attilio mangano, Alla francese o all’italiana?

Alla francese o all’italiana? L’uomo in rivolta non è Dio

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(1)dal MANIFESTO annamaria merlo nuova lotta alla francese

Così gli operai «rapiscono» i manager nell’epoca della grande crisi. Il punto in occasione della festa del lavoro
Per la prima volta dalla Liberazione – con la sola eccezione del 2002, ma allora c’era la motivazione politica di contrastare Jean-Marie Le Pen arrivato al secondo turno delle presidenziali – i sindacati francesi sfilano uniti oggi. 283 manifestazioni in tutta la Francia, a cominciare dal grande corteo parigino (da Denfert-Rochereau alla Bastiglia, passando per Saint-Michel e Saint-Germain), con i leader del cosiddetto «G8» (cioè gli 8 principali sindacati, Cgt, Cfdt, Fo, Cftc, Cfe-Cgc, Fsu, Solidaires-Sud e Unsa) in testa al corteo, tutti assieme. E’ la terza manifestazione unitaria di quest’anno, dopo i successi del 29 gennaio e del 19 marzo, che avevano portato in piazza fino a 3 milioni di persone. Persino il Ps sarà nel corteo, anche se la segretaria Martine Aubry avrà al suo fianco solo il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë (altri leader saranno altrove, a cominciare da Ségolène Royal, che partecipa al corteo della sua regione, a Niort nel Poitou-Charentes accanto agli operai della Heuliez, minacciata di chiusura). Il 72% dei francesi, secondo un sondaggio pubblicato da L’Humanité, appoggia l’unità sindacale.
Il 1° maggio arriva in un contesto teso. Gli ultimi dati sulla disoccupazione sono più che preoccupanti: per il quarto mese consecutivo, a marzo, il numeno dei senza lavoro è fortemente aumentato (+63.400). Ormai, i disoccupati sono 2 milioni e mezzo (243.400 persone hanno perso il lavoro da gennaio a oggi), con un rialzo del 22,1% in un anno. Ma la cifra sale a 3 milioni e mezzo se si aggiungono coloro che hanno dovuto accettare un’attività ridotta. I più colpiti sono gli uomini (perché sono più numerosi a lavorare nell’industria) e i giovani, le principali vittime della crisi. Ma la disoccupazione ormai non colpisce solo più i precari, i primi a essere stati lasciati a casa, ma sono in crescita del 15,7% i licenziamenti di chi aveva un lavoro fisso a tempo indeterminato.
Con la crisi esplode la rabbia
Di qui la rabbia che è esplosa, e che ha fatto tanto discutere. Si tratta dei cosiddetti «sequestri» di dirigenti, più propriamente dei manager che sono rimasti bloccati dagli operai per alcune ore nei loro uffici. Hanno cominciato alla Sony France a Pontonx-sur-l’Adour, il 13 marzo, dove il direttore e tre collaboratori sono stati costretti a passare la notte in ufficio. La Sony France delle Landes ha chiuso il 17 aprile. Il 23 marzo, sono i dipendenti della 3M Santé di Pithiviers, dove sono previsti 110 licenziamenti, che bloccano per una notte un dirigente. A Parigi, il 31 marzo, il miliardario françois Pinault, è bloccato per circa un’ora nel taxi, da un gruppo di dipendenti di Conforama e della Fnac, dove sono in programma 1200 licenziamenti. Il 1° aprile è la volta della Caterpillar a Grenoble, con quattro quadri dirigenti «sequestrati».
Tocca poi alla Scapa, fabbrica di adesivi dell’Ain, l’8 aprile. Seguono la Faurecia nell’Essonne, dove mercoledì sera sono intervenuti gli agenti di polizia per sgomberare l’occupazione, la Molex di Villemur-sur-Tarn dove due manager sono stati bloccati per ore negli uffici martedì 21 aprile e l’episodio del saccheggio della sotto-Prefettura di Compiègne, sempre il 21 aprile, da parte degli operai della Continental, che già avevano brevemente «sequestrato» dei manager alcune settimane prima, per protestare contro la prevista chiusura del sito di produzione di pneumatici, che delocalizzerà la produzione a Timisoara in Romania. Il 30 marzo, degli operai della Fci Microconnections (ex Areva) di Mantes-la-Jolie hanno bloccato per 4 ore il direttore nella sede del gruppo a Versailles. Nel frattempo, la tattica dei «sequestri» si è esportata in Belgio, con il caso dell’Automotive Center della Fiat a Bruxelles.
C’è un denominatore comune in tutti questi episodi: sono avvenuti in fabbriche di proprietà straniera. I dipendenti, che più erano immersi nella mondializzazione, che dovevano far fronte a una proprietà liquida, a degli azionisti invisibili, hanno fisicamente bloccato dei dirigenti, per chiedere loro dei conti, per mettere qualcuno con le spalle al muro di fronte alla responsabilità sociale (anche se spesso non sono loro a decidere). Il 63% dei francesi «capisce» questi metodi di lotta, il 45% li trova «accettabili» e il 30% li «approva». La tattica, in alcuni casi, ha funzionato: alla Fci è stata sospesa la delocalizzazione a Singapore e garantita la perennità del sito fino al 2010, alla Sony è stato ottenuto un minimo di 45mila euro di indennità di licenziamento a persona, alla 3M le trattative hanno ripreso, alla Scapa le le indennità sono state raddoppiate, mentre alla Caterpillar gli operai hanno rifiutato la proposta padronale di portare dai 733 a 600 i licenziamenti previsti.
Il governo: «Vanno repressi»
Ma il governo ha scelto la repressione delle azioni più radicali, mentre cerca di ammorbidire i dirigenti sindacali nazionali giudicati «responsabili» e mette in opera il Fondo di investimento sociale proposto dalla Cfdt (meccanismo per «coordinare gli sforzi a favore dell’occupazione e della formazione professionale», finanziato con 1,5 milioni di euro). Il primo ministro, François Fillon, ha minacciato «conseguenze penali» per chi sequestra o saccheggia. Alla Faurecia, nel Pas de Calais, mercoledì notte è intervenuta la polizia per mettere fine all’occupazione della fabbrica. Alla Caterpillar la società ha sporto denuncia. Alla Continental, sette dipendenti sono stati denunciati per il saccheggio della sotto-Prefettura. Ma la protesta dilaga. A Edf e Gdf, nelle filiali della distribuzione di energia, ci sono tagli di corrente e di erogazione di gas, combinati con azioni più popolari, come il passaggio alla tariffa «notte», meno cara, per gli utenti più in difficoltà. E intanto, le università sono arrivate all’undicesima manifestazione e persino i medici e i grandi professori sono scesi in piazza, martedì, accanto ai ricercatori, per protestare contro la «svendita» del servizio pubblico.
I sindacati sono in difficoltà di fronte a queste azioni, anche se l’azione diretta è all’origine del sindacalismo francese. I dirigenti nazionali dicono di «capire» queste lotte radicali, di fronte a una società dove la frattura tra ricchi e poveri torna in primo piano, di fronte ai bonus di milioni versati ai dirigenti mentre i lavoratori sono lasciati soli a pagare la crisi causata da questi stessi dirigenti. «I dipendenti e i loro rappresentanti non sono idioti – dice Bernard Thibault, segretario della Cgt – cercano di evitare le provocazioni che potrebbero finire con delle denunce. Ma allo stesso tempo se fanno ricorso a forme di azione più spettacolari, mediatizzabili, è anche la conseguenza di dichiarazioni come quella del capo dello stato, che ha detto che gli scioperi e le manifestazioni ormai non si vedono più». Per Thibault si tratta comunque di «epifenomeni», ma denuncia governo e padronato, che insistendo su sequestri e saccheggi, «cercano di spostare il dibattito sui modi di espressione dei lavoratori».
François Chérèque, segretario della Cfdt, ricorda che «negli anni ’70 le lotte erano ancora più dure». Malgrado l’ex primo ministro Dominique de Villepin abbia parlato di «rischio rivoluzionario» in Francia, tra gli osservatori prevale l’opinione che si tratti di azioni isolate, senza sponda politica. «Ciò che mi colpisce – afferma il sociologo Jérôme Pélisse – è che con questi sequestri i dipendenti non contestano i piani sociali in sé, ma le condizioni di licenziamento, gli indennizzi. Si tratta di un passo indietro e si tratta di azioni disperate». Per il sociologo Eric Maurin, «si tratta soprattutto di movimenti di sfida di persone che hanno uno status da difendere. Non si vede nessun progetto alternativo di società». Martine Aubry, segretaria del Ps, afferma che «di fronte a tanto disprezzo» di cui i lavoratori si sentono vittime, «si possono capire queste azioni»

(2) da LA STAMPA barbara spinelli il sequestro non è un gioco

E’ dagli inizi di marzo che sugli schermi televisivi, in Francia, va in onda un peculiare e ripetuto spettacolo: il sequestro dei manager, ormai comunemente chiamato bossnapping. È accaduto allo stabilimento della Sony e a Caterpillar, a 3M e Continental, a Molex e in una filiale della Peugeot. Il sequestro può durare ore o giorni, e in genere è presentato quasi fosse una fiaba a lieto fine: gli operai che l’hanno organizzato sono soddisfatti per l’aumento di stipendio ottenuto o il licenziamento evitato, il boss esce dalla prigionia sotto i fischi non solo dei sequestratori ma della gente che sta da quelle parti. Poco fiabeschi sono tuttavia i volti dei sequestrati: lo sguardo è sperduto, i capelli spettinati, si vede che la paura li ha abitati e un male è stato commesso.

Per il sequestrato la piccola rivoluzione non è stata un pranzo di gala: fatto di serena cortesia. I sequestratori insistono su questa delicata serenità, si definiscono non maoisti ma pragmatici – volevamo solo esser riconosciuti, non c’era in noi risentimento – ma dal punto di vista del sequestrato il distinguo è insensato.

Dal loro punto di vista la violenza è stata inaudita: se ti chiudono in una stanza per strapparti concessioni non sai come andrà a finire e chi deciderà l’epilogo. La frontiera che separa il gioco dal processo e dall’esecuzione è labilissima. Jean Starobinski racconta come in un attimo si passò, nel ‘700, dalle graziose altalene di Fragonard alla ghigliottina.

Questa labile frontiera svanisce, nei racconti dei carcerieri. Marx aveva detto che «la storia si ripete sempre due volte: la prima in tragedia, la seconda in farsa». E i carcerieri pur volendo esser seri usano scientemente il vocabolario della farsa giocosa. Dopo il sequestro di quattro dirigenti alla Scapa, un sindacalista ha dichiarato: «Li abbiamo solo trattenuti, non sequestrati. Il nostro atteggiamento era zen. I sequestrati potevano uscire dalla stanza a fumare, bere il caffè. La mattina gli portavamo il croissant, anche se ovviamente dalla fabbrica non potevano uscire». Ecco il peculiare, nelle rivolte di questi tempi di crisi: sono certo violente – come definire altrimenti una prigionia che esordisce con un cornetto ma non sai come finisce? – e però son presentate addirittura come zen. Nell’epoca di Mao la rivoluzione non era un pranzo di gala o un ricamo, ma un atto di violenza. Oggi è proprio questo: croissant, ricamo cortese. Tutto ciò sarebbe plausibile e non sinistro se non fosse per quei volti visti in televisione, impalliditi. Per loro non è stato ricamo ma violenza illegale, gioco che impaura. Prima ti danno il cornetto poi magari qualcuno perde la pazienza e non gioca. La storia che si ripete in farsa è una delle inanità dette da Marx. La violenza non è meno lesiva se la chiami farsa.

Tuttavia è l’elemento farsesco a esser sottolineato, con effetti insidiosi perché la leggerezza facilita il contagio. Oskar Lafontaine (ex ministro delle Finanze, oggi leader della sinistra radicale tedesca) è giunto fino a sollecitare l’imitazione, il 24 aprile: «Quando i lavoratori francesi in collera sequestrano i padroni, desidererei che accadesse anche qui». Più allarmato, Epifani teme le emulazioni e mette in guardia contro un sindacato che dovesse esser debole come in Francia, e tanto più corrivo. È la corrività diffusa che impressiona in Francia. Corrività estesa ai politici, che sembrano come confortati da quel che accade: non è lo Stato il Leviatano sotto tiro. Il Leviatano è l’astratto, inafferrabile Mercato.

Il sociologo Carlo Trigilia ha detto cose pertinenti in proposito. Ha scritto che il fenomeno francese deve suscitare più inquietudine vera, e perciò più azioni. Che bisogna riconoscere gli effetti sociali della crisi, esporli con maggiore trasparenza, e dare ai minacciati maggiore giustizia e sicurezza. Gli operai dopo decenni di latitanza tornano a lottare con mezzi illegali, e questo rende i sequestri un evento di grande rilievo (Il Sole-24 Ore, 2 aprile 2009)

Ma c’è qualcosa di più negli eventi francesi, ed è la scherzosa popolarità di cui godono, non solo in Francia, le violenze anti-manager. Specialmente premonitorio è il film Louise-Michel di Kervern e Delépine, adorato anche in Italia. La storia narra di lavoratori che un mattino s’accorgono che la fabbrica è delocalizzata. Sperduti ma battaglieri, decidono che la via a questo punto è una sola: buter le chef, far fuori il capo. Probabilmente ogni azione violenta comincia così, con una freddura buttata lì a casaccio. Tutto è buttato lì a casaccio e si trasforma in comica, nel film. Il killer ingaggiato è un asso di maldestra idiozia, e il pubblico ride: quasi troppo. La violenza è edulcorata, ordinaria: proprio così si fa epidemica.

Due cose colpiscono innanzitutto nei bossnapping, rivelatrici ambedue dello spirito del tempo. In primo luogo: la distinzione che vien fatta tra legale e legittimo. Il sequestro è certo illegale, in Francia è punito severamente. Ma il legale s’appanna, completamente sommerso dalla categoria della legittimità come da quella, dichiarata superiore alle norme, dei valori. Può non esser legale il mio agire, ma il contesto e i valori lo rendono comprensibile e poi giustificato. La distinzione è antica vena francese: le mobilitazioni per Cesare Battisti o altri ex terroristi italiani hanno questa radice.

Il secondo aspetto riguarda la figura del ribelle. È una figura che s’è banalizzata, contaminando la politica oltre all’escluso. Ci sono leader che su tale caratteristica hanno edificato un carisma, meticolosamente coltivato. Sarkozy e Berlusconi si sono costruiti come ribelli, sovrapponendo spesso il legittimo al legale. In qualche modo son figli del ’68 che tanto esecrano, e della cultura Do It Yourself che secondo lo studioso Xavier Crettiez nasce dal ’68. La cultura DIY significa: fai le cose a modo tuo, null’altro ti servirà e tanto meno rispettare le leggi e il «teatro della politica». Quel che è legale, sono io a dirlo. Il mio scopo è realizzarmi, senza badare ad altri. Se sei licenziato trovati qualcosa da fare, dice Berlusconi. Trovati un marito ricco. La chiamano ribellione del futile: fuck off è il suo motto.

La banalizzazione della violenza spinge il politico e gli stessi manager a passarci sopra, illudendosi che la furia si spenga per stanchezza o noia. Quasi nessun sequestrato ha sporto denuncia e Sarkozy, che tiene a esser uomo forte, è imbarazzato. Lo è ancor più perché è sotto influenza dei sondaggi, e questi sono al momento univoci. Il più significativo è quello dell’istituto Csa, all’inizio di aprile. Quasi la metà dei francesi approva i sequestri, e la cosa impressionante è la divisione per età. È la generazione di mezzo – quella del ’68 – che antepone la legittimità alla legalità. I più favorevoli ai sequestri hanno tra 40 e 64 anni (la percentuale più alta, 52 per cento, è fra i 50 e 64. In questa generazione c’è il numero più basso di contrari). Tra i giovanissimi, invece (18-24 anni), i favorevoli ai sequestri sono il 38 per cento, e quelli che li giudicano inaccettabili sono la cifra più alta in tutte le età: 62.

Il nuovo ribelle esprime risentimento ma anche altre passioni. L’uomo in rivolta di Albert Camus lo descrive come qualcuno che in prima linea invoca riconoscimento: «Non difende solo un bene che non possiede e la cui privazione lo frustra. Chiede che sia riconosciuto qualcosa che possiede, e che per lui è più importante di quel che potrebbe invidiare»: il lavoro, uno statuto riconosciuto nella società. Quel che il ribelle moderno dimentica di Camus è il senso della misura che deve correggere il vitalismo ribellista. In Camus è scritto: «Per esser uomo, bisogna rifiutare di essere Dio»: una frase che suscitò l’ira di Sartre e Breton. Sartre ha oggi di nuovo seguaci, ma chi vede lontano resta pur sempre Camus.

attilio mangano, Alla francese o all’italiana?ultima modifica: 2009-05-04T16:48:00+02:00da mangano1
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