Maurilio Riva, Il mio Gramsci

Dall’epoca delle passioni tristi all’era del testimone

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Testimoni del fare, intellettuali nell’agire

Il mio Gramsci

1.jpg L’ho soprannominato Gramsci. Non per ragioni ideologiche o politiche. Se devo dirvelo davvero non so quali siano le sue opinioni e da che parte sia schierato, se lo è.
Aggiungo che non me ne importa molto: da un pezzo non faccio gli esami del sangue alle persone che interloquiscono con me. M’importa di più come sono fatte dentro, dal lato umano. Dalle cose che dicono o che tacciono, dalla loro sensibilità e disponibilità.
Il nomignolo dunque. Gramsci é un accostamento soggettivo, un’associazione bizzarra della mente. Come i ritratti2.jpg arbitrari di uomini di lettere e di scienze stillati dalla virtuosa matita di Tullio Pericoli.
Nasce da un’idea che mi sono fatto per via di certe rassomiglianze. Per i suoi capelli, innanzitutto: quando sarebbe ora di andare dal barbè gli si accavallano, si arruffano e si allargano come flutti di un mare agitato. Aizzati da venti e correnti interagiscono e interferiscono a ondate incrocianti e successive fino a infrangersi sulla battigia, dove il movimento dei marosi sembra per un momento acquietarsi.
A lui, dietro la nuca e oltre.
Se inforcasse occhialini rotondi con stanghette e cerchio in lega di metallo leggero sarebbe un Gramsci perfetto. I suoi invece sono di tartaruga che spesso tiene inforcati a metà del naso. Per correggere non so quali difetti della vista a occhi vispi e allertissimi.
3.jpg Il mio amico condivide con Gramsci anche le prime tre lettere del proprio cognome. Parafrasandolo, la mia ragazza ha coniato quello adeguato allo scopo: per noi si potrebbe chiamare Gramscini!
Le somiglianze si fermano qui. Il mio amico è altissimo e il Gramsci vero era un tappetto. Il mio amico è idoneo dal punto di vista fisico e Gramsci invece era ingobbito per i postumi di una disgraziatissima caduta incorsagli nei primissimi anni di vita.
Il mio amico non so se e quali convincimenti politici abbia, Gramsci invece – come è arcinoto – li aveva e robusti: era comunistissimo, il più grande esponente del comunismo italiano, il più letto e il più studiato, tuttora, nel mondo. Forse questo è meno noto ma non meno vero, ve lo garantisco.
Il mio Gramsci quando telefona – mi è capitato di osservarlo alcune volte – non siede mai. Se ne sta all’inpiedi con una mano in tasca e non resta immobile un attimo: va in avanti e indietro lungo lo spazio che il filo dell’apparecchio gli consente.
Fronte alta e spaziosa comune a tutti i geni. Da adolescente ne ho fatto una malattia: andando a cozzare contro spietati luoghi comuni avevo il cruccio inverso.
Quando si appassiona a un discorso, se lo trova spiritoso e coinvolgente, il mio amico si tiene le mani, intrecciandole con le dita l’una all’altra, e subitaneo le arrovescia. Mentre le lunghe braccia si distendono perpendicolari al lato del corpo come se volessero allontanarsi, senza preavviso.
4.jpg Oppure le sfrega, palmo contro palmo, in fulminei movimenti.
Un altro suo modo di sottolineare il personale coinvolgimento è il movimento velocissimo che compie con entrambe le mani dirette al cranio ad arare la capigliatura. Come un doppio pettine umano, le sue dita stirano all’indietro i capelli da sopra le tempie fino a congiungersi dietro la nuca. Per ritornare in seguito alle posizioni di partenza.
Sono gesti, i suoi, che mi ricordano l’infanzia. Tanto nell’intimità dell’animo come nella mimica naturale traspaiono gesti riconoscibili: non infantili, sia chiaro, ma del fanciullo rimasto tale, pur dentro le forme di una persona adulta.
Per il suo modo di gesticolare con le mani e con il corpo; per come arcua busto e testa verso il basso o verso l’alto; per come sposta l’intera figura in avanti o all’indietro come accenti sull’infervorarsi del discorso pronunciato in un appropriato italiano dalla lieve cadenza lombarda.

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Per la mimica e per come si mette gli occhiali mi ricorda anche l’Archimede inventore di Disney o l’arruffato e geniale scienziato della fortunata serie cinematografica Ritorno al futuro.
Gramsci e io abbiamo in comune la passione per tutto ciò che sa di periferia, per l’arte in genere – il Sironi dei paesaggi urbani, per esempio 6.jpg– e l’amore sterminato per i libri.
Un amore che io ho incontrato, quasi per caso, lungo il cammino. A lui invece gliel’ha trasmesso il padre: un omone di oltre 85 anni che tuttora spazzola le bancarelle di libri a Milano, a caccia di pubblicazioni rare e originali. Quelle fuori commercio, in particolare, molto curate in foggia e contenuto, edite da Istituti di Credito per clienti di maggior riguardo.
Uno di questi – una pubblicazione sulla Milano di Carlo Emilio Gadda – gliel’avevo io stesso segnalato. Lui è riuscito a procurarselo tramite il padre che chiama Focus per via della stazza: come le foche che a Gramsci piccino piacevano un sacco. A questo volume tenevo anch’io e Focus, sguinzagliato dal figlio, dopo tartufesche ricerche mi ha indirizzato – alla fine – alla bancarella giusta.
Gramsci, oltre alla lettura, nutre interesse per la scrittura. Di certo per un piacere, forse per un bisogno, probabilmente per un pizzico di eccentricità.
Poche cose, sia chiaro. Mi riferisco ovviamente a ciò che ho avuto l’onore e la fortuna di leggere.
Questa passione si esplica descrivendo e fissando in piccoli ritratti, con uno stile che filtra attraverso lenti sognanti e chagallesche la realtà quotidiana, un personaggio estroso, un effimero attimo.
Il mio amico è un ingegnere. Non so quanto ami il suo lavoro. So che lo svolge con passione e scrupolo. Di questi tempi, con molta apprensione. Come quando ha dovuto subire un trasferimento dalla grande impresa in cui lavorava da anni a una piccola società di 7.jpginformatica, attraverso la cessione di un ramo d’azienda.
Appena può permetterselo, poiché ha moglie e un ragazzone ormai torreggiante come lui – si occupa d’altro: ascolta musica classica di cui è grande intenditore, legge molto e scrive microracconti nei quali c’è la stessa freschezza e ispirazione magico-fantastica delle favole oniriche del cosiddetto realismo magico che nella Letteratura Sudamericana del Novecento ha raggiunto vette eccelse. Delle cui origini e manifestazioni abbiamo prove memorabili in molte parti del mondo.
A me le cose che Gramscini scrive rimemorano racconti imperniati sulla realtà vissuta attraverso le fatate lenti di Chagall. Narra di un mondo che non c’è, non c’è più o c’è solo in minima parte. Di un mondo come dovrebbe essere.
Un mondo che per tornare a essere tale avrebbe bisogno di tante voci, da qualsiasi campo o parrocchia si levino, capaci di testimoniare e farsi8.jpg intendere.
Solo uno spirito dotato di una particolare sensibilità è in grado di intravederlo. Solo chi ha la testa fra le nuvole – lui è assai alto – può vedere che tempo fa al di là dei cirri.
Scrive storie come quelle che seguono, non curandosi affatto dei titoli che di solito sono io a proporgli.

Lo sfasciacarrozze

Lo sfasciacarrozze si trova in una strada senza uscita. In lontananza, latrati di cane e rumori di macchine su strade trafficate: lì intorno quell’odore chimico di pere cotte e detriti ai margini della via.
Difficile sentire il rumore dei passi perché la strada è in terra battuta. Qui comunque non viene nessuno per scelta: cosa potrebbe cercare? meglio, cosa potrebbe trovare? L’altrove che il mondo di oggi disegna significa sempre altro da vivere l’oggi in pienezza.
Mario vedi che c’è perché la luce del gabbiotto è il riferimento dell’ortaglia e del disordine vicino.
Guardando attentamente riesci a intravvedere il calendario che il parroco gli ha detto più volte di togliere: povere ragazze con quel freddo! ma lui sorride e ha sempre in mano qualche pezzo di macchina ancora buono. Lo tiene fra le mani come un neonato da fare addormentare: adesso che è inutile gli fa capire che in ogni momento è la scelta ciò che fa la differenza.
Mi ha sempre stupito Mario, perché in ogni momento lui cerca di utilizzare cose che sembrano inutili. Che strano che un volante di una macchinona sportiva, guidata chissà da chi, venga riutilizzato per la costruzione di un trattore. Il volante è ancora lo stesso ma cambia il suo significato: adesso diventa utile, riprende senso.
E come il volante, valvole, filtri, radiatori, fanali, marmitte.
Mario non si sente solo. Probabilmente all’inizio anche il padre eterno chiamava le cose con un sorriso simile.


Scatole di cartone

Il lavoro di Giovanni é costruire scatole di cartone.
Sempre la stessa forma, in fondo cosa può essere una scatola! ma di tantissime dimensioni diverse.
Proprio ieri gli hanno chiesto di preparare una scatola piccola, più piccola che poteva.
A quel punto Giovanni si è fermato.
Avrebbe voluto liberarsi di tutti i suoi pensieri, per fare posto a quell’incredibile richiesta. Si è fermato per ringraziare le sue mani, i suoi occhi, la sua intelligenza, che lo avevano aiutato fino a quel momento: e da ultimo ha ringraziato anche il buon Dio che gli aveva dato tanti doni.
Ci fermiamo così poco per ringraziare: di quello che siamo ora.
Adesso stava parlando alle sue mani, per convincerle a realizzare bene anche quella richiesta: i suoi pensieri non dovevano pensare a fra un’ora, all’estate o a fra un mese, perché era maledettamente importante adesso e ora: e convincere i propri pensieri è forse la cosa più difficile.
Pian piano ha capito che la difficoltà era lui, veniva da lui.
Che bello quando cammini in un prato e sei contento e non sai perché.
O quando senti una musica che ti prende, entrare in sintonia non perché hai preso una decisione, o ci ragioni sopra, ma così, a un tratto, senza che tu ci metti niente, sei contento e amen.
Adesso Giovanni sarebbe andato a casa, contento perché costruire scatole gli permetteva di realizzare sé stesso.

Carta colorata

Mario esce quasi sempre di casa verso le quattro del pomeriggio, con le tasche del cappotto piene di minuscoli pezzetti di carta colorata.
Fatti pochi passi, ne lancia una manciata nell’aria.
Alcuni gli rimangono sul cappotto, altri cadono per terra e sembrano petali di fiori.
L’altro giorno gli occhi di un cane si sono incrociati con quelli di Mario mentre stava lanciando i suoi pezzetti di carta.
Né il cane ha abbaiato, né Mario ha lanciato i suoi pezzetti di carta colorta.
E’ stato come un miracolo, quasi si fosse fermata ogni cosa in quel semplice gesto.

Per mezzo delle sue allegoriche microstorie, il mio amico esprime e coltiva la parte umanistica di sé. Mi ricorda Gadda: metodico ingegnere per scelta di studi imposta dalla famiglia e per professione esercitata nella prima parte della sua vita.9.jpg
Prolifico e colto scrittore nella parte non ufficiale dell’esistenza che diventa via via totalizzante, fino a renderlo uno dei maggiori autori del Novecento.
In tanti sono portati a pensare, oggi più che mai, che scrivere non sia agire e appartenga alla categoria dei mestieri inutili. Antonio Gramsci non la pensava in questo modo: leggere, riflettere, scrivere è stata per lui una battaglia vinta contro l’assurdità della galera, l’irrazionalità del settarismo, la malignità del fascismo.
10.jpg Gramscini scrive cose assai meno impegnative dei “Quaderni dal carcere” ma non significa che i suoi racconti – valendosi di vicende dell’altro ieri: lo spleen dei navigli, delle periferie, dei clochard, degli sterrati in terra battuta, delle attività artigianali di una volta – non aiutino a meditare sui problemi correnti.
Spero che il mio Gramsci non se l’abbia a male(*) per la descrizione che ne ho fatto poiché confido che la nostra conoscenza si sia irrobustita nel tempo. Mi sono permesso di interpretarlo – come se avessi le sue magiche lenti – persuaso solo dall’affetto che gli porto.
Se fra amici non ci si fa delle sorprese, che amici si è?

(*) = Nemmeno vorrei che qualcuno potesse trovare irriverente l’accostamento inverso poiché Antonio Gramsci – uomo di profondissimi studi e pensatore fecondo – per la sua limpida qualità di dirigente e teorico, riconosciuto e stimato, del movimento operaio e per la sua caparbia e pessimistica volontà dell’intelligenza, ha un posto di riguardo nei sentimenti politici del mio cuore.
Egli fu spesso in solitudine e più volte agì controcorrente nell’Internazionale Comunista e perfino nel partito da lui guidato. Ogni anno – il 27 aprile – ricorre l’anniversario della sua morte, avvenuta a soli 46 anni, dopo 11 anni di carcere comminatogli perché comunista. “Un cervello indubbiamente potente a cui bisognava impedire di funzionare”, decretò sul suo conto il capo del fascismo italico e la sentenza venne eseguita.

Dispiace dirlo ma la notizia trova spazio di raro sulla stampa, a cominciare da quella di sinistra. Non escluso il quotidiano che nella testata si fregia della seguente dicitura: “giornale fondato da Antonio Gramsci”.

Maurilio Riva

Maurilio Riva, Il mio Gramsciultima modifica: 2009-03-30T13:43:00+02:00da mangano1
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