbell’s Future”, in “The Guardian”, July 25, 2003).
In realtà, Alastair Campbell non può essere considerato responsabile della morte dello scienziato britannico, esperto in “armi di distruzione di massa”, David Kelly. David Kelly s’è ucciso di sua volontà e Alastair Campbell non ha avuto alcuna parte nella sua decisione. Alastair Campbell ha, infatti, svolto coerentemente il lavoro di “spin doctor” che gli era stato assegnato da Tony Blair, quando l’aveva nominato “assistente per la comunicazione”. 
Alaistar Campbell, infatti, non ha “sexed up” la questione delle “armi di distruzione di massa” irachene a causa d’una antipatia personale nei confronti di Saddam Hussein, oppure, a causa d’una sua particolare predisposizione alla menzogna, come arguiscono i suoi avversari. Tantomeno, l’ha fatto per una sua particolare inclinazione allo “spinning” che gli deriverebbe dalla sua esperienza di giornalista scandalistico. Alastair Campbell l’ha fatto per giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, la decisione presa dal governo britannico di seguire gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iraq.
Ciò significa che, se c’è un responsabile del “sexing up” relativo alla questione delle “armi di distruzione di massa” irachene, questo responsabile, come l’ex -ministro degli esteri del governo britannico, Robin Cook, ha spiegato nel suo diario, non è Alastair Campbell, ma è il governo britannico e se c’è qualcuno che dovrebbe dare le dimissioni, questo qualcuno non è Alastair Campbell, ma è il “premier” britannico, Tony Blair (R. Cook “The Point of Departure”, Simon & Schuster).

Le mani sporche. “Iraq: le mort de trop pour Tony Blair” affermava “Le Monde” nel titolo d’apertura della prima pagina del 20 luglio scorso. Sotto il titolo d’apertura, “Le Monde” pubblicava una vignetta di Plantu  nella quale erano rappresentate due tombe. Una tomba era già stata colmata e sulla lapide era incisa la parola “Vérité”. L’altra tomba era ancora aperta e sulla lapide era inciso il nome di David Kelly, lo scienziato britannico, esperto britannico di “armi di distruzione di massa”, trovato morto qualche giorno prima in un viottolo di campagna vicino alla sua abitazione nell’Oxfordshire (“Le Monde”, 20 Juillet, 2003).
In seconda pagina, “Le Monde” pubblicava un articolo nel quale veniva raccontata la vicenda alla quale era stato dedicato il titolo della prima pagina e veniva ricordato che “le biochemiste britannique, consultant en désarmement, avait été accusé à tort d’etre la source d’informations selon lesquelles Downing Street avait exageré la capacité de Saddam Hussein de déployer des armes de destruction massive dans un délai de 45 minutes” (J-P. Langellier “La mort de David Kelly plonge Tony Blair dans l’embaras”, in “Le Monde”, 20 Juillet, 2003).
Tutto ciò semplificava, probabilmente, un problema molto più complesso. Tuttavia, può aiutarci a capire le circostanze in cui il suicidio di David Kelly è maturato. Come ha rivelato, infatti, “The Observer” nel suo ultimo numero, David Kelly non era soltanto un esperto in “armi di distruzione di massa”. Egli era anche un uomo di coscienza. Egli era rimasto profondamente turbato dalla lettura del “dossier” del Joint Intelligence Committee e aveva parlato dei suoi dubbi nel corso d’una conferenza che egli aveva tenuto presso la sede della “Bahai Faith”, una setta religiosa persiana, alla quale egli s’era aggregato nel 1999 (J. Burke “Revealed: Kelly Told Church of Dossier Fears”, in “The Observer”, 27 July, 2003).
David Kelly, inoltre, aveva parlato dei sui dubbi sul “dossier” del Joint Intelligence Committee anche con il ministro britannico della difesa, Geoff Hoon, poco prima dello scoppio della guerra contro l’Iraq. Noi non sappiamo né che cosa David Kelly disse a Geoff Hoon né che cosa Geoff Hoon disse a David Kelly. Quello che sappiamo è che il colloquio non ebbe il risultato che David Kelly probabilmente sperava. Quello che sappiamo è che David Kelly s’è ucciso. Quello che sappiamo è che stata aperta aperta un’inchiesta sulle cause della sua morte (K. Ahmed “Kelly Inquiry to Probe Spy Links”, in “The Observer” 3 August 2003).
L’inchiesta, affidata a Lord Hutton, si presenta lunga e difficile. Le domande alle quali essa dovrà rispondere sono, infatti, molte e non sarà facile per Lord Hutton trovare delle risposte convincenti: “Was Mr Kelly a senior intelligence source with accurate knowledge of the dossier preparation? Did the BBC reporter embellish what he was told by Mr Kelly? Did the government throw Mr Kelly to the wolves”? (B. Sherwood “British Gear Up for Drama over Arms Inspetctor’s Death”, in “FT”, August 10, 2003).

Parola di primo ministro. “Had the allegations been true, it would have needed my resignations. It was not a small allegation, it was absolutely fundamental”, ha dichiarato il primo ministro britannico, Tony Blair, interrogato da Lord Hutton, il giudice indipendente che conduce l’inchiesta sul suicidio dello scienziato britannico esperto in “armi di distruzione di massa”, David Kelly (W. Hoge “Tony Blair Denies Misleading Public”, in “IHT”, August 29, 2003).
Vero? Falso? Nessuno è in grado di rispondere a questa domanda, poiché nessuno è in grado di sapere che cosa Tony Blair avrebbe fatto se gli fosse accaduto di trovarsi nella situazione che egli stesso ha evocato davanti a Lord Hutton. Avrebbe veramente dato le dimissioni? Non avrebbe dato le dimissioni? Quello che è, comunque, certo è che, se l’inchiesta di Lord Hutton dovesse dimostrare che Tony Blair ha mentito, ciò potrebbe rappresentare la fine della carriera politica del primo ministro britannico (B. Sherwood “Reputations on Line at Probe into Death of Scientist”, in “FT”, August 24, 2003).
Alastair Campbell, l’assistente per la comunicazione di Tony Blair, ha ribadito davanti a Lord Hutton la correttezza del suo comportamento e la fondatezza delle informazioni contenute nel rapporto del Joint Intelligence Committee riguardanti la capacità dell’Iraq di disporre entro 45 minuti le proprie armi di distruzione di massa. Nello stesso tempo, egli ha, però, ammesso d’aver collaborato al “sexing up” dello stesso rapporto (W. Hoge “A Rare Look Inside Blair’s Circle”, in “IHT”, August 25, 2003).
La versione originale del rapporto redatto dal Joint Intelligence Committee, come l’assistente per la comunicazione di Tony Blair, Alastair Campbell, ha spiegato a Lord Hutton, affermava, infatti, che “Iraq’s military forces may be able to deploy these weapons whitin 45 minutes of a decision to do so”. La versione definitiva del rapporto, redatta tenendo conto del suo suggerimento, affermava, invece, che “Iraq’s military forces are able to deploy these weapons whitin 45 minutes of a decision to do so” (H. Gibson “Blair’s Turn to Get Grilled”, in “Time”, September 1, 2003).
Geoff Hoon, il ministro della difesa della Gran Bretagna, ha ammesso, davanti a Lord Hutton, d’aver avuto un incontro con David Kelly. Egli ha aggiunto, però, che l’incontro è avvenuto nella “canteen” del Ministero della Difesa e che egli non sapeva che l’uomo con il quale aveva parlato era David Kelly, esperto di armi di distruzione di massa e consulente del governo di cui egli era il ministro della difesa (W. Hoge “U.K. Defense Chief Denies Putting Pressures on Kelly” in “IHT”, August 28, 2003).
Ora, noi sappiamo che i ministri britannici sono noti per la loro democraticità. Noi stentiamo, però, a credere che un ministro della difesa di Sua Maestà Britannica possa mettersi a discutere d’un rapporto del Joint Intelligence Committee con uno sconosciuto nella “canteen” del Ministero della Difesa. Se Geoff Hoon l’ha fatto, è stato perché egli conosceva David Kelly. Egli sapeva che David Kelly era un esperto di “armi di distruzione di massa”, sapeva che lavorava per il governo britannico e sapeva, perciò, che poteva fidarsi di lui. 

Multipolarismo e monopolarismo. “A Moscou, Paris e Berlin, on essaie, chacun avec son style ou ses arrière-pensées, de defendre l’idée d’un ‘monde multipolaire’, car il n’est pas bon qu’une puissance, fut elle considérée comme globalement bienveillante ou bien intentionée, domine totalement la scène internationale”, scriveva il politologo francese, Thierry de Montbrial, su “Le Monde”, nell’aprile di quest’anno, mentre, a Bagdad, i soldati americani cercavano di fronteggiare come meglio potevano i disordini scoppiati in città dopo la caduta di Saddam Hussein.
“Malheuresement”, concludeva Thierry de Montbrial, “un monde multipolaire ne se décret pas. Celui où nous vivons est bel e bien monopolaire. Les Etats-Unis entendent qu’il le reste, en cognant s’il le faut sur leurs adversaires et en divisant leurs alliés. Dans ces conditions, le ‘camp de la paix’ en est réduit il se battre sur le front très fragile du droit international (T. de Montbrial “Réconcilier la communauté internationale”, in “Le Monde”, 20 Avril 2003).
Oggi, Thierry di Montbrial ritorna sul medesimo argomento. Sono passati sei mesi dalla caduta di Saddam Hussein. Il quadro politico internazionale non è mutato. L’Iraq è ancora sotto l’occupazione militare americana. Nessuno è in grado di dire che fine abbiano fatto le “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein e lo “split” che s’era creato fra Stati Uniti, Francia e Germania, a seguito della decisione degli Stati Uniti di “andare da soli” in Iraq, s’è ulteriormente allargato (T. de Montbrial “Allies Must Be Able to Disagree”, in “IHT”, September 23, 2003).
Il motivo è semplice. Gli Stati Uniti continuano, anche a costo di andare contro il loro interesse, a non voler condividere con nessun altro stato il loro potere decisionale, ma vogliono continuare a decidere da soli, non solo in materie che riguardano la loro sicurezza nazionale, ma anche in materie che riguardano la sicurezza altrui, e ciò non può essere accettato dalla Francia e dalla Germania, come la recente presa di posizione della Francia sulla riforma delle Nazioni Unite dimostra (C. Tréant “Jacques Chirac: oui au changement, mais sans remise en cause du droit de veto de la France”, in “Le Monde”, 21 Septembre 2003).
Qualcuno, ovviamente, potrebbe osservare, come fa il politologo americano Joseph S. Nye, in un intervista pubblicata sul medesimo numero di “Le Monde”, che non è colpa degli Stati Uniti e che il multipolarismo è possibile soltanto laddove esistono delle “puissances egaux”. Oggi, spiega Joseph S. Nye, non esiste questa condizione. “Il est clair que le monde va compter une seule superpuissance pour au moins une autre décennie” e che “les efforts francais sont voués à l’échec” (C. Lesnes “Les efforts français sont voués à l’échec”, in “Le Monde”, 21 Septembre 2003).
Vero? Falso? Non sono un politologo e non lo so. Quello che so è che se la posizione degli Stati Uniti è comprensibile dal punto di vista della difesa dell’orgoglio nazionale essa è destituita d’ogni fondamento dal punto di vista politico. Come scriveva, infatti, Thierry de Montbrial nell’articolo che è stato citato, “power-sharing is not only a matter of pride. It has to do with substance” e la sostanza è che gli Stati Uniti devono rendersi conto che, per quanto forti essi siano, essi non sono, comunque, in grado di dominare il mondo a proprio piacimento.

 

Crepuscolo degli dei? Correva il 19 maggio del 2003. Il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, era all’apice del successo politico e la rivista “Time” pensò di dedicargli la “cover story” della settimana, sciorinando in copertina la fotografia del presidente degli Stati Uniti ripreso mentre, in tenuta da “top gunner”, attraversava a passi veloci il “flight deck” della portaerei “Abraham Lincoln” sulla quale era appena atterrato alla guida d’un “fighter”. A fianco, stampato in rosso su grigioverde, la rivista poneva la domanda: “Can This Man Be Beaten?”.
E’ arrivato il 27 settembre del 2003. Sono passati cinque mesi da quando “Time” pubblicò quella copertina. Cinque mesi molto importanti per il destino politico di George W. Bush e l’autorevole “Financial Times” può permettersi oggi il lusso di chiedersi, in un editoriale non firmato, se il presidente George W. Bush, considerato il modo tutt’altro che rassicurante in cui procedono le cose in Iraq, sarà in grado di convincere gli elettori americani a concedergli, fra un anno, la fiducia per un nuovo mandato presidenziale (“Bush’s Challenge”, in “FT”, September 27, 2003).
Medesima sorte sembra essere toccata al primo ministro britannico, Tony Blair, se è vero, come spiegava il medesimo quotidiano nel suo articolo d’apertura, che l’indice di gradimento di Tony Blair, continuava a scemare in modo considerevole, mentre, per contro, aumentava in modo considerevole, nell’opinione pubblica, il numero di coloro che avrebbero visto di buon occhio l’attuale Cancelliere dello Scacchiere, Gordon Brown, al posto di Tony Blair, al numero 10 di Downing Street (J. Blitz “Blair Should Quit, Half the British Public Believe”, in “FT”, September 27, 2003).
Le cose in Iraq vanno, infatti, male e ciò non dipende soltanto dalla resistenza opposta all’occupazione militare degli “insurgents” iracheni. Le cose vanno male in Iraq anche per l’incompetenza dimostrata da Stati Uniti e Gran Bretagna nell’affrontare il problema della ricostruzione e, soprattutto, vanno male a causa del crescente l’isolamento internazionale di Stati Uniti e Gran Bretagna che costringe Stati Uniti e Gran Bretagna a affontare da soli il problema della ricostruzione dell’Iraq (S. Weisman “Divisions at the UN still Strong as ever”, in “IHT”, September 24, 2003).
Infine, l’inchiesta di Lord Hutton sulla disputa fra BBC e govermo britannico sul rapporto dei serivizi britannici d’informazioni mostra sempre più chiaramente, come ha affermato Jeremy Gomperz, il legale della famiglia di David Kelly, lo scienziato morto suicida lo scorso mese di luglio, che “the government made a deliberate decision to use David Kelly as part of a strategy to damage the BBC” e salvare il governo britannico dall’accusa di aver manipolato le prove inerenti le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein (W. Hoge “Lawyers Exchange Charges in Kelly Death”, in “IHT”, September 26, 2003).

Guantanamo. Guantanamo Bay è una base militare che gli Stati Uniti detengono in regime d’affitto nell’isola di Cuba sin da quando, all’inizio del secolo scorso, essi abbandonarono l’isola che essi avevano occupato durante la guerra contro la Spagna. Lungamente contesa dal governo cubano, il quale non ha mai riconosciuto il contratto d’affitto stipulato, a suo tempo, dal governo di Cuba con gli Stati Uniti, Guantanamo è il luogo in cui il governo degli Stati Uniti detiene, in condizioni che sono state oggetto di critica da parte della sezione americana della Croce Rossa Internazionale, centinaia di uomini che sono stati catturati nel corso della guerra da intrapresa dagli Stati Uniti contro il terrorismo islamico dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre contro New York e Washington (N. A. Lewis “Red Cross Faults U.S. on Terror Detainees”, in “IHT”, October 10, 2003).
La critica della sezione americana della Croce Rossa Internazionale, la quale è stata, finora, l’unica organizzazione internazionale ammessa a visitare la base militare di Guantanamo, è basata sul fatto che i detenuti di Guantanamo non sanno quale sarà il loro destino, non sanno per quali reati essi sono detenuti, non hanno diritto a consultare un loro avvocato, non sanno quando il loro caso sarà ascoltato davanti ad una corte di giustizia e ciò crea, come hanno spiegato alcuni detenuti afghani che sono stati liberati dal governo americano nel giugno di quest’anno, una situazione di incertezza la quale è, spesso, letale per la salute psichica degli stessi detenuti (C. Gall “Freed Guantanamo Captives Tell of Suicidal Despair”, in “IHT”, June 18, 2003). 
Il motivo per il quale i detenuti nella base militare di Guantanamo si trovano in questa condizione dipende dal fatto che il governo americano nega ad esssi lo stato di POWs, ovvero, di “prigionieri di guerra”. Per il governo americano, essi sono degli “enemy combatants” e, come Victoria Toesing, già “deputy attorney general” dell’amministrazione Reagan, spiegò in un articolo pubblicato nel settembre del 2002 su “The Washigton Post”, essi continueranno a essere detenuti nella base militare di Guantanamo finché il governo americano deciderà che la guerra contro il terrorismo è finita e essi cesseranno di rappresentare una minaccia per gli Stati Uniti (V. Toesing “Criminal Law Is Not Meant to Protect a Nation at War”, in “IHT”, September 24, 2002). 
Il governo americano ha sempre giustificato la propria posizione sostenendo che la concessione ai prigionieri che sono detenuti nella base militare di Guantanamo dello stato di POWs avrebbe impedito agi inquirenti americani di interrogare i detenuti sospetti di terrorismo e, nel caso nel quale essi fossero stati trovati colpevoli di aver compiuto degli atti di terrorismo, il loro stato di POWs avrebbe impedito al  governo americano di perseguirli penalmente per gli atti di terrorismo da essi commessi prima della loro cattura.
Ciò è falso. Come il direttore di Human Rights Watch, Kenneth Roth, ha spiegato, infatti, in un articolo pubblicato nel marzo del 2002 sul “New York Times”, la Terza convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra “expressly applies to all combatants captured in the course of an international armed conflict regardless of how they are characterized”. Inoltre, cosa non meno importante, “contrary to the administration’s claims, granting POW status to Taliban fighters wouldn’t disrupt U.S. efforts to interrogate terrorist suspects”.
La Terza convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra stabilisce, infatti, che “POW status prohibits prosecution only for lawful attacks on opposing military forces. Still permitted for war crimes or attacks on civilians. If a POW is prosecuted for such offenses, the duty to repatriate him at the end of hostilities would take effect only after any sentence had been served” (K. Roth “Bush Policy Endangers American and Allied Troops”, in “IHT”, March 5, 2002). 
Tutto ciò induce ciascuno di noi a porsi una domanda. Perché il governo americano ha assunto tale posizione? Si tratta dell’effetto d’un “bout” d’isteria collettiva simile a quello che consentì al governo americano di rinchiudere in campo di concentramento migliaia di nippo-americani dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour, come H.D.S. Greenway arguiva in un suo recente articolo, oppure, si tratta di qualcos’altro e, in tal caso, di che cosa si tratta?” (H.D.S. Greenway “The U.S. May Regret Its Antiterror Excesses”, in “IHT”, October 21, 2003).
Non lo so. Non sono un esperto di “psicologia delle masse” e non lo so. Quello che so è che, in questo momento, in America, tira un’aria da “caccia alle streghe” simile a quella che caratterizzò l’America al tempo del “maccartismo” ed esiste effettivamente il pericolo che a farne le spese possa essere, come Michael Ignatieff del Carr Center on Human Rights ha scritto recentemente, lo stesso stato diritto (M. Ignatieff “Will the Quest for Security Kill the Human Rights Era?”, in “The New York Times”, February 6, 2002).

Dalla padella nella brace. “Intelligence” è una parola che ha più d’un significato nella lingua inglese. Usata in senso generale, come sostantivo singolare, essa significa, come in italiano, “intelligenza, perspicacia, acume, capacità di comprendonio”. Usata in senso particolare, come collettivo plurale, essa significa: “informazioni, notizie”.  
Questa ambivalenza di significato della parola “intelligence” in lingua inglese spiega probabilmente il gioco di parole che il direttore di “Newsweek”, Fareed Zakaria, ha scelto come titolo dell’articolo che egli ha recentemente dedicato alle polemiche sorte attorno a alcune affermazioni di carattere religioso pronunciate dal generale William Boykin, responsabile del “dipartimento informazione” del Pentagono (F. Zakaria “And He’s Head of Intelligence”, in “Newsweek”, October 27, 2003).
Il generale William Boykin ha ribattuto ai suoi critici che le sue affermazioni erano state fraintese e che egli non intendeva scatenare una guerra di religione quando, nel corso d’una conversazione avuta con un gruppo religioso evangelico, parlando d’uno scontro verbale che egli aveva avuto con un “warlord” somalo al tempo dell’intervento americano in Somalia, egli raccontò d’aver detto al “warlord” somalo che: “I knew that my God was bigger than his. I knew my God was real and his was an idol…” e aveva aggiunto che i musulmani rappresentavano “a spiritual enemy” e che essi potevano essere sconfitti soltanto “if we come against them in the name of Jesus”.
A questo punto, qualcuno potrebbe chiedersi come sia possibile che, con tutte le cose che succedono nel mondo e che meriterebbero d’essere portate all’attenzione dell’opinione pubblica, il direttore di “Newsweek” non abbia niente di meglio da fare che dedicare un articolo a simili sciocchezze. La risposta è semplice. Il direttore di “Newsweek” teme, come egli stesso ha spiegato nel suo articolo, che le affermazioni del generale William Boykin posssano indurre i musulmani a vedere la guerra contro l’Iraq come una crociata contro l’Islam.
Secondo il direttore di “Newsweek”, la guerra contro l’Iraq non deve essere vista, infatti, come una crociata contro l’Islam, ma dev’essere vista come una guerra per la diffusione della democrazia in Iraq e, a conferma di questo fatto, egli ha concluso l’articolo ricordando le parole pronunciate, durante un recente incontro con un gruppo arabo-americano, dal senatore democratico, l’ebreo ortodosso Joseph Lieberman, secondo il quale “we are children of the same God and of the same father, Abraham. We are quite literally brothers and sisters”.
Ciò fa cadere, però, il direttore di “Newsweek” dalla padella nella brace e quella che voleva essere, nelle sue intenzioni, un’apologia della guerra contro l’Iraq si rovescia nel suo contrario. Se è vero, infatti, che siamo tutti figli del medesimo dio e discendiamo tutti dal medesimo padre Abramo e siamo, perciò, tutti fratelli e sorelle, come sostiene il senatore democratico Joseph Lieberman, allora, è anche vero che gli americani, invadendo l’Iraq e seminando la morte fra gli iracheni, hanno commesso il delitto di fratricidio.

La tempesta del dubbio. “Are we winning or losing the global war on terrorism?”, si chiedeva il segretario americano alla difesa, Donald Rumsfeld, in un memoriale che egli ha diretto, la settimana scorsa, al “chairman” del Joint Chiefs of Staff, generale Richard Myers, e al vicesegretario alla difesa, Paul Wolfowitz. “My impression”, rispondeva Donald Rumsfeld, “is that we have not made truly bold moves, although we have made many sensible logical moves in the right direction, but are they enough?” (D. Stout “Rumsfeld Questions Terror Tack”, in “IHT”, October 23, 2003).
Il memoriale del segretario americano alla difesa, Donald Rumsfeld ha suscitato un inevitabile coro di polemiche e ha costretto il segretario di stato, il generale Colin Powell, e l’amministratore americano in Iraq, Paul Bremer, a ammettere che la gestione del dopoguerra in Iraq non va come essi speravano, che la resistenza irachena pone dei  problemi di contenimento e che Donald Rumsfeld aveva ragione quando scriveva nel suo memoriale che la ricostruzione dell’Iraq si appalesava come un “hard, long slog”, una dura e lunga faticaccia (B. Knowlton “U.S. Surprised in Iraq by Insurgents’s fight”, in “IHT”, October 27, 2003).
Per renderci conto di questo fatto, possiamo pensare all’attacco che la resistenza irachena ha portato, ieri mattina, a Bagdad contro l’hotel Rashid, dove soggiornava il vicesegretario alla difesa, Paul Wolfowitz, in visita di lavoro nella capitale irachena. L’attacco della resistenza irachena, effettuato mediante l’utilizzo di missili montati su un “trailer” blu trainato da un’automobile bianca, ha causato la morte d’un ufficiale americano e il ferimento di quattro soldati americani.
Il generale Martin Dempsey, comandante della 1st Armored Division, responsabile della sicurezza di Bagdad, ha spiegato, nel corso d’un conferenza stampa, che metà dei missili utilizzati dalla resistenza irachena nell’attacco erano dei missili da 68 mm e avevano un raggio d’azione di 2-3 miglia. Gli altri erano missili da 85 mm e avevano un raggio d’azione di 4 miglia. I più piccoli erano di fabbricazione francese ed erano stati originariamente concepiti per essere usati dagli elicotteri. Gli altri missili erano di fabbricazione russa.
Il generale Martin Dempsey ha aggiunto che il modo in cui i missili usati nell’attacco erano stati adattati al loro nuovo uso era “clever but not sophisticated” e ha paragonato il loro apparato di lancio ad un “science project assembled in a garage by some guys with a welder and a wires”. Tuttavia, egli ha dovuto ammettere che l’apparato ha funzionato e che soltanto per un caso i missili hanno mancato il vicesegretario alla difesa, Paul Wolfowitz (T. Shanker “Wolfowitz Hotel Attacked”, in “IHT”, October 27, 2003).
Questo fatto ci riporta al punto di partenza e ci induce a porci una domanda tutt’altro che provocatoria. Credevano veramente  gli americani che la guerra sarebbe finita con l’occupazione di Bagdad? Su quali elementi avevano essi fondato il loro piano di ricostruzione dell’Iraq? Pensavano davvero che i sostenitori di Saddam Hussein avrebbero accettato di uscire dalla scena senza colpo ferire? Il problema della resistenza irachena riguarda, è vero, il cosiddetto “triangolo sunnita”, cioè l’area che circonda Bagdad. Ciò non lo rende, tuttavia, meno grave e non rende meno pesante il conto delle vittime che esso provoca.

Meglio tardi che mai. “I can’t put it more plainly. Iraq is a dangerous place. It’s a dangerous place. It’s dangerous because terrorists want we to leave. And we aren’t leave”, ha affermato il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, nel corso della conferenza stampa tenuta la settimana scorsa alla Casa Bianca, rispondendo alla domanda d’un giornalista riguardante l’affermazione del segretario alla difesa, Donald Rumsfeld, secondo il quale la ricostruzione dell’Iraq si dimostrava, ogni giorno di più, “a hard, long slog”, “una dura e lunga faticaccia”. 
Interrogato, poi, a proposito della possibilità d’un dilazionamento dell’invio di forze militari di pace da parte degli stati aderenti alla coalizione a causa degli attacchi terroristici, il presidente George W. Bush ha risposto che si trattava di una “good question”, ma che egli sperava comunque di no perché era quello che i terroristi volevano e, per questo, era importante “for this nation and our coalition partners to stand our ground”. Secondo il presidente George W. Bush, il migliore modo di combattere i terroristi è, infatti, “to harden targets, harden assets as best as you can” (B. Kwnolton “Bush Is Steadfast on His Iraq Policy”, in “IHT”, October 29, 2003).
La parole del presidente George W. Bush, anche se sono sicuramente apprezzabili per la loro sincerità, non hanno posto, però, fine alle polemiche sulla guerra, ma hanno, invece, fornito nuovi argomenti ai critici dell’amministrazione Bush, i quali, già da tempo, hanno cominciato a evocare, in modo sempre più insistente, lo spettro del Vietnam e hanno cominciato a paventare lo spettro d’una ritirata dall’Iraq altrettanto disonerevole di quella effettuata a suo tempo dal Vietnam (J. Alter “Robert’s Rules for Rummy”, in “Newsweek”, November 3, 2003).
Vero? Falso? Non lo so. Non sono un esperto di strategia militare e non lo so. Quello che so è che, in Vietnam, gli americani avevano di fronte un esercito agguerrito, comandato da un abile generale, il quale era fiancheggiato da un agguerrito movimento di guerriglia sostenuto dall’Unione Sovietica. In Iraq, al momento, non esiste alcunché di simile. Esiste un movimento di guerriglia formato da esponenti del disciolto esercito iracheno il quale è affiancato da un movimento di resistenza a carattere religioso i quali non sembrano essere, però, sostenuti, a quello che è dato di sapere da alcuno stato straniero (N. MacFarquhar “Arabs Are of Two Minds on Iraq”, in “IHT”, October 29, 2003).
Ciò offre agli Stati Uniti, da un lato, del tempo prezioso per dimostrare ai loro critici occidentali che è possibile realizzare in Iraq un concreto processo di democratizzazione. Dall’altro lato, offre agli Stati Uniti del tempo prezioso per dimostrare ai governi degli stati arabi della regione la sincerità delle loro intenzioni. E’ inutile dire che, qualora ciò non dovesse accadere, la situazione in Iraq potrebbe rapidamente peggiorare e potrebbe affacciarsi veramente, per gli Stati Uniti, lo spettro d’una ritirata altrettanto umiliante della ritirata da essi operata, a suo tempo, dal Vietnam.

Fine dell’Occidente? “Is This the End of the West?”, si chiedeva Thomas Friedman, editorialista di “The New York Times”, in un suo recente articolo dedicato al problema del rapporto fra Stati Uniti e Europa (T. Friedman “Is This the End of the West?”, in “IHT”, November 3, 2003).
Io non credo che ci troviamo di fronte alla “fine dell’Occidente”. Io credo, invece, che ci troviamo di fronte a una “crisi di crescita” dell’Occidente la quale esprime la complessità del suo tessuto economico, politico e culturale. Gli Stati Uniti rappresentano una parte dell’Occidente. Un’altra parte è rappresentata dagli stati aderenti all’Unione Europea. Gli stati aderenti all’Unione Europea costituiscono, a loro volta, una realtà che è tutt’altro che omogenea come il diverso atteggiamento da essi assunto nei confronti degli Stati Uniti in connessione con la guerra contro l’Iraq dimostra.
C’è il modo della Francia, la quale non intende rinunciare alla posizione da essa tradizionalmente occupata nel “sistema delle relazioni internazionali”. C’è il modo della Germania, la quale non intende rinunciare al proprio neutralismo. C’è il modo della Gran Bretagna la quale non intende rinunciare alla sua “special relationship” con gli Stati Uniti (N. Ferguson “The Special Relationship. What’s Really in for Britain?”, in “FT”, March 16, 2003).
Sbaglia, perciò, Thomas Friedman a parlare di “fine dell’Occidente” e sbagliano pure coloro i quali pensano che lo “strappo” che la decisione degli Stati Uniti di “andare da soli” in Iraq ha prodotto nelle relazioni fra Stati Uniti e alcuni stati europei possa essere ricucito, per via diplomatica, in nome della comunanza degli interessi che legano, al di là delle loro divergenze politiche, gli Stati Uniti ai loro critici europei (T. Garton Ash “Free World. Why the Crisis of the West Reveals the Opportunity of Our Time”, Allen Lane).
Il problema che all’origine dello “strappo” nelle relazioni fra Stati Uniti e alcuni stati europei non è, infatti, un problema politico che possa essere risolto per via diplomatica, ma è un problema ideologico il quale contrappone due differenti visioni del mondo: la visione del mondo elaborata dai “neocons” americani i quali, rovesciando un celebre motto di Karl von Clausewitz considerano la politica come “la continuazione della guerra con altri mezzi” e la visione di molti europei i quali pensano sia, invece, giunto il momento di bandire la parola guerra dal vocabolario della politica (K. von Clausewitz “Della guerra”, Mondadori).

Il passato che non passa. Ha suscitato accese polemiche in Europa la pubblicazione del risultato d’un sondaggio d’opinione condotto fra i cittadini europei da EOS Gallup Europe per conto di Eurobarometer. Nel sondaggio erano contenute una serie di domande tese a evidenziare ciò che i cittadini europei pensano della situazione politica internazionale. In particolare, in una delle domande del sondaggio veniva chiesto ai cittadini europei di indicare quale degli stati menzionati nella domanda rappresentava, a loro modo di vedere, una minaccia per la pace nel mondo.
Gli stati che erano menzionati nella domanda del sondaggio erano: Afghanistan, Arabia Saudita, Cina, India, Iraq, Iran, Israele, Libia, Nord Corea, Pakistan,  Russia, Siria, Somalia, Stati Uniti, Unione Europea. I cittadini europei intervistati da EOS Gallup Europe hanno così risposto. I dati sono espressi in termini percentuali. Israele 59, Iran 55, Nord Corea 53, Stati Uniti 53, Iraq 52, Afghanistan 50, Pakistan 48, Siria 37, Libia 36, Arabia Saudita 36, Cina 30, India 22, Russia 21, Somalia 16, Unione Europea 8 (T. Fuller “EU Leaders Attacks Poll Calling Israel a Threat”, in “IHT”, November 4, 2003).
Ora, un sondaggio d’opinione non è nient’altro che un sondaggio d’opinione. Tuttavia, se noi consideriamo il modo nel quale i cittadini europei intervistati da EOS Gallup Europe hanno risposto alla domanda sul problema della pace nel mondo che era contenuta nel sondaggio, possiamo capire come il risultato dello stesso sondaggio possa avere suscitato delle accese polemiche. Può Isarele essere considerato una minaccia per la pace nel mondo più di “stati canaglia” come Iran, Libia, Siria, Corea del Nord e Pakistan, oppure, di potenze mondiali come Russia, Cina, Stati Uniti?
Ovviamente, qualcuno potrebbe ribattere che la domanda era stata formulata male e che la sua cattiva formulazione ha tratto in inganno i cittadini europei intervistati da EOS Gallup Europe per conto di Eurobarometer. Oppure, egli potrebbe sollevare dei dubbi sulla “rappresentatività” del campione scelto da EOS Gallup Europe. Vero? Falso? Non sono un esperto in sondaggi d’opinione e non lo so. Quello che so è che il sondaggio condotto da EOS Gallup Europe per Eurobarometer ha portato, comunque, alla luce un problema politico sul quale gli stati interessati dal sondaggio farebbero bene a riflettere.
Il problema è questo. I cittadini europei, nel loro insieme, sono fortemente critici nei confronti della politica portata avanti dagli Stati Uniti a livello internazionale, come le recenti manifestazioni contro la guerra contro l’Iraq hanno dimostrato. Il governo degli Stati Uniti è, perciò, avvisato: o esso cambia la sua linea politica o rischia di mettersi contro l’intera opinione pubblica europea (S. Halper, J. Clarke “America Alone. The Neo-Conservatives and the Global Order”, Cambridge University Press).
Analoga considerazione può essere fatta per quello che riguarda lo stato di Israele. O il governo dello stato di Israele cambia la sua politica nei confronti dei palestinesi, pone fine all’occupazione dei territori palestinesi occupati dopo la guerra del 1967 e accetta la costruzione d’uno stato palestinese a fiannco dello stato israeliano o esso rischia di alienarsi le simpatie anche di quei cittadini europei che hanno finora sostenuto lo stato d’Israele e hanno difeso il suo diritto all’esistenza.

Bellicismo democratico. “We all depend on men and women who will die, if necessary, on our behalf. And I must express my astonishment and gratitude that they will”, scriveva il giornalista britannico David Aaronovitch in un articolo pubblicato sull’ultimo numero di “The Observer” (D. Aronovitch “At Eleventh Hour”, in “The Observer”, November 9, 2003).
David Aaronovitch aveva ragione. Noi dobbiamo esprimere sempre gratitudine e ammirazione per coloro che sono pronti a offrire la loro vita per garantire la nostra sicurezza. Allo stesso modo, David Aaronovitch aveva ragione quando, usando un concetto più volte espresso dal premier britannico, Tony Blair, affermava, nel suo articolo, che “war is a great and unpredictable misfortune”, ma “deferred war can be worse than early action”. 
Non è questo il problema. Il problema è che l’Iraq non costituiva alcuna minaccia per la sicurezza della Gran Bretagna. La guerra contro l’Iraq era una guerra sbagliata sia dal punto di vista politico che dal punto di vista giuridico e qualunque persona dotata di un minimo di coscienza morale non può non chiedersi se fosse davvero necessario sacrificare tante vite umane per rovesciare Saddam Hussein.
La risposta è no. Non era necessario. Il rovesciamento di Saddam Hussein non valeva la vita d’un solo soldato anglo-americano, allo stesso modo che, secondo Otto von Bismark, i Balcani non valevano la vita d’un granatiere di Pomerania. George W. Bush e Tony Blair volevano, però, la testa di Saddam Hussein e, per averla, essi erano disposti a sostenere anche un costo elevato in termini di vite umane. Ora, essi pagano lo scotto della loro arroganza.
Se è vero, infatti, come il direttore di “Newsweek”, Fareed Zakaria, ha scritto in un articolo pubblicato sul medesimo numero di “The Observer” nel quale è stato pubblicato l’articolo di David Aaronovitch, che l’Iraq non è il Vietnam, dove “the US lost dozens of troops for every one it is losing in Iraq”, è pure vero che il fallimento della “irachificazione del conflitto”, potrebbe trasformare effettivamente l’Iraq in un altro Vietnam (F. Zakaria “Iraqification Won’t Win the War for US”, in “The Observer”, 9 November 2003).
E’ pensabile, infatti, che dei sunniti iracheni possano combattere contro altri sunniti iracheni? E’ pensabile che i kurdi accetteranno di cedere le loro armi ai sunniti iracheni? E’ pensabile che gli sciiti iracheni, perseguitati dai sunniti, quando i sunniti erano al potere con Saddam Hussein, accettino di obbedire agli ordini dei sunniti, oggi al potere con gli americani? Io penso di no e, comunque, non si tratta d’un problema che possa essere risolti nel breve periodo (J. McGeary “Can the Iraqis Police Iraq?”, in “Time”, November 10, 2003).

Il dilemma americano. In Iraq, Saddam Hussein è stato catturato. La sua cattura non ha posto fine, però, alla guerra. In Afghanistan, è stata varata una nuova costituzione. Il  suo varo non ha rafforzato, però, la posizione politica del presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, il quale continua a rimanere ostaggio dei “signori della guerra”. Osama bin Laden è ancora libero e dal suo rifugio afghano continua a mandare dei messaggi in cui minaccia dei nuovi attacchi terroristici contro i “crociati e gli “ebrei” (C. Gall “Afghan Constitution Offers Slim Hope in a Land where Warlords Rule”, in “IHT”, January 15, 2004).
Non stupisce, perciò, che il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Condoleezza Rice, abbia approfittato dell’occasione offertale dall’invito a collaborare a un numero speciale di “Newsweek” dedicato alla consueta riunione annuale del World Economic Forum di Davos per parlare della situazione politica internazionale e spiegare al mondo come l’amministrazione Bush intende agire, a questo riguardo, nel prossimo futuro (C. Rice “You’re Safe with Us”, in “Newsweek Issues 2004 Special Edition”, December-February 2004).
Ms Rice inizia il suo articolo sottolineando come “the human race has witnessed, in little more than a generation, the swiftest advance of freedom in the history of democracy. Totalitarianism has given way to paradigm of progress founded on political and economic liberty. Nations around the world share a broad commitment to democracy, the rule of law, a market-based economy and since September 11, the world’s great powers find themselves on the same side of a great and profound divide bewteen the forces of chaos and order. These common interests and values create a historic opportunity to break the destructive pattern of great-power rivalry that had bedvilded the world since the rise of the nation-state in the 17th century. Great power rivalry need no longer exacerbate local conflicts”.
Ms Rice passa, quinndi, a analizzare l’attuale situazione politica internazionale. Si sofferma sullo spinoso problema delle relazioni fra America e Europa. Ricorda la comune lotta intrapresa, a suo tempo, da America e Europa contro il comunismo sovietico e conclude il suo articolo sottolineando come vi sia un solo modo per uscire dallo stallo che caratterizza l’attuale situazione politica internazionale: “We must abandon the quest for new multipolarity and instead work for a balance of power that favors freedom, that defends freedom against its enemies and support those seeking to build freedom in their own countries. There is much to be done and we must begin this good work now”.
Ora, come dobbiamo interpretare le parole di Ms Rice? Dobbiamo interpretarle come espressione d’un suo passaggio nella schiera di coloro che, come il “nixoniamo” Dimitri Simes, pensano che “it is time for a hardheaded assessment of American interests to play a greater role in Washington’s foreign policy calculus”, oppure, dobbiamo interpretarle come una riformulazione, dovuta alle circostanze che l’hanno spinta a scrivere l’articolo, del suo “commitment” nei confronti d’un “value-based approach” alla politica internazionale? (D. Simes “America’s Imperial Dilemma”, in “Foreign Affairs”, November-December 2003).
La risposta non è facile. Se è vero, infatti, che Ms Rice sembra accettare, nel suo articolo, l’idea che gli Stati Uniti non sono l’unica potenza esistente al mondo e che è, perciò, nell’interesse degli Stati Uniti favorire la creazione d’un sistema di relazioni internazionali basato sul concetto di “balance of power”, è altrettanto vero che Ms Rice conferma nel suo articolo il suo “commitment” per un “value-based approach” alla politica internazionale (C. Reus-Smit “American Power and World Order”, Polity).
Nello stesso tempo, se è vero che Ms Rice mostra di rendersi conto, per usare le parole del politologo britannico Robert Cooper, del fatto che il perseguimento da parte degli Stati Uniti d’una “egemonia globale” rischia di diventare un compito “that may be too great even for the United States”, è altrettanto vero che Ms Rice non spiega come pensa di conciliare il suo “commitment” per un “value-based approach” alla politica internazionale con la necessità di creare un “sistema di relazioni internazionali” basato sul concetto di “balance of power” (R. Cooper “The Breaking of Nations: Order and Chaos in the 21th Century”, Atlantic Monthly).

Verità e politica. “Si è soliti dire che contro i fatti non vi sono argomenti”, osservò il poeta portoghese Fernando Pessoa in un articolo pubblicato nel 1915 su “O Jornal”. In realtà, spiegò Fernando Pessoa, “nulla può essere interpretato dai fatti così come sono avvenuti. Nulla è così come è avvenuto. Dobbiamo alterare i fatti così come sono avvenuti per poter capire quello che è avvenuto. Ai fatti possono contrapporsi solo argomenti. Gli argomenti sono quasi sempre, più veri dei fatti. La logica dev’essere il nostro criterio di verità” (F. Pessoa “A proposito di certe manifestazioni popolari”, in F. Pessoa “Scritti di sociologia e teoria politica”, Settimo Sigillo).
E’ vero. Pessoa aveva ragione. “Gli argomenti sono, quasi sempre, più veri dei fatti. La logica dev’essere il nostro criterio di verità”. E’ anche vero, però, che non tutti i fatti sono uguali, ma vi sono fatti e fatti. Vi sono fatti che devono essere alterati per essere compresi, come scrisse Fernando Pessoa, e vi sono altri fatti che sono così evidenti nella loro brutalità, oppure, se preferiamo, sono così brutali nella loro evidenza, che potremmo dire, senza correre il rischio di sembrare retorici, che essi parlano da soli (H. Arendt “Verità e politica”, Bollati Boringhieri).
Per renderci conto di questo problema, possiamo pensare alla guerra contro l’Iraq. Poco conta che l’Iraq possedesse “armi di distruzione di massa”, come sostenevano i servizi americani di informazione, oppure, che non le possedesse, ma che costituisse ugualmente una minaccia per gli Stati Uniti a causa dei suoi legami con al-Qaeda e che, perciò, la guerra contro l’Iraq fosse una guerra giustificata, come continuano a sostenere il vice- presidente degli Stati Uniti, Dick Cheney, e il segretario alla difesa, Donald Rumsfeld (B. Knowlton “U.S. Insists War in Iraq Was Justified”, in “IHT”, January 27, 2004).
Poco conta che l’entità della minaccia rappresentata dalle “armi di distruzione di massa” possedute dall’Iraq sia stata o meno enfatizzata dai governi degli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Poco conta che l’Iraq fosse o meno in grado di riprendere la produzione di “armi di distruzione di massa”, dopo averla interrotta a seguito dell’intervento delle Nazioni Unite dopo la fine della Guerra del Golfo del 1991, utilizzando la sua industria civile (B. Knowlton “Prewar Arms Stance Was Wrong, Expert Says”, in “IHT”, January 29, 2004).
Quello che conta è che c’è stata una guerra. Quello che conta è che essa ha creato una nuova situazione politica che gli sciiti iracheni cercano ora di sfruttare per ottenere dagli Stati Uniti, con l’avallo delle Nazioni Unite, delle elezioni politiche democratiche le quali, se verranno mai effettuate, manderanno all’aria il piano per la trasformazione democratica dell’Iraq che è stato elaborato dagli Stati Uniti e apriranno la strada alla trasformazione dell’Iraq in uno stato integralista islamico (E. Wong “Iraqis Rally for Elections”, in “IHT”, January 20, 2004).
Queste non sono interpretazioni. Questi sono fatti. Negare questi fatti è negare la verità e la verità è che che la guerra contro l’Iraq fu una guerra sbagliata sia dal punto di vista politico che dal punto di vista giuridico. La verità è che Francia e Germania avevano ragione a opporsi alla guerra. Gli Stati Uniti non vollero ascoltare, però, Francia e Germania e decisero di “andare da soli” in Iraq. Gli Stati Uniti sbagliarono e, adesso, essi devono fare i conti con le conseguenze del loro errore.

Scaricabarile. Messo alle strette dalle inaspettate dimissioni di David Kay, il capo degli ispettori americani che erano stati mandati in Iraq allo scopo di trovare le “armi di distruzione di massa” che la CIA sosteneva essere possedute dall’Iraq, il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha nominato una commissione d’inchiesta indipendente sull’operato della CIA nella vicenda delle “armi di distruzione di massa” che la CIA sosteneva essere possedute dall’Iraq e che gli ispettori americani guidati da David Kay non sono riusciti a trovare (E. Alden “Bush Names Seven to Intelligence Commission”, in “FT”, February 7, 2004).
Ora, che cosa possiamo dire di tutto ciò? La prima cosa che possiamo dire è che la decisione del presidente George W. Bush è una chiara manifestazione del suo tentativo di scaricare sulla CIA la responsabilità d’una guerra che, come il reporter del “Wall Street Journal”, Ron Suskind, ha dimostrato nel suo libro, “The Price of Loyalty”, sulla base della testimonanza dell’ex-segretario al tesoro Paul O’Neil, il presidente George W. Bush aveva deciso di fare indipendentemente dalla necessità di porre fine alla minaccia rappresentata dalle “armi di distruzione di massa” possedute dall’Iraq e dai suoi legami dell’Iraq con al-Qaeda (R. Suskind “The Price of Loyalty”, Simon & Schuster).
La seconda cosa che possiamo dire è che, anche se gli ispettori americani fossero riusciti a dimostrare che l’Iraq possedeva le “armi di distruzione di massa” che gli erano state attribuite dalla CIA, la loro dimostrazione non avrebbe giustificato, comunque, la guerra contro l’Iraq. Gli Stati Uniti non erano, infatti, l’autorità legittimata a fare guerra all’Iraq. L’autorità legittimata a farla erano le Nazioni Unite le quali, però, si opposero alla guerra perché gli Stati Uniti non riuscirono a dimostrare che l’Iraq non solo possedeva delle “armi di distruzione di massa”, ma che era anche pronto a usarle (D. Jehl, D. Sanger “Harsh Light Is Shined on Powell’s War Logic”, in “IHT”, February 2, 2004).
La terza cosa che possiamo dire riguarda l’incapacità dimostrata dalla CIA di fornire al governo americano delle informazioni corrette sull’attività dell’Iraq nel campo delle “armi di distruzione di massa”. Da che cosa è dipesa? E’ dipesa dalla mancaza di mezzi, oppure, di uomini? Essa è dipesa, forse, da entrambi i fattori. Non sono sufficienti, infatti, i satelliti per svolgere il lavoro di “intelligence”. Occorre avere gli uomini giusti nel posto giusto. La CIA non li aveva. Le informazioni che erano in possesso della CIA erano vecchie e le loro fonti erano costituite da “espatriati di lusso” i quali, com’è stato poi dimostrato, erano tutt’altro che affidabili (D. Brooks “The Scientifc Methods of the CIA”, in “IHT”, February 4, 2004).
La quarta cosa che possiamo dire è che che la CIA non è soltanto un’agenzia di informazione. Come il capo degli ispettori delle Nazioni Unite in Iraq dal 1991 al 1998, Scott Ritter, ha spiegato in un suo recente articolo, essa collabora con il governo americano nell’elaborazione della sua strategia politica. Ciò significa che essa dovette fare i conti con due problemi. Il primo problema era rappresentato dalla mancanza di informazioni affidabili sull’attività dell’Iraq nel campo delle “armi di distruzione di massa”. Il secondo problema era rappresentato dalla necessità di fornire al presidente George W. Bush le informazioni che gli erano necessarie per giustificare la guerra contro l’Iraq (S. Ritter “Not Everyone Got It Wrong on Iraqi’s Weapons”, in “IHT”, February 6, 2004).
Il direttore della CIA, George Tenet ha affermato, in un discorso che egli ha tenuto ieri alla George Washington University, che si tratta d’una “politicized, haphazard evaluation, without the benefit of time and facts”. Non è vero. Ma ammettiamo, pure, che sia vero. In tal caso, viene spontanea una domanda. Dove sono finite le “armi di distruzione di massa” che la CIA diceva essere possedute dall’Iraq? Sono state distrutte? Quando? Sono state nascoste all’estero? Dove? George Tenet non l’ha detto. Ciò significa che, forse, nemmeno George Tenet lo sa. Egli sa, però, che esse esistevano e ci chiede di credergli sulla parola (B. Knowlton “CIA Chief Offers Stiff Defense of Iraqi Data”, in “IHT”, February 6, 2004).

Cultura e natura. “La caratteristica distintiva dell’uomo, ciò che distingue l’uomo dagli altri animali”, scrisse il filosofo Ernst Cassirer “non è qualche sua caratteristica fisica o metafisica, ma la sua opera. E’ l’opera dell’uomo che definisce la sfera dell’umanità. Linguaggio, mito, religione, arte, storia sono gli elementi costitutivi di questa sfera” (E. Cassirer “Saggio sull’uomo”, Armando).
Ciò non significa, tuttavia, che l’uomo debba essere considerato un essere soltanto spirituale. L’uomo è, prima di tutto, un animale – il più sviluppato degli animali, se vogliamo, ma è pur sempre un animale – e la sua vita è profondamente intrecciata alla vita della natura come la vita di qualunque altro animale. L’uomo, però, dimentica spesso questo fatto e si comporta nei confronti della natura come se considerasse la natura alla stregua d’un nemico (G. Bateson “Le origini della crisi ecologica”, in G. Bateson “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi).
La medesima osservazione può essere fatta per quello che riguarda il modo in cui l’uomo spesso si comporta nei confronti dei propri simili e ciò ha indotto qualche studioso a ipotizzare l’esistenza nell’uomo d’un istinto naturale a aggredire i propri simili, ma si tratta d’un palese errore. Come scriveva, infatti, l’antropologo americano Marvin Harris, nel suo stile simpaticamente provocatorio, se è vero che “i geni sono responsabili dei circuiti neuronali” del nostro cervello, è altrettanto vero che “qualcos’altro è responsabile di quello che v’è dentro”. Qualcos’altro che è chiamato “cultura” (M. Harris “La nostra specie”, Rizzoli).
E ritorniamo, così, al punto di partenza. La cultura può sollevare l’uomo al di sopra degli altri animali. La cultura può trasformare l’uomo nel peggiore degli animali. Per renderci conto di questo fatto, possiamo pensare agli attentati che giovedì 11 marzo hanno colpito la stazione di Madrid seminando la morte fra le migliaia di pendolari che erano a bordo dei treni colpiti dagli attentatori (E. Sciolino “Train Blasts Kill More Than 190 in Madrid”, “IHT”, March 12, 2004).
Nessuno ha rivendicato finora gli attentati di Madrid e questo fatto è certamente rilevante sia dal punto di vista politico che da punto di vista giudiziario perché lascia aperte tutte le possibilità e costringe gli investigatori e battere tutte le possibili piste: da quella dei separatisti baschi a quella dei terroristi islamici.
Questo fatto, però, non è di alcuna rilevanza dal punto di vista etico. Come il direttore di “Newsweek”, Fareed Zakaria, ha scritto in un suo articolo, questi attentati dimostrano, in chi li ha compiuti, indipendentemente dalla loro “matrice politica”, soltanto un totale disprezzo per  la vita umana e un’animalesca sete di sangue (F. Zakaria “Cruelty Is All They Have Left”, in “Newsweek”, March 22, 2004).

Stato e nazione. “La nazione è un’anima, un principio spirituale. Due cose che sono una cosa sola, costituiscono quest’anima e questo principio spirituale; una è nel passato, l’altra nel presente. Una è il comune possesso di una ricca eredità di ricordi, l’altra è il desiderio di vivere assieme. La nazione, dunque, è una grande solidarietà costituita dal sentimento dei sacrifci compiuti e da quelli che si è ancora disposti a compiere assieme. Presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile, il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere assieme”, affermò Ernest Renan in un famoso passo delle lezioni che egli tenne alla Sorbona nel 1882 sul tema della nazione (E. Renan “Che cos’è una nazione?”, Donzelli).
Molti anni sono trascorsi d’allora. Gli anni che sono trascorsi non hanno tolto, però, alle parole di Ernest Renan nulla della loro forza di suggestione e possiamo capire come esse possano eccitare ancora gli animi di molti nostri contemporanei. Malgrado ciò, noi non possiamo fare a meno di chiederci: “Fino a quale punto è lecito spingersi per realizzzare il desiderio di vivere insieme di cui Ernest Renan parlava nelle sue lezioni alla Sorbona? Fino a quale punto ‘una ricca eredità di ricordi’ e il ‘desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere assieme’ possono giustificare il ricorso alla violenza?” (E. J. Hobsbawm “Nazioni e nazionalismi”, Einaudi).
La domanda potrebbe sembrare provocatoria, ma non lo è. La storia, infatti, ha diffuso i diversi popoli sulla superficie della Terra in modo molto diverso dal modo in cui essa ha disegnato i confini fra gli stati. Ciò significa che nessuno degli stati oggi esistenti può essere considerato come uno stato autenticamente “nazionale”, ma ogni stato è, necessariamente, uno “stato plurinazionale” il quale contiene al proprio interno dei diversi popoli i quali parlano spesso delle lingue differenti, hanno delle tradizioni differenti e spesso professano anche delle religioni differenti (E. Gellner “Nazioni e nazionalismo”, Editori Riuniti).
La conseguenza di tutto ciò è che, se noi dovessimo applicare coerentemente il “diritto all’autodeterminazione”, finiremmo inevitabilmente per distruggere tutti gli stati che sono attualmente esistenti e finiremmo per creare, al loro posto, una miriade di nuovi stati, molti dei quali non sarebbero più grandi della Repubblica di San Marino, mentre altri sarebbero grandi come la Francia o la Germania, con le conseguenze che possiamo immaginare che ciò avrebbe sull’assetto delle relazioni internazionali e sulla loro capacità di sopravvivenza (C. Baldi “Autodeterminazione”, in “N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino “Dizionario di politica”, UTET).
Che fare? Dobbiamo imparare a vivere insieme nel rispetto della reciproca diversità. In altre parole, dobbiamo evitare due errori: l’errore di voler eliminare le differenze esistenti fra le diverse nazioni in nome dell’unità superiore dello stato e l’errore di eliminare l’unità dello stato in nome della salvaguardia delle differenze fra le diverse nazioni, ma dovremmo cercare, invece, di conciliare entrambe le necessità: la necessità di preservare l’unità dello stato e la necessità di salvaguardare le differenze fra le diverse nazioni (C. Tullio-Altan “Ethnos e civiltà. Identità etniche e valori democratici”, Feltrinelli).
Il compito non è facile. Come Amy Chua dimostra, infatti, nel suo libro “World on Fire”, il processo di sviluppo è, per sua natura, un processo contradditorio che può favorire lo sviluppo economico e sociale d’una componente nazionale a scapito dello sviluppo economico e sociale di un’altra componente nazionale, allo stesso modo che può favorire lo sviluppo economico e sociale d’una regione a scapito dello sviluppo economico e sociale di un’altra regione, e questo fatto può causare un inasprimento dei conflitti già esistenti fra le diverse componenti nazionali e religiose presenti in una società e fra le diverse regioni che compongono uno stato (A. Chua “World on Fire”, Heinemann).

Del senno di poi son piene le fosse. “Was the War Worth It?”, ovvero, “Valeva la pena di fare una guerra per trovarsi in una situazione di questo genere?”, recitava il titolo d’un articolo pubblicato da “Newsweek” sul suo ultimo numero. Il titolo era seguito da un sommario nel quale veniva notato come l’Iraq fosse diventato il “savage battleground” d’una “global insurgency” e veniva sottolineato come “time is running short to fix that” prima del termine del 30 giugno, giorno nel quale è previsto il trasferimento del potere dalla Coalition Provisional Authority al nuovo governo iracheno (C. Dickey “Was the War Worth It?” in “Newsweek”, April 12, 2004).
La domanda posta da “Newsweek” nel titolo del suo articolo era corretta. Le truppe della coalizione guidata dagli Stati Uniti sono sottoposte da giorni a una serie continua di attacchi a fuoco condotti dalla “resistenza irachena” con il metodo della “guerra di guerriglia” i quali hanno impegnato le truppe della coalizione in veri e propri scontri armati con la stessa “resistenza irachena” e hanno causato un numero elevato di perdite in termini di vite umane sia fra gli iracheni che fra le truppe della coalizione (K. Semple “Fighting Is Fierce in Iraq as Clashes Spread”, in “IHT”, April 8, 2004).
Possiamo, perciò, comprendere le preoccupazioni di “Newsweek” per le sorti del processo di pace in Iraq. Il buon esito del processo di pace è, infatti, essenziale alla buona riuscita del processo di democratizzazione. Gli eventi di questi giorni inducono a pensare, però, che il processo di pace non sarà solo molto più lungo del previsto, ma anche il suo cammino sarà anche molto più incerto del previsto, come “Newsweek” spiegava in un altro articolo dedicato all’Iraq pubblicato sul medesimo fascicolo (R. Noordland, M. Liu, S. Johnson “The Dark Road Ahead”, in “Newsweek”, April 12, 2004).
E ritorniamo, così, alla domanda iniziale: “Was the War Worth It?”. La risposta è negativa. Non valeva la pena di fare una guerra per trovarsi in una situazione di questo genere. La guerra, però, è stata fatta. Saddam Hussein è stato rovesciato. Sono stati uccisi migliaia di civili iracheni. Ciò non ha portato, però, alla democratizzazione dell’Iraq, com’era nelle intenzioni degli Stati Uniti e dei loro alleati, ma ha portato, invece, all’aperta rivolta del popolo iracheno contro gli Stati Uniti e i loro alleati.
Ciò non significa, naturalmente, che tutto fosse scritto nel Libro del Destino e che le cose non avrebbero potuto andare diversamente se non fosse stato compiuto qualche errore di troppo sia nella fase di progettazione della guerra che nella fase di gestione del dopoguerra da parte della Coalition Provisional Authority guidata da Paul  Bremer come lo scioglimento dell’esercito iracheno, la messa fuorilegge del partito Baath e lo smantellamento dello stato iracheno (R. Ourdan “Les Américains accumulent les revers militaires et politiques”, in “Le Monde”, 11 Avril 2004).

L’immagine del disprezzo. Il segretario americano alla difesa, Donald Rumsfeld, ha dichiarato alla stampa che egli esprimeva il proprio rammarico per quello che era accaduto nel carcere di Abu Ghraib, ma ha aggiunto che aveva deciso di non dimettersi dal proprio incarico per non favorire, con le sue dimissioni, l’uso politico che gli avversari del presidente George W. Bush avevano già cominciato a fare dello scandalo che era scoppiato a seguito della pubblicazione delle fotografie dei prigionieri iracheni torturati dai soldati americani nel carcere di Abu Ghraib (J. Harding “Rumsfeld Apologises for Torture”, in “FT”, May 8, 2004).
Ora che cosa possiamo dire di tutto ciò? La prima cosa  che possiamo dire, come il professor Michael Ignatieff del Carr Center on Human Rights di Harvard ha ricordato recentemente sul “Financial Times”, citando il “Trattato della tolleranza” di Voltaire e il saggio “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, è che il problema della tortura non è un problema nuovo e, forse, è un problema che non potrà mai essere risolto. La tortura, infatti, non è soltanto uno strumento usato per estorcere delle informazioni alle quali non sarebbe altrimenti possibile accedere. La tortura è anche uno “strumento di potere” (M. Ignatieff “Evil under Interrogation”, in “FT”, May 15, 2004).
La seconda cosa che possiamo dire è che Donald Rumsfeld ha, probabilmente, ragione per quello che riguarda l’uso politico che gli avversari del presidente George W. Bush avevano già cominciato a fare dello scandalo che era scoppiato a seguito della pubblicazione delle fotografie dei prigionieri iracheni torturati dai soldati americani nel carcere di Abu Ghraib, ma ha certamente torto per quello che riguarda il suo rifiuto a dare le dimissioni dal proprio incarico (J. Barry, M. Hosenball “Abu Ghraib and Beyond”, in “Newsweek”, May 17, 2004). 
Le torture inflitte dai soldati americani ai prigionieri iracheni detenuti nel carcere di Abu Ghraib non furono, infatti, opera di alcune “rotten apples”, come il governo americano ha sostenuto, e non possono essere nemmeno attribuite soltanto a “lack of discipline, no training whatsoever and no supervision” da parte della direzione del carcere, come afferma il generale Antonio Taguba nel rapporto che egli ha steso per conto del Pentagono (B. Knowlton “U.S. General Links Prisoner Abuse to Lack of Discipline”, in “IHT”, May 12, 2004).
Le torture inflitte dai soldati americani ai prigionieri iracheni detenuti nel carcere di Abu Ghraib facevano parte d’un piano elaborato dai servizi di informazione dell’esercito americano con la collaborazione della direzione del carcere di Abu Ghraib, il quale aveva lo scopo di distruggere la dignità individuale e la coscienza morale dei prigionieri iracheni che erano detenuti nello stesso carcere di Abu Ghraib (W. Plaff “Who Ordered ‘Shock and Awe’? The Source of Debauchery”, in “IHT”, May 12, 2004).
La conferma dell’esistenza di questo piano è contenuta nel “rapporto confidenziale” redatto dalla Croce Rossa Internazionale in data 4 febbraio 2004 nel quale la Croce Rossa Internazionale affermava a chiare lettere che le violenze perpetrate dai soldati americani sui prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib erano “systemic”, “not individual acts” ed erano descritte dalla Croce Rossa Internazionale come “serious violations of international humanitarian laws” e, in taluni casi, erano “tantamount to torture”, ovvero, paragonabili alla tortura (Reuters “Red Cross Reported Systemic Iraqi Abuse”, in “IHT”, May 11, 2004).
La terza cosa che possiamo dire riguarda i cosiddetti “contractors”, cioè quei civili i quali sono assunti dal governo americano attraverso delle agenzie specializzate e sono da esso impiegati in mansioni di vario genere le quali possono comprendere anche la conduzione degli interrogatori dei prigionieri, come è avvenuto nel carcere di Abu Ghraib. Domanda. A chi rispondono questi “contractors” delle loro azioni? Risposta. Essi non rispondono a nessuno. Non esiste , infatti, alcuna legge che regoli le loro prestazioni e, quindi, essi non sono nemmeno perseguibili legalmente qualora essi commettano delle azioni illegali (J. Borger “Dirty War for Profit Evades Reach of Law”, in “The Guardian Weekly” May 6, 2004).

Scene di guerra. Credo che ciascuno noi, di fronte alle immagini della guerra in Iraq che ogni sera ci vengono offerte dalla televisione non possa fare a meno di chiedersi quante volte gli è già accaduto di vedere delle immagini del genere. Cambia il paesaggio. Cambia la stagione. Cambia il clima. Cambiano le divise indossate dai soldati. Cambiano le armi usate dai soldati. Cambiano i colori delle bandiere. Le scene della guerra, però, ripetono costantemente se stesse, come se la guerra fosse vittima d’una irrefrenabile coazione a ripetere se stessa (E. da Rotterdam “Il lamento della pace”, Einaudi).
Dense colonne di fumo nero s’alzano verso il cielo dall’interno degli edifici distrutti dalle bombe. Sparuti gruppi di uomini e di donne si raccolgono mestamente attorno ai corpi straziati dei loro morti. Altri gruppi di uomini e donne rovistano lentamente fra le macerie delle proprie case alla ricerca di qualche oggetto utile, oppure, di qualche ricordo da portare con sé: una pentola, un paio di scarpe, la fotografia di qualche familiare.
Poi, ci sono i bambini. A volte, essi sono nudi. A volte, essi sono vestiti di stracci. A volte, essi sono in piedi al fianco di qualche adulto. A volte, essi sono in braccio a qualche adulto, generalmente una donna. A volte, essi guardano verso gli adulti. Altre volte, essi guardano verso la telecamera. Raramente parlano. Generalmente, sono silenziosi. Guardano la telecamera e chiudono gli occhi come se volessero trattenere uno sfogo di pianto. Se sono abbastanza grandi, chiedono l’elemosina.
Credo che nessuno di noi, però, avrebbe mai immaginato che, un giorno, si sarebbe trovato di fronte a scene come quelle riguardanti la decapitazione di Nick Berg, un civile americano di religione ebraica, che un gruppo terroristico iracheno, affiliato all’organizzazione terroristica islamica al-Qaeda, ha inserito nel proprio sito Web. Ciò ha immediatamente suscitato un acceso dibattito attorno all’opportunità o meno della messa in onda delle immagini relative alla decapitazione di Nick Berg da parte delle emittenti televisive italiane.
Io credo sia giusto non mandare in onda la registrazione della decapitazione di Nick Berg, allo stesso modo che credo sia stato giusto non mandare in onda  la registrazione dell’esecuzione della “guardia di sicurezza” italiana Fabrizio Quattrocchi, da parte di un altro gruppo terroristico iracheno. Il motivo della mia opposizione alla loro messa in onda è semplice. Io non credo che la barbarie si combatta con la barbarie come non credo che la violenza si combatta con la violenza.
Inoltre, io credo che la prima preoccupazione di chi “fa informazione” debba essere, sempre e comunque, la preoccupazione per la salvaguardia della dignità umana delle vittime della violenza e credo pure che, prima del cosiddetto “dovere di cronaca”, venga, sempre e comunque, il dovere di rispettare la sensibilità del pubblico al quale la notizia è diretta, anche se ciò può significare la perdita di qualche punto percentuale nella classifica degli ascolti, oppure, nell’ammontare delle vendite.
Qualcuno potrebbe, naturalmente, obiettare che la diffusione delle immagini della guerra, per quanto orribili esse siano, come le immagini della decapitazione di Nick Berg, oppure, le immagini dell’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi può aiutare il pubblico a comprendere l’orrore della guerra e può aiutare la causa di coloro che si battono contro la guerra.
Come Virginia Woolf scrisse, infatti, in un suo famoso saggio, le immagini della guerra ci fanno capire che il mondo privato e il mondo pubblico sono inseparabilmente collegati. Ci fanno capire che noi non possiamo dissociarci da quelle immagini, ma siamo noi stessi quelle immagini. Ci fanno capire che un medesimo destino ci unisce ai cadaveri e alle macerie che sono raffigurati in quelle immagini e ci indicano la strada per unificare il mondo pubblico e il mondo privato, il mondo della materialità e il mondo della spiritualità e ci possono aiutare a sconfiggere, in questo modo, la logica della guerra (V. Woolf “Le tre ghinee”, Feltrinelli).
Io credo, invece, che le immmagini della guerra sono soltanto delle immagini e come qualunque altro genere di immagini la loro ricezione può variare a seconda del modo della loro diffusione, delle circostanze della loro diffusione e dei soggetti ai quali esse sono mostrate e, comunque, qualunque sia lo scopo della loro diffusione, io credo vada sempre osservato il principio del rispetto della dignità delle vittime della violenza. Inoltre, non c’è prova storica che esse abbiano mai impedito l’esplosionbe di nuove guerre e di nuovi massacri.

Da Guantanamo a Abu Ghraib. Io credo che ciascuno di noi, di fronte alle fotografie delle torture inflitte dai soldati americani ai prigionieri iracheni che erano rinchiusi nel carcere di Abu Ghraib non abbia potuto fare a meno di chiedersi come sia mai potuto accadere che dei soldati americani abbiano potuto perpetrare delle violenze così efferate sui prigionieri iracheni che erano rinchiusi nel carcere di Abu Ghraib senza che i loro superiori fossero venuti a conoscenza di esse.
Oggi, grazie alla pubblicazione, da parte di “The New York Times”, d’una serie di “confidential memos”, sappiamo che il Dipartimento alla Difesa degli Stati Uniti aveva più volte interpellato i propri esperti legali sia per quello che riguardava il problema  dello “stato giuridico” dei cosiddetti “enemy combatants” che per quello che riguardava il problema della conduzione dei loro interrogatori (W. Plaff “Who Ordered ‘Shock and Awe’? The Source of Debauchery”, in “IHT”, May 12, 2004).
Nel “confidential memo” del marzo del 2003, il “team” di esperti legali interpellati dal Dipartimento alla Difesa, affermava che il presidente degli Stati Uniti in quanto “commander in chief” – le virgolette sono originali – “was not bound by either an international treaty prohibiting torture or by a federal anti-torture law because he had the authority as commander in chief to approve any technique needed to protect the nation’s security” (N. A. Lewis “Memos about Legality of U.S. Interrogation”, in “IHT”, June 10, 2004).
Esso affermava, inoltre, che il personale militare incaricato degli interrogatori non doveva ritenersi giuridicamente responsabile qualora esso si fosse limitato a eseguire degli ordini, “except where the conduct goes so far as to be potentially unlawful” e che doveva essere considerato “guilty of torture only if he acts with the expresss pourpose of inflicting severe pains or suffering on person within his control”. Esso non doveva essere considerato, invece, “guilty of torture” se “causing such harm is not his objective” (N. A. Lewis “Lawyers Gave Bush an Out on Torture”, in “IHT”, June 9, 2004).
Il problema riguardante le forme di tortura alle quali potevano essere sottoposti i prigionieri politici nel corso degli interrogatori era stato affrontato, invece, nel “confidential memo” dell’agosto del 2003. In tale “confidental memo”, redatto dallo stesso segretario alla difesa, Donald Rumsfeld, per il “Southern Command in Chief”, generale James Hill, venivano elecate “24 permitted interrogation techniques, four considered stressful enough to require Rumsfeld’s explicit approval” (N. A. Lewis “Memos about Legality of U.S. Interrogation”, in “IHT”, June 10, 2004).
Che cosa significa tutto ciò? Tutto ciò significa, come Seymour M. Hersh, il giornalista del “New Yorker” che portò alla luce il massacro di My Lai al tempo della guerra in Vietnam, ha scritto nel suo ultimo libro, che “the roots of the Abu Ghraib scandal lie not in the criminal inclinations of few Army reservists but in the reliance of George Bush and Donald Rumsfeld on secret operations, the use of coercition and eye-for-eye retribution in fighting terrorism” (S. Hersh “Chain of Command. The Road from 9/11 to Abu Ghraib”, HarperCollins).

A buon intenditor poche parole. “Elections européennes: les grands pays à l’épreuve du vote-sanction. 349 millions d’Européens élisent 732 eurodéputés. Parmi les grands pays, seule l’Espagne pourrait échapper au vote-sanction”, affermava domenica scorsa “Le Monde” nel suo titolo d’apertura a proposito delle elezioni europee che si tenevano in quello stesso giorno (“Le Monde”, 13 Juin 2004).
Le elezioni europee ci sono state e c’è state pure la “sanction” paventata da “Le Monde”. Hanno perso, infatti, i “forzisti” di  Silvio Berlusconi in Italia. Hanno perso i socialdemocratici di Gerhard Schröder in Germania. Hanno perso i laburisti di Tony Blair in Gran Bretagna. Hanno perso gli “unionisti” di Jacques Chirac in Francia. I soli a vincere sono stati i socialisti di José Luis Rodriguez Zapatero in Spagna (T. Fuller, K. Bennhold “EU Voters Send a Message. In Historic Elections, Governing Parties Are Drubbed”, in “IHT”, June 14, 2004).
Ora che cosa possiamo dire di tutto ciò? La prima cosa che possiamo dire è che la “sanction” ha colpito indifferentemente tutti i partiti di governo indipendentemente dal loro colore politico e dalla posizione da essi assunta in merito alla guerra contro l’Iraq. La “sanction” ha colpito, infatti, sia partiti di goveno che erano stati favorevoli alla guerra contro l’Iraq come il New Labour di Tony Blair o Forza Italia (“Come on, Italy”) di Silvio Berlusconi, che partiti di governo che erano stati contrari alla guerra come l’UMP di Jacques Chirac, oppure, la SPD di Gerhard Schröder.
La seconda cosa che possiamo dire è che, se è vero che si trattava di elezioni europee, è altrettanto vero che gli elettori europei sembrano aver votato come se si fosse trattato di elezioni politiche nazionali e questo fatto rende difficile, come il filosofo tedesco Jürgen Habermas ha spiegato in un’intervista al “Corriere della Sera”, esprimere un giudizio sul significato che dobbiamo attribuire alle stesse elezioni europee (J. Habermas “Elezioni europee solo di nome. Sono stati test d’opinione nazionale”, in “Corriere della Sera”, 14 Giugno 2004).
La terza cosa che possiamo dire riguarda il problema del basso tasso di affluenza alle urne. Se è vero, infatti, come ha scritto il sociologo francese Pierre Rosanvallon, che l’esercizio della democrazia non può essere ridotto al puro e semplice esercizio del diritto di voto, è anche vero che la democrazia si fonda sulla partecipazione dei cittadini alle scelte comuni. Senza partecipazione dei cittadini alle scelte comuni, la democrazia perde il suo significato di “governo del popolo, con il popolo, per il popolo, sul popolo” e si trasforma in “regime” (P. Rosanvallon “Le mythe du citoyen passif”, in “Le Monde”, 21 Juin 2004). 
La quarta cosa che possiamo dire è, come ha scritto il politologo americano Andrew Moravcsik dell’European Union Program di Princeton, che nonostante la diversità delle situazioni politiche nazionali e la diversità dei modi nei quali gli elettori europei hanno espresso il loro voto, una cosa è, comunque, chiara: “Europeans seem to agree on nothing these days, but their dislike of the European Union” (A Moravcsik “Europe’s Slow Triumph”, in “Newsweek”, June 21, 2004).
Perché? Semplice. Perché l’Unione Europea, a causa del modo verticistico nel quale è stato finora portato avanti il “processo di unificazione”, s’è sempre più allontanata dalla sua “base politica”. Perché, nell’Unione Europea, non sono i parlamentari europei di Strasburgo a fare politica, ma sono gli “eurocrati” di Bruxelles. Perché l’Unione Europea ha dimostrato, in modo sempre più marcato, d’aver dimenticato le proprie origini ideali e d’essere sempre più diventata una “Europa degli stati” e sempre meno una “Europa dei popoli”.

Religione e storia. “In 1882, the philosopher Friedrich Nietzsche, prophet of the post Christian world, proclaimed that God was dead”, scrisse qualche anno fa la storica delle religioni Karen Armstrong su una nota rivista americana. “The 20th century has proved Nietzsche was wrong. Since the 1970s, religion has become a factor in public life in a way that would have once seemed inconceivable. The Iranian Revolution was succeeded by an eruption of Islamic revivalist movements in the Middle East” mentre “at about the same time, the Moral Majority and the new Christian right tried to bring God back into political life in the United States, while ultra-Orthodox Jews and radical Zionists have done the same in Israel”.
Ciò non significava, però, notava Karen Armstrong, che la profezia di Nietzsche fosse andata completamente fallita. Sia i movimenti fondamentalisti islamici che quelli fondamentalisti cristiani che s’erano sviluppati nel corso degli Anni Settanta sembravano aver fatto, infatti, paradossalmente propria la profezia di Nietzsche ed essi “can be seen a desperate attempt to resuscitate God rather than a real rediscovery of God”. Inoltre se tale situazione si adattava bene all’America dove la religione continuava a svolgere un ruolo molto  importante sia nella vita della società che nella vita politica, essa mal si adattava all’Europa.
Diversamente dagli americani, “Europeans appear to have taken the news of God’s death with aplomb. If they give the subject a thought, many Swedes, Britons, French, German or Danes would say that they are glad to be rid of a deity who had treatened his adherents with hellfire, had loomed over their lives like a cosmic Big Brother and who appeared to have made a terribile job of governing the world” (K. Armstrong “Where Has God Gone?”, in “Newsweek” July 12, 1999).
Per renderci conto di questo fatto, possiamo pensare all’accesa discussione che s’è recentemente sviluppata all’interno dell’Unione Europea attorno alla proposta di papa Giovanni Paolo II di inserire nella nuova costituzione europea un esplicito riferimento al Cristianesimo. I laici dell’Unione Europea si sono opposti, infatti, alla proposta di papa Giovanni Paolo II e hanno innescato, in questo modo, l’immediata a reazione dei cattolici, a cominciare dai polacchi (A. Leparmentier “La Pologne a livré un barroud pour Dieu”, in “Le Monde”, 20 Juin 2004).
Giusto? Sbagliato? Non lo so. Non sono uno storico e non lo so. Quello che so è che la storia del Cristianesimo è parte integrante della storia d’Europa, come il perdurare della distinzione fra “stati cattolici” e “stati protestanti” dimostra. Quello che so è che la cultura europea è intrisa dei valori del Cristianesimo e non sarà certamente il rifiuto da parte dei  laici dell’Unione Europea di inserire nella nuova costituzione europea un esplicito riferimento ai valori del Cristianesimo, com’era stato chiesto da papa Giovanni Paolo II, a aiutare l’Unione Europea a risolvere il problema della propria identità (B. Geremek “Le radici comuni d’Europa”, Il Saggiatore).

Lotta contro il terrorismo e difesa della democrazia. “Americans are in danger of losing something much more important than the war in Iraq. We are in danger of losing America as instrument of moral authority and inspiration in the world”, Thomas Friedman aveva scritto sul “New York Times” nel vivo dello scandalo suscitato dalla pubblicazione delle fotografie dei prigionieri iracheni torturati dai soldati americani nel carcere iracheno di Abu Ghraib. Secondo Thomas Friedman, infatti, “America’s role in the world is too precious to be squandered like this” (T. Friedman “Bush Must Act to Restore America’s Honor”, in “IHT”, May 7, 2004).
Ieri, il problema è stato ripreso in un articolo scritto da due noti giuristi americani, Robert O. Keohane della Duke University e Anne-Marie Slaughter della Woodrow Wilson School di Princeton i quali arrivano, però, a conclusioni opposte a quelle alle quali era arrivato Thomas Friedman. Secondo Thomas Friedman, infatti, quello che era accaduto nel carcere di Abu Ghraib era stato la conseguenza d’una cattiva gestione del carcere da parte del personale di sorveglianza e il problema d’immagine causato dalla pubblicazione delle fotografie poteva essere risolto mettendo in atto, da un lato, i necessari correttivi giuridici e, dall’altro lato, una efficace azione politica a livello di “mass-media”.
Secondo Robert O. Keohane e Anne-Marie Slaughter quello che era accaduto nel carcere iracheno di Abu Ghraib era da considerarsi, invece, la conseguenza d’una “misguided view of America’s own democracy” fondata sull’idea che “American democracy works because Americans are innately good people, beliving in values of tolerance and respect for others and guided by religious faith. In this view,  the goodness of Americans and the nobility of our mission are self-evident” e “fighters opposing American power, even if they are resident in occupied countries do not merit the protection of international law” (R. O. Keohane, Anne-Marie Slaughter “Bush’s Mistaken View of U.S. Democracy” in “IHT”, June 23, 2004).
Chi ha ragione? Chi ha torto? Io penso che Thomas Friedman avesse ragione quando sosteneva che lo scandalo suscitato dalla pubblicazione delle fotografie delle torture inflitte dai soldati americani ai prigioneri iracheni nel carcere di Abu Ghraib rischiava di compromettere l’immagine dell’America “as instrument of moral authorithy and inspiration in the world” e richiedeva, perciò, un’immediata riposta da parte del governo americano. Nello stesso tempo, penso che il governo americano non potrà fornire la risposta auspicata da Thomas Friedman, finché la sua politica continuerà a fondarsi, come scrivevano Robert O. Keohane e Anne-Marie Slaughter, sull’idea che “Americans are innately good people, belivieng in values of tolerance and respect for others and guided by religious faith”.
Gli americani non sono, infatti, “innately good people”. Gli americani sono come tutti gli altri e la loro fede religiosa non li rende certamente migliori degli altri popoli. Anzi, in certe circostanze, come quelle create dagli attacchi terroristici dell’11 settembre, la loro fede religiosa può spingerli ad assumere delle posizioni politiche che li portano a comportarsi in un modo che può contraddire i valori della tolleranza e del rispetto degli altri nei quali essi dicono di credere e che dicono di voler difendere contro gli attacchi del terrorismo (M. Molinari “George W. Bush e la missione dell’America”, Mondadori).
Il presidente George W. Bush ha teso a rassicurare l’opinione pubblica sia nazionale che internazionale rilasciando una dichiarazione nella quale ha affermato che “we do not condone torture. I have never ordered torture”. Noi non possiamo che prendere atto della sua dichiarazione. Le torture, però, ci sono state e, malgrado la recente pubblicazione di alcuni documenti ufficiali in materia da parte della stessa Casa Bianca, sono ancora molte le cose che, come notava Reed Brody di Humand Rights Watch, noi non sappiamo di Abu Ghraib, di Guantanamo, di Bagram e di tutti gli altri luoghi dove sono detenuti i cosiddetti “enemy combatants” (R. Brody “What about the Other Secret Prisons?”, in “IHT”, May 4, 2004).
Quello che sappiamo, inoltre, è che gli abusi perpetratati dai soldati americani ai danni dei prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib differiscono in poco o nulla dal trattamento subito dai detenuti americani nel loro paese d’origine. Come il “reporter” di Reuters, Alan Eisner, autore del libro “Gates of Injustice” sulla situazione delle prigioni americane e sulla corruzione del personale carcerario americano ha spiegato in una intervista al “Financial Times”, “just like in Iraq’s Abu Ghraib, nakedeness is often used in American prisons to humilitate and to punish. Dogs are often used to intimidate and bite”.
La causa di tutto ciò va rintracciata, a sua volta, come ha spiegato James Alan Fox, professore di diritto penale alla Northwestern University, nel corso d’un intervista concessa al medesimo quotidiano britannico, nel fatto che “in the United States there is an implicit mandate that our prisons really need to punish. As far as many politicians are concerned reabilitation and treatment are no longer a great concern” (S. Davoudi “Abused Iraqis Experienced Standard Fare of US Jails”, in “FT”, May 29, 2004).
Forma e sostanza. L’occupazione militare dell’Iraq è finita. La Coalition Provisional Authority (CPA) ha trasferito i propri poteri al governo provvisorio iracheno. Il capo della CPA, il diplomatico americano, Paul Bremer, ha lasciato Bagdad ed è ritornato in America. John Negroponte, il nuovo ambasciatore americano in Iraq, ha preso possesso della nuova sede diplomatica americana a Bagdad. Il governo provvisorio iracheno si accinge a processare Saddam Hussein dopo aver ricevuto dalla Coalition Provisional Authority la sua custodia giuridica (D. Filkins “U.S.- Led Military Occupation Formally Ends”, in “IHT”, June 29, 2004).
Tutto il resto è rimasto, però, immutato. E’ rimasto immutato il numero dei soldati americani presenti in Iraq. E’ rimasto immutato lo stillicidio dei soldati americani uccisi quotidianamente dalla resistenza irachena. E’ rimasta immutata l’ostilità nei confronti delle forse della coalizione. E’ rimasto immutato il desolante quadro economico che fa da sfondo alla ricostruzione dell’Iraq e tutto ciò induce inevitabilmente alla cautela, riguardo al futuro dell’Iraq, anche coloro i quali furono, a suo tempo, favorevoli alla guerra contro l’Iraq (J. Glanz, E. Eckholn “Rebuilding a Country: a Far Goal”, in “IHT”, June 30, 2004).
In questo quadro sostanzialmente negativo, l’unica nota positiva è rappresentata dall’accettazione da parte della NATO di partecipare all’addestramento delle nuove forze militari irachene. Poco, molto poco, per una guerra che, secondo i suoi fautori, avrebbe dovuto portare ad un  cambiamento epocale nella storia del Medioriente. Il cambiamento, però, non c’è stato, e la stessa decisione della NATO può essere interpretata più come una sconfitta dei fautori della guerra che come una loro vittoria (E. Schmitt “NATO Agrees to Train Iraqi Forces”, in “IHT”, June 29, 2004).
I motivi della loro sconfitta sono molti e sono di varia natura. Ci sono, infatti, dei motivi che sono legati, come Michael Ignatieff del Carr Center on Human Rights di Harvard, spiegava in un suo recente articolo apparso su “The New York Times Magazine”, all’ignoranza, all’incompetenza e all’arroganza dei fautori della guerra i quali, vinta la guerra, si sono trovati completamente impreparati ad affrontare i problemi economici, politici e sociali posti dal dopo-guerra (M. Ignatieff “The Unbearable Burden of Destiny”, in “IHT”, June 30, 2004).
Ci sono dei motivi che sono legati, come l’economista di Princeton, Paul Krugman, spiegava in un suo recente articolo, al modo fallimentare nel quale le forze della coalizione guidata dagli Stati Uniti hanno portato avanti il processo della ricostruzione economica dell’Iraq, la quale è stata gestita a unico vantaggio dei gruppi economici legati alle forze della coalizione guidata dagli Stati Uniti (P. Krugman “Here’s how not to Run an Occupation”, in “IHT”, June 30, 2004).
Ci sono dei motivi che sono legati all’origine della stessa guerra contro l’Iraq, la quale, frutto d’una strategia politica la quale, elaborata da un gruppo di consiglieri politici americani comprendente Richard Perle, Douglas Feith e David Wurmster per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e da questi rifiutata, era sbagliata non solo dal punto di vista giuridico ma era sbagliata anche dal punto di vista politico (J. Bamford “A Pretext for War: 9/11, Iraq and the Abuse of America’s Intelligence Agencies”, Doubleday).
Infine, ci sono dei motivi di politica internazionale i quali, come il direttore di “Die Zeit”, Joseph Joffe, scrisse in un articolo nel quale faceva il bilancio della situazione irachena dopo sei mesi di occupazione militare dell’Iraq, pubblicato sulla rivista “Time” all’inizio del 2004, sono legati al fatto che “America can win wars on its own, but it needs friends to help it to win peace” (J. Joffe “Who Needs Allies? America, That’s Who”, in “Time”, January 26, 2004).

Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. L’accusa formulata nei confronti della CIA dal presidente del Senate Select Committee on Intelligence, il repubblicano Pat Roberts, è un’accusa di  quelle accuse che cadono sul capo dell’accusato come un colpo di maglio. L’Iraq non possedeva “armi di distruzione di massa”. L’Iraq non possedeva “fabbriche mobili” di armi chimiche. Le informazioni fornite dalla CIA al governo americano erano false e furono il risultato di “a broken corporate culture and poor management” (T. Catan “CIA Attacked over Iraq Intelligence”, in “FT”, July 10, 2004).
Le pezze d’appoggio dell’accusa formulata nei confronti della CIA dal senatore Pat Roberts sono contenute in un voluminoso rapporto di 510 pagine che la commissione presieduta dal senatore Pat Roberts ha presentato ieri alla stampa. A questo punto, la parola passa di diritto al direttore della CIA, il dimissionario George Tenet, il quale dovrà rispondere ad alcune domande piuttosto imbarazzanti. Perché la CIA ha fornito al governo americano delle informazioni false al governo americano? Perché la CIA s’è lasciata turlupinare in un modo così stupefacente dai suoi informatori? (E. Alden “CIA Wrong on Weapons on Almost Every Account”, in “FT”, July 10, 2004).
Non lo so. Non sono un “ciologo” e non lo so. Quello che so è che, sin dall’inizio, su tutta la vicenda delle “armi di distruzione di massa” irachene, aleggiava qualcosa che non convinceva e che non aveva nulla da vedere con la necessità, da parte della CIA, di non rivelare le proprie fonti di informazioni, ma dipendeva, invece, dal fatto che la CIA, malgrado i notevoli mezzi economici e umani a sua disposizione, non aveva la più pallida idea di quello che era successo in Iraq dalla espulsione degli ispettori delle Nazioni Unite nel 1998 (D. Johnston “Senate Report Details Flawed CIA Approach”, in “IHT”, July 12, 2004).
La CIA non poteva, però, ammettere una cosa del genere. Così, essa si mise nelle mani d’una schiera di “pataccari” iracheni i quali, in cambio di denaro e di promesse politiche relative a futuri incarichi governativi, le fornirono le informazioni che le erano necessarie per farsi bella nei confronti del governo americano, senza rendersi conto che, agendo in questo modo, essa lavorava non solo contro il governo americano, ma lavorava anche contro se stessa, poiché era evidente che, prima o poi, i nodi sarebbero arrivati al pettine e l’opinione pubblica americana avrebbe finalmente saputo la verità (R. Brody “La triple faute américaine”, in “Le Monde”, 20 Juin 2004).
Niente di nuovo sotto il sole. Una cosa simile accadde, infatti, con l’incidente navale del Tonchino il quale fornì, nel 1964, al governo americano, presieduto dal democratico Lyndon B. Johnson, il pretesto per far passare al Congresso degli Stati Uniti la cosiddetta “Tomkin Gulf Resolution” elaborata dall’allora Segretario di Stato, Dean Rusk, come ricordava recentemente Daniel Ellsberg che, all’epoca, era un “high-level staff aide” al Pentagono (D. Ellsberg “Show Us the Pentagon Papers on Iraq”, in “IHT”, February 27, 2004).
Poi, nel 1974, a seguito della pubblicazione sul “New Yor Times” di quelli che sono passati alla storia come “The Pentagon Papers” che il “New York Times” aveva ricevuto dallo stesso Daniel Ellsberg, l’opinione pubblica americana scoprì che, nel golfo del Tonchino, non c’era stato alcun incidente navale e che il presidente Lyndon B. Johnson aveva mentito al Congresso degli Stati Uniti. Nel frattempo, il “vietnamese quagmire” aveva già ingoiato, però, le vite di decine di migliaia di giovani americani.

Di che cosa parliamo quando parliamo di barbarie? La diffusione in tutto il mondo attraverso l’emittente televisiva araba al-Jazeera delle immagini relative alla decapitazione d’un giovane sud-coreano avvenuta per mano d’un gruppo terroristico iracheno ha riacceso in tutto il mondo la discussione sul rapporto fra barbarie e civiltà (M. Newman “Militants Behead Korean Hostage”, in “IHT”, June 23, 2004).
Ora, io credo che, prima di iniziare una discussione di questo genere, noi dovremmo metterci d’accordo su ciò che intendiamo per barbarie e su ciò che noi intendiamo per civiltà. In altre parole, se la decapitazione d’un ostaggio per mano d’un gruppo terroristico islamico deve essere considerata, com’è giusto, un atto di barbarie, come dev’essere considerata l’uccisione d’un detenuto sulla sedia elettrica? Dev’essere considerata un atto di civiltà? 
Qualcuno potrebbe, ovviamente, rispondere che, nel primo caso, l’esecuzione avviene dopo un regolare processo nel corso del quale l’imputato è posto nella condizione di difendersi dall’accusa che è stata mossa contro di lui, mentre, nel caso della decapitazione di cui parliamo, l’esecuzione è avvenuta per mano d’un gruppo terroristico il quale s’ arrogato un diritto che esso non possedeva. Nei “paesi civili”, infatti, soltanto lo stato può amministrare la giustizia allo stesso modo che soltanto lo stato può fare uso legittimo della violenza.
Per quello che riguarda la prima parte della risposta, potrebbe essere agevolmente ribattuto, sulla base di molti episodi di “cattiva giustizia” che sono emersi recentemente negli Stati Uniti, il quale è l’unico fra i cosiddetti “paesi civili” nel quale è ancora in vigore la pena di morte, che non sempre l’imputato viene posto nella condizione di potersi difendere dall’accusa che lo stato ha mosso contro di lui. Il processo a suo carico, il più delle volte, anche in un “paese civile” come gli Stati Uniti, si risolve in una ignobile farsa e l’imputato viene condannato a morte sulla base di puri e semplici pregiudizi razziali (C. Daniel “Death Defying”, in “FT”, August 24, 2003).
Per quello che riguarda la seconda parte della risposta, potrebbe essere ribattuto che in Iraq è in atto una guerra e che non si tratta d’una guerra come le altre. La guerra che è in atto in Iraq non è, infatti, una guerra di eserciti, ma è una “guerra di guerriglia” nella quale si mescolano elementi di carattere politico, elementi di carattere etnico e elementi di carattere religioso e, come tutte le guerre di questo genere, essa non è combattuta soltanto con armi tradizionali. Essa è combattuta anche con le immagini (D. Wakin “For Radical Islamists Beheadings as Power”, in “IHT”, June 25, 2004).
E, comunque, non fu proprio il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, nella sua veste di “commander in chief”, a lanciare, nel momento in cui egli aprì le ostilità contro l’Iraq, nel marzo del 2003, lo slogan: “Shock and Awe”?, vale a dire, “Colpire e intimorire”? In guerra, si sa, ognuno usa, i mezzi che possiede. Gli americani usano le “bombe a frammentazione”. I ribelli iracheni usano i coltelli da macellaio. Il fine è, però, il medesimo: “Shock and Awe”, ovvero, “Colpire e intimorire”.

Non c’è due senza tre. Il primo ministro britannico, Tony Blair, aveva già dovuto sottoporsi per due volte, nel corso dell’ultimo anno, a due “inchieste indipendenti” condotte da due diverse commissioni nominate dallo stesso Tony Blair, l’una, con il compito di indagare sul rapporto del Joint Intelligence Committee sulle “armi di distruzione di massa irachene”, l’altra con il compito di far luce sulla diatriba che era sorta fra il governo britannico e la BBC sul rapporto del Joint Intelligence Committee sulle “armi di distruzione di massa irachene” che aveva coinvolto lo scienziato britannico, morto suicida, David Kelly (P. Beaumont “A Haunted Man. But why Did David Kelly Have to Die?”, in “The Observer”, 20 July, 2003).
La prima commissione d’indagine era giunta, infatti, alla conclusione che il primo ministro britannico, Tony Blair, non doveva essere ritenuto responsabile del fatto che in Iraq non fosse stata  trovata traccia delle “armi di distruzione di massa” che egli aveva sostentuto essere possedute dall’Iraq. Responsabili di questo fatto dovevano essere ritenuti servizi britannici d’informazione i quali, come la commissione d’indagine  aveva spiegato nel suo rapporto, non avevano svolto correttamente il loro lavoro e avevano “commingled intelligence with a plagiarized scholary article” (W. Hoge “A Pannel Clears Blair on Iraq War Dossier”, in “IHT” July 8, 2003).
La seconda commissione d’indagine presieduta da Lord Hutton era giunta ad una analoga conclusione. A dire: Tony Blair non era “a liar” e non aveva operato alcun “sexing up”. Egli aveva preso la sua decisione di seguire gli Stati Uniti in Iraq sulla base dei dati che gli erano stati forniti dai servizi di britannici informazione e le accuse mosse dalla BBC nei confronti del governo britannico non avevano alcun fondamento (J. Freedland “Dark Allegations Washed Snow White”, in “The Guardian Weekly”, February 5, 2004).
A quel che sembra, Tony Blair è riuscito a farcela anche per la terza volta. Anche la  commissione d’indagine presieduta da Lord Butler ha dichiarato, infatti, nella sua relazione di non aver riscontrato nel comportamento di Tony Blair alcuna azione che potrebbe giustificare l’accusa di aver deliberatamente mentito all’opinione pubblica britannica e di aver condotto la Gran Bretagna in una guerra per la quale mancavano i presupposti giuridici (M. White “A Litany of Failure, but No One to Blame”, in “The Guardian”, July 15, 2004).
In realtà, la relazione della commissione presieduta da Lord Butler lascia aperti molti interrogativi e un noto commentatore politico britannico l’ha parlato di essa come di “an elegant box of sharpened knives” che Lord Butler aveva messo a disposizione di chiunque li volesse usare sia contro Tony Blair che contro i servizi di informazione britannici i quali s’erano distinti in tutto meno che per quello che riguarda l’accuratezza del loro lavoro d’indagine (J. Freedland “An Elegant Box of Sharpened Knives”, in “The Guardian”, July 15, 2004).
La relazione della commissione presieduta da Lord Butler, infatti, pur assolvendo Tony Blair dall’accusa di aver deliberatamente mentito all’opinione pubblica britannica e di aver condotto la Gran Bretagna in una guerra per la quale mancavano i presupposti giuridici evidenzia che “the gap between Mr Blair’s conclusions and what the intelligence services were saying was even bigger than emerged during the Hutton Inquiry” (E. Mac Askill “The Devil for Blair Remains in the Detail”, in “The Guardian”, July 15, 2004).
In particolare, “the Joint Intelligence Committee made it clear that, although there were contacts between the Iraqi regime and al-Qaida, there was no evidence of cooperation”. Sulla questione relativa ai famosi “45 minuti di preavviso”, Lord Butler nota nella sua relazione, che “the intelligence report was vague and ambiguous” e le informazioni relative ad essa erano basate su fonti che, più tardi, sarebbero state messe in discussione dallo stesso Joint Intelligence Committee (“Butler Report” in “The Guardian”, July 15, 2004).
Cosicché, qualcuno potrebbe ragionevolmente chiedersi: “Se le informazioni fornite dai servizi britannici di informazioni erano così scadenti, come Lord Butler afferma nella sua relazione, com’è mai stato possibile che Tony Blair non si sia accorto di ciò? Com’è mai stato possibile che a Tony Blair non sia venuto il dubbio che era, forse, meglio approfondire le indagini, prima di scatenare una guerra che avrebbe colpito non solo molti civili iracheni, cosa che avrebbe potuto non interessargli, ma anche molti soldati britannici?”.
Semplice. Perché, come Clare Short, membro laburista del parlamento britannico, ministro nel governo di Tony Blair e successivamente dimessasi dal suo incarico in polemica con lo stesso Tony Blair sulla guerra contro l’Iraq, ha scritto in un suo recente libro, Tony Blair aveva già preso la sua decisione di seguire gli americani in Iraq e “the reality was that he was managing us, reassuring us and keeping us on side while he and his entourage decided what to do” (C. Short “An Honourable Deception? New Labour, Iraq and the Misuse of Power”, Free Press).

Immaginazione e realtà. Non s’era ancora spento negli Stati Uniti il clamore suscitato dalla pubblicazione del rapporto del Senate Select Committe on Intelligence nel quale la Cia veniva accusata di “a broken corporate culture and poor management”, che esse sono state riaccese dalla pubblicazione del rapporto della commissione indipendente sull’11 settembre il quale accusa apertamente il governo degli Stati Uniti di non essere stato capace di proteggere i cittadini americani dagli attacchi terroristici dell’11 settembre a causa di “failures of imagination, policy, capabilities and management” (D. Stout “A Failure to Protect U.S.”, in “IHT”, July 23, 2004).
L’analisi svolta dalla commissione indipendente sull’11 settembre nel suo rapporto è un’analisi molto precisa, rigorosa e non lascia adito a dubbi di sorta per quello che riguarda le responsabilità del governo americano. Come la stessa commissione spiega nel suo rapporto, il problema è, comunque, molto complesso e non può essere risolto con l’elencazione delle “operational failures” del governo americano nel prevenire gli attacchi terroristici dell’11 settembre (T. Crampton “Terrorists Easily Faked Passports, Panel Reports”, in “IHT”, July 23, 2004).
Il problema non è solo di natura tecnica e non può essere risolto solo da una riforma dei servizi di informazione. Esso è un problema politico e coinvolge non solo l’attività dei servizi di informazione, ma coinvolge anche l’intera attività di governo e può essere risolto solo da un’azione politica a ampio raggio che sappia usare, come la commissione ha scritto nel suo rapporto, “all elements of national power” al fine di aggredire le radici politiche del “terrorismo islamico” e di impedire che “the least governed, more lawless places in the world” diventino terre d’asilo per terroristi islamici (D. Sanger “U.S. Urged to Revise Its Muslim Strategy”, in “IHT”, July 24, 2004).
Il presidente George W. Bush ha immediatamente rilasciato una dichiarazione nella quale egli ha promesso di prendere attentamente in considerazione le raccomandazioni contenute nel rapporto della commissione sull’11 settembre e che sarà sua premura interessare al problema i membri della sua amministrazione perché essa arrivi presto a varare una riforma dell’attività di “intelligence” nel senso auspicato dalla commissione sull’11 settembre, perché, egli ha dichiarato, “the most important duty is the security of our fellow countrimen” (D. Stout “A Failure to Protect U.S.”, in “IHT”, July 23, 2004). 
Resta il problema della guerra in Iraq. Su questo punto, il presidente George W. Bush non sembra essere disposto a fare autocritica, anche se in Iraq le cose non vanno certamente come egli aveva sperato e gli Stati Uniti incontrano delle crescenti difficoltà a far fronte ai loro impegni militari, al punto che comincia a affacciarsi negli Stati Uniti addirittura la possibilità di reintrodurre la “coscrizione obbligatoria” come al tempo della guerra in Vietnam, malgrado le conseguenze negative che essa non mancherebbe d’avere nelle relazioni fra governo e opinione pubblica come avvenne al tempo della guerra in Vietnam (J. Califano “Conscription Makes It Harder for Nations to Go to War”, in “The Washington Post”, April 7, 1999).
E’ anche vero, tuttavia, che i numeri sono numeri. Le forze militari degli Stati Uniti sono già impegnate oltre i limiti del possibile e una potenza come gli Stati Uniti non può pensare di continuare a far fronte ai propri impegni militari attingendo alle forze della riserva, oppure, a quelle della Guardia Nazionale. Occorrono nuove risorse. Il sistema di reclutamento che è attualmente in vigore negli Stati Uniti non fornisce, però, queste risorse in quantità sufficiente e non stupisce, perciò, che qualcuno all’interno della stessa amministrazione Bush pensi di ritornare alla “coscrizione obbligatoria” come al tempo della guerra in Vietnam (W. Plaff “Reclaming the U.S. Army”, in “IHT”, July 24, 2004).

Due più due fa quattro. Il sospetto che le torture perpetrate dai soldati americani nei confronti dei prigionieri iracheni rinchiusi nel carcere di Abu Ghraib non fossero solo opera di alcune “rotten apples”, ma fossero il prodotto d’un insieme di circostanze che coinvolgevano anche i “top brass” dell’esercito americano aleggiava nell’aria sin da quando lo scandalo delle torture era scoppiato nello scorso mese di maggio ed esso è stato confermato dalla recente pubblicazione di due rapporti ufficiali: l’uno rilasciato da una “commissione ad alto livello” presieduta James Schlesinger,  segretario alla difesa del padre dell’attuale presidente degli Stati Uniti; l’altro rilasciato da una commissione d’indagine dell’esercito americano presieduta dal generale George Fay.
Il rapporto della commissione presieduta da James Schlesinger afferma che “leadership failures at the highest level of the Pentagon, the Joint Chiefs of Staff and the military command in Iraq contributed to an environment in which detaines were abused at the Abu Ghraib prison and other facilities” e critica l’operato del comandante delle forze militari della coalizione presenti in Iraq, generale Ricardo Sanchez, “as not paying close enough attention to worsening condition at Abu Ghraib and for delegating oversight of the prison to subordinates” (E. Schmitt “Panel Faults Leders in Iraq Jail Abuse”, in “IHT”, August 25, 2004).
Il rapporto della commissione d’indagine dell’esercito americano conferma, invece, per la prima volta, da quando è scoppiato lo scandalo delle torture inferte dai soldati americani ai detenuti iracheni nel carcere di Abu Ghraib, che “military intelligence officials were directly involved in the abuse of Iraqis at Abu Ghraib prison. The report, which implicates 35 military intelligence personel and civilians contractors in at least 44 cases of prisoner abuse, show a far greater participation by military intelligence than had ever been made public before” (T. Crampton “U.S. Officiers Tied to Iraqi Abuse”, in “IHT”, August 26, 2004).
In particolare, il rapporto della commissione d’indagine dell’esercito americano invidua nel tenente colonnello Steven Jordan “a top comander at the prison”, e nel colonnello Thomas Pappas della 205th Military Intelligence Brigade, i due maggiori responsabili degli abusi perpetrati nel carcere di Abu Ghriab. Il primo “for allowing such abuses to occur”. Il secondo per non essere intervenuto, com’era suo dovere in quanto suo diretto superiore, nei confronti del tenente colonnello Steven Jordan, e di aver lasciato che gli uomini del tenente colonnello Steven Jordan continuassero a perpetrare i loro abusi (A. Elliott “Army’s Report Extends List of Abu Ghraib Blame”, in “IHT” August 27, 2004).
Sia il rapporto della commissione presieduta da James Schlesinger che il rapporto della commissione interna d’indagine dell’esercito americano presieduta dal generale George Fay glissano, tuttavia, sul problema delle responsabilità politiche. Il primo rapporto “implicity faults Rumsfeld, as well as his top civilians and miltary aides, as not exercising sufficient oversight over a confusing array of policies and interrogations practices at detention centers in Cuba, Afghanistan and Iraq”, ma esso “does not explicity blame Donald Rumsfeld for misconduct or for ordering policies that condoned it” (E. Schmitt “Panel Faults Leders in Iraq Jail Abuse”, in “IHT”, August 25, 2004).
Il rapporto della commissione interna d’indagine dell’esercito americano, dopo aver analizzato diffusamente le diverse forme di “abuses” fisici e sessuali che venivano praticati nella prigione di Abu Ghraib, afferma che, “while senior level officers did not commit the abuse at Abu Ghraib, they did bear responsability for lack of oversight of the facility”. Il rapporto sottolinea, inoltre, che anche se “there is no single, simple explanation for why this abuse at Abu Ghraib happened”, tuttavia, “the primary causes are misconduct – from inhumane to sadistic – by a small group of morally corrupt soldiers and civilians” (T. Crampton “U.S. Officiers Tied to Iraqi Abuse”, in “IHT”, August 26, 2004).
E ritorniamo, così, al punto di partenza. Il carcere di Abu Ghraib apparteneva a un “universo concentrazionario” che gli Stati Uniti avevano creato, dopo l’11 settembre, in “aree protette” dall’invadenza della Terza Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra come la base militare di Bagram in Afghanistan, Guantanamo Bay a Cuba, il carcere di Abu Ghraib in Iraq, all’interno delle quali, come il rapporto della commissione presieduta da James Schlesinger afferma, “aggressive interrogation policies” erano ampiamente praticate (E. Schmitt “Panel Faults Leders in Iraq Jail Abuse”, in “IHT”, August 25, 2004).
Il carcere di Abu Ghraib era, inoltre, un carcere militare nel quale, come in ogni istituzione militare, valeva il “principio gerarchico”. Ciò significa che è da escludere che “a small group of morally corrupt soldiers and civilians”, come esso è definito dalla relazione del commissione dell’esercito presieduta dal generale George Fay, abbia potuto fare quello che ha fatto di propria inziativa. Se ha fatto quello che ha fatto, è stato perché esso aveva ricevuto degli ordini. Domanda: “Chi ha impartito quegli ordini?”.
Era questa la domanda alla quale la commissione presieduta da James Schlesinger e la commissione d’indagine dell’esercito americano presieduta dal generale George Fay dovevano dare una riposta. Per poterlo fare esse dovevano, però, assumersi l’onere di risalire tutta la “catena delle responsabilità”. Esse non l’hanno fatto. Esse hanno salvato i “top brass” dell’esercito e gli “alti papaveri” del Dipartimento alla Difesa e si sono limitate a gettare il biasimo su “a small group of morally corrupt soldiers and civilians” (D. Lithwick “Foot Soldiers Always Take the Fall”, in “IHT”, August 27, 2004).

Noi, loro e il futuro presidente. “Et si, le 2 novembre prochain, en même temps que des millions d’Américains, tous le peuples du monde se rendainent aux urne pour voter?”, si chiede lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun in un articolo apparso oggi su “Le Monde”. Secondo Tahar Ben Jelloun, “il y aurait une légitimité à ce qu’ils partecipent à l’élection de la plus grande puissance du monde. Simplement parce que leur vie, leur avenir en dépendent d’un façon ou d’une autre. Ce serait un geste symbolique, une parole universelle pour constater un fait et dire en manière directe et sans ambiguïté que le sort du monde dépend en grand partie de la présidence américaine” (T. Ben Jelloun “Votons tous le 2 novembre!”, in “Le Monde”, 6 Septembre 2004).
Ovviamente, Tahar Ben Jelloun sa che, anche se fosse possibile estendere le elezioni presidenziali americane al resto del mondo in modo da far sentire in America anche la voce del resto del mondo, ciò non avrebbe alcun effetto sulle relazioni fra Stati Uniti e resto del mondo. L’imperialismo americano, infatti, non è stato inventato da George W. Bush. Esso esisteva anche prima di George W. Bush e continuerà ad esistere anche dopo di lui. L’imperialismo americano esprime, infatti, lo stato attuale dei rapporti di forza estitenti fra Stati Uniti e il resto del mondo.
Allo stesso modo, dobbiamo toglierci dalla testa che un’eventuale vittoria di John F. Kerry nelle elezioni presidenziali americane del prossimo 2 novembre porterà al ritiro dei soldati americiani dall’Iraq, come Tahar Ben Jelloun auspicava nel suo articolo. Gli Stati Uniti, non sono andati in Iraq alla “cazzo di cane”. Gli Stati Uniti sono andati in Iraq sulla base d’una serie di “ragionamenti geopolitici”. Noi possiamo condividere o meno quella serie di “ragionamenti geopolitici”, ma non possiamo negare che essi avessero una loro logica (T. de Montbrial “Les trois sources du malaise américain”, in “Le Monde”, 29 Décembre 2002).
Inoltre, come l’esperienza insegna, non è sufficiente avere ragione per riuscire a impedire a qualcuno di commettere un errore. Occorre aver anche i mezzi per poterlo fare. Francia e Germania provarono a impedire agli Stati Uniti di commettere quello che esse ritenevano un errore usando i mezzi che avevano a disposizione. Esse non riuscirono, però, a convincere gli Stati Uniti a rinunciare al progetto che essi avevano elaborato per l’Iraq. Gli Stati Uniti vollero “andare da soli” in Iraq e, adesso, si trovano nel mezzo d’una crisi che essi hanno creato e che essi non sanno come gestire.
Io penso, tuttavia, che l’articolo di Tahar Ben Jelloun colga, comunque, nel segno e penso anch’io che sarebbe giusto che, non solo gli elettori americani, ma che anche il resto del mondo potesse far sentire la propria voce nelle prossime elezioni presidenziali americane del 2 novembre e potesse dire che cosa esso pensa dell’America e dei due canditati alla presidenza. Come Tahar Ben Jelloun ha scritto, infatti, nel suo articolo, “ce serait comme in volonté d’indépendence et de résistance face à un hégémonisme qui avance enrobé de quelques valeurs religieuses, de certains préjudices et de quelques prétextes”.

Martiri o terroristi? Credo che chiunque di noi non avrebbe alcuna remora a definire gli autori dei cosiddetti “attentati suicidi” come dei “terroristi”. Secondo il noto intellettuale egiziano, lo sceicco Youssouf Al-Qaradâwi si tratta, però, d’una definizione sbagliata. Come egli ha spiegato in una sua recente intervista a “Le Monde”, essi non devono essere, infatti, considerati dei terroristi e le loro azioni non devono essere considerate degli “atti di terrorismo”. Esse devono essere considerate delle “opérations de martyre” che rappresentano “une forme de resistance a l’occupation. Ils ne possèdent que leur vie e utilisent la seul arme à leur disposition” e devono essere considerati come dei “martiri” (X. Ternisien “Al-Qaradâwi. L’Islam à l’écrane”, in “Le Monde”, 31 Aout 2004).
Ora, io credo che non occorra essere prevenuti nei confronti dell’Islam per capire che, anche in condizione di “guerra asimmetrica” –  nella condizione, cioè, nella quale esiste una notevole disparità nelle capacità militari delle parti in lotta – una cosa è utilizzare il proprio corpo per distruggere un mezzo militare nemico, un’altra cosa è utilizzare il proprio corpo per distruggere un autobus carico di bambini che vanno a scuola. Nel primo caso, chi compie l’azione può essere definito come un “freedom fighter”. Nel secondo caso, chi compie l’azione non può essere definito che come un “terrorista”.
Ciò che distingue, infatti, un’azione terroristica da un’azione di guerra non è il mezzo che è usato per compierla – un lanciarazzi invece d’una cintura carica di esplosivo stretta attorno al proprio corpo – ma il tipo di obiettivo che viene colpito nel corso della stessa azione terroristica. Se l’obiettivo è rappresentato da un obiettivo militare, l’azione è un’azione di guerra e chi la compie può essere definito come un “freedom fighter”. Se l’obiettivo è rappresentato, invece, un autobus carico di bambini che vanno a scuola l’azione è un’azione terroristica e chi la compie è un terrorista. Poi, viene tutto il resto (J. Stern “Terror on the Name of God”, HarperColins)

Religione e politica. Il senatore Gary Hart, già canditato per la “nomination” come rappresentante del Partito Democratico nelle elezioni presidenziali del 1984 e del 1988, ha pubblicato recentemente un articolo nel quale egli esprime la propria indignazione per il modo nel quale i neoconservatori americani, guidati da George W. Bush, usano  la religione come strumento della politica (G. Hart “Try Faith-Based Humility”, in “IHT”, November 9, 2004).
Il senatore Gary Hart ricorda nel suo articolo che egli crebbe nella Church of the Nazarene, la quale venne fondata cento anni fa come un “offshoot” dell’American Methodism. Ricorda che egli studiò al Bethany Nazarene College e che egli si iscrisse successivamente alla Yale Divinity School allo scopo di diventare insegnante di religione e filosofia. Malgrado ciò, come il sentore Gary Hart ha scritto nel suo articolo, egli ha alcuna remora a definirsi un “liberal”. Per il senatore Gary Hart, infatti, “liberals are not against religion. They are against hypocrisy, exclusion and jugdementalism. They resist the notion that one side or the other possesses ‘the truth’ to the exclusion of others”.
Il senatore Gary Hart non fa, inoltre, mistero d’essere preoccupato per “a disturbing tendency” che è presente oggi in America la quale mira a inserire nella politica dei “theocratic principles” i quali, secondo i neoconservatori americani, affiderebbero all’America il compito di eliminare il male che esiste nel mondo. In realtà, come il senatore Gary Hart spiega nel suo articolo, “nowhere in our constitution or founding documents is there support for the proposition that the United States was given a special dispensation to eliminate it”.
Il senatore Gary Hart ha ragione. Nella costituzione americana non viene sostenuto che l’America deve estirpare il male che esiste nel mondo e “Bush’s venture into crusaderism frightened not only Muslims, but it also frightened a very large number of Americans with a sense of their own history”. Tutto ciò non risolve, però, il problema del  rapporto fra religione e politica con il quale il senatore Gary Hart aveva aperto il suo articolo. Per renderci conto di questo fatto possiamo pensare al problema del “same-sex marriage” che è stato al centro del dibattito durante l’ultima campagna elettorale americana.
Domanda: “Come deve comportarsi un credente quando, come politico, si trova a affrontare un problema del genere?”. Il senatore Gary Hart risponderebbe che egli deve seguire la propria coscienza. Giusto. Egli deve seguire la propria coscienza. Ma non è proprio quello che fece il “neoconservatore” George W. Bush quando si oppose al “same-sex marriage” e propose addirittura di bandirlo per legge? Non ha, forse, seguito la propria coscienza come avrebbe fatto il “liberal” Gary Hart?
E ritorniamo, così, al punto di partenza. Se è vero, infatti, che non è lecito usare la religione come strumento della battaglia politica, come il senatore Gary Hart ha scritto giustamente nel suo articolo, è anche vero che dobbiamo prestare molta attenzione a non cadere dalla padella del “fondamentalismo neo-conservatore” nella brace del “relativismo post-moderno” con la conseguenza di aggravare la grande confusione che già avvolge il rapporto fra religione e politica (E. Gellner “Ragione e religione”, Il Saggiatore).

Da un anno all’altro, da una guerra all’altra. In Iraq, il giorno del 30 gennaio 2005 per il quale sono previste le elezioni per l’Assemblea Costituente si avvicina a grandi passi e aumentano gli attacchi di coloro che si oppongono alle elezioni sia contro i soldati americani che contro coloro che, come i rappresentanti dei partiti sciiti, sono, invece, favorevoli alle elezioni, nell’evidente tentativo di creare una situazione politica che renda impossibile uno svolgimento regolare delle stesse elezioni. Non stupisce, perciò, che qualcuno si chieda, in America, se la strategia seguita, sino a questo momento, in Iraq, sia la strategia giusta e se non sia arrivato, invece, il momento di cambiarla (E. Eckholm “Bomb Misses Head of Iraq’s Largest Shiite Party”, in “IHT”, December 28, 2004).
Come Anthony H. Cordesman del Center for Strategic and International Studies di Washington e autore del libro “The Iraq War: Strategy, Tactics and Military Lessons”, ha scritto, infatti, in un suo recente articolo, “it cannot afford to make every American base a fortress, or to disperse scarce manpower and other military resources in force protection missions”, ma “U.S. forces have to be mobile and able to redeploy where the threat is – even though such redeployments often mean moving forces to vulnerable areas”. Nel caso contrario, “the war will last longer and total casualties will be greater. Worse, the United States will simply never win it” (A. Cordesman “Winning the War after the War”, in “IHT”, December 28, 2004).
Ora, io non sono un esperto di “strategia militare” e non sono in grado di valutare la correttezza della proposta di Anthony H. Cordesman. Quello che so, tuttavia, è che gli Stati Uniti non si troverebbero, oggi, in Iraq, nella situazione descritta da Anthony H. Cordesman nel suo articolo, se essi non avessero deciso di “andare da soli”  in Iraq per fare una guerra che era sbagliata sia dal punto di vista politico che dal punto di vista giuridico. Mi rendo conto che la mia osservazione può sembrare semplicistica, ma questo fatto non la rende meno vera.
Poi, c’è il problema del controllo del territorio. Una cosa, infatti, è la guerra, un’altra cosa è il controllo del territorio. Per vincere una guerra occorrono truppe addestrate al combattimento. Per controllare il territorio occorrono truppe addestrate al controllo del territorio. Le truppe americane che sono presenti in Iraq sono state addestrate al combattimento. Non sono state addestrate al controllo del territorio. Inoltre, le truppe americane che non sono presenti in Iraq in numero sufficiente ed è questo il secondo motivo per il quale esse si trovano nelle situazione descritta da Anthony H. Cordesman nel suo articolo.
Perché? Perché il segretario alla difesa, Donald Rumsfeld, ha imposto ai militari una strategia sbagliata basata sulla dottrina della cosiddetta “forza flessibile”, nell’erronea convinzione che la guerra si sarebbe conclusa con la conquista di Bagdad, il rovesciamento di Saddam Hussein e l’insediamento d’un nuovo governo provvisorio. Non è stato così. La guerra è continuata anche dopo la conquista di Bagdad e l’insediamento d’un nuovo governo provvisorio e il dopo-guerra ha causato, finora, più morti sia fra i militari americani che fra i civili iracheni di quelli che erano stati causati dalla stessa guerra (W. Plaff “An Army’s Morale on the Downswing”, in “IHT”, December 29, 2004).
Tutto ciò non ha avuto, però, almeno fino a questo momento, negli Stati Uniti, alcuna conseguenza politica negativa. Anzi. Nelle elezioni presidenziali dello scorso 2 novembre gli elettori americani hanno votato in massa per George W. Bush e George W. Bush, anche se non è probabilmente soddisfatto del modo in cui le cose vanno in Iraq, ha comunque, interpretato il voto espresso a suo favore dagli elettori americani come la dimostrazione della giustezza della sua sua linea politica (B. Knowlton “The Voters Ratified His Iraq Policy, Bush Says”, in “IHT”, January 17, 2005).
Come George W. Bush ha affermato, infatti, nel discorso con il quale ha inaugurato il suo secondo mandato presidenziale, “the survival of liberty in our land increasingly depends on the success of liberty in other lands” e “the best hope for peace in our world is the expansion of freedom in all the world”. Ciò significa, se le parole hanno un senso, che George W. Bush non intende cambiare linea politica, ma intende proseguire lungo la strada che ha intrapreso con la sua decisione di “andare da solo” in Iraq ed è anche pronto, qualora le circostanze lo richiedano, a allargare la guerra oltre i confini dell’Iraq (B. Knowlton “Bush, Sworn in for a Second Term, Vows to Spread Liberty”, in “IHT”, January 21, 2005).
Qualche giorno dopo aver pronunciato il suo discorso inaugurale, George W. Bush è ritornato sul tema della diffusione della libertà e della lotta contro la tirannide nel corso d’una conferenza stampa nella quale egli ha parzialmente corretto alcune affermazioni che erano contenuto nel discorso inaugurale e ha spiegato che l’instaurazione della democrazia in paesi retti da regimi autoritari non è un compito che possa essere assolto nel breve periodo, ma si tratta d’un obiettivo che può essere realizzato solo nel lungo periodo e richiede l’impegno molte generazioni (C. Lesnes “Pour George Bush, l’éradication de la tyrannie dans le monde s’inscrit dans le long terme”, in “Le Monde” 28 Janvier 2005).
Le precisazioni fornite da George W. Bush non hanno, però, spento le polemiche. Di particolare interesse, in questo contesto, al di là della forma retorica nella quale sono state espresse, sono state le affermazioni di Pat Buchanan, già candidato repubblicano alla presidenza nel 2000, il quale ha notato come George W. Bush, con il suo discorso d’insediamento, da un lato, ha impegnato l’America “to do more than America has the resources or power to do” e, dall’altro lato, ha impegnato l’America “not to permanent peace but to permanent war and wars are the deaths of republics” (J. Harding “Bush’s ‘Over the Top’ Speech Reveals Divisions”, in “FT”, January 22, 2005).

Domani è un altro giorno. Gli iracheni sono andati alle urne e, per la prima volta nella loro storia, hanno potuto esprimere liberamente il loro voto e scegliere le persone che dovranno scrivere la nuova costituzione irachena. Il terrorismo non ha deposto, però, le armi e molte sono state le vittime del terrorismo anche nella giornata di ieri. Il “turnout”, però, fatta eccezione per il cosiddetto “triangolo sunnita”, è stato elevato e fonti ufficiali irachene lo fanno ammontare al 57% degli aventi diritto al voto (D. Filkins “Iraqis Stream to the Polls”, in “IHT”, January 31, 2005).
Nel commentare a caldo le elezioni irachene per la nuova assemblea costituente, il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha parlato di un “resounding success” che dimostra come le forze politiche democratiche irachene e il popolo iracheno non si siano lasciati intimorire dalle minacce lanciate contro di loro dai terroristi e che “they are equal to the challenge” lanciata loro dai terroristi (B. Knowlton “Bush Calls Elections a Resounding Success”, in “IHT” January 31, 2005). 
E’ vero. Malgrado i loro evidenti limiti politici e gli attacchi terroristici contro le sedi elettorali, le elezioni irachene per la nuova assemblea costituente rappresentano un indubbio successo per l’amministrazione Bush. Esse, però, lasciano irrisolti numerosi problemi. Il primo problema riguarda il futuro assetto politico dell’Iraq. E’ evidente, infatti, che le elezioni per la nuova assemblea costitente non hanno risolto il problema della convivenza fra le diverse componenti etniche e religiose irachene e ciò pone la futura assemblea costituente di fronte al difficile problema di trovare un assetto istituzionale che soddisfi le suddette componenti etniche e religiose (J. Steel “Beyond the Bullets, a New Constitution”, in “The Guardian Weekly” February 4, 2005).
Il secondo problema riguarda la natura giuridica della futura costituzione irachena. L’Iraq è, infatti, un paese islamico e la nuova costituzione irachena, comunque vadano le cose per quello che riguarda il rapporto fra le componenti etniche e religiose irachene sarà, in ogni caso, una costituzione islamica e questo fatto, se potrà soddifare la maggioranza della popolazione irachena, potrà difficilmente soddisfare le aspettative dell’amministrazione Bush (B. Knwolton “Cheney Urges Calm on Islam’s Role in Iraq”, in “IHT” February 7, 2005).
Il terzo problema riguarda il ritiro delle forze militari di occupazione dell’Iraq. E’ evidente, infatti, che non potrà mai esserci un vero governo iracheno finché esso sarà costretto a contare sulla presenza militare straniera per garantire la sicurezza dei cittadini iracheni che sono da esso governati. La situazione della sicurezza in Iraq è, però, ancora ben lontana dal consentire una cosa genere e il governo iracheno dovrà probabilmente contare ancora per molto tempo sulle forze militari di occupazione per garantire, non solo la sicurezza dei propri cittadini, ma anche la propria sicurezza (W. Plaff “The Only Solution for Iraq”, in “IHT” January 31, 2005).
Il quarto problema riguarda la guerra contro l’Iraq. Il successo delle elezioni per la nuova assemblea costituente irachena non deve far dimenticare che la guerra contro l’Iraq fu, come ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite, una “guerra illegale” e non sarà certamente il successo che è stato conseguito dalle elezioni per la nuova assemblea costituente irachena che cambierà questo stato di cose (B. Herbert “Still a Long Way from Democracy”, in “IHT” February 1, 2005).
[Nota. Per quello che riguarda la nuova costituzione irachena è da dire che la sua approvazione nel referendum del 15 ottobre 2005 pur costituendo un notevole passo in avanti sulla strada della democratizzazione, lascia irrisolto più d’un problema. Per renderci conto di questo fatto, possiamo pensare al problema relativo alla struttura federale dello stato iracheno che è prevista dalla nuova costituzione e che non soddisfa i sunniti i quali temono che essa possa causare uno smembramento dello stato. Oppure, possiamo pensare al problema relativo al ruolo di fonte primaria del diritto che la nuova costituzione irachena conferisce all’Islam e al problema della spartizione degli utili derivanti dall’attività legata allo sfruttamento dei pozzi di petrolio fra le tre grandi regioni del paese. Vedi: E. Wong “Iraqi Vote Approves Draft Constitution”, in “IHT”, October 26, 2005. Per quello che riguarda le conseguenze che la creazione d’un Iraq costituito nella forma di stato federale potrebbe avere sull’assetto politico della regione, vedi: D. Hirst “Middle East Reconfigured”, in “The Guardian Weekly”, October 28, 2005. Per quello che riguarda, invece, il rapporto fra le forze di occupazione e la popolazione irachena, vedi: A. Shalid “Night Draws Near. People in the Shadow of America’s War”, Henry Holt. Nel libro, Anthony Shalid, un reporter di “The Washington Post” di origini libanesi documenta le terribili condizioni nelle quali vive attualmente la popolazione irachena e denuncia la grande ignoranza dimostrata dalle autorità americane nei confronti della storia e della cultura del popolo iracheno la quale, come Anthony Shalid ha scritto nel suo libro, è da ritenersi una delle cause del fallimento della missione americana in Iraq.]

Ritorno al passato? Nel 1968, quando avevo lasciato la mia città ed ero corso a Parigi a “vedere” la rivoluzione che i miei coetanei avevano messo in scena in riva alla Senna, avevo ventidue anni, pesavo settanta chili, avevo i capelli biondi e la barba rossa. Nel 1989, quand’era crollato il Muro di Berlino, avevo quarantatre anni. Pesavo ottanta chili. I miei capelli erano diventati di colore biondo sporco e la mia barba aveva cominciato a macularsi di bianco. Non ero andato a Berlino a veder crollare il Muro, come il protagonista di “Black Dogs” di Ian MacEwan, ma ero rimasto a casa e avevo visto crollare il Muro di Berlino in televisione (I. McEwan “Cani neri”, Einaudi).
Avevo finito, infatti, i miei giorni di ferie. Inoltre, pur non essendo un indovino, ero in grado di immaginare come sarebbe andata a finire. Era evidente, infatti, che la caduta del Muro di Berlino avrebbe spinto i russi a chiedere “tutto e subito”. I russi, però, non erano pronti ad avere “tutto e subito” come, nel 1917, essi non erano pronti a instaurare il socialismo, come lo stesso Lenin era stato costretto a riconoscere sul letto di morte, e avrebbero finito per perdere anche quello che essi avevano ottenuto grazie alla “perestroika” di Michail Gorbacëv (M. Gorbacëv “Perestroika”, Mondadori).
Scrissi quello che pensavo. Qualche compagno di partito m’accusò d’essere diventato un menagramo. Qualcun altro m’accusò d’essere rimasto legato al passato. Non era vero. Non ero mai stato uno stalinista e non provavo alcuna nostalgia per il passato. La mia preoccupazione era sincera e non era frutto di speculazioni politiche. La storia, purtroppo, m’aveva dato ragione. I russsi avevano voluto “tutto e subito”. Michail Gorbacëv era caduto. Al potere, era salito Boris Eltsin e, per la Russia, fu l’inizio della fine (S. Cohen “Failed Crusade: America and the Tragedy of Post-Communist Russia”, Norton).
Mai era accaduto, infatti, alla Russia di cadere così in basso come le era accaduto durante il periodo in cui il potere era stato tenuto da Boris Eltsin. Mai la corruzione politica era stata così diffusa. Mai la differenza nella distribuzione del reddito fra la sua popolazione era stata così ampia. Mai la criminalità organizzata aveva avuto tanto potere. Mai la distanza fra masse e potere era stata così grande. Mai l’indifferenza del potere nei confronti della condizione delle masse popolari era stata così evidente (M. McFaul, N. Petrov, A. Ryabov “Between Dictatorship and Democracy: Russian Post-Communist Political Reform”, Canergie Endowment).
Boris Eltisn cadde, vittima sia dell’alcol che dei propri errori politici. Il presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, scrisse per “Time” un “coccodrillo” nel quale, ricordando l’ultima conversazione telefonica che egli aveva avuto con Boris Eltsin nella quale “Yeltsin conveyed a mixture of relief that a tough choice was behind him and confidence that it was the right choice for his country”, egli affermava che “Yeltsin has been brave, visionary and forthright, and he has earned the right to be called the father of Russian democracy” (B. Clinton “Remembering Yeltsin”, in “Time”, January 1, 2000).
Al potere c’è ora Vladimir Putin. Di Vladimir Putin sappiamo poco o nulla, a parte il fatto che egli proviene dal KGB e che fu Boris Eltsin a designarlo come proprio successore. Per quello che riguarda il resto, quello che sappiamo è che Vladimir Putin sembra essere riuscito a porre un freno al potere degli “oligarchi”, a ridare dignità allo stato russo e, cosa non meno importante, a favorire la ripresa dell’economia russa (P. Truscott “Putin’s Progress”, Simon & Schuster).
Ciò non sembra aver favorito, però, lo sviluppo della democrazia. Come André Glucksmann ha scritto, infatti, in un suo recente articolo, “la base capitaliste de l’économie allemande n’a nullement empêché le nazisme. L’Allemagne hitlérienne a démontré q’un état pouvait être doté à la fois de structures politiques et militaires autoritaires ou totalitaires et de structures économiques capitalistes” e ciò è proprio quello che è accaduto nella Russia di Vladimir Putin (A. Glucksmann “Poutine et la révolution permanente”, in “Le Monde” 30 Janvier 2005).
[Nota. Per quello che riguarda la posizione di Lenin negli anni che seguirono la rivoluzione, vedi: V. I. Lenin “La costruzione del socialismo”, Editori Riuniti. Per quello che riguarda la Russia di Putin, vedi: A. Politokovskya “La Russia di Putin”, Adelphi.]

Politica e menzogna. “Il mito è un mezzo per intervenire sul presente. Qualunque discussione riguardante la possibilità della realizzazione del mito è priva di senso. Ciò che è importante non è la realizzazione del mito, ma è l’esistenza dello stesso”, scrisse Georges Sorel in “Riflessioni sulla violenza”. In ciò risiede quello che il mitologista americano, Joseph Campbell, chiamò il “potere del mito”. Diversamente dalla scienza la quale parla alla ragione, il mito parla, infatti, all’immaginazione, trascende la realtà della vita quotidiana e apre la mente umana al regno della possibilità (J. Campbell “Il potere del mito”, Guanda).
Ciò spiega il successo che il mito di Robinson Crusoe continua a incontrare presso i sostenitori delle “teorie economiche neo-liberali” benché nulla di “robinsoniamo” vi sia, ormai, nelle nostre economie dove tutto è controllato da grandi imprese gestite da potenti “tecnostrutture” e spiega pure l’attuale crisi della politica. La politica, infatti, non è entrata in crisi a causa del crollo del Muro di Berlino e della “crisi delle ideologie” che l’ha seguita. La politica è entrata in crisi perché ha smesso di parlare il linguaggio del mito.
Altra cosa è la menzogna e George W. Bush ha proferito una menzogna quando ha affermato che l’Iraq costituiva una minaccia per gli Stati Uniti a causa delle sue WMDs e ha compiuto un’azione immorale quando ha posto questa menzogna alla base della sua decisione di “andare da solo” in Iraq. E’ “andato da solo” in Iraq. Ha rovesciato Saddam Hussein. Ha insediato un nuovo governo e, adesso, malgrado il successo ottenuto dalle elezioni per l’assemblea costituente irachena, egli si trova in grande difficoltà (F. Zakaria “Elections Are Not Democracy”, in “Newsweek” February 7, 2005). 
George W. Bush non può, infatti, ritirarsi dall’Iraq e non può nemmeno rimanere in Iraq. Egli non può ritirarsi dall’Iraq perché, data la composizione etnica e religiosa della popolazione irachena, l’Iraq cadrebbe nella guerra civile. Non può restare in Iraq perché egli toglie legittimità al governo provvisorio iracheno e conferma la natura menzognera della sua giustificazione della guerra contro l’Iraq.

Perché no? “Is it possibile that Bush wasn’t entirely wrong?”, ovvero, “E’ possibile che George W. Bush non abbia sbagliato tutto?”, il giornalista americano Richard Bernstein si chiedeva venerdì scorso, alla vigilia del viaggio in Europa del presidente degli Stati Uniti, George W. Bush riferendosi al dibattito politico che è attualmente in corso in Europa attorno a quella che Richard Bernstein ha definito, nel suo articolo, “the Bush doctrine of messianic democracy” (R. Bernstein “Is It possibile that Bush Wasn’t Entirely Wrong?”, in “IHT” February 18, 2005).
La risposta è molto semplice. La guerra contro l’Iraq fu una guerra sbagliata sia dal punto di vista giuridico che dal punto di vista politico e il successo ottenuto dalle elezioni per la nuova assemblea costituente irachena non ha risolto questo problema. Anzi, l’ha reso ancora più acuto. Le elezioni per la nuova assemblea costituente irachena conferendo la maggioranza assoluta dei seggi all’alleanza politica formata dai partiti sciiti ha posto le basi per la creazione d’uno stato integralista islamico a maggioranza sciita e questo fatto potrebbe avere delle conseguenze imprevedibili in tutto il Medioriente (J. Glanz “Shiites Get Most Seats in Iraq”, in “IHT”, February 18, 2005).
E’ per questo motivo che George W. Bush non ha posto alcun limite alla permanenza dei soldati americani in Iraq anche se, agendo in questo modo, egli rischia di alienarsi non solo le simpatie di coloro che, come i rappresentanti dei cosiddetti partiti “laici” iracheni, avevano guardato alle elezioni per la nuova assemblea costituente come a un punto di svolta nella politica irachena, ma rischia anche di porsi in rotta di collisione,  con il “leader” spirituale dell’alleanza politica sciita che ha vinto le elezioni per la nuova assemblea costituente, il grande ayatollah Ali al-Sistani, il quale ha affermato, in più d’una occasione, che gli Stati Uniti devono andarsene dall’Iraq (F. Zakaria “Don’t Just Rush to the Exits”, in “Newsweek”, February 21, 2005).
Poi, c’è la questione del programma nucleare iraniano. George W. Bush ha già messo in guardia l’Iran nei confronti d’un possibile attacco militare degli Stati Uniti se l’Iran proseguirà nel suo programma nucleare. E’ evidente, infatti, che George W. Bush è terrificato dalla possibilità che l’Iran possa entrare in possesso di armi nucleari. E’ anche evidente, però, che George W. Bush ha sbagliato a rivolgersi in quel modo all’Iran e il presidente dell’Iran, Mohammed Khatami l’ha immediatamente dimostrato rilasciando una dichiarazione nella quale egli ha affermato che un’eventuale invasione dell’Iran da parte degli Stati Uniti non sarebbe una passeggiata. 
Infine, c’è la questione dell’Unione Europea. George W. Bush non ha mai considerato l’Unione Europea come un proprio interlocutore politico e ha sbagliato. Malgrado tutti i i limiti e le contraddizioni che Andrew Bound metteva oggi brillantemente in luce sul “Financial Times”, l’Unione Europea è, ormai, diventata una realtà politica e economica e George W. Bush deve accettare di confrontarsi con essa e deve cessare di cercare di mettere uno stato europeo contro l’altro perché, continuando a agire in questo modo, egli finirà soltanto per rafforzare la posizione di quegli stati europei che, come Francia e Germania, sono già fortemente critici nei confronti degli Stati Uniti a causa del loro unilateralismo (A. Bounds “It Is Time to Know Thyself, Europe”, in “FT”, February 19, 2005).
In questo contesto va inserito il problema della NATO. La NATO è stato costituita alla fine della Seconda Guerra Mondiale e lo scopo della sua creazione era quello di dare vita a un’organizzazione militare in funzione anti-sovietica omologa a quella costituita dall’Unione Sovietica con la creazione del Patto di Varsavia. Molti anni sono passati d’allora. E’ caduto il Muro di Berlino. E’ crollata l’Unione Sovietica. Gli stati aderenti al vecchio Patto di Varsavia sono entrati a far parte della NATO. La ragione per la quale essi sono entrati a far parte della NATO è facile da capire. Essi hanno visto nella NATO un baluardo contro la Russia dalla quale essi sono stati lungamente dominati.
Perché non sciogliere, allora, la NATO, rafforzare le capacità difensive dell’Unione Europea  e rinunciare al progetto di trasformare la NATO in “gendarme del mondo”, nel momento in cui è lo stesso segretario generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer, ha dichiarare in un’intervista concessa recentemente a “Le Monde” che “nous n’avons ni l’ambition ni les capacités, ni le moyens financiers d’être les gendarmes du monde”? (S. Zappi “Il faut utiliser l’OTAN de manière plus politique”, in “Le Monde”, 20 Février 2005).
Semplice. Perché la NATO non è mai stata un’alleanza soltanto militare. Essa è sempre stata anche un’alleanza politica della quale gli Stati Uniti si sono sempre serviti per tenere legati al proprio carro gli alleati europei. Gli alleati europei degli Stati Uniti, però, sono cresciuti e, come dimostrano alcune recenti dichiarazioni del cancelliere tedesco, Gerhard Schröder, reclamano in modo sempre più insistente la loro libertà d’azione (H. de Bresson “L’Allemagne souhaite désormais ouvertement redéfinir les relations avec les Etats Unis”, in “Le Monde”, 20 Février 2005).

Francia, il referendum s’avvicina. In Francia, il giorno fissato da Jacques Chirac per il referendum sulla nuova costituzione europea si avvicina e il primo ministro francese, Jean-Pierre Raffarin, ha deciso di uscire allo scoperto e di spiegare ai francesi, in un articolo pubblicato su “Le Monde”, le ragioni per le quali, a suo modo di vedere, è importante che essi votino a favore della nuova costituzione europea. La ragioni citate da Jean-Pierre Raffarin sono cinque.
La prima ragione è che si tratta d’un “vote d’urgence”. Per Jean-Pierre Raffarin, il mondo è diventato, infatti, “de plus en plus dangereux”. Gli squilibri economici e sociali moltiplicano i conflitti politici i quali favoriscono lo sviluppo del terrorismo e il mondo ha bisogno d’una Europa forte e unita che faccia da “rempart” contro lo “choc des civilizations”. La seconda ragione è che si tratta d’un “vote politique” che consente alla “démocratie politique”, attraverso la creazione d’un presidente a “plein temps”, “de retrouver et d’affimer sa suprématie sur l’organization administravive”. La terza ragione è che si tratta d’un “vote social” perché la nuova costituzione europea pone la difesa dell’occupazione, il perseguimento del progresso sociale, la difesa delle minoranze e la parità fra uomo e donna come obiettivi della Unione Europea. La quarta ragione è che si tratta d’un “vote économique” perché la nuova costituzione europea è strumento fondamentale per lo sviluppo dell’economia europea. La quinta ragione è che si tratta d’un “vote culturel” perché la nuova costituzione europea rafforzerà, nel rispetto delle diversità nazionali, la difesa dell’indentità europea e darà ad ogni stato il posto che gli spetta all’interno dell’Unione Europea (J-P. Raffarin “Cinq raisons de voter «oui» à la Constitution européenne”, in “Le Monde”, 5 Mars 2005).
Ora, che cosa possiamo dire di tutto ciò? La prima cosa che possiamo dire è che se è vero che la nuova costituzione europea ha risolto il problema della rappresentatività dei singoli stati in seno all’Unione Europea conferendo a ogni stato il posto che gli spetta in seno all’Unione Europea, è altrettanto vero che essa non ha risolto il problema della creazione d’una identità europea, come la diversità di opinioni sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli Stati Uniti dimostra (J. Borger “Cowboy Seeks a True Pal in Europe”, in “The Guardian Weekly”, March 4, 2005).
La seconda cosa che possiamo dire è che non sarà facile per quella che Jean-Pierre Raffarin chiama la “démocratie politique” avere la meglio su quella che egli chiama “l’organization administrative” che ha finora dominato la vita dell’Unione Europea e  l’Unione Europea non potrà, comunque, realizzare gli obiettivi economici e sociali che le sono stati affidati dalla nuova costituzione europea finché essa continuerà a essere prigioniera del “gioco di interessi” che continua a contrapporre i diversi stati europei, come le divisioni che esono emerse attorno alla proposta di “liberalizzazione” dei servizi dimostrano (P. Meller, G. Bowley “Sharp EU Division Arises on Services”, in “IHT”, March 4, 2005).
[Nota. Per quello che riguarda il problema della creazione d’una identità europea, vedi: “Old Europe, New Europe. Transatlantic Relations After the Iraq War. Edited by D. Levy, M. Pensky, J. Torpey”, Verso. Il libro è costruito attono ad un articolo di Jacques Derrida e Jürgen Habermas apparso per la prima volta sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” il 31 maggio 2003 nel quale i due autori lanciavano un appello per il varo d’una comune politica estera europea la quale avrebbe dovuto porre l’Unione Europea nella condizione di esercitare la funzione di contrappeso nei confronti dell’unilateralismo americano e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello della creazione d’un nuovo ordine mondiale fondato sul rispetto del diritto internazionale, il consolidamento del “welfare state”, la difesa dell’abiente naturale e lo sviluppo d’una cultura laica.]

Da Bagdad a Teheran? Non s’era ancora conclusa la guerra che egli gli Stati Uniti avevano intrapeso contro l’Iraq che essi avevano già cominciato a pensare alla possibilità di allargare la guerra che era ancora in atto in Iraq all’Iran e alla Siria, a causa dell’aiuto che essi, secondo gli Stati Uniti, avrebbero fornito agli “insurgents” iracheni consentendo loro di attraversare liberamente i loro confini (B. Knowlton “A U.S. Warning to Iran and Syria”, in “IHT”, July 22, 2003).
A distanza di due anni di distanza, Siria e Iran sono ritornati ad essere nuovamente sotto il tiro degli Stati Uniti. Per la Siria, il motivo è rappresentato dall’uccisione dell’ex-primo ministro libanese Rafik Hariri la quale, attribuita dagli Stati Uniti alla Siria, ha spinto migliaia di persone a scendere in piazza a chiedere il ritiro delle truppe siriane dal Libano e le dimissioni del governo in carica presieduto dal filo-siriano Omar Karami (M. Naim “Au Liban, la contestation antisyrienne se radicalise”, in “Le Monde”, 1 Mars 2005).
Messa in evidente difficoltà dalla inaspettata reazione della popolazione libanese all’uccisione di Rafik Hariri, la Siria, la quale occupa militarmente il Libano sin dai giorni della guerra civile che ha insanguinato il Libano dal 1975 al 1991 e fornisce la propria protezione agli Hezbollah, ha annunciato d’essere disponibile al ritiro delle proprie truppe dal Libano in accordo con la risoluzione 1589 del Nazioni Unite che impone il ritiro di tutte le truppe straniere dal Libano, ma ha anche aggiunto che ciò richiederà del tempo (H. Fattah “Syria Shows Strain of Outside Pressure”, in “IHT” March 3, 2005).
Per l’Iran, il motivo per il quale esso è ritornato nuovamente sotto il tiro degli Stati Uniti è rappresentato dal suo rifiuto di sospendere il proprio programma nucleare. Mentre l’Unione Europea sembra essere, infatti, propensa a una soluzione politica della vertenza, gli Stati Uniti non fanno mistero di non credere alla possiblità d’una soluzione politica. Per gli Stati Uniti, infatti, l’Iran ha sempre dimostrato di non avere alcuna intenzione di sospendere il proprio programma nucleare e hanno dichiarato d’essere pronti a un intervento ad un intervento militare se l’Iran non porrà fine al proprio programma nucleare (D. Vernet “L’Iran en ligne de mire des néoconservateurs”, in “Le Monde”, 23 Janvier 2005).
Contro l’ipotesi d’una soluzione militare del problema posto dal programma nucleare iraniano s’era già chiaramente espresso, però, qualche tempo fa, Alan L. Isenberg del Center for International Security della Stanford University, il quale aveva motivato il suo dissenso nei confronti d’una soluzione militare a causa della mancanza di “solid intelligence and the secretive, geographically diffuse nature of Iran’s nuclear sites” (A. L. Inenberg “Needed for Iran: U.S. Muscle, European Diplomacy”, in IHT”, November 24, 2004).
Analogo dissenso era stato contemporaneamente espresso Kenneth Pollack della Brookings Institution, il quale fu, a suo tempo, uno dei maggiori sostenitori della guerra contro l’Iraq. Secondo Kenneth  Pollack, infatti, gli Stati Uniti avrebbero dovuto stare attenti a non farsi irretire dal “siren song of easy regime change” e avrebbero dovuto, invece, puntare su una “diplomatic solution” basata su un “multilateral approach” (K. Pollack “America Needs a Plan for Dealing with Iran”, in “IHT”, November 10, 2004).
L’Iran, però, finora dimostrato non solo di non avere alcuna intenzione di bloccare il proprio programma nucleare, ma grazie all’aiuto della Russia ha anche dimostrato di voler accelerare i tempi della sua realizzazione firmando un accordo con la Russia per il  riformimento da parte della stessa Russia di combustibile nucleare (P. Mastrofili “La Russia sfida Washington. Combustibile nucleare all’Iran”, in “La Stampa” 28 Febbraio 2005).
Ciò ha provocato l’immediata reazione degli Stati Uniti i quali hanno chiesto, per bocca della loro rappresentante, Jackie Sanders, all’International Atomic Energy Agency (IAEA) di Vienna di aprire una procedura ufficiale contro l’Iran davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (R. Bernstein “Iran Feels Rising Heat on Nucleare Activities”, in “IHT” March 3, 2005). 
L’Iran non ha battuto ciglio e ha reagito alla richiesta degli Stati Uniti dichiarando di non avere alcuna intenzione di recedere dai propri propositi di realizzare il proprio programma nucleare, ma ha anche spiegato di aver provveduto sia alla creazione di nuovi depositi sotterranei di combustibile nucleare che di aver rafforzato le difese degli impianti nucleari esistenti per proteggerli da un possibile attacco militare (The Associated Press “Iran Is Said to Build Atom Storage Tunnels”, in IHT”, March 4, 2005).
Ora, che cosa possiamo dire di tutto ciò? La prima cosa che possiamo dire è che occorre procedere con estrema cautela e valutare attentamente le dichiarazioni rilasciate da Walid Jumblatt che fu uno dei protagonisti della guerra civile che insanguinò il Libano fra il 1975 e il 1991 nel corso d’una intervista alla CNN. Secondo Walid Jumblatt “today we are (in Libano) at a crossroads in the history… we have entered a stage where there must be calm” (E. Mac Askill, C. Unquhart, C. Wheeler “Lebanese Government Falls”, in “The Guardian Weekly”, March 4, 2005).
La rivolta contro la Siria che sta infiammando il Libano affonda le sue radici nella tormentata storia del Libano la quale ha tenuto le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo negli lunghi anni che vanno dal 1975 al 1989, anno del famoso accordo di Taif che portò nel 1991 alla fine della guerra civile in Libano e un eventuale ritiro della Siria dal Libano potrebbe portare al riemegere delle vecchie contese politico-religiose che hanno portato alla guerra civile, come la grande manifestazione organizzata dagli Hezbollah contro il ritiro della Siria ha dimostrato (H. Fattah “Vast Crowd in Beirut Backs Role for Syria”, in “IHT” March 9, 2005).
La seconda cosa che possiamo dire è che gli Stati Uniti sbagliano se essi pensano per l’Iran una soluzione del genere iracheno e che se il loro obiettivo è quello di favorire un processo di democratizzazione in Iran, la politica da essi intrapresa fino a questo momento potrebbe sortire l’effetto opposto. Essa potrebbe spingere l’Iran a chiudersi ancora di più in se stesso e potrebbe rafforzare la posizione di coloro che in Iran si sono finora opposti al processo di democratizzazione che le forze progressiste iraniane hanno vanamente tentato di porre in essere dopo l’elezione a presidente del candidato riformista Mohammed Khatami nel febbrario del 2000 (C. Dickey “The Reform Vote”, in “Newsweek” February 28, 2000).
La terza cosa che possiamo dire è, come Harvey Morris notava recentemente sul “Financial Times”, che il problema della democrazia è che, quando essa sia intesa in senso proprio e sia concessa agli elettori un’effettiva libertà di scelta, non è detto che gli elettori compiano necessariamente la scelta di voto che noi riteniamo giusta. In altre parole, essi potrebbero esprimere con il loro voto il loro sostegno a forze politiche estremistiche altrettanto nemiche della democrazia dei governi che sono attualmente al potere (H. Morris “What America Could Reap from the Seeds of Democracy”, in “FT”, March 5, 2005).
Una lezione da non dimenticare. “La pura logica del socialismo non conteneva nulla che gli impedisse di funzionare. La cosa è così ovvia che non avrei creduto necessario insistervi, se non la si fosse voluta negare e se i socialisti ortodossi non fossero stati incapaci di dare ad essa una risposta scientificamente corretta”, Joseph A. Schumpeter scrisse nel 1942 in “Capitalism, Socialism, Democracy” (J. Schumpeter “Capitalismo, socialismo, democrazia”, Etas Libri).
In realtà, nel socialismo, c’era qualcosa che non funzionava e non riguardava solo il rapporto fra stato e economia, ma riguardava anche il rapporto del socialismo con la democrazia. Come Arthur Rosenberg scrisse, infatti, nella sua “Storia del bolscevismo”, “il socialismo è inconcepibile senza la libertà dell’autodecisione delle collettività umane, giacchè il socialismo è il regno della libertà dove lo stato perisce. Un apparato burocratico statale coercitivo, iperburocratico, a cui la massa obbedisce passivamente non ha nulla in comune con l’ordinamento socialista” (A. Rosenberg “Storia del bolscevismo”, Sansoni).
Senza democrazia il socialismo si trasforma inevitabilmente in una sorta di “fattoria degli animali”, nella quale, come nella “fattoria degli animali” di cui George Orwell parlava nel suo omonimo romanzo, tutti gli animali erano uguali, ma qualche animale era “più uguale” degli altri. Nei paesi socialisti s’era creata una situazione simile. Tutti i cittadini erano uguali, ma alcuni di essi erano “più uguali” degli altri (I. Deutscher “La rivoluzione incompiuta”, Rizzoli).
Erano gli “uomini dell’apparato” i quali avevano il controllo del partito e, attraverso il controllo del partito, avevano il controllo dello stato e dell’economia il cui funzionamento dipendeva dalle decisioni del partito che dominava incontrastato la vita politica nazionale. Tale situazione durò finché i cittadini che vivevano nei paesi socialisti accettarono che qualcuno di essi fosse “più uguale” degli altri (M. Vozlensky “Nomenklatura”, Longanesi).
Un giorno, dopo lunghi anni di oppressione e di paura, essi presero coraggio come gli animali della fattoria della quale George Orwell parlava nel suo romanzo. Essi scesero in piazza, rovesciarono il “sistema di potere” dal quale erano stati oppressi per tutti quegli anni e realizzarono, in un colpo solo, quello che il capitalismo aveva cercato vanamente di realizzare dal momento in cui V. I. Lenin aveva preso il potere in Russia nel 1917 (J. Reed “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, Longanesi). 
Come ogni “sistema politico”, anche il “sistemna socialista” si fondava, infatti, su un compromesso i cui termini erano: sicurezza economica in cambio di stabilità politica. Venuta meno la sicurezza economica che il “sistema socialista” s’era assunto di assicurare a causa della crisi nella quale era caduta l’economia socialista a seguito del fallimento delle riforme economiche degli Anni Sessanta, venne necessariamente meno anche il consenso nei confronti del “sistema socialista”  il “sistema socialista” cadde miseramente su se stesso, come un gigante dai piedi d’argilla (B. Bongiovanni “Il crollo del comunismo”, Garzanti). 
Domanda: “Potrebbe, domani, accadere una cosa simile a quella che è accaduta al socialismo anche alla democrazia?”. Qualche maligno potrebbe rispondere che, alla democraza, è già accaduta una cosa del genere a seguito della degenerazione del “sistema parlamentare” e alla trasformazione della tradizionale “democrazia liberale” in “partitocrazia” la quale ha espropriato gli stessi parlamentari d’ogni potere decisionale e lo ha consegnato nelle mani delle segreterie dei partiti (G. Pasquino “Partitocrazia”, in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino “Dizionario di politica”, UTET).

A proposito del referendum francese sulla nuova costituzione europea. Una domanda aleggiava, nelle settimane scorse, in tutti gli articoli dei  nostri commentatori di politica internazionale: “Che cosa succederà se, in Francia, vinceranno i sostenitori del ‘no’ nel referendum del 29 maggio sulla nuova costituzione europea?”. Il referendum c’è stato. Gli elettori francesi hanno risposto “no” al quesito referendario che era stato loro posto e hanno respinto la nuova costituzione europea (D. Quirico “Francia spaccata, ma vince il no”, in “La Stampa”, 30 Maggio 2005).
Ora, che cosa possiamo dire di tutto ciò? La prima cosa che possiamo dire è che, nel breve periodo, come l’ex-cancelliere tedesco Helmut Schmidt ha spiegato in un recente articolo, non succederà nulla. Le sorti dell’Unione Europea continueranno a essere rette, infatti, dai trattati che sono stati finora in vigore. Per quello che riguarda, invece, il lungo periodo, quello che possiamo dire è che il successo del “no” nel rederendum francese potrebbe favorire un rafforzamento del “fronte del no” a livello europeo e ciò potrebbe indurre i governi europei a chiedere una revisione del testo della nuova costituzione europea (H. Schmidt “Europe, Slow and Steady”, in “IHT”, June 13, 2005).
La seconda cosa che possiamo dire riguarda la nuova costituzione europea la quale è, com’è noto, frutto d’un compromesso il quale ha portato all’elaborazione d’un testo che, oltre a essere di difficile comprensione per la gente comune, finisce inevitabilmente per scontentare tutti senza soddisfare nessuno e poco giova affermare, come Daniel Cohn-Bendit, ha fatto in un recente articolo, che la nuova costituzione europea rappresentava il miglior compromesso possibile. Un compromesso è, pur sempre, un compromesso e, come tutto ciò che è frutto d’un compromesso, anche la nuova costituzione europea era destinata a creare più problemi di quanti non ne risolvesse (D. Cohn-Bendit “A Dangerous Game in France”, in “IHT”, May 26, 2005).
La terza cosa che possiamo dire è che la vittoria del “no” nel referendum francese del 29 maggio, non avrà delle conseguenze immediate sulla “politica estera” dell’Unione Europea, anche se costituisce certamente un evento che potrebbe macchiare l’immagine dell’Unione Europea nel mondo e che potrebbe minare, come il politologo francese François Heisbourg ha scritto in un recente articolo, alcune iniziative in atto. Chiarito ciò, deve essere anche detto, però, che l’Unione Europea, prima di preoccuparsi delle consuegnze negative che il “no” francese potrebbe avere sulla propria immagine, dovrebbe preoccuparsi di definire la propria “politica estera”, cosa che, come la guerra contro l’Iraq ha dimostrato, essa non è riuscita ancora a fare (F. Heisbourg “Après ‘non’ le déluge”, in “IHT” May 26, 2005).
La quarta cosa che possiamo dire è riguarda l’influenza che il “no” francese potrebbe avere in Gran Bretagna. Tale influenza, di cui s’è parlato molto nelle settimane scorse è stata certamente enfatizzata. Come Timothy Garton Ash, professore di European Studies a Oxford, ha spiegato in un recente articolo, “le ‘non’ français et le ‘non’ britanniques son, de tous, les plus incompatibles. Si on laisse de côté le souci partagé du droit à la souvraineté national, ils sont presque diamétralement opposés. Pour le Britanniques, le traité constitutionel est trop centralisateur, dans l’intéret d’une superpuissance européenne, trop regulateur, dans la défense d’une prétendue ‘Europe sociale’, dirigiste, étatiste en un mot: français. Pour les Français, il est dangereusement néolibéral, dérégulateur, laissant le modèle social européen être englouti par le capitalisme du libre-échange de style anglo-saxon, en un mot: britannique” (T. Garton Ash “La bataille de France”, in “Le Monde”, 29 Mai 2005).
La quinta cosa che possiamo dire riguarda lo scontro fra sostenitori del cosiddetto “modello anglo-sassone” di capitalismo e sostenitori del cosiddetto “modello europeo”. Secondo i sostenitori del “modello anglosassone” di capitalismo, “by creating economic uncertainity, the self-proclaimed opponents of Anglo-Saxon capitalism are making Europe’s economic recovery less likely and reform more difficult. They do not deserve to be heard or pandered to. They deserve to be defeated. As a result of their momentous stupidity, Europe faces a choice between continued failure and Anglo-Saxon capitalism. If that is the choice, there is no question that it will – and should – choose the latter” (W. Munchau “Social Europe’s Hollow Victory”, in “FT”, June 6, 2005).
In realtà, contrariamente a ciò che pensano i sostenitori del “modello anglosassone” di capitalismo, la contrapposizione non è fra “modello anglosassone” di capitalismo e “modello europeo” di capitalismo ma, come dimostra l’esperienza dei paesi scandinavi dove a un saggio di crescita elevato si accompagna anche un forte intervento pubblico, è tra diversi modi di applicazione dello stesso “modello europeo” di capitalismo. A dire, che nel “modello europeo” di capitalismo non c’è nulla che possa impedirgli di reggere il passo con il “modello anglosassone”, a patto che siano introdotte le necessarie riforme, com’è stato, appunto, fatto in Scandinavia (A. Lefebvre, D. Méda “Social: un modèle scandinave à la française?”, in “Le Monde”, 8 Juin 2005).
La sesta cosa che possiamo dire riguarda il processo di unificazione europea. Il “no” francese, benché non sia stato pronunciato soltanto nei confronti della costituzione europea, ma sia stato anche pronunciato contro il governo francese a causa della sua incapacità a affrontare i problemi posti dal processo di unificazione europea, non può essere considerato alla stregua d’un semplice incidente di percorso oppure frutto d’una mentalità che vede dei nemici dove non ci sono dei nemici e solleva dei falsi problemi e pone i governi europei di fronte alla necessità di dare al “no” francese una risposta chiara e rigorosa la quale non può che passare attraverso un ripensamento del processo di unificazione europea (W. Hutton “My problem with Europe”, in “The Guardian Weekly”, June 16, 2005).

Un anno fa. Un anno fa, il 28 giugno 2004, la Coalition Provisional Authority (CPA) trasferì i propri poteri al governo provvisorio iracheno. L’amministratore americano dell’Iraq, Paul Bremer lasciò Bagdad e ritornò alla chetichella in America. John Negroponte, il nuovo ambasciatore americano in Iraq, prese formalmente possesso della nuova sede diplomatica americana a Bagdad (D. Filkins “U.S.- Led Military Occupation Formally Ends”, in “IHT”, June 29, 2004).
E’ trascorso un anno da allora. Gli iracheni sono andati alle urne e hanno eletto i loro rappresentanti in seno alla Assemblea Costituente. E’ stato formato un nuovo governo presieduto dallo sciita Ibrahim al-Jaafari. La guerra, però, non è ancora finita e lo stesso primo ministro iracheno, Ibrahim al-Jaafari, ha ammesso, qualche giorno fa, nel corso d’una conferenza stampa tenuta a Bagdad che saranno ancora necessari almeno due anni per risolvere il problema della sicurezza (The Associated Press “Iraqi Leader Speaks of 2 Years to Establish Security”, in “IHT”, June 28, 2005).
Non dobbiamo stupirci, perciò, che il presidente George W. Bush abbia pensato di sfruttare il primo anniversario del trasferimento di poteri dalla Coalition Provisional Authority al governo provvisorio iracheno per cercare di recuperare il consenso alla guerra da parte di un’opinione pubblica che sembra essere sempre più stanca di essa e sembra essere sempre più preoccupata per l’alto numero di vittime che essa continua a richiedere. Il futuro dirà se il presidente George W. Bush è riuscito a convincere l’opinione pubblica americana, oppure, no (B. Knowlton “Bush Pressing His Case on Iraq as Doubts Rise”, in “IHT”, June 29, 2005).
In ogni caso, una cosa è certa. In Iraq, la situazione continua a essere molto difficile. Se è vero, infatti, come il direttore di “Newsweek”, Fareed Zakaria, ha scritto sull’ultimo numero della rivista, che la “resistenza irachena” rappresenta soltanto alcune frange marginali della popolazione sunnita e non è, perciò, nelle condizioni di vincere la guerra da essa intrapresa contro le truppe della coalizione guidata dagli Stati Uniti, è anche vero che essa non ha finora manifestato alcun segno di cedimento, che i suoi attacchi sono diventati sempre più sofisticati e che cresce di giorno in giorno il numero delle vittime causate dai suoi attacchi (F. Zakaria “The Good News and Bad News”, in “Newsweek”, July 4, 2005).
Tutto ciò crea una situazione che preoccupa l’opinione pubblica americana la quale non può fare a meno di chiedersi perché gli Stati Uniti si siano venuti a trovare in tale situazione. Semplice. Perché la guerra contro l’Iraq fu una guerra sbagliata sia dal punto di vista politico che dal punto di vista giuridico. Ciò ha creato, per gli Stati Uniti, una situazione di isolamento politico a livello internazionale che, se non ha influito, vista la notevole “asimmetria” esistente fra le forze in campo, sull’esito della guerra, ha influito certamente sulla gestione del dopoguerra (W. Clark “Vincere le guerre moderne: l’Iraq, il terrorismo e l’impero americano”, Bompiani).
Inoltre, non dobbiamo dimenticare, come il senatore John F. Kerry ha spiegato in un suo recente articolo, la lunga serie di errori che ha costellato la gestione del dopoguerra come la mancanza d’un piano per la ricostruzione dell’Iraq, la distruzione delle strutture amministrative dello stato iracheno, l’incapacità di impedire che gli arsenali dov’erano custodite le armi dell’esercito iracheno finissero nelle mani dei ribelli e, infine, il ritardo con il quale è stato affrontato il problema della creazione d’un nuovo esercito iracheno (J. F. Kerry “How to Bail out Iraq”, in “IHT”, June 29, 2005).

Da Madrid a Londra. Avevo pensato di scrivere qualcosa sugli attacchi terroristici del 7 luglio a Londra, ma vi avevo rinunciato. La ragione della mia rinuncia era semplice. Avrei dovuto scrivere le stesse cose che avevo scritto in occasione degli attacchi terroristici di Madrid dell’11 marzo 2004. Gli autori degli attacchi terroristici di Londra sembravano essere, infatti, dei terroristi islamici come gli autori degli attacchi terroristici di Madrid e simili a quelle degli autori degli attacchi terroristici di Madrid sembravano essere pure le loro motivazioni politiche: punire la Gran Bretagna per l’appoggio fornito agli Stati Uniti in Iraq (“Attack on London. Special Report” in “The Observer”, July 10, 2005).
E’ trascorsa una settimana d’allora. Le indagini sugli attentati terroristici del 7 luglio hanno portato la polizia britannica a identificare gli autori degli attentati in quattro “suicide bombers” tre dei quali erano dei giovani pakistani che erano nati e cresciuti in Gran Bretagna. Ciò non ha cambiato, però, a mio modo di vedere, il quadro della situazione. Il terrorismo islamico è, infatti, un fenomeno politico e la lotta contro di esso non può essere condotta solo dalle forze di polizia e dai servizi di sicurezza, ma deve essere condotta anche a livello politico (R. Khalaf “From Disafection to Deathly Destruction. The UK Foment of Islam’s Radical Fringe” in “FT”, July 14, 2005).
In questo quadro va collocato il problema del rapporto con il mondo islamico nel suo insieme. Se è vero, infatti, che il mondo islamico non è un corpo omogeneo e compatto, ma è formato da diverse componenti (progressiste, moderate, fondamentaliste), è anche vero che il livello dello scontro con le componeneti fondamentaliste è arrivato, ormai, a un punto tale che le dissociazioni d’occasione da parte di questa o quella organizzazione islamica non sono più sufficienti. I musulmani che non condividono il progetto politico dei terroristici islamici devono uscire allo scoperto e devono far sentire chiaramente la loro voce (F. Studeman, J. Burns “Blair Calls for Muslims to Act”, in “FT”, July 15, 2005).
Il vero obiettivo dei terroristi non siamo, infatti, noi. Noi siamo un diversivo. Il vero obiettivo dei terroristi sono gli stessi musulmani. Il terrorismo islamico è, infatti, la manifestazione d’una lotta che è in atto all’interno del mondo musulmano fra progressiti e moderati, da un lato, e  fondamentalisti dall’altro lato. Inoltre, il terrorismo non rende la vita difficile solo a noi. Il terrorismo rende la vita difficile anche ai musulmani a causa del clima di sospetto e di paura che il terrorismo crea e che non colpisce solo chi era già prevenuto nei confronti dei muslmani, ma comincia a colpire anche chi non lo era (L. Alvarez “Muslims Feeling the Sting of a Backlash”, in “IHT”, July 12, 2005).
Qualcuno potrebbe naturalmente ribattere che anche noi occidentali abbiamo la nostra parte di responsabilità in tutto ciò. Per troppo tempo, infatti, noi abbiamo accettato che i nostri governi facessero affari, in nome del petrolio, con dei governi che opprimevano i loro popoli e ostacolavano, usando tutti i mezzi disponibili, compresa la tortura, lo sviluppo dei movimenti progressisti nei loro paesi. E’ anche vero, però, che una cosa è la lotta politica. Un’altra cosa è il terrorismo. Una cosa è manifestare il proprio dissenso politico scendendo pacificamente in piazza. Un’altra cosa è uccidere dei civili innocenti (D. Garnier “The West’s Role in Islam’s War of Ideas”, in “FT”, July 9, 2005).
Poi, c’è la questione della guerra contro l’Iraq. Ora, io credo che la guerra contro l’Iraq abbia certamente avuto una parte importante nella decisione degli autori degli attacchi terroristici di Londra, ma non credo che essa possa essere isolata dal suo contesto politico. Gli attacchi terroristici di Londra, fanno parte, infatti, d’un “progetto politico” che Osama bin Laden ha più volte illustrato nel corso degli ultimi anni ed essi devono essere valutati in funzione di questo “progetto politico” che si basa, da un lato, sulla cacciata degli infedeli dalle terre dell’Islam, dall’altro lato, sull’eliminazione degli “apostati dell’Islam” al fine della creazione del nuovo califfato.
Qualcuno potrebbe ribattere che tale affermazione non tiene conto dei cambiamenti che sono intervenuti nel terrorismo islamico dopo l’11 settembre. Come Robert Pape, dell’Università di Chicago e autore del libro “Dying to Win. The Strategic Logic of Suicide Terrorism”, ha scritto, infatti, in un suo recente articolo “the figures show that al Qaeda is today less a product of Islamic Fundamentalism than a simple strategic goals: to compel the United States and its Western allies to withdraw combat forces from the Arabian Peninsula and other Muslim countries”.
Tale cambiamento di strategia risalirebbe, secondo Robert Pape, al 2003 e la sua teorizzazione si troverebbe in un documento di al Qaeda trovato a suo tempo dalla polizia norvegese in un sito web islamico. In questo documento, al Qaeda affermerebbe che “more spectacular attacks against the United States like those of 9/11 would be insufficient and that it would be more effective to attacks American’s European allies, thus coerging them to withdraw their forces from Iraq and Afghanistan and increasing the economic and military burdens that the United States would have to bear” (R. Pape “Al Qaeda’s Strategy”, in “IHT”, July 12, 2005).
Le indagini della polizia britannica sugli attacchi terroristici di Londra del 7 luglio 2005 sembrerebbero dare ragione a Robert Pape. Ciò non significa, però, che Osama bin Laden abbia rinunciato al califfato e, contrariamente a quello che potrebbe apparire a un’analisi sommaria della situazione, nulla ci garantisce che gli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti e i loro alleati europei cesserebbero qualora gli Stati Uniti e i loro alleati europei decidessero di ritirarsi dall’Iraq e dall’Afghanistan (D. Clark “This Terror Will Continue until We Take Arab Grievances Seriously”, in “The Guardian”, July 9, 2005). 
Tutto ciò porterebbe acqua al mulino di coloro che come Jason Burke, sostengono che “those behind the London attacks have no broader strategy. They believe there is a war between right and wrong, faith and falsehood, civilization and barbarity”. Ma chiediamoci: “Non è proprio su tali contrapposizioni ‘between right and wrong, faith and falsehood, civilization and barbarity ” il fondamento ideologico degli attacchi terroristici di Londra del 7 luglio il terreno sul quale Osama bin Laden ha costruito il proprio progetto politico?”. (J. Burke “Who Did It and What Was Their Motive?”, in “The Observer”, July 10, 2005).

Una morte che deve far riflettere. Un giovane elettricista brasiliano di 27 anni, Jean Charles de Mezenes, è stato ucciso dalla polizia britannica nel corso delle indagini sugli attacchi terroristici di Londra. A giustificazione dell’omicidio, la polizia britannica ha affermato che l’ucciso indossava una giacca invernale, era uscito da una casa che era sorvegliata dalla polizia e, invece di fermarsi all’intimazione della polizia, s’era messo a correre nel tentativo di salire su un treno della metropolitana e solo dopo averlo ucciso i poliziotti che lo avevano inseguito all’interno della stazione della metropolitana s’erano accorti di aver ucciso un elettricista brasiliano invece d’un pericoloso “suicide-bomber” (I. Cobain, R. Cowan, R. Norton-Taylor “They Held the Pistol to Him and Unloaded Five Shots”, in “The Guardian”, July 23, 2005).
Ora, che cosa possiamo dire di tutto ciò? La prima cosa che possiamo dire è che il comportamento tenuto dalla polizia britannica nella vicenda che ha portato all’uccisione di Jean Charles de Mezenes dimostra come gli attacchi terroristici del 7 luglio avessero portato la polizia britannica a un livello di allarme e di paura che era inconcepibile solo qualche giorno prima e ciò dovrebbe far riflettere le autorità britanniche. Come “The Economist” ha, infatti, notato, “the first shooting of an innocent man is a tragedy, but a second would look like part of a pattern” (“Excuse Me, Are You a Suicide-Bomber?”, in “The Economist”, July 30 2005).
La seconda cosa che possiamo dire è che, al fine di evitare che una simile tragedia possa trasformarsi in un modello, come “The Economist” paventava nel suo articolo, la polizia britannica dovrebbe raffinare i suoi strumenti di analisi. Non è accettabile, infatti, che un uomo possa venire ucciso come sospetto “suicide-bomber” perché è uscito da una casa che era tenuta sotto sorveglianza, indossa una giacca ritenuta troppo pesante per la stagione e perché non s’è fermato all’intimazione della polizia. 
La terza cosa che possiamo dire riguarda l’opinione pubblica britannica. L’opinione pubblica britannica sembra aver reagito positivamente all’uccisione di Jean Charles de Mezenes da parte della polizia e sembra aver approvato il suo comportamento. Perché? Non lo so. Non ho vissuto di persona il 7 luglio e non sono in grado di giudicare. In ogni caso, a voler essere cattivo, non posso fare a meno di chiedermi se l’opinione pubblica britannica avrebbe reagito nello stesso modo se l’ucciso, invece d’essere un elettricista brasiliano, fosse stato un cittadino britannico.

Morte sul lavoro. Steven Vincent, un giornalista “free lance” americano, è stato sequestrato e ucciso in pieno giorno da un gruppo di terroristi islamici a Basra nell’Iraq meridionale dove egli si trovava per lavoro e da dove egli aveva inviato al “New York Times” il suo ultimo articolo (S. Vincent “The Islamists Who Police Basra’s Streets”, in “IHT”, August 1, 2005).
Secondo i dati in possesso del Committee to Protect Journalists, i giornalisti che sono morti in Iraq sono, fino a questo momento, 52. Alcuni di essi sono morti per malattia o per incidenti stradali. 19 di essi sono stati uccisi vuoi dagli insorti iracheni vuoi dal cosiddetto “fuoco amico” (E. Wong “U.S. Reporter Is Abducted and found Dead in Iraq”, in “IHT”, August 4, 2005).
Il numero dei giornalisti uccisi è considerevole. Le loro uccisioni, però, continuano non fare notizia. Perché? Perché, potrebbe rispondere qualcuno dei giornalisti uccisi, ricordando un insegnamento che viene impartito a tutti i giornalisti quando iniziano la loro carriera, a “fare notizia” non è un cane che morde un uomo ma è un uomo che morde un cane.
In guerra si uccide e si viene uccisi. In Iraq è in atto una guerra. I giornalisti che sono stati uccisi in Iraq conoscevano il rischio che correvano e la loro morte non può fare, perciò, più notizia della morte d’un soldato. Essa viene data come viene data qualunque altra notizia relativa alla guerra, ma essa non viene considerata dall’opinione pubblica così importante da suscitare un dibattito.
E’ anche vero, però, che se non esistessero dei giornalisti che accettano di correre il rischio di fare la fine di Steven Vincent noi non sapremmo nulla di quello che avviene in Iraq. Le uniche informazioni di cui potremmo disporre sarebbero quelle fornite dagli “uffici propaganda” delle truppe di occupazione e del “governo provvisorio” iracheno e non saremmo mai venuti a sapere, com’è invece avvenuto grazie a Steven Vincent, che gli islamisti controllano la polizia di Basra e usano la copertura della polizia per portare a termine le loro vendette contro i membri del disciolto Partito Baath.

E’ possibile vivere con il terrorismo? La domanda potrebbe sembrare provocatoria. Il terrorismo, infatti, è una cosa orribile e credo che ciascuno di noi, interrogato a questo proposito, risponderebbe che egli non potrebbe mai abituarsi al terrorismo. In realtà, ci sono molte altre cose orribili che succedono ogni giorno e che mietono ogni giorno molte vite umane, ma noi ci siamo abituati ad esse perché esse sono entrate a far parte della nostra vita. Per renderci conto di questo fatto, possiamo pensare agli incidenti stradali.
Chiunque di noi usi l’automobile conosce il rischio che corre ogni volta che si mette in automobile per andare al lavoro alla mattina. Tuttavia, egli è abituato a questo rischio e accetta di correrlo. Perché non dovremmo, perciò, abituarci anche al rischio del terrorismo. Morire per un attacco terroristico è, forse, più insensato che morire per il mancato rispetto d’uno stop a un incrocio stradale? Io credo di no. Anzi, dovendo fare una graduatoria delle cose insensate che ci possono accadere nella vita, penso che metterei al primo posto proprio gli incidenti stradali.
Molti incidenti stradali potrebbero essere facilmente evitati se venissero rispettate le norme del codice della strada. E’, infatti, il mancato rispetto delle norme del codice della strada che la maggior parte degli incidenti automobilistici. Ciò significa che se tutti noi rispettassimo con maggior attenzione le norme del codice della strada, gli incindenti stradali verrebbero drasticamente ridotti e vi sarebbero ogni giorno meno morti sulle strade. Malgrado ciò, il terrorismo continua a spaventarci più degli incidenti stradali.
Perché? Non lo so. Non sono uno “psicologo delle masse e non lo so”. Quello che so è che la storia insegna che le masse sono un soggetto molto pericoloso e non vorrei che, se l’ondata di attacchi terroristici da parte di formazioni islamiche, in pariticolare di formazioni islamiche composte da “homegrown terrorists” come gli autori degli attacchi terroristici di Londra del 7 luglio 2005, dovesse continuare, qualcuno pensasse di utilizzare questa caratteristica delle masse per dare l’avvio a una sorta di nuova caccia alle streghe perché ciò significherebbe fare proprio il gioco del terrorismo.
Ciò non significa, naturalmente, che dobbiamo arrenderci al terrorismo. Tantomeno, significa che dobbiamo abituarci ad esso come ci siamo abituati agli incidenti stradali. Il terrorismo è una cosa orribile è va sconfitto. Significa, piuttosto, come il direttore di “Le Monde”, Jean-Marie Colombani, ha scritto qualche giorno fa sul suo giornale, che “rien ne serait pire, dans la bataille contro le terrorisme, que de renier nos valeurs”.
Inoltre, non dobbiamo dimenticare che “la bataille contre l’extrémisme islamiste se déroule au sein même de l’aire arabo-musulmane; elle échappe en partie aux Etats-Unis et à l’Europe. C’est la bataille des progressistes contre les regimes autocrates et ditactoriaux; c’est celle des imans réformateur contre les imans fondamentalistes, des tenants du compromis contre ceux de la pureté. Ces evolutions-là sont lentes, hélas car elles sont décisives”.

Quando si dice che la vendetta non sempre paga. A nessuno piace essere scoperto con le mani sporche di marmellata e la prima cosa alla quale egli pensa, quando gli succede di incorrere in una simile disavventura è come prendersi una giusta vendetta contro chi l’ha scoperto con le mani sporche di marmellata.
Ciò è quello che ha probabilmente pensato qualche esponente del governo degli Stati Uniti, allorchè il diplomatico americano Joseph Wilson, chiamato in causa da Nicholas Kristof del “New York Times” in un articolo sui retroscena d’un presunto acquisto in Niger di “uranium yellowcake” da parte dell’Iraq, prese carta e penna e decise di raccontare in una lettera pubblicata dal “New York Times” nella pagina delle “op-ed columns” ciò che egli sapeva della vicenda per la quale egli era stato chiamato in causa (N. Kristof  “A White House Skilled in the Art of Self-Deception”, in “IHT”, June 14, 2003).
Nella “op-ed column” pubblicata dal “New York Times”, Mr Wilson, dopo aver notato come “some of the intelligence related to Iraq’s nuclear programme was twisted to exaggerate the Iraqi threat”, spiegò che, alla fine del febbraio del 2002, egli era stato convocato dal direttore della CIA, George Tenet, il quale lo aveva interrogato riguardo alla sua disponbilità a compiere una missione in Niger per conto della stessa CIA al fine di verificare la fondatezza della notizia della quale essa era venuta in possesso tramite il vice-presidente degli Stati Uniti, Dick Cheney, concernente un presunto acquisto in Niger di “uranium yellowcake” da parte dell’Iraq.
Mr Wilson raccontò che egli aveva accettato di collaborare con la CIA e che s’era recato in Niger, a spese della stessa CIA. In Niger, egli aveva svolto l’indagine che gli era stata affidata dalla CIA. Quindi, egli era ritornato negli Stati Uniti, dove, ai primi di marzo del 2002, aveva svolto un regolare rapporto nel quale egli manifestava il proprio dubbio riguardo alla possibilità che l’Iraq avesse potuto acquistare “uranium yellowcake” in Niger.
Come Mr Wilson scrisse, infatti, nella “op-ed column” pubblicata dal “New York Times”, “in Niger, uranium business consists of two mines, Somair and Cominak, which are run by French, German, Japanese and Nigerian interests”. Ciò significava che “if the government wanted to remove uranium from a mine, it would have to notify it to consortium which is in turn strictly monitored by the International Atomic Energy Agency” (J. Wilson “What I Didnt’ Find in Africa”, in “The New York Times”, July 6, 2003).
La notizia dell’acquisto in Niger di “uranium yellowcake” da parte dell’Iraq era finita, tuttavia, nel discorso sullo stato dell’Unione pronunciato dal presidente degli Stati Uniti George W. Bush nel gennaio del 2003. La CIA precisò immediatamente di non essere responsabile della “gaffe” del presidente degli Stati Uniti. Ciò irritò, probabilmente, qualche esponente del governo americano il quale pensò di vendicarsi rivelando alla stampa che la moglie di Mr Wilson, Valerie Plame, era un “undercover agent” della CIA (M. Dowd “The Spy Who Was Outed by the Withe House”, in “IHT”, October 3, 2003).
La notizia dell’appartenenza di Valerie Plame alla CIA, pubblicata per la prima volta il 14 luglio del 2003 dal “syndacated columnist” Robert Novak, aveva fatto scoppiare il pandemonio, poiché nemmeno il governo dello stato più scalcinato del mondo avrebbe mai rivelato alla stampa il nome d’un proprio “undercover agent” e il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, aveva ordinato al proprio “staff” di aiutare la CIA nell’inchiesta (B. Knwolton “Bush Orders Staff to Aid CIA Inquiry”, in “IHT”, October 1, 2003).
Ciò non aveva smorzato, tuttavia, la polemica e aveva indotto il Dipartimento della Giustizia ad aprire un’inchiesta. L’inchiesta, affidata a Patrick Fitzgerald, “attorney general” a Chigago, in veste di “procuratore indipendente”, s’è protratta per due anni e ha coinvolto alcuni giornalisti fra i quali Mathew Arnold di “Time” e Judith Miller del “New York Times” la quale era finita in carcere per essersi rifiutata di svelare la sua fonte d’informazione.
Uscita dal carcere dopo 85 giorni di detenzione in conseguenza della sua decisione di accettare di collaborare con la giustizia a seguito del ricevimento d’una lettera nella quale la sua fonte d’informazione la liberava dal “segreto professionale”, Judith Miller aveva dichiarato che a parlarle di Valerie Plame era stato Lewis “Scooter” Libby jr, “chief of staff” del vice-presidente Dick Cheney. Il “procuratore indipendente” Patrick Fitzgerald, ottenuto ciò che cercava, aveva rinviato a giudizio Lewis “Scooter” Libby jr per “obstruction of justice”, “perjury” e “false statements” (B. Knwolton “Cheney’s Top Aide Is Charged with Perjury”, in “IHT”, Otober 29, 2005).
Il rinvio a giudizio da parte del “procuratore indipendente” di Lewis “Scooter” Libby jr per “obstruction of justice”, “perjury” e “false statements” ha salvato, almeno per il momento, Karl Rove, il principale fra i consiglieri di George W. Bush, il quale era stato più volte indicato dalla stampa americana come uno dei possibili autori della soffiata ma, come lo stesso “procuratore indipendente” Patrick Fiztgerald ha affermato, non ha chiuso il caso (F. Rich “To Find Karl Rove, Follow the Uranium”, in “IHT”, July 18, 2005).
Il “procuratore indipendente” Patrick Fitzgerald non ha accusato, infatti, Lewis “Scooter” Libby jr d’essere l’autore della soffiata alla stampa relativa a Valerie Plame, ma l’ha accusato di aver rilasciato delle false dichiarazioni sotto giuramento al fine di impedire allo stesso “procuratore indipendente” Patrick Fitzgerald di svolgere la propria indagine. Lewis “Scooter” Libby jr ha negato ogni addebito e ha rifiutato ufficialmente di dichiararsi colpevole pur sapendo che, nel caso nel quale egli venga trovato colpevole, rischia una condanna a trent’anni di carcere.

corrado Bevilacqua , Da una guerra all’altra : Gli anni di George W. Bushultima modifica: 2013-02-01T16:12:51+00:00da mangano1
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