Claudio rise’: come scegliere la maschera giusta

Fonte: claudio rise’
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Non sarà, probabilmente, un gran Carnevale. Non perché c’è la crisi; anzi quella spinge a divertirsi, proprio per uscirne, almeno per qualche ora. Il Carnevale è in difficoltà perché le persone fanno sempre più fatica a mettersi in maschera. Il gioco della maschera, infatti, diverte chi sa bene qual è il proprio vero volto. Questo, però, è proprio il problema dell’uomo di oggi: chi sono veramente? Qual è la mia vera identità? Se ti senti così, mascherarsi è angoscioso, non divertente.
È addirittura il problema del mondo globale, il cui vero eroe è l’«Arlecchino servitore di due padroni», non a caso uno degli spettacoli più rappresentati nel mondo intero. Il fatto è che nessuno oggi ha più un’identità così salda da riuscire a mettersi in maschera bene, e rendere credibile il proprio travestimento. Quando qualcuno ne è capace, come i finanzieri Bernard Madoff, o Allen Standford, mette in ginocchio furbi e sperimentati banchieri, fondi d’investimento, e opere pie, che se ne contendono i servizi, come i ricchi e vanitosi padroni dell’Arlecchino.
L’uomo moderno non riesce, di solito, a mascherarsi bene, perché ignora il suo vero volto. Lo sanno bene gli psicoanalisti. L’angoscia più diffusa non è quella di divertirsi in modo strano, ma di non sapere cosa ti fa godere. «Non so cosa mi faccia davvero piacere», è un’ammissione frequentemente pronunciata nei loro studi. Ma se non sai cosa ti piace, non sai neppure chi sei, perché il desiderio e il piacere sono precisi (ancorché mutevoli) rivelatori dell’identità. Anch’essa, d’altra parte, non sarebbe mai troppo rigida, fissa, ma invece un po’ cangiante, appunto come le maschere. Mentre l’individuo della tarda modernità è sempre alla ricerca di identità ben stabilite. Ruoli precisi e codificati, come in azienda. Quindi non osa mai mettersi in maschera, e non impara mai cosa veramente gli piace, e chi è.
L’addestramento alla maschera sarebbe, invece, un’ottima terapia. Ci vuole però coraggio, mettersene magari una che forse non è proprio la tua, ma intanto vedi come ti trovi in quei panni, osservi, sperimenti.
Carl Gustav Jung, fondatore della psicologia analitica, lo chiamava il problema della Persona (o maschera sociale). Ogni maschera, infatti, ha due parti, una rivolta verso l’interno, la tua faccia, e una verso l’esterno, gli altri. Gli artigiani più apprezzati erano quelli che all’interno riproducevano fedelmente i lineamenti del cliente, e all’esterno raggiungevano la massima espressività verso gli spettatori. Naturalmente il problema più difficile è quello dell’interno, della fedeltà ai lineamenti. Soprattutto quando, come nei disturbi della Persona, oggi assai frequenti, l’individuo quei lineamenti non ha ancora imparato a riconoscerli. Oppure quando, come nella personalità dell’adolescente, quei lineamenti non si sono ancora ben formati.
Sappiamo bene che oggi l’adolescenza dura molto a lungo e, per tutto quel periodo, l’individuo ha comunque bisogno di una maschera con la quale presentarsi agli altri (professori, oggetti di desiderio, datori di lavoro), anche se i suoi lineamenti veri non li conosce ancora perfettamente. L’uso della maschera lo aiuterebbe a riconoscere qual è la propria vera parte.
Gradualmente, nell’addestramento psicologico e sociale alla maschera, impari qual è veramente il tuo volto all’interno, e quindi anche come è meglio presentarti all’esterno, nelle varie circostanze. Bisogna però che la società diventi davvero flessibile e democratica, e non si scandalizzi quando qualcuno si strappa una maschera che non va più bene, e la butta via. Come canta Povia.

Claudio rise’: come scegliere la maschera giustaultima modifica: 2009-02-27T10:10:00+01:00da mangano1
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