Girolamo, A proposito di Salamov

girolamo ha scritto un nuovo commento in risposta al tuo post http://duemilaragioni.myblog.it/archive/2010/06/29/g-ghini-salamov-e-i-racconti-della-kolyma.html nel tuo blog duemila ragioni:

 

3. SALAMOVjpg.jpg“C’è qualcosa di profondamente inquietante nella prefazione di Saviano a Višera di Šalamov pubblicata in anteprima sul Domenicale del Sole 24 Ore: nonostante gli infiniti giri di parole e di sinonimi, è arduo capire quale sia il punto.

Nelle prime righe Saviano spiega che la lettura di Šalamov gli ha cambiato la vita, ma non specifica perché e pare difficile che si tratti solo del banale motivo che ha lasciato un marchio indelebile in quei pochi che hanno letto I Racconti della Kolyma: non solo quel volume parla di uno dei più grandi crimini contro l’umanità con dettagli che fanno rabbrividire, ma rappresenta anche uno dei più grandi crimini contro l’intelligenza umana compiuto da troppi intellettuali – non solo italiani – che hanno finto di non sapere. Con tutta evidenza Saviano ci vuol dire altro perché poco racconta dell’enormità di quell’infernale “universo concentrazionario” — ma è mai possibile usare queste formule da burocrati della USL? — ma pare avvinghiarsi «stretto a un’opera per piazzare le sue osservazioni e crearsi un uditorio», per dirla con Kierkegard anche se Saviano l’uditorio deve solo più coltivarlo.

Molto più banalmente di Saviano, dopo aver letto quei Racconti, Aleksandr Solgenitsin – che pur sembrava la massima autorità in fatto di gulag – ebbe a dire che ciò che lui aveva vissuto e raccontato nella Giornata di Ivan Denisovič era una sorta di villaggio vacanze rispetto a ciò che aveva conosciuto Šalamov. Il quale, con quella timidezza che lascia intuire Saviano, rispose che lo aveva capito perché nel campo dov’era recluso Solgenitsin avevano un cane come mascotte: nella Kolyma sarebbe finito in pentola, o forse mangiato crudo. Ma questi paiono dettagli per Saviano che non spende neppure una delle sue molte parole – invariabilmente sottolineate da sinonimi, proposizioni incidentali e subordinate – per spiegare che gli scritti di Šalamov sono preziosissimi sopratutto perché destinati a restare unici nel loro orrendo genere: dalla Kolyma quasi nessuno è tornato vivo – Šalamov, miracolosamente, riuscì ad imboscarsi in un centro di cura – e dunque quasi nessun altro ne ha scritto. Questo perché «Kolyma znaczit smert» – più o meno «la Kolyma significa morte» – come bisbigliavano sottovoce i Russi traumatizzati dal terrore, come doveva esserlo la moglie di Šalamov che, dalle parole di Saviano, pare quasi un mostro.

Fosse uno dei soliti dibattiti intorno al niente che riempiono gli inserti culturali, qualcuno potrebbe tranquillamente sostenere che Auschvitz sta alla Kolyma come l’eutanasia sta ad una dolorosissima agonia mortale. Perché la Kolyma, non a caso nota nella Russia di Stalin come il Crematorio Bianco, non solo non è Siberia, ma è addirittura peggio della Siberia, più lontana e più fredda. Da Magadan, porto all’estremo nord del mar di Okhotsk costruito per gestire il commercio degli esseri umani che andavano a scavare a mani nude l’oro della Kolyma — in parte servito a finanziare pezzi di quella nostra editoria che tutta, o quasi tutta, ha sempre finto di non sapere — quella povera umanità ha costruito una strada che si snoda per circa duemila chilometri in una natura che non perdona, fino a Yakutsk, capitale della Sakha che oggi reclamizza come primaria attrazione turistica il Polo del Freddo, il punto dove apparentemente sono state registrate le temperature più basse sulla terra al di fuori del polo sud. Peggio della Siberia, appunto. Si chiama strada della Kolyma ma è più nota come Strada delle Ossa perché quando gli schiavi che la stavano costruendo cadevano morti, venivano buttati nel pietrisco con cui veniva fatta la massicciata. Scavare tombe nel permafrost sarebbe stato troppo faticoso, e poi ne morivano troppi: la leggenda narra che ne sono caduti, in media, uno ogni metro.

Ma quella strada è solo un dettaglio di quell’inferno dal quale nessuno poteva scappare perché la natura da quelle parti è ancor più brutale di quanto lo fossero i carcerieri. Si trattava solo di una strada per trasportare quell’oro che serviva a Stalin per ridare fiato ad un’economia distrutta dalle carestie provocate intenzionalmente per punire quei poveri contadini che non volevano rinunciare al pezzettino di terra che, appena una sessantina di anni prima, lo Zar aveva concesso loro quando abolì la schiavitù. Quelle orrende carestie durante le quali ci furono quegli inconfessabili casi di bambini mangiati da genitori impazziti per la fame, vittime innocenti ricordate solo perché, nella nostra grassa e vigliacchissima società dell’informazione, sono addirittura finiti in battuta. A Stalin servivano schiavi perché, come ricordava la scritta sopra i cancelli dei campi di lavoro forzato, «questo paese ha bisogno di metallo»: chissà per quale perverso ragionamento fu scelto di scrivere metallo anziché oro. Negli anni precedenti la guerra la produzione d’oro nella Kolyma raggiunse circa 500 tonnellate l’anno di cui, in media, ogni schiavo ne estraeva appena un chilo prima di morire di stenti: secondo lo storico Inglese Robert Conquest circa il 30% degli schiavi moriva nel corso del primo anno in Kolyma, la quasi totalità nel secondo. Son numeri da cui se ne potrebbero desumere altri ancora più agghiaccianti se si volesse fare qualche moltiplicazione, ma sono numeri che andrebbero verificati se non fosse ormai tardi: il complice silenzio di troppi intellettuali ha reso la cosa impossibile.

Pur riconoscendo che di tutto questo pochi sanno, Saviano non ritiene di dover raccontare molti dettagli: è altro ciò che interessa al nostro più osannato scrittore, anche se quell’altro non è mai specificato con chiarezza. Fa impressione imparare che «leggendo queste pagine [di Salamov] non si ha mai un senso di malinconia, di depressione. Di scoramento». Per quanto mi sforzi non riesco ad immaginare cosa possa aver letto di più deprimente Saviano. Mi viene anzi da credere che dia un significato tutto suo alla depressione indotta dalla lettura, anche perché di senso di scoramento, di depressione e di malinconia mi pare d’aver molto letto nelle infinite — e riccamente farcite di sinonimi — elucubrazioni intorno agli scritti di Saviano sulla camorra e sull’omertà che la protegge. «Incredibilmente — scrive ancora Saviano — le pagine di Salamov trasudano speranza nella resistenza»: della parola resistenza si è discusso a tal punto che è difficile definirla, ma il primo significato che mi viene in mente in relazione ai Racconti è la resistenza al freddo, alla fame, agli stenti e alla violenza, una resistenza maledettamente breve nei rigori della Kolyma.

Oppure mi vien da pensare alla resistenza, quella invece molto lunga, dei muri di gomma che svettano ancora nel panorama editoriale e culturale, come quelli di un cremino nell’infinita monotonia della foresta russa. Visto che della Kolyma è Saviano a parlarne c’è da credere che in molti saranno pronti a riconoscergli il merito d’aver rotto un altro tabù, felici di assecondarlo nei suoi infiniti giri di sinonimi per svicolare dalla questione che ci riguarda più da vicino: il colpevole silenzio di quanti, pur sapendo, hanno preferito non scriverne. Per questo suona stonato leggere che «la speranza, l’unica, passa esclusivamente attraverso la scrittura». Sembra quasi che Saviano voglia suggerire un parallelo con l’aura di cui gode, ma un parallelo tra le due vicende non può esserci, sarebbe ridicolo anche solo come retropensiero. Ma più che altro è un parallelo impossibile perché quei Racconti testimoniano una verità assolutamente opposta a questa bella favola: nel corso dell’ultimo secolo, scrivere, e molto, è servito più che altro a nascondere la verità, a metterle un bavaglio al cui confronto i bavagli di cui regolarmente narra Saviano sono ridicoli.

Anziché l’esaltazione del mestiere di scrivere, in una prefazione a Šalamov sarebbe casomai stata più opportuna una riflessione approfondita sulla vera natura di quel mestiere, e suggerirei di partire da quanto scritto da un altro grande Russo, Tolstoj: «Un periodo lungo, contorto, con proposizioni incidentali e subordinate… non solo non è una bellezza, ma quasi sempre nasconde una debolezza di pensiero e sempre una mancanza di chiarezza». Frase che, a parte la lunghezza dei periodi che qui invece sono anche troppo spezzettati, mi pare perfetta per la prefazione di Saviano.”

 

Varlam Tichonovic Salamov nasce a Vologda (Russia) nel 1907 da un prete ortodosso, nel 1924, conclusi gli studi secondari, si trasferisce vicino a Mosca, dove lavora come operaio in una conceria. Nel 1926 viene ammesso al Primo corso della Facoltà di Diritto sovietico all’Università di Mosca e l’anno dopo partecipa alle commemorazioni del decennale della rivoluzione d’Ottobre sotto le insegne dell’opposizione. Nel 1929 viene arrestato per la diffusione del “Testamento di Lenin” in chiave antistaliniana e condannato a tre anni di lager, che sconterà a Visera, negli Urali settentrionali. Liberato alla fine del 1931, Salamov torna a Mosca poco dopo e lavora in vari periodici. Nel 1936 pubblica il primo racconto su una rivista, ma il 12 gennaio 1937 viene arrestato con l’imputazione più grave, il famoso “articolo 58” che riguarda “l’attività controrivoluzionaria”, in particolare “trockista”, per la quale viene condannato a cinque anni di reclusione in un lager “per lavori pesanti”. Trasferito in Siberia, nella regione della Kolyma, vi rimarrà fino al 1953, subendo ulteriori condanne basate sul metodo della delazione. Più volte destinato ai cantieri più duri, all’estrazione nei bacini auriferi o nelle miniere di carbone, più volte ridotto al limite estremo della sopravvivenza, non accetta mai di tradire i compagni con qualche confessione delatoria che gli permetterebbe di scampare a una morte quasi certa. Ormai ridotto allo stremo delle forze, nel 1945 riesce a farsi ricoverare in ospedale, dove conosce il dr. Pantjuchov, che cerca di trattenerlo in reparto il più a lungo possibile. Destinato ai “lavori generali” dopo le dimissioni, senza più scampo, incontra nel 1946 lo stesso medico, che riesce a introdurlo come infermiere all’Ospedale centrale per detenuti, dove rimane fino alla liberazione, il 13 ottobre 1951. Solo nel 1953 riesce a tornare a Mosca, dove inizia a scrivere, con grande sofferenza e tormento interiore i “Racconti di Kolyma”. Lavora in vari stabilimenti e collabora a diverse riviste, su cui pubblica le prime poesie. Nel 1956 viene riabilitato “per non aver commesso il fatto”. L’anno successivo si ammala gravemente e riesce a ottenere una misera pensione di invalidità. Continua per più di un decennio a scrivere i racconti, ossessionato dall’imperativo morale di ricordare i milioni di morti innocenti nel Gulag e si dedica anche alla stesura delle poesie e di altre opere. Nel 1978 a Londra esce la prima edizione dei “Racconti di Kolyma” in russo e nel 1980 a Parigi l’edizione in francese. La prima edizione in inglese esce a New York nel 1981. Nel frattempo le condizioni di salute di Salamov peggiorano ulteriormente e nel 1979 viene ricoverato in un pensionato per anziani e invalidi, dove muore solo e disperato il 17 gennaio 1982.

A cura di dopamina

Girolamo, A proposito di Salamovultima modifica: 2010-07-12T17:07:45+02:00da mangano1
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